Monday, May 11th, 2009

Ecco il Mac Dario del Cecchini di Panzan: un piattone con un medaglione di carne tritata lievemente coperta di pangrattato. La cottura è a piacere del cliente, ma qui giustamente piace l’hamburger (perché di questo a tutti gli effetti si tratta) un po’ rosa.
E non c’è solo questo. Accanto, meravigliose patate arrosto, quelle vere, con aglio ed erbe. E a corredo, una manciata di ottima cipolla rossa, che a Dario piace parecchio e che ci sta benissimo. Ciò che non ho immortalato nella mia foto sono le salse. C’è la mostarda mediterranea di peperoni, a cui ho già dedicato qualche cenno. C’è il ketchup del Chianti, salsa di pomodoro che col ketchup vero e proprio ha poco a che fare, ma che è eccellente. E c’è la sublime senape fatta in casa, tutta naturale, da una ricetta della famiglia di Kim, la bionda e simpatica fidanzata americana del Cecchini. Una delle migliori senapi che si possano gustare in giro.
Tutto questo popò di roba vien via per 10 euro, acqua compresa. Aggiungendone 3, si ha diritto a un quartino di vino rosso del Cecchini. Con 2 euro, ecco la buonissima torta all’olio (ne parlerò) e il caffè alla moka. E con altri 2, avrete i liquori e i distillati dell’Istituto Chimico Farmaceutico di Firenza.
Il Cecchini, una volta di più, ci ha preso. Ha chiamato un amico.

Dante Bernardis, friulano doc, anima del Blasut di Mortegliano (Udine): un furetto simpatico, compatto, simile in più d’un tratto all’amico Adriano Liloni. Lui è “il capofficina” della bistecca (lo vedrete), ma dà volentieri una mano anche al Mac Dario, col suo savoir faire.
Ed ecco il risultato.

Al Mac Dario non ci vanno solo gl’immancabili turisti, ma anche operai, elettricisti, passanti casuali. Tutta gente che vuol mangiar bene con poca spesa.
E ricordo che con 20 euro c’è il menù cosiddetto “dell’accoglienza”: un’abbondante serie di assaggi dei prodotti più rappresentativi della Macelleria Cecchini.
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Tuesday, May 5th, 2009

Sono stato a mangiare anche a Castellina, che credevate? A dirla tutta, mi sono intristito non poco, scoprendo che il Gallopapa, ristorante stellato che apriva le porte sulla magnifica via delle Volte, oggi non esiste più. Ne avevo parlato, ricordate? Ora al suo posto ci sarebbe un wine bar, che però non ho provato.
Fortunatamente, è rimasta al suo posto l’Antica Trattoria La Torre dei signori Stiaccini, proprio sulla bellissima piazza del Comune (o piazza Umberto, a seconda). Pure questa ve l’avevo già raccontata, ma quest’anno ci sono ritornato, apprezzandola nuovamente.
E’ un posticino carino, di simpatica rusticheria. L’ambiente è caratterizzato da pentole e ramaioli appesi ovunque, fotografie, vecchi manifesti, attestati di partecipazione che testimoniano la lunga attività della famiglia Stiaccini nel campo della buona cucina.
Cucina di tradizione: il menù, a parte qualche piccola intrusione, è integralmente devoto alla toscanità. Non aspettatevi rivisitazioni o mirabolanze: alla Torre trovate una cucina di onesta soddisfazione, ammannita a prezzi anch’essi oltremodo onesti (non sono aumentati rispetto all’altra volta, si sta sempre sui 35 euro per il pasto completo, che peraltro non ho fatto perché ho saltato il dessert).
Si può partire con l’antipasto della casa, coi salumi di cinta oppure con un classico.

I crostini di milza e fegatini al Vin Santo, di debita fedeltà ai canoni, stuzzicanti e ghiotti, rispettosi delle buone maniere chiantigiane, azzeccati.
Tra i primi piatti ho fatto una scelta “di campo”.

Gli incantevoli pici sul piccione, che sono come dovrebbero essere (e tanto spesso non sono) in ogni trattoria tosca che si rispetti. La pasta è di buona qualità, il ragù è preciso, ben fatto, del giusto equilibrio. In sintesi: un bel piatto. Ma c’erano anche pappardelle sul cinghiale, ravioli con tartufo marzolino del Chianti e varie zuppe, tra cui la Carabaccia di Castellina, purtroppo non disponibile il giorno della mia visita (la sera di domenica 26 aprile).
E per secondo? Dovevo farlo.

