Monday, January 7th, 2008
Chi mi conosce, sa certamente quanto io stimi Michele Satta e la sua famiglia. Una famiglia varesina trapiantata in Toscana nel segno dell’amore per la terra, nella carducciana Bolgheri, terra che qualcuno poco felicemente ancora chiama “California d’Italia”. Satta, cresciuto come tutti all’ombra del Marchese Incisa della Rocchetta (leggi Sassicaia), da più di dieci anni sa muoversi in proprio, con autorevolezza, in una terra che non sempre, sull’onda lunga delle mode, sa offrire vini davvero definiti e personali.
Ad alcuni piace di più il Piastraia, tipico uvaggio in stile locale, capace di annate di grande equilibrio, e di finezza tannica da primo della classe; altri amano di più il Cavaliere, sangiovese in purezza che invecchia volentieri, ammicco allo “stile tradizione” che altrove in Toscana costuma (qui, lo ricordiamo per i neofiti, storicamente è arrivato prima il quasi sempre vituperato cabernet); non è poi difficile apprezzare caldamente il Bolgheri I Castagni, regolarmente troppo giovane al Vinitaly ma ricco di grinta e potenza da vendere. E non dimentichiamo i bianchi: il sapido Vermentino Costa di Giulia e il tornito, polposo Giovin Re, viognier a barrique di rara sensualità.
Ma oggi siamo qui per parlare d’altro. Un amico a Natale ha regalato a mio padre una bottiglia di Syrah 2005 di Michele Satta. Una bottiglia rarissima, prodotta per puro esperimento di vinificazione in circa 2000-2500 esemplari, quasi tutti finiti all’estero (la fonte è Fabio Motta, agronomo dell’azienda nonché, particolare di colore, mio vecchio compagno liceale). Consigliandolo in abbinamento al coq au vin, ieri preparato dalla mia madre con un super gallo di Pigorini secondo la ricetta della signora Maigret immortalata dai romanzi di Georges Simenon e codificata da Courtine, ho fatto centro. E’ un bel vino, questo Syrah. Non insegue fantasmi di muscolarità sciropposa, ma preferisce muoversi nell’alveo dell’eleganza. Il colore è un rubino intenso. Il profumo è delicatamente fruttato e speziato: le more di rovo s’insinuano con malizia tra la grafite e il pepe nero molto giudizioso. In bocca vien fuori con semplice autorità, tannicamente levigato senza mollezze. Niente sdilinquimenti, niente masse critiche di marmellata vagante: un sorso lineare, compito, persistente, armonioso, placido. In retrogusto, un cenno di marasca fresca e di fragola. Perfetto per il coq au vin alla Maigret col puré di patate.
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Wednesday, July 25th, 2007


Finalmente, una controetichetta che parla chiaro. Quante volte i retri delle bottiglie di vino sono altrettanti “bugiardini” con consigli di abbinamenti e sciatte descrizioni organolettiche? Invece, il Salvino 2004 del Podere Erbolo di Gaiole in Chianti (Siena) dice pane al pane, e soprattutto vino al vino.
