Monday, June 9th, 2008
Nel pranzo (o cena) domenicale, la sorpresa vinicola è sempre in agguato. E una volta di più viene dal vituperato Oltrepò Pavese. Aziende che magari si conoscono nella loro sostanza qualitativa, sono capaci di colpi d’ala ancora più inattesi se solo ci si azzarda a far riposare i loro vini.
E’ il caso dell’Azienda Agricola Bellaria. Paolo Massone, il nume tutelare di questa realtà di Casteggio (Pavia), è un vero innamorato del suo territorio. Nelle manifestazioni dedicate all’Oltrepò Pavese, oltre che in numerose interviste, lui sempre sottolinea e difende le potenzialità vinicole della sua zona. E non si limita alle parole: i suoi vini fanno parte a buon diritto di quel bouquet di etichette che l’appassionato deve conoscere per farsi un’idea decente del triangolo oltrepadano.
Massone è un grande sostenitore del vitigno bonarda, uno dei simboli della zona. Ciononostante, il vino che ieri sera ho stappato era un Bricco Sturnèl 2001, che tenevo in cantina già da qualche tempo, e che si è rivelato ottimo sopra il semplice filetto di bue alla piastra. E’ un uvaggio di cabernet sauvignon (80%) e barbera. Il vino, subito dopo la vendemmia, è stato messo nelle botti di legno piccole, dove è rimasto due anni, per poi farsi un altro anno di bottiglia.
Uva straniera e italica danno luogo a un intrigante matrimonio, un accoppiamento proprio solido. Cabernet e barrique, certo, hanno influito sulla veste: un rosso rubino di rara intensità, senza cedimenti a unghie granate nemmeno a sette anni dalla raccolta. I profumi emergono con la dovuta calma: si percepisce un poutpourri di fiori secchi ed erbe aromatiche, senza scordare l’albicocca secca, un poco di fieno tagliato e persino una nuance di borotalco e sapone di Marsiglia, molto gradevole. Il tutto immerso nell’inevitabile, gradevole fruttato rosso di fondo.
Sapore armonico, senza scompensi, composto nel tannino, ricco nella personalità, lievemente sapido, ben persistente. Col filetto è andato benissimo.
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Thursday, May 8th, 2008
Pranzi casalinghi, ossia la gioia della scoperta. Domenica scorso, con la mia famigliola, ho avuto il piacere di abbinare un magnifico roast beef all’inglese ad un vino altrettanto memorabile. Un vino lasciato invecchiare in cantina, e delibato al momento giusto. Questo vino è stato il Fatila 1998 di Vercesi del Castellazzo di Montù Beccaria (Pavia), Oltrepò Pavese pieno. Un vino di pura bonarda, bevuto a dieci anni dalla vendemmia, si è rivelato una cannonata. Una vera e propria lezione per chi asserisce, senza bere, che la Bonarda per l’invecchiamento non va bene. E che i tannini della Bonarda non vanno mai d’accordo col legno. Beh… Provate anche voi a mettere via una bottiglia di Fatila in una buona cantina, e a riberla dieci anni dopo la vendemmia.
Del Fatila 1998 avevo già parlato anni fa su Libero: scrissi un pezzo addirittura nel 2002, a commento di una bottiglia di quell’annata 1998, uscita da poco. Rilevai un vino già apprezzabile, ma indubbiamente ancora molto giovane, irruente, forse impulsivo. Del resto, 18 mesi di barrique con il vitigno croatina (per giunta raccolto surmaturo) non si smaltiscono dall’oggi al domani. In quel luglio 2002 scrivevo: “In bocca è potente e damascato, e sarà ancor più fine dopo qualche anno di bottiglia”. Ecco, ora ci siamo: la prova del nove.
A sei anni da quell’articolo, e a dieci dalla vendemmia, eccomi a stappare un’altra bottiglia di Fatila. Il colore nero, inchiostroso del 2002 è diventato un rubino intenso e compatto. Il naso, ancora ricco di visciole sotto spirito, ha emendato la speziatura insolente della gioventù, per aprirsi a tratti più floreali, femminili, carezzevoli. In bocca, lo stallone ombroso del 2002 è diventato un cavallo di razza completamente domato e docile, senza perdere i suoi guizzi. I 15 gradi alcoolici sono ben portati da una struttura di peso, sostenuta da un tannino che ormai il tempo ha provveduto a sgrossare, a smussare nelle sue asperità. Uguale a se stessa, viceversa, la lunga persistenza, che l’invecchiamento ha reso semmai più sottile e avvincente. Col roast beef ci sta alla grande, ma non avrei timore ad accostarlo anche a qualche piatto di maggior tonnellaggio. Morale della favola: aspettate i vini giovani. La sorpresa è in agguato.