Trippa alla fiorentina. Guai a venire in Toscana senza assaggiare la trippa. E questa della Torre l’assaggio lo merita, eccome. Vellutatissima, ben calibrata. Ma in alternativa ci sono pure gli arrosti “girati” sullo spiedo, le griglie, gli umidi (stavolta non c’era il “rifatto”, ma mi sono consolato con la trippa).
Dolci non ne ho presi, mea culpa.
Appunti: in un angolo del ristorante, di fronte alla cassa, c’è un tavolo apparecchiato con tovaglia cartacea, dove la numerosa famiglia dei titolari mangia durante il servizio. Ovviamente ognuno è padrone a casa propria, ma vedere quel tavolo apparecchiato così fa un po’ specie, in mezzo a tutti gli altri. Peccato veniale. Più grave è invece il fatto che la carta dei vini, discreta e con parecchie bottiglie chiantigiane, non dia lumi sulle annate. Ma perché?
Comunque, alla Torre si sta bene, e si mangia toscano davvero. Sosta consigliata.
Antica Trattoria La Torre
P.zza del Comune
Castellina in Chianti (Siena)
Tel. 0577740236
Chiuso il venerdì
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Monday, May 4th, 2009

Rieccomi qui, nuovamente a raccontare le ghiotte esperienze toscane. In attesa del resoconto approfondito delle mie sortite da Dario Cecchini, che richiederanno numerosi post e, lo sento, susciteranno numerosi commenti, potete gustarvi anche molto altro. Per esempio, la cucina del corsaro baffuto qui sopra: si tratta di Paolo Tizzanini, chef e gran patron dell’Osteria dell’Acquolina a Terranuova Bracciolini (Arezzo). L’avevo conosciuto l’anno scorso a Pietrasanta, e da allora mi ero ripromesso di fare una comparsata nella sua ruspante osteria, uno dei punti di riferimento del Valdarno culinario. Sicché, eccomi piombare all’Acquolina la sera di sabato 25 aprile.
Non cercate il posto sui navigatori satellitari, non lo trovereste mai. Andate all’ingresso del paese, poi svoltate in direzione di San Giustino Valdarno e seguite i cartelli per la trattoria. A un certo punto, dovrete svoltare a destra: la strada si farà sterrata, e sarete immediatamente in un altro mondo. Il mondo della campagna, della terra magnifica di quest’angoletto di Toscana da cui tutti passano con l’autostrada, ma che spessissimo sfugge al mordi e fuggi del turismo.
Tizzanini ha aperto l’acquolina circa dieci anni fa. Con lui c’è la dolce moglie Daniela, che ha in appalto il comparto dei dolci. Il resto lo sovrintende Paolo, che più che cuoco è il vostro angelo custode nel percorso del gusto. Anzi, Oste Custode: lui e Beppe Bigazzi, che abita poco lontano e si fa vedere spesso qui, hanno ideato questo “marchio-associazione” che contraddistingue locali ove la figura dell’oste sia davvero riconoscibile, coinvolga la famiglia e onori il territorio proponendo ricette e, soprattutto, prodotti e materie prime del luogo. Da Paolo, tanto per dirne una, non si trovano cochecole e bibite del genere, mentre vanno fortissimo le verdure coltivate poco lontano. Tizzanini del resto accarezza l’idea di creare un’orteria, un’osteria che serva in tavola legumi e contorni coltivati personalmente nel proprio orto.
In attesa di questo traguardo, diamo un colpo di forchetta ai piatti veraci, antichi, sapidi che qui vengono imbanditi, a prezzi onestissimi (35-40 euro tutto compreso, più una bottiglia scelta in un assortimento di grande fascino). Per esempio, è masochistico rinunciare all’antipasto della casa, strutturato in varie piccole portate. Stando attenti a non scofanarvi eccessivamente di pane a legna e di schiacciata alle olive d’una bontà traditrice, ecco il primo assaggio.

Sformatino di carote e finocchi (di orti locali, una piccola meraviglia) e polpettone toscano con la crema di patate. Già si è contenti con questo piccolo benvenuto, realizzato con leggerezza, gran cura e pari felicità di risultati.
Poi le danze continuano.

