Friday, November 21st, 2008

Quelli qua sopra sono i tortelli di zucca che al mezzogiorno si gustano a Emiliana Tortellini, in via Ariberto a Milano. Un pastaio che a pranzo si muta in piccolo ristorante. Piatto forte? Ovviamente le paste fatte in casa. Ne ho parlato ieri su Libero. Il locale chiude il lunedì.
Niente più paninacci o piattini riscaldati: la pausa pranzo più golosa e trendy è quella con tagliatelle e ravioli di zucca. Ci sarà la crisi e tutto il resto, ma esattamente un anno fa una pastaia di via Ariberto ha deciso di aprire il suo negozio ai pranzi del mezzodì. Piatto forte: le paste di casa. Risultato: tutto esaurito. Insomma, piace. È questo lo scenario che si presenta a chi, verso l’una, provi ad entrare da Emiliana Tortellini al numero 17 di via Ariberto: una piccola folla di uomini e donne di tutte le età in cerca di un posto nella mezza dozzina di tavolini, per pranzare con gusto. Altrettanti fanno la coda per procacciarsi i piatti da portar via. Può ben esser contenta Nadia Magnani, 47 anni, due figli, madre siciliana e padre emiliano doc: è lei che il 27 maggio 2006 aprì la bottega di pasta artigianale che fa di tutto, dai passatelli ai tortellini fino a lasagne e tagliatelle. Dall’ottobre 2007, ecco l’idea: perché non far gustare sul posto ai clienti, in costante aumento, le prelibatezze che si portano a casa da cucinare? «Non ci ho pensato subito – racconta -, è un’idea che mi è venuta “in corso d’opera”. Ma ha successo. Abbiamo circa 20 coperti, spesso e volentieri ne serviamo il doppio». Pagando il relativo conto, è facile constatare quanto solide siano le basi di questo successo. Si può scegliere tra una serie di primi: tagliatelle al ragù (richiestissime), ravioli di carne, tortelli di magro, tagliolini in vari modi. E i tortelli di zucca, soavi, presentati benissimo anche sul piatto, con un amarettino in cima: «Li faccio con la ricetta di Nadia Santini, hanno un vasto seguito di estimatori, non è vero che i gusti dolci nei primi piatti non piacciono a nessuno», confessa. Del resto, tra due che si chiamano Nadia non può che esserci intesa, soprattutto se la fonte d’ispirazione è la cuoca di uno dei più grandi ristoranti d’Italia, il Pescatore a Canneto sull’Oglio (Mantova). Ma non è finita: ci sono pure i secondi piatti. C’è un polpettone che si fa mangiare con gli occhi, ma anche pregevoli, leggerissime polpette di zucchine e carne, davvero buone. Oppure coniglio impanato e, solo mercoledì e sabato, il pollo al forno. E venerdì il pesce. Giovedì gnocchi? Sì, ma anche martedì e sabato. Spesa? Con un primo, un secondo e un’acqua, siamo sui 14-15 euro. Mica male, vista la bontà dei piatti che escono dalla cucina. La clientela è affezionata: «Da martedì a venerdì vengono impiegati, professionisti con studi nella zona, anche parecchi studenti della Cattolica. Al sabato invece la clientela cambia: famiglie con bambini e nonni, ad esempio», spiega Nadia, che si fa aiutare da quattro collaboratori nelle operazioni di servizio. E cucinare la sera? «No, per ora no. Certo, in via del tutto eccezionale, per chi prenota per tempo, si può concordare anche una cena». A dire il vero, c’è chi prenota pure per aver un tavolino assicurato a pranzo (il numero è 0258109707), magari condividendolo con un commensale di passaggio, pratica che disturba in localoni da millanta coperti, ma che qui, tra pochi intimi, diventa buona occasione di conversazione. Una professionista capitata nel nostro tavolo ce lo dice testualmente: non capita spesso, ma quando è qui in zona viene a mangiare da Nadia, per riassaporare la felicità golosa e amichevole di una pausa pranzo altrove scandita da cronometri fin troppo precipitosi.