Oltretutto, quest’azienda è davvero un porto sicuro per il bevitore oltrepadano in cerca di curiosità. Oltre ad altri rossi impegnativi, si segnala la versione più spensierata della Bonarda, il Luogo della Milla. Menzione speciale anche per il Marghe, uno dei pochi Pinot nero vinificati in bianco (non spumante) che ricordi con piacere.
Prosit.
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Wednesday, February 27th, 2008
E torniamo alla giornata del riso, davvero strepitosa. Per un racconto dei piatti dovrete aspettare ancora, mentre per i vini eccoci qua. Dopo il Millesimato Donna Lucia e il Balì, è stato portato in tavola il vino-simpatia del Garda: il Chiaretto. Produttore Sergio Delai, di Puegnago del Garda (Brescia).
Il Chiaretto, come tutti i rosati, è un eterno sottovalutato. Di chi la colpa? Di certe produzioni mediocri, ma anche di roba arrivata dall’estero, certi rosatacci portoghesi impalatabili per chiunque. Dunque, consoliamoci con due produttori sovversivi come La Basia e, appunto, Sergio Delai, che alla fine del pranzo è venuto in trattoria Pegaso a salutare. Che dire del suo vino, se non che è di semplice, rinfrescante bontà? Il colore già da subito è simpatico, delicato. E’ un rosa-rosolio, rosa-petalo, o forse anche rosa-alcool (denaturato), assai limpido, che colpisce. Al naso, la differenza col campione de La Basia sono palpabili. Là si evidenziava il “carattere rosato”, qui invece si va di più verso l’immediatezza, con fragranze più sottili, più delicate. All’inizio, la bottiglia fatica a concedersi, ma bisogna saperli aspettare, i vini. Dopo qualche minuto in un calice ampio, ecco i sentori di pesca bianca, pera verde e petalo di rosa, discreti e insinuanti. In bocca, eccolo irrompere con quiete, non tondo ma largo, franco, amichevole, con qualche lampo d’acidità. Un vino semplice, di soddisfazione sopra un carpione di lago (massì).
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Monday, February 25th, 2008
Stavolta, giurin giuretta, aggiornerò il blog con assiduità. E da dove partire, se non dalla strepitosa giornata del riso a Gavardo (Brescia), dal mitico Adriano Liloni? Se dovessi parlare di tutto il pranzo, non basterebbero dieci post a tratteggiare tutta l’umanità presente, la bontà dei piatti, l’amicizia che ha fatto da collante al tutto. Oggi mi limiterò a parlare di un vino. Un vino bevuto a pranzo.
Durante la giornata dei Sovversivi del Gusto del luglio 2007, uno dei miei crucci maggiori fu quello di non essere riuscito a provare i vini dell’Azienda Agricola Fratelli Trevisani di Gavardo. Gian Pietro e Mauro, Sovversivi del Gusto, fanno invece bottiglie semplici, interessanti, sconosciute al grande pubblico. Piacerebbero molto a Camillo Langone, che più di una volta ha dichiarato il suo amore per la limpida finezza dei vini gardesani. E, benché Camillo non vada pazzo per lo Chardonnay (eufemismo) e per i vini in barrique, gli consiglierei una bella bevuta di Balì 2006, un bianco d’una spontaneità contagiosa.
Benché il sito web aziendale lo accrediti come uvaggio paritario di chardonnay e sauvignon, l’annata 2006 (ma evidentemente anche la 2005, stando a quanto dice Franco Ziliani) vede in realtà prevalere il vitigno non aromatico, che col suo 80% è maggioritario rispetto al sauvignon. L’affinamento è in piccole botti per 10 mesi (tonneau, stando sempre a Ziliani) e in bottiglia per altri tre.
E com’è, il Balì 2006? Un vino di piacevolezza spiccata. Non aspettatevi un bianco alla vaniglia, ma un’esplosione di vivida frutta matura. Già il colore paglierino intenso riluce agli occhi. Stuzzica la voglia pure il naso: si parte con un minerale di pietra focaia, che poi si apre all’anice stellato, alla pesca gialla, al frutto della passione (evidentissimo dopo qualche minuto), ai lychees cinesi. In bocca è corposo e tondo. Non grosso, semplicemente rotondo e compiuto al gusto, molto appagante. Fresco e tranquillo, è perfetto col calamaro accompagnato all’emulsione di basilico e, soprattutto, al riso nero di Baraggia di Carlo Zaccaria. Evviva.
Ah: l’etichetta oggi è diversa da quella in foto.
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Tuesday, February 19th, 2008

Eccomi qua, atteso oppure no, e comunque tornato.
Oggi vi voglio parlare di un assaggio inatteso, che mi ha coinvolto davvero.
