Un altro Merlot, ma senza etichetta e… senza produttore

Thursday, March 8th, 2007

Regione LazioIeri sera, tornato alla solita tarda ora dal lavoro, ho trovato una cosetta molto buona ad attendermi a casa: un risotto mantecato al radicchio tardivo e Squacquerone, fatto amorevolmente (ed eccellentemente) da mia mamma. Materia prima, il Carnaroli di Baraggia di Carlo Zaccaria, di gran livello come sempre (e ammannito, il giorno prima, sotto forma di un incredibile timballo con salsicce piccanti e peperoni gialli). E da bere? Un Merlot senza nome, proveniente dal Lazio (zona Castelli Romani o Colli Albani o giù di lì), da un pacco regalo natalizio. Un vino imbottigliato in casa, in una spessa bottiglia verde (giunta assieme a una bottiglia di bianco e una di Olevano dolce, che ancora non ho provato), con un’etichetta (un nastrino di carta con su scritto “Merlot” a penna) attaccata con lo scotch. Versandolo nel bicchiere, ho apprezzato il color rubino denso e scuro. Al naso, lungi dall’evidenziare sentori muschiosi o sgarbati, faceva percepire un profumo deciso di ciliegia matura: rustico, certo, un po’ scomposto e non del tutto pulito, ma rose e fiori rispetto a ben altra “roba” arrivata dall’Oltrepò e dalle sue cubigiane. Il sapore è piuttosto dirompente, abbastanza caldo e focoso, di corpo discreto, non troppo strutturato ma neppure dalle spalle rachitiche. Fortuna che qualche contadino che sa fare vini quotidiani abbastanza succosi esiste ancora. Persino nel Lazio, terra ritenuta poco competitiva sui rossi di livello medio (un discorso ben diverso, ovvio, dai vari Montiano e Vigna del Vassallo). Come disse Massobrio: vivaddio, ridateci i difetti, soprattutto se immersi nel contesto d’una bottiglia complessivamente gradevole e bevibile.