Giorgio Sobrero: un produttore contadino per un Dolcetto cubista

Monday, June 23rd, 2008

Giorgio Sobrero

«Provi un po’ questo Dolcetto, le piacerà!»: Gigi Perotti dell’Aurora, a Milano, mi intratteneva mentre ieri aspettavo i miei genitori al suo ristorante, per pranzare tutti insieme. Per ingannare il tempo, decideva di stappare un Dolcetto d’Alba che ancora non aveva inserito sulla sua nuova carta dei vini: io avevo chiesto se fosse disponibile il (Dogliani) San Luigi di Quinto Chionetti per il pasto. Lui mi disse di sì, che c’era, però ci teneva tantissimo a farmi provare una bottiglia-sorpresa, di quelle che costano poco ma che sono sincere, contadine.
Così, tirava fuori dalla cantina un Dolcetto d’Alba Simbiosi 2007 di Giorgio Sobrero da Montelupo Albese, provincia di Cuneo (la foto qua sopra l’ho trovata sul sito istituzionale del Comune, naturalmente sono disponibile a rimuoverla su richiesta).
Non so se i Corsari del gusto, che apprezzano molto il Dolcetto di Mariano Sardo, conoscano anche questo produttore. Io mi sento di consigliarglielo. E’ davvero un produttore di vino contadino nel senso migliore. Lo è pure nella semplicità dell’etichetta, senza decorazioni, lineare e leggibile. Ma soprattutto, lo è nella sostanza. Avete presente il Dolcetto “baroleggiante” in barrique? Ecco, questo Simbiosi non potrebbe esserne più distante. Versandolo nel bicchiere colpisce fin dal colore, che è rubino intenso, carico ma non artificiosamente concentrato. Lascia dei begli archetti sul bicchiere. Il profumo non dà spazio a dubbi: il vinoso prevale, senti proprio la buccia dell’uva schiacciata, assieme al mallo fresco di noce, a un poco di terra bagnata e a un impercettibile sottofondo fruttato che stende su questo insieme ruspante una filigrana d’eleganza. In bocca, il carattere campagnolo irrompe: acidità, acidità e ancora acidità, non allo stato brado ma ben domata. Il corpo boccale è decisamente largo, sostenuto da un titolo alcolometrico di 13 gradi. Un bicchiere irruento ma non scomposto, viceversa scolpito e geometrico, quasi cubista.
Volete poi sapere se ho scelto questo oppure il San Luigi 2006 di Chionetti? Ebbene, con la famiglia li abbiamo bevuti entrambi. Del più famoso collega parlerò in un altro post.

La Barbera con la barrique che non si vede

Monday, September 24th, 2007

Cascina OrsolinaSi può nascondere così bene la barrique da renderla quasi inavvertibile, ossia riconducendola alla sua funzione originaria di “mezzo” dell’affinamento, e non di “fine” necessario a dare quel timbro gusto-olfattivo che qualsiasi consumatore un po’ scafato riesce subito a focalizzare? Evidentemente sì. E alla Cascina Orsolina di Moncalvo (Asti) lo sanno fare. Non a caso, possono avvalersi di un enologo competente e abile come Donato Lanati.
Bando alla ciance: la Barbera d’Asti Superiore Bricco dei Cappuccini 2003 va provata. L’uso della barrique per la Barbera, come molti, sanno, è stato introdotto tra i primi da Giacomo Bologna: vedendosi bocciare la sua adorata Monella (Barbera vivace del Monferrato) dai degustatori francesi, scelse di sposare le loro tecniche e i loro gusti, introducendo la piccola botte a Rocchetta Tanaro con risultati encomiabili. Ed encomiabile è anche questa Barbera di Moncalvo, dove la barrique è talmente giudiziosa che non si sente neanche, specialmente in bocca. L’etichetta della 2003 è un po’ diversa da quella che vedete in immagine, ma per il resto il Bricco dei Cappuccini è esattamente come lo descrivo io: un vino color rosso scuro, con consistenza sensibile ma non marmellatosa. Al naso, fruttato tondo di amarene e mirtilli, con un che di floreale sullo sfondo: forse è proprio questa relativa rotondità dell’espressione fruttata a tradire in qualche modo l’impiego di carati piccoli. Anche perché in bocca avrete la vera sorpresa: un’acidità sontuosa, magnificamente in evidenza, equilibrata e raffinata, ma percettibilissima e rinfrescante. Il corredo tannico è sicuramente buono, e in ogni caso non c’è la minima traccia della mollezza che caratterizza il cattivo uso dei piccoli carati. E’ un vino che lascia la bocca perfettamente pulita, non zuccherosa, vanigliosa o comunque appesantita. Abbinamento? L’oca ripiena arrosto.

W la Barbera

Monday, July 16th, 2007

Uva barberaW la Barbera, e chi la sa aspettare. Ha ragione Paolo Massobrio, quando asserisce che dal vitigno più bistrattato del Piemonte possono uscire vini assai forieri di sorprese anche nel lungo e nel medio periodo, e non solo nell’immediato. Col tempo, la Barbera mantiene le sue caratteristiche, e anzi affina ancor più la sua piacevolezza, se chi l’ha fatta ha saputo farla bene. E gente che la sa fare c’è.
Ci sa fare Giorgio Cappricci, industriale milanese che da qualche anno, a Nizza Monferrato (Asti), manda avanti la Cascina Sant’Anna, una piccola realtà ben poco conosciuta al grande pubblico (non sono riuscito a trovare nemmeno una foto) ma nota ai bevitori più attenti. Ebbene, Giorgio fa una Barbera d’Asti Superiore, la Tredici Lune, che può sfidare gli anni senza problemi. Sono reduce dalla sorseggiata di un 2000: che gran bel vino! Questo 2000 si presenta oggi con una veste color rubino scuro, cui gli anni e la permanenza in bottiglia hanno conferito una bell’unghia granata. Al naso? Dategli tempo qualche minuto, o magari qualche ora, senza usare il decanter ma versandolo in bicchieri di adeguata ampiezza. All’inizio ha ovvi cenni di chiusura, ma l’apertura che seguirà vi mostrerà un mirtillo nero inequivocabile, oltre alla marasca sotto spirito e a sentori terziari ed eterei. In bocca invece si paleserà fin da subito: un sorso galoppante, non statico, retto dalla spada d’acidità che è tipica del vitigno e che questa bottiglia non rinnega. C’è acidità, ma c’è anche velluto, stoffa, corpo, pulizia, sostanza e, soprattutto, una lunghissima PAI (tanto per usare la terminologia tecnica AIS). Un vino di equilibrio esemplare. Morale di tutto: aspettate la Barbera, chi va piano va sano e va lontano.