Monday, April 14th, 2008

Inevitabile, nel Vinitaly 2008 già abbondantemente archiviato, andare a trovare Gianpaolo Paglia, produttore e, ormai, amico. Lui e i suoi vini maremmani si sono rivelati più in forma che mai, inanellando una degustazione di grande piacevolezza e di interesse assoluto.
Però Gianpaolo mi perdonerà se, per una volta, oriento i riflettori su Antonio Camillo (solo per ora). Antonio, collaboratore storico, da tempo esce con una linea di vini “autoprodotti”. Sono un bianco e un rosso, e li ho provati a Vinitaly, pur avendone a casa alcune bottiglie.
Il bianco è l’Alture 2007, sauvignon in purezza. Si sa, la Toscana nel sentire comune non è esattamente una terra di vini bianchi. Però è altrettanto assodato come le migliori bottiglie in tal senso arrivino quasi sempre dalla costa: i Vermentini del nord, il Giovin Re (viognier) e il Costa di Giulia di Michele Satta, il Bugia di Bibi Graetz, il Fonte 40 e il Guazza dello stesso Gianpaolo, i vini bianchi della Parrina rappresentano alternative consigliabili e pregevoli su una tavola estiva. A essi ora si aggiunge questo Alture, da uve sauvignon d’un vigneto tra Pitigliano e Sorano (Grosseto). Chiaramente, non dovete aspettarvi un Sauvignon all’altoatesina. In Sudtirolo è la montagna a conferire ritrosia, acume, un pizzico di glacialità. Qui la presenza del mare veste il vino di cordialità e calore, oltre che di un’inattesa sapidità. Ecco dunque un nettare color giallo intenso. Il profumo è inequivocabilmente tipicissimo: la classica nuance di foglia di pomodoro, o mandarino amaro, o pipì di gatto, a seconda della sensibilità di ciascuno. E’ un Sauvignon, che diamine. A poco a poco, i toni citrini e agrumati hanno il sopravvento. In bocca colpisce per la grassezza avvolgente che non pregiudica la freschezza. Certo, ad alleggerire l’insieme contribuisce la sapidità. In ultima analisi, una bottiglia da conoscere assolutamente se non avete pregiudizi, e da stappare con letizia sopra un branzino al sale.
Ma dopo il bianco, c’è il rosso: il Principio 2007. Qui Gianpaolo ne racconta la genesi: proviene da un vigneto abbandonato di ciliegiolo, varietà gettonata sulla costa toscana. Le viti hanno quasi cinquant’anni, e prosperano su un declivio dalle parti di Manciano (Grosseto). E com’è, il ciliegiolo di Antonio Camillo? E’ quasi un anti-vino: laddove i produttori “laureati” puntano su concentrazioni e consistenze, Antonio e Gianpaolo preferiscono la bevibilità quasi spensierata, pur senza perdere di vista la struttura necessaria. Il Principio è rosso rubino carico senza stanchezze. Profuma di ciliegia spaccata, facendo fede al suo nome. In bocca è tranquillo, senza sussulti, gioiosamente beverino, sul giusto mezzo tra espansività e peso. E’ come le ciliegie: una tira l’altra, un bicchiere tira l’altro. Gianpaolo lo raccomanda anche su piatti di pesce, magari sul cacciucco che si fa a Livorno e dintorni.
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Saturday, April 12th, 2008
Non poteva finire così il mio resoconto delle bontà sorseggiate a Verona. Dovendo purtroppo stringere coi tempi, a Vinitaly ho potuto fare un solo assaggio nel padiglione dedicato alla Campania. E, dopo una breve riflessione, ho deciso di fermarmi a Terre del Principe, un’azienda di Castel Campagnano (Caserta) dedita all’utilizzo e alla valorizzazione delle uve autoctone.
Si tratta di un assaggio dedicato al mio amico e collega Luciano Pignataro, che ha editato una guida che è una vera enciclopedia del vino campano. Ben segnalata è Terre del Principe, tra l’altro guidata da una donna, Emanuela Piancastelli, che ha fatto per anni la giornalista professionista. Ora col marito Peppe Mancini (legato alla campagna da lontanissimi ricordi, specie quello del nonno) si dedica a tempo pieno alla vinificazione. E con risultati tutt’altro che peregrini.