Podere Erbolo, per chi non lo sapesse, è l’azienda oli-vinicola di Filippo Cintolesi, noto commentatore di questo ed altri blogg, blogger lui stesso, faccia da bravo ragazzo, laureato in fisica (o chimica, non ricordo bene), legato alla sua terra come l’ostrica allo scoglio. Nella sua piccola azienda senese produce anzitutto un notevole olio extravergine d’oliva, l’Erbolo, che commercializza sotto la Denominazione d’Origine Protetta Chianti Classico, ed è una sintesi di perfetta tipicità della cultura olearia toscana. Alla giornata dei sovversivi del gusto di Gavardo l’ho provato, e ho avuto modo di assaggiarlo assieme al vino bandiera dell’azienda, che è appunto il Salvino 2004: Igt Toscana, di fatto è un Chianti Classico “all’antica”, che sagacemente l’etichetta definisce “espressione del precedente stile locale”. L’uva è quella di viti di sangiovese di trent’anni, mescolata al classicissimo canaiolo nonché ad uve bianche (trebbiano, malvasia) in piccole quantità: una prassi consolidata molti anni fa, che da tempo è in decadenza. I produttori preferiscono “riscaldare” i vini con le uve rosse anche internazionali ammesse dal disciplinare, anziché “rinfrescarlo” con i grappoli bianchi: sicché, all’uopo sono state escogitate Doc “di riciclo” (Val d’Arbia) o autentiche operazioni di marketing come il Galestro (che si autodefinisce così nel suo sito web), per gestire in qualche modo il trebbiano e la malvasia destinate a rimanere sui tralci e non più utilizzate per il Chianti e gli altri rossi, oltre che troppo abbondanti per diventare Vin Santo nella loro totalità. Cintolesi opera in controtendenza: con i vitigni bianchi nel Chianti, e un affinamento in botti grandi e piccole, in ogni caso usate, ci dà un vino simpatico, privo di fronzoli com’è il suo creatore e come sono i “toscanacci” della zona. Data l’occasione, non ho potuto degustarlo con calma e approfondimento, ma i tratti salienti si sono imposti nella memoria. Il profumo è elegantemente floreale (violetta), mentre il sapore è pieno, pieghevole, sostenuto da un’acidità rinfrescante, che davvero spinge a berlo facilmente anche d’estate e anche in bicchieri di plastica, benché preferisca ovviamente un bel calice di vetro non troppo ampio. Fresco di cantina (15°-16°) può essere un grande accompagnamento a un barbecue domenicale (che non manchi il manzo, mi raccomando), o magari anche solo a una panzanella.
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Monday, July 9th, 2007
Sabato la pagina gastronomica settimanale su Libero ha avuto, nella mia rubrica, un protagonista speciale: il Morellino Capatosta 2005 di Poggio Argentiera. Personalmente lo consiglio a tutti, ed è piaciuto moltissimo pure a mio padre. Gianpaolo Paglia, il produttore, considera il 2005 come la versione forse migliore di sempre della loro etichetta più importante.
La costa toscana, si sa, da lungo tempo è terra di vini che piacciono molto, agli italiani e non solo. Dopo la vera e propria ubriacatura scaturita a Bolgheri attorno allo stupendo Sassicaia, con tutta una serie di aziende agguerrite e vogliose di sfruttare al meglio un terroir generoso come pochi, le attenzioni si sono rivolte a zone più meridionali della Maremma. Da qualche anno, soprattutto, la gente si è accorta che più giù, vicino Grosseto, si produce un grande vino rosso: il Morellino di Scansano.
Se gente come la famiglia Biondi Santi ha ritenuto di dover investire in quest’area (vedi Castello di Montepò), se ne possono intuire perfettamente le potenzialità. Pensate a una Montalcino che abbia in più la benigna presenza del mare: il paragone l’ha suggerito anni fa al collega Paolo Massobrio la produttrice Elisabetta Geppetti, altro nome di spicco della denominazione (che dalla vendemmia 2007 sarà DOCG). A noi spetta oggi però il compito di raccontarvi di un altro vignaiolo capace di far meraviglie col Sangiovese (uva di base del vino) e con le viti: si tratta di Gianpaolo Paglia, mentore dell’azienda Poggio Argentiera, di Grosseto (loc. Banditella di Alberese, tel. 0564405099). La sua bravura si intuisce fin dal caldo Morellino Bellamarsilia, profumato e lineare. Ma col Morellino Capatosta 2005 vi leverete il cappello fin dal color rosso granato. Sentite il profumo: l’influenza del mare si sente con chiarezza, accanto al fruttato di fondo. In bocca è vivido con ampiezza, di falcata possente, con un tocco d’acidità e freschezza che lo rende non ponderoso ma imponente. Provatelo con la ricca cacciagione che si mangia in zona e anche più su (cinghiale, colombaccio al pentolo).
(da Libero di sabato 7 luglio, pagina 20)
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