Vinitaly 2008: gli assaggi, parte seconda

Monday, April 7th, 2008

Antica EnotriaAncora Vinitaly, ancora emozioni ben più forti di scandali e scandaletti. Più che del brutto, qui preferiamo parlare del bello, e di riflesso anche del buono. Dunque ringrazio ancora l’ottimo Debord per avermi fatto provare alcuni vini pugliesi non “di grido”. Se quello da me già descritto era l’ultimo assaggio in Padiglione Puglia, quello di oggi è stato uno dei primi: il Rosso di Cerignola. La Puglia, oggi come oggi, è piena di denominazioni d’origine in disuso o poco visibili. Per anni, questa è stata anche la condizione del Rosso di Cerignola, regolamentato da disciplinare nel 1974 ma caduto a poco a poco nell’oblio, anche dopo la citazione che gli riservò Gino Veronelli in un suo antico volume. Vi ricordate? Si parlava dei formaggi e del loro abbinamento, e il grande Gino tirò fuori dal cappello un accostamento del caciocavallo stagionato col Cerignola.
Mi permetto di annunciarvi una bella notizia: sembra che il Rosso di Cerignola, dopo che le statistiche di produzione erano quasi azzerate, stia tornando in auge. Lo fa, per esempio, l’azienda Antica Enotria, proprio a Cerignola (Foggia). La famiglia Di Tuccio ha creduto nelle potenzialità d’una tipologia che per tradizione prevede il protagonismo dell’uva nero di Troia, con la compartecipazione del negramaro. Il Rosso di Cerignola 2006, di cui il sito web non parla, ho avuto modo di provarlo sabato. Rosso intenso, piace per i profumi non banalmente fruttati, ma aperti in un ventaglio di spezie e piante aromatiche mediterranee non bruciate ma di grande immediatezza. Addirittura, con molta fantasia, ci ho trovato vaghissimi ricordi aromatici di moscato, che fanno quasi pensare (mutatis mutandis, come sempre) a un Lacrima di Morro d’Alba, assieme alla salvia, alla limoncella e alla lavanda odorosissima. In bocca è secco, pieno di fuoco e di vigore, molto mosso nel temperamento, ma d’ampiezza sufficiente a renderlo imponente. Una bottiglia da conoscere, come le altre di questa casa (in foto vedete il Nero di Troia). In particolare, cito il Contessa Staffa 2007, degno rappresentante della gran schiatta dei rosati pugliesi. Da sole uve montepulciano, ha color rosato-rubino brillante. All’odorato porge fragranze di bergamotto, zucchero filato, piccoli frutti rossi. In bocca, com’è lecito aspettarsi, è pieno di dignità e di struttura, ideale coi piatti di pesce più corposi.
E questi, a Dio piacendo, non sono vini contraffatti.

Vinitaly 2008: gli assaggi, parte prima

Saturday, April 5th, 2008

PiromafoDevo davvero essere contento di questo Vinitaly 2008. E anche solo per aver conosciuto Debord. Debord è un noto commentatore di blog gastronomici, quello che un tempo si firmava AntonioT oppure nonsonotombolini (poiché lo scambiavano spesso per Antonio Tombolini). Debord, all’esterno, può banalmente sembrare soltanto un polemista acuminato, uno che non la manda a dire su internet. Invece è un uomo molto ben addentro il mondo del vino pugliese, uno che ne conosce anche le espressioni meno divulgate dai media. A parte che dietro numerose etichette e nomi di vini c’è la sua firma (lui non lo dice per umiltà, e nemmeno io divulgherò il suo vero nome a chi non lo conosce), lui stesso è una specie di enciclopedia della Puglia enologica.
Non ho fatto uno sbaglio ieri a chiedergli di farmi provare qualche bottiglia della sua regione nel padiglione apposito del Vinitaly. Debord mi ha fatto fare un piccolo tour tra produttori non notissimi, di cui finora ho letto poco perfino nelle pubblicazioni specializzate. E’ da uno dei “vini-debord” che dunque comincerò a raccontare la cinquantina scarsa di assaggi che ho fatto nella mia giornata veronese: il Piromafo di Valle dell’Asso, azienda vinicola di Galatina (Lecce), profondo sud. La famiglia Vallone fa dunque questo Salento IGT di pure uve negramaro, con rese di 50 quintali per ettaro e affinamento in sole botti grandi di rovere. A Vinitaly ci sarebbe stata la possibilità di assaporarne una verticale di numerose annate, ma per biechi motivi di tempo ho potuto provare solo due millesimi. Il 2000 ha ben manifestato le capacità d’invecchiamento di questa tipologia di vini: color prugna intenso, profumi composti di datteri e di nocciola, sapore pieno e austero, con persino vaghi (vaghissimi) ricordi di Pedro Ximenez. Il 2003 è più vivace, più fruttato al naso (frutta rossa, va da sé), persistentissimo all’assaggio, praticamente interminabile. Un vino “vecchia maniera”? Fossero tutti “vecchi” in questo modo i vini italiani… Da spendere sul fagiano, sul beccaccino, sulla cacciagione di piuma.
E l’accostamento con una ganache di cioccolato nero di un artigiano di Galatina mi ha colto di sorpresa.