Prendiamo per esempio il Fontanavigna 2007, a base di pallagrello bianco. Ora, tutti gli appassionati di vino, bene o male, hanno imparato negli ultimi anni cos’è il pallagrello, grazie anche al successo dell’azienda Vestini Campagnano, altra portabandiera delle usanze locali. Il Fontanavigna è un bel bianco sapido e invitante, molto saporito, perfetto da bere sopra un bel sauté di vongole. Con il Serole 2007, altro Pallagrello bianco stavolta elevato in barrique, si sale di grado. E’ un vino di maggior impegno e corpo. Il colore è giallo più carico. Il profumo inalbera note di saponaria, camomilla e ginestra. La bocca è più tonda, senza che la botticella francese invada più di tanto.
Ma in azienda non si fanno solo bianchi. Che dire dell’Ambruco 2006, puro pallagrello nero, maturato in rovere? Fa dell’immediatezza e della travolgenza di beva la sua leva d’Archimede. Ha un olfatto di mora, mirtillo e pesca gialla, e in bocca è vellutato, di soddisfazione. Il Centomoggia 2006 viene da un altro vitigno riscoperto, il casavecchia. E’ meno espansivo, più chiuso specialmente all’olfatto, ma comunque assai avvincente nel suo carattere lievemente più ombreggiato e ambiguo. Per finire, il Vigna Piancastelli 2005, 70% pallagrello nero e il resto casavecchia, rese per ettaro di 60 quintali (500 piante) affinato 12 mesi in barrique e 18 in bottiglia. Ecco un vino invitante già dall’etichetta, colorata come tutti gli anni da un quadro d’autore. Il vino si presenta con un colore profondo, rubino/granato. Profuma spiccatamente di spezie mediterranee e frutta rossa. In bocca è ancora speziato, ma anche largo, “cantabile” come tempo lento di Bach, rilassante, compiuto. Questi sì che sono vini.
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Wednesday, April 9th, 2008
Mauro Mascarello non pigia le uve coi piedi, eppure è un esempio fulgido del più grande artigianato italiano, checché possano pensarne alcuni commentatori passati da queste parti ultimamente. Sono andato a trovarlo al Vinitaly, rimanendo prevedibilmente appagato dalla bontà della batteria dei vini presentati.
Mascarello vuol dire anzitutto Barolo. E Barolo storico. Mauro, seguendo il solco di papà Giuseppe, potrebbe venir definito “tradizionalista” da chi vuol sempre tracciare caselle e tessere. E invece non è un tradizionalista, ma un amante della tradizione. Lui non è uno che disprezza chi ha idee diverse dalle sue, o che ritiene di fare il vino più buono del mondo. E’ un produttore che ha un credo, e lo persegue indefessamente, sapendo che troverà sempre qualche estimatore (per inciso, parecchi) sia oggi che in futuro.
Provo il suo vino attorno alle 10 di mattina di venerdì scorso. Certo, vorrei gustare anche Barbera e Dolcetto, ma il tempo è tiranno. Mi limito quindi ai Barolo, provenienti da vari cru di Castiglione Falletto e di Monforte d’Alba.
Mentre degusto (senza sputarlo: il secchiello per questi vini lo lascio perdere, non deve perdersene nemmeno una stilla) il Villero 2003, dall’omonimo vigneto, ascolto Mauro: «Il Barolo non dev’essere inteso come un vino dai tannini duri». E il Villero corrisponde: floreale, profumato, placido nel tannino, molto ampio. Con il Santo Stefano di Perno 2003 (cru di Monforte), meno squillante all’olfatto ma comunque piacevole da aspettare qualche attimo nel bicchiere, viene voglia di schioccare la lingua: è un vino che si mastica, non per la concentrazione ma per l’importanza dei polifenoli e delle “durezze” presaghe di una lunga logevità. Del cavallo di razza, il Monprivato 2003, colpisce l’estrema rotondità ed eleganza gustativa, nonché il profumo netto di violetta e rosa appassita. Del resto, il nebbiolo con un terreno calcareo così ci va a nozze. La vigna magnifica e la mano giudiziosa dei Mascarello fanno il resto.