(da Libero, giovedì 20 novembre 2008, pag. 51 Milano)
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Sunday, February 25th, 2007
Che a Mantova e nel mantovano si mangi gran bene, come dire, sapevamcelo. Però, ogni tanto, non è sbagliato ricordarlo. Ci sono il Pescatore a Canneto sull’Oglio, e l’Ambasciata a Quistello, d’accordo: però non vanno dimenticati l’Aquila Nigra della stessa Mantova e il sottovalutatissimo Pietro di Castiglione delle Stiviere. E, ultimo ma non ultimo, Al Bersagliere, a Goito.
Quello dei coniugi Ferrari non è un nome “mediatico”, urlato in riviste e trasmissioni televisive. Eppure, come quegli altri “Pierini” che sono i Bertinotti di Borgomanero (che, non a caso, tra di loro hanno un Piero) e i Penati di Viganò Brianza (idem…), i Ferrari sono a capo del loro bellissimo locale sul Mincio da tempo immemorabile. Loro (e gli altri citati prima) sono simbolo d’una grande ristorazione di tradizione che si attualizza e si aggiorna, stando costantemente al passo della modernità . Roberto Ferrari è uno che, in cantina, non ha timore di tenere un Carlo Zadra accanto ai più ricchi Champagne. E Silvana, in cucina, regala grandi emozioni anche oggi (e dico proprio oggi: ho avuto la fortuna di pranzare lì).
Se i pani fatti in casa, né troppi né pochi, sono esemplari per la bontà , il benvenuto, ossia il “Saluto della cucina”, è uno stuzzicante piccolo vitello tonnato. Si apre la carta, e si rimane commossi dalla grandezza della cucina mantovana, una cucina di pianura ma anche di fiume (il Mincio è lì dietro), impreziosita da ricette estemporanee d’assoluta goduria. Se volete andare sul semplice, optate per il culatello, il salame mantovabno, il lardo casalingo con la loro giardiniera. Per i raffinati, ecco il fegato grasso d’oca leggermente affumicato con marmellata di zucca (eccotela!), zenzero e cioccolato Saothome. Per chi vuol star leggero, “crudo e cotto” di gamberi con melanzane, pomodoro e citronnette. I lussuriosi potranno buttarsi sull’imperiale godimento d’un uovo in camicia con tartufo nero di Norcia e salsa di fegato. E gli amatori si appagheranno con una stupenda, inimitabile anguilla marinata con insalata e scalogno, roba che da nessuna parte la mangi così, nemmeno al Porto di Moniga del Garda, che per certi versi è forse il miglior ristorante d’Italia (a pari merito con uno, o due altri) per il pesce d’acqua dolce.
E i primi? Grande mantovanità con gli agnolini in brodo di gallina, e coi superbi tortelli di zucca con mandorle e pistacchi. Ammicchi ittici coi paccheri Setaro con calamaretti spillo all’inzimino. E grande, semplicemente grande cucina d’una volta col risotto mantecato al carciofo spinoso ligure con ragù di creste di gallo: un piatto da non lasciar lì solo soletto sul menu, e da far concretizzare davanti a voi nella sua bella scodella.
Secondi? Eccoli qua: anatroccolo al marsala con prugne, patate e pancetta stufata (evviva la cucina gonzaghesca, quella che certi fighetti da happy hour e da finger food non sanno nemmeno cosa sia); piccione novello all’olio essenziale di rosmarino; leggeri, soavissimi scampi al forno con olio d’oliva e insalata di spinacini; tradizionale, imperdibile luccio in salsa alla mantovana (con capperi e acciughe) e polenta; inattesa, coinvolgente, incisiva frittura di baccalà (polpette fritte del medesimo, ripiene di cipolla bianca francese, capperi e acciughe di Sciacca) con gocce di panzanella.
Onestamente, non ho preso dolci (dovevo correre al lavoro: oggi, grazie a Prodi, si lavora anche a Libero…): dal sito web, vedo comunque nomi ingolosenti (millefoglie croccanti con tiramisù, granella di torrone morbido, glassa al miele e rhum).
Cantina, come dicevo, ampia e ricca, molto bella; servizio puntuale, gentile, preciso. Non pensate di cavarvela con meno di 90-100 euro (senza vino): ma chi ha il coraggio di recriminare?
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