Mai e poi mai mi sarei aspettato di stupirmi di fronte a un Cellatica, un vino bresciano pressoché sconosciuto ai più. Cellatica e Botticino erano i due “vini dei bresciani” prima che il mito delle bollicine di Franciacorta inaugurasse la sua parabola. Delle due doc ben poco note, quella che conoscevo meglio era senz’altro Botticino, con bottiglie come il Foja d’or di Franzoni, o i campioni di Antica Tesa (Noventa).
E’ stato bello sorprendersi di fronte al Cellatica Superiore Negus 2001 dell’Agricola Gatta di Gussago (Brescia), il paese famoso per il ristorante Artigliere di Davide Botta. Un vino del 2001, rivelatosi ancora giovane. Viene dall’uvaggio classico di questa zona: barbera, marzemino, schiava gentile e incrocio Terzi. Il vino viene affinato per 18 mesi in piccole botti, e per 24 mesi in bottiglia. Beh, 7 anni dopo la vendemmia si potrà aprire senza problemi, no?
Versiamolo in un bicchiere molto ampio, e ammiriamo il colore granato molto scuro e concentrato. Gli archetti che si formeranno girando il bicchiere saranno polputi e grassi, e rimarranno sulle pareti per qualche minuto. L’estratto secco è così esuberante che si vede anche a occhio nudo.
Odoratelo un po’. I profumi sono ricchi, persistenti e complessi. Ci ho ravvisato anzitutto la marasca (dominante), ma anche buccia d’arancia candita, marshmallow, zenzero e un pizzico di menta piperita. Non male per un vino “sconosciuto”, frutto della caparbietà e dell’amore di Mario Gatta, che lo trae dalle vigne quarantenni piantate dal papà Angelo (soprannominato Negus, come Hailé Selassié), fatte fruttare con rese massime di 60 quintali per ettaro (alla faccia di certe vecchie bulimie contadine d’un tempo). Risultato: meno di 5000 bottiglie.
Bottiglie piacevoli in bocca, oltre che al naso: corpo imponente e morbido, assai materno, importante. Accostamenti? Un grande Parmigiano invecchiato, o magari il salmì di selvaggina preparato alla maniera della Valle Camonica.
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Tuesday, February 5th, 2008
Franciacorta invecchiato, perché no? Tenere sui lieviti il vino più dello stretto necessario può dare risultati inaspettati di bontà. E l’ultima sorpresa degli ultimi tempi in tal senso l’ho avuta col Franciacorta 2001 di Donna Lucia. I vini di Damiano Modina m’erano già noti per averli gustati lo scorso luglio, alla giornata dei Sovversivi del Gusto, in condizioni di calura eccezionale. Il riassaggio vercellese recente mi ha consentito di apprezzarli molto di più, e di fruire al meglio d’una produzione senza peli sulla lingua, schietta ed espansiva come il carattere del suo artefice.
In particolare, ho molto apprezzato il suo millesimato d’annata 2001. La sboccatura risale al 2007 o al tardo 2006, non ricordo più (Damiano, se mi leggi rinfrescami la memoria), e l’uvaggio è quello classico franciacortino, con lo chardonnay (70%) a prevalere sul pinot nero (che, lo ricordiamo, da queste parti è arrivato qualche anno dopo la nascita della tradizione spumantistica).
Il risultato è un vino che, come ogni spumante, rende al meglio se assaporato a una temperatura di circa 10 gradi, ma che regge bene anche se non si è riusciti a raffrescarlo adeguatamente. Si presenta paglierino carico, con perlage consistente e fitto, oltre che fine. Profuma di lieviti, frutta gialla, amaretto pestato e chiodi di garofano. Si concede con espansività e cordialità, mostrando un corpo ricco, un gusto profondo e persistente, un’effervescenza equilibrata in bocca. Se amate gli spumanti complessi e un po’ evoluti, se non avete paura di sorprendervi a leggere oggi certe annate sulle etichette, il Donna Lucia Franciacorta 2001 fa per voi. Forse non lo abbinerei ai dolci secchi come consiglia il sito web aziendale, perché un simile accostamento finirebbe per falsare le sue caratteristiche. Per il resto del pasto, viceversa, va bene. Dall’inizio alla fine. Se c’è pesce tanto meglio, ma anche qualche piattarello di carne lo accompagna volentieri, purché non si tratti di umidi di cacciagione o selvaggina o cose così. In fin dei conti, siamo di fronte a bollicine di struttura. E che struttura.
Il resto della produzione casalinga prevede un brut base di gradevole immediatezza, e un Satèn (tipologia che mi è particolarmente cara) piacevole e originalmente sostenuto nelle componenti acidule. Notarella di colore: Damiano è un giurista, per giunta appassionato alla sua materia.
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