Di grande emozione la chicca della riserva, il Ca’ Morissio 2001, un vino che si fa rispettare, e che chiede di essere accostato imperativamente alla lepre in civet. Dopo le macerazioni lunghe di rito (25 giorni), questo Barolo finisce in botti grandi per 45 mesi. Eccolo lì: profumi eterei e impalpabili, fruttato leggerissimo di ciliegia, cenni floreali e di terra bagnata. Persistenza stratosferica in bocca, roba di decine e decine di secondi.
Roba che non ti vien più voglia di assaggiare nient’altro. E invece no. Da autentico patito della tipologia, mi faccio versare un calice di Langhe Feisa Toetto 2004, ferma, maturata in botte grande. E qui, scappa davvero l’applauso per la caparbietà dei Mascarello nel proporre un vino da un’uva considerata di basso lignaggio, eppure popolarissima in Piemonte. E il risultato li premia: colore rubino brillante, profumi di fragola e lamponi con alcuni ricordi di vinosità. E che impatto in bocca. Sentite i tannini, come grattano piacevolmente la lingua senza esagerare troppo nell’amaro. E’ una bottiglia fatta apposta per grandi piatti di carne abbondantemente salsati o, perché no, con un grande Parmigiano Reggiano di lunga stagionatura.
Complimenti alla mamma, al papà, al bisnonno e a tutta la generazione che li ha messi al mondo.
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Monday, April 7th, 2008
Ancora Vinitaly, ancora emozioni ben più forti di scandali e scandaletti. Più che del brutto, qui preferiamo parlare del bello, e di riflesso anche del buono. Dunque ringrazio ancora l’ottimo Debord per avermi fatto provare alcuni vini pugliesi non “di grido”. Se quello da me già descritto era l’ultimo assaggio in Padiglione Puglia, quello di oggi è stato uno dei primi: il Rosso di Cerignola. La Puglia, oggi come oggi, è piena di denominazioni d’origine in disuso o poco visibili. Per anni, questa è stata anche la condizione del Rosso di Cerignola, regolamentato da disciplinare nel 1974 ma caduto a poco a poco nell’oblio, anche dopo la citazione che gli riservò Gino Veronelli in un suo antico volume. Vi ricordate? Si parlava dei formaggi e del loro abbinamento, e il grande Gino tirò fuori dal cappello un accostamento del caciocavallo stagionato col Cerignola.
Mi permetto di annunciarvi una bella notizia: sembra che il Rosso di Cerignola, dopo che le statistiche di produzione erano quasi azzerate, stia tornando in auge. Lo fa, per esempio, l’azienda Antica Enotria, proprio a Cerignola (Foggia). La famiglia Di Tuccio ha creduto nelle potenzialità d’una tipologia che per tradizione prevede il protagonismo dell’uva nero di Troia, con la compartecipazione del negramaro. Il Rosso di Cerignola 2006, di cui il sito web non parla, ho avuto modo di provarlo sabato. Rosso intenso, piace per i profumi non banalmente fruttati, ma aperti in un ventaglio di spezie e piante aromatiche mediterranee non bruciate ma di grande immediatezza. Addirittura, con molta fantasia, ci ho trovato vaghissimi ricordi aromatici di moscato, che fanno quasi pensare (mutatis mutandis, come sempre) a un Lacrima di Morro d’Alba, assieme alla salvia, alla limoncella e alla lavanda odorosissima. In bocca è secco, pieno di fuoco e di vigore, molto mosso nel temperamento, ma d’ampiezza sufficiente a renderlo imponente. Una bottiglia da conoscere, come le altre di questa casa (in foto vedete il Nero di Troia). In particolare, cito il Contessa Staffa 2007, degno rappresentante della gran schiatta dei rosati pugliesi. Da sole uve montepulciano, ha color rosato-rubino brillante. All’odorato porge fragranze di bergamotto, zucchero filato, piccoli frutti rossi. In bocca, com’è lecito aspettarsi, è pieno di dignità e di struttura, ideale coi piatti di pesce più corposi.
E questi, a Dio piacendo, non sono vini contraffatti.