Parmigianina di melanzane dolcissima, anche qui con verdure da primo premio. A destra, crostino di lardo (come ci tiene a specificare l’oste, non è quello di Colonnata ma quello di queste parti: ricordiamo che in zona la tradizione norcina è assai ricercata, e così pure nel non lontano Casentino), e in alto il ben noto crostino toscano nero, quello fatto col “quinto quarto” e che abbiamo imparato a detestare, nell’interpretazione di cuocastri faciloni a uso turistico. Ovviamente qui è tutto diverso, a cominciare dallo stupendo pane impiegato, fino alla maschia ma dolce “peposità” del ragù.
Tutto qui? Ma figuriamoci.

Fagioli toscanelli (gli zolfini, vanto di casa, in questo periodo non ci sono) con cipolle e olio su fetta di pane. Qui in Toscana chiamano “zuppa lombarda” la mestolata di fagioli e olio buttata su una fetta di pane. Se siete lombardi e non sapete di che si tratta, non fa nulla. Era una ricetta che, pare, venisse imbandita agli operai lombardi che costruivano le ferrovia negli ultimi vent’anni dell’Ottocento in Toscana. In Lombardia, poveri noi, non mangiamo fagioli in così tante varietà. E che ci perdiamo!
Ma andiamo avanti col quarto e ultimo antipasto.

La pappa col pomodoro, roba da mandare in visibilio un redivivo Gianburrasca. Anche qui, i pomodori sono toscani: maremmani, per la precisione. La ricetta di Paolo la trovate sul sito internet del locale, ma voi, per farla buona così, dovete come minimo procurarvi ingredienti superlativi. Evviva la Toscana a tavola.
Come primo piatto, non mancano le alternative: gnocchi di ricotta con pepe e pecorino; tagliolini sul coniglio; risottino con menta e zucchine; pici alla scamerita di maiale. Io ho scelto un must.

Tagliatelle al ragù di Chianina. La pasta, d’un giallo abbagliante, è fatta in casa, morbida ma soda, porosissima, perfetta per abbracciare un sugo di rara ma terragna finezza, non pesante ma corposo, ghiotto, perfetto.
Pure i secondi piatti escono dal libro dei ricordi: anatra in porchetta; bistecca alla fiorentina; coscio di maiale arrosto; rosticciana di maiale. Io mi sono lasciato ancora una volta suggestionare dall’ “antichità” di una ricetta.

Lo stufato alla sangiovannese. L’allusione, nemmeno a dirsi, è a San Giovanni Valdarno. Qui la carne in umido stufata per molte ore si fa ancora così, e usando una bestia giusta, tanto buon vino e il miglior olio si può anche sperare di trarne un piatto come riesce a Paolo: mostoso, profumato, tenero (si mangia col cucchiaio), eccezionale.
I dolci non li ho fotografati, ma garantisco che Daniela fa una zuppa inglese da ovazione.
Il menù è a voce, ma fuori, com’è giusto, sono esposti i prezzi di tutte le tipologie di piatti serviti. Il servizio è celere e simpatico, l’atmosfera del ristorante è accogliente, casalinga. E Paolo è un oste coi fiocchi, che guida con passione i clienti alla scoperta dei sapori della campagna della Valle dell’Arno. Una sosta è caldamente raccomandata.
Osteria dell’Acquolina
Loc. Paterna, 96
Terranuova Bracciolini (Arezzo)
Tel. 055977497
Chiuso lunedì e martedì
Aperto solo la sera (ma voi telefonate e chiedete per sicurezza)
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Thursday, August 14th, 2008