POSCRITTO: il medesimo cioccolatiere di Galatina, oltre a una stratosferica “pallina” di cioccolato, cannella e fico, ha proposto una ganache ripiena, udite udite, di Gorgonzola. Un solo commento: assaggiatela.

Uva di Troia: intensità e carattere in Puglia

Saturday, December 23rd, 2006

Bottaccia - Cantine Torre QuartoLa Puglia, si sa, è quella terra che, in altri tempi (e, qualcuno mormora, sotto sotto anche adesso), forniva vini ben colorati e strutturati con cui “arricchire” le produzioni nordiche, non sempre gagliarde. Con gli anni, aumentato l’amore del mercato per i vini pieni e corposi, i pugliesi si sono resi conto che potevano sfidare la scena con prodotti che queste caratteristiche già possedevano. E spesso ancora oggi si possono cogliere delle autentiche sorprese. Parlo certamente dei rosati, tipologia vocatissima, per tradizione, nel Tacco d’Italia: ma non dimentico certi rossi, non solo a base del “solito” primitivo.
L’ultimo assaggio (recentissimo, di due giorni fa) è stato il Bottaccia, un rosso delle Cantine Torre Quarto di Cerignola (Foggia). Un comprensorio da sempre vocato ai grandi rossi: Gino Veronelli, in un suo vecchio libro anni ’70 (non ricordo se fosse Bere giusto oppure Il vino giusto: sicuramente però uno dei due libri – vai a ricordarti quale – era la versione estesa dell’altro), raccomandava d’abbinare il caciocavallo stagionato al Rosso di Cerignola. Questa DOC, a dire il vero, è ormai praticamente abbandonata: i produttori della zona preferiscono altre denominazioni, oppure la più generica IGT Puglia. Proprio questo fa Torre Quarto con le sue bottiglie: il Bottaccio, da uva nero di troia (o uva di Troia) in purezza, segue la IGT. E fa discretamente il suo dovere. Ho assaggiato il 2003 in un ristorante, come dicevo, alcuni giorni fa: presentava un colore granato molto scuro, che però evidenziava un’unghia tipicamente aranciata. Profumi inizialmente chiusi, poi, dopo breve sosta in calice ampio, via via più espansivi, lasciandosi dietro tracce legnose comunque non eccessive (l’affinamento è in tonneau per 8 mesi), ed evidenziando fragranze dolci di frutta rossa anche molto matura. Al sorso, ecco tutto il calore di questi vini: un tannino ben presente, né levigato né sgarbato; un generale calore alcoolico; un senso di velluto in bocca. Un vino che va benissimo sui formaggi stagionati, magari proprio su un caciocavallo podolico o un ragusano ben stagionati.
E il prezzo è tutt’altro che “svenevole”: al ristorante l’abbiamo pagato 15 euro. Si badi bene, in un ristorante lombardo, un ristorante di una terra che sui ricarichi vinicoli quasi mai ci va giù leggera.
Certo, oggi è in commercio il Bottaccio 2004, ma a parer mio ha fatto bene il sommelier a tener in carta il 2003, che ha forse raggiunto un maggior equilibrio.