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Saturday, April 5th, 2008
Devo davvero essere contento di questo Vinitaly 2008. E anche solo per aver conosciuto Debord. Debord è un noto commentatore di blog gastronomici, quello che un tempo si firmava AntonioT oppure nonsonotombolini (poiché lo scambiavano spesso per Antonio Tombolini). Debord, all’esterno, può banalmente sembrare soltanto un polemista acuminato, uno che non la manda a dire su internet. Invece è un uomo molto ben addentro il mondo del vino pugliese, uno che ne conosce anche le espressioni meno divulgate dai media. A parte che dietro numerose etichette e nomi di vini c’è la sua firma (lui non lo dice per umiltà, e nemmeno io divulgherò il suo vero nome a chi non lo conosce), lui stesso è una specie di enciclopedia della Puglia enologica.
Non ho fatto uno sbaglio ieri a chiedergli di farmi provare qualche bottiglia della sua regione nel padiglione apposito del Vinitaly. Debord mi ha fatto fare un piccolo tour tra produttori non notissimi, di cui finora ho letto poco perfino nelle pubblicazioni specializzate. E’ da uno dei “vini-debord” che dunque comincerò a raccontare la cinquantina scarsa di assaggi che ho fatto nella mia giornata veronese: il Piromafo di Valle dell’Asso, azienda vinicola di Galatina (Lecce), profondo sud. La famiglia Vallone fa dunque questo Salento IGT di pure uve negramaro, con rese di 50 quintali per ettaro e affinamento in sole botti grandi di rovere. A Vinitaly ci sarebbe stata la possibilità di assaporarne una verticale di numerose annate, ma per biechi motivi di tempo ho potuto provare solo due millesimi. Il 2000 ha ben manifestato le capacità d’invecchiamento di questa tipologia di vini: color prugna intenso, profumi composti di datteri e di nocciola, sapore pieno e austero, con persino vaghi (vaghissimi) ricordi di Pedro Ximenez. Il 2003 è più vivace, più fruttato al naso (frutta rossa, va da sé), persistentissimo all’assaggio, praticamente interminabile. Un vino “vecchia maniera”? Fossero tutti “vecchi” in questo modo i vini italiani… Da spendere sul fagiano, sul beccaccino, sulla cacciagione di piuma.
E l’accostamento con una ganache di cioccolato nero di un artigiano di Galatina mi ha colto di sorpresa.
POSCRITTO: il medesimo cioccolatiere di Galatina, oltre a una stratosferica “pallina” di cioccolato, cannella e fico, ha proposto una ganache ripiena, udite udite, di Gorgonzola. Un solo commento: assaggiatela.
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Friday, April 6th, 2007
E continua, chiotto chiotto, il mio reportage sui buoni bicchieri provati al Vinitaly. Se pensavate di scamparla, avevate capito male. Ecco pure oggi altre belle note di degustazioni dalla più grande fiera vinicola italiana.
- Pievalta. Quest’azienda di Maiolati Spontini (Ancona) fa parte di una vasta galassia di investimenti operati dai bravissimi proprietari della Barone Pizzini, azienda franciacortina votata al biologico e produttrice di grandi spumanti. Ha ricevuto qualche buon riconoscimento da parte delle guide, ma qui la ricordiamo per un vino particolarissimo: il Curina 2005. Si tratta d’un passito di uve verdicchio in purezza, prodotto in modo insolito. Il 15% dell’uva (appassita in pianta e poi in graticcio) viene infatti vinificato nelle famose (o famigerate, visto l’uso non sopraffino che alcuni produttori ne fanno) anfore di terracotta, con tanto di macerazione per 6 mesi. Il resto, vinificazione in bianco. Risultati? Color oro antico. Profumi arcani di incenso e salvia. Bocca golosa, stuzzicante, grassa e polposa, d’acidità ben sostenuta, equilibrata. Per chi ama il genere, è una chicca da non perdere. Un bravo dunque ad Alessandro Fenino, che tra l’altro legge pure questo blog.
- Michele Satta. Ora è ben noto, ma anni fa Michele Satta, varesino trapiantato a Castagneto Carducci (LIvorno) ha dovuto faticare per mettersi in luce. Fatica premiata: i suoi vini bolgheresi sono apprezzatissimi in Italia e all’estero. Anche da me. Una volta tanto, partiamo con un vino bianco, nato da pochi anni ma ora (secondo me, che l’ho assaggiato in tutte le annate in cui è stato prodotto) tra i primi 5 bianchi toscani: il Giovin Re 2005. Bello il nome, vero? E’ un anagramma. Provate a farlo al contrario, e avrete la soluzione: viognier. E questo (o questa) Viognier in purezza, affinato in barrique e in bottiglia, si offre cordiale, profumato di miele d’acacia e di pesca gialla, con qualche nota affumicata data dalla tostatura (che tra qualche tempo si armonizzerà ). Costa 27 euro, ed è decisamente buono. E il Piastraia 2003? Lo storico taglio bolgherese di casa si offre ruffiano ed elegante, con una piacevolezza e una placidità di beva senza trucchi, davvero appagante. E il Cavaliere 2001? Il sangiovese non è mai stato uva davvero di tradizione a Bolgheri. Michele Satta è da sempre il suo alfiere in zona, e il Cavaliere è il vino che ha sempre amato di più. Questa annata 2001, reduce da un robusto riposo in bottiglia, ha l’apertura alare dei grandi vini, senza strombazzamenti caricaturali tanto tipici della “California d’Italia” (come qualcuno si ostina a chiamare questa zona italianissima); anche i profumi fanno udire bene la viola mammola e il floreale tipico del vitigno. Buonissima pure l’ultima annata del Castagni, benché fosse imbottigliata da pochissimo: il “gran vino” di casa proviene da un unico vigneto, impiantato a densità di 6200 piante per ettaro. Uve? Cabernet, syrah e teroldego, per un vino di potenza rimarchevole, che con adeguata sosta in vetro si armonizzerà , ma che già adesso tradisce una potenziale longevità decisamente allettante.
- Podere dal Nespoli. Molto interessanti i vini di questa realtà di Civitella di Romagna (Forlì-Cesena). Fabio Ravaioli è un produttore capace e amorevole, capace di trarre delle gran buone cose dai suoi vigneti. Un’anteprima del suo Prugneto 2006, sangiovese in purezza, ha mostrato un vino ancora “verde”, ovviamente, ma già ben provvisto di polpa. E il Borgo dei Guidi 2004, forse il primo vino in Romagna ad essere stato affinato in barrique (è nato più o meno nel 1980), è pure lui gagliardo, in formazione. Questa è la tipica azienda per cui il Vinitaly arriva troppo presto. Perfettamente a punto è invece l’avvincentissimo Bradamante 2005, che fino a non molto tempo fa era un passito di pura albana, mentre adesso contempla la presenza del sauvignon: è finissimo, dolce e morbido, profumato delicatamente di cioccolato bianco. Buonissimo.
Questo è quanto. Tenetevi forte, perché le sorprese non sono ancora finite. Siete come sempre invitati a dire la vostra.
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Monday, April 2nd, 2007
Un buon bicchiere? Tanti buoni bicchieri, quelli del Vinitaly di quest’anno, che ho visitato per una sola giornata, anche se intensissima. Un piccolo sunto (anche se non troppo completo) delle mie degustazioni l’avete trovato su Libero di ieri.
Ciononostante, ho intenzione di omaggiarvi di una piccola carrellata (a puntate) delle esperienze degustative maggiori di questa rassegna 2007.
- Strade Vigne del Sole. Era parecchio tempo che, incuriosito da articoli di Paolo Massobrio e dalle degustazioni di Maurizio Taglioni su Lavinium volevo assaggiare i vini di Antonio Cugini e di suo figlio Alessandro, che vinificano tra Marino, Albano e Grottaferrata, in provincia di Roma. Avete presente i classici vini “de li Castelli”? Ebbene, dimenticateveli. Qui, il cavalier Cugini ha messo a dimora più di 70 (diconsi settanta) varietà di uve autoctone e dimenticate, tanto da suscitare l’attenzione dei ricercatori di Conegliano Veneto e da ricevere lo status di azienda sperimentale. Sentite, tanto per dire, il Kadrai 2005, da uve malvasia rossa e albana (non è quella di Romagna, è la versione laziale, che pare prenda il nome proprio da Albano). Sentite i profumi dirompenti che, più che un vino bianco, ricordano un rosato: banana, caramella inglese, perfino una nuance di smalto per unghie (gradevolissima). E che grinta in bocca, che personalità, che diversità da certe slavate produzioni della zona! Uno spettacolo, condiviso anche da Andrea Sturniolo, incontrato casualmente allo stand e, come me, rapito da questo bianco straordinario. Ma prima di lui, m’aveva coinvolto il Torre dei Frangipane, nuovo bianco aziendale da uve pecorino e cesanese bianco: così strutturato e solido da non sembrar quasi un vino castellano. E che dire dell’Alba Rosa 2004, dall’omonima uva, che porge profumi volpini misti a simpatici bouquet di sottobosco e piccoli frutti? E il Morato 2002, così possente ed elegante, proveniente da un’uva che, a sentirla nominare, vien da sorridere (tor dei passeri) ma è antichissima e, soprattutto, autoctona? E il Niveo 2003, che è praticamente un Frascati Cannellino di sola malvasia rossa (pur avendo vigneti iscritti alla Doc, Cugini preferisce la Igt, perché i disciplinari, dice, sono troppo restrittivi nell’imporre l’uso di certe uve tutte insieme) e porge fragranze di anice stellato e menta piperita (sembra un mazzetto di pianticelle aromatiche), svelandosi poi in bocca nervoso, non troppo dolce, piacevolissimo? Azienda non globalizzata? Potrebbe benissimo essere questa. Un particolare: nessun vino arriva a costare 10 euro.
- Azienda Agricola Gulfi. Altra azienda fuori dagli schemi, questa volta in Sicilia, a Chiaramonte Gulfi (Ragusa), cittadina dove “si magnifica il porco”, famosa per i salumi e la gelatina di maiale. Ebbene, qui c’è la famiglia Catania, che si dedica anima e corpo alla valorizzazione del nero d’avola. Una valorizzazione attuata in modo diverso rispetto ad altri colleghi: i Catania puntano su vigne uniche, veri e propri cru, da cui traggono selezioni differenti, ma tutte col comun denominatore di ricercare purezza, autenticità ed eleganza espressiva, anzichè le eccessive concentrazioni cui più di un siculo ha deciso di indulgere. Così, il Nerosanlore’ 2003 si porge con un bel color rubino senza troppi riflessi bluastri, e con una grazia femminilissima di dolci note di fragola e liquirizia, poi replicate in un sorso gentile, materno, espansivo. Per ammissione degli stessi viticoltori, il Neromaccarj 2002 è viceversa un po’ “verde”: ciononostante, coinvolge coi suoi sentori di arachidi e di mallo di noce (con un po’ di lampone sul finale) e col corpo piuttosto acido, ma importante. E la visita allo stand Gulfi mi ha riservato una grande, grande sorpresa: ci ho trovato Raffaele Catania, membro della famiglia, laureato in legge a Milano e, soprattutto, frequentatore della mia stessa scuola in Brianza. Mai e poi mai mi sarei aspettato di rivederlo là, in quest’azienda che tanto mi era piaciuta al Wine Sicily di Trapani Birgi nel 2005.
- Cantine Buffa. Un nome che è imprescindibile annotarsi se si vuol toccare con mano quanto può essere grande un vino come il Marsala. Provate il loro Marsala Vergine: non ha assolutamente nulla di cui vergognarsi al cospetto di un grande Sherry, a cominciare dai profumi eterei, floreali, persino con un che di capperi (ma Domenico Buffa, che me l’ha fatto assaggiare, non era tanto d’accordo), per finire con il sorso di persistenza interminabile, secco ma setoso, equilibratissimo. Imperdibile è anche il Marsala Oro dolce Riserva, fragrante di fichi secchi, mandorle e miele, invitante nei coloriti caldamente ambrati e latore d’una sorsata potente, avvolgente, polposa, con un che di salino. E la Malvasia liquorosa vi manderà aux anges: non si finisce più di annusarla, sembra offrire un bouquet di delicatissimi fiori secchi. E in bocca? Dolce, sensuale come poche. Un azienda da segnarsi sul taccuino.
E questo è solo l’aperitivo. Sentirete poi gli altri miei assaggi.
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