Piacevole sosta lunedì sera a Pietrasanta (Lucca), altro bel ricordino legato alla mia giornata alla Versiliana. Dopo l’incontro al Parco, condotto dall’amico Fabrizio Diolaiuti, personaggio estroso e ribollente di idee, e dedicato alla moda in cucina, siamo andati tutti a concederci una cenetta. “Tutti” significa tutti gli ospiti dell’incontro: Beppe Bigazzi, fantastico per la cattiveria e il divertente vetriolo; Paolo Tizzanini, l’oste-patron dell’Acquolina a Terranuova Bracciolini (Arezzo); Davide Cassi, il simpaticissimo fisico teorico della cucina molecolare; Roberto Bernabò, vicedirettore del Tirreno; Eleonora Cozzella, special guest graditissima. Fabrizio ci ha portato tutti al Posto. Si chiama proprio così: Il Posto. Ed è, perdonatemi il bisticcio, un posticino delizioso.
Piace l’ambiente rustico e moderno, disposto su due piani. E francamente, mi è piaciuta pure la cucina, nonostante la circostanza particolare. Qui si mangia pesce.
Il pane, coerentemente con la tradizione di Pietrasanta, non è “sciocco” ma salato, e mi è piaciuto assaporarlo (a piccole dosi) con un filo d’olio di Valgiano. L’oste ha fatto alcune proposte a voce, vista la particolarità dell’occasione. Ho scelto, come antipasto, una buona passatina di mais con la pescatrice, dalla vasta tendenza dolce, con un pizzico di piccante. Anche meglio, come primo piatto, gli spaghetti alla chitarra con le arselle, il mollusco locale più semplice e glorioso. Preparazione lineare, accalappiante nella sua elementare sapienza di sapori, con le arselle delicatamente enfatizzate dal condimento giudizioso con poco olio.
Di secondo, un piatto per tutti. Un’ombrina pescata (non d’allevamento) al forno, con accompagnamento delle verdure dell’orto di Simone, il govane patron. Ho saltato il dolce, ma le alternative erano interessanti, e anzi Eleonora Cozzella mi ha imposto un assaggio del suo semifreddo di farina di castagne (la farina va bene, come abbiamo sentenziato dopo lungo dibattito sulla stagionalità…).
Da bere, una piacevole bottiglia di Re di Renieri 2004.
Sbirciando sul menù scritto, ho dedotto che per quattro piatti si spendono circa 45 euro a testa, per mangiare un pesce senza trucchi. Ci tornerò a provare qualche ricetta più elaborata.
Il Posto
Piazza Carducci, 12
Pietrasanta (Lucca)
Tel. 0584791416
Aperto solo la sera; venerdì, sabato e domenica anche a pranzo
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Tuesday, August 12th, 2008

Ed eccomi, sono tornato dopo una bella giornata in Versilia. Invitato da Fabrizio Diolaiuti a parlare di moda in cucina assieme a Beppe Bigazzi ed altri amabili interlocutori in quel di Pietrasanta (Lucca), ne ho approfittato per fare qualche assaggino gastronomico all’andata e al ritorno.
Il primo me lo sono concesso durante il viaggio di discesa. Mi sono fermato a Villafranca in Lunigiana (Massa-Carrara), alla ricerca di quella cucina lunigianese che è tra le più affascinanti d’Italia. Meta: la frazioncina di Mocrone, sulla via Francigena, nella Locanda Gavarini, già meta di pellegrini vogliosi di ristoro, scoperta grazie alla provvidenziale guida delle osterie di Slow Food. All’inizio, non la trovi subito: è in fondo alla minuscola frazione, niente più che un gruppetto di case in mezzo al verde, raccolte intorno alla chiesa.
Arrivi all’ora di pranzo, e hai subito la sensazione del posticino famigliare, senza pretese, ma con la sua eleganza. Questa Locanda fa fede al suo nome, e ha cinque camere perfette per chi voglia un soggiorno tranquillo. Al mio arrivo, la padrona sta parlando con una turista anglofona, che richiede un lettino speciale per il suo bambino. Professionalmente, la accontenta. Intanto, vengo accompagnato in una delle sale ristorante. Agli altri tavoli siede un pubblico ben misto.
All’inizio, ho un piccolo presentimento che mi indispone un poco. Vedendo arrivare i piatti degli altri mi assale una sensazione. Una sensazione che avrà sbocco nel sentire il cameriere elencare il “menù del giorno”, composto da penne all’arrabbiata, tortiglioni alla siciliana, scaloppine al vino bianco. Dentro di me penso: “Eccomi all’ennesimo posto dalla cucina a due facce”.
Fortunatamente, questa previsione (e il terrore) finisce subito: il cameriere viene da me, e mi domanda gentilmente se preferisco il menù del giorno o i piatti alla carta. Tirando un sospiro di sollievo, opto per i secondi. Sono sempre più contento nel contemplare l’arrivo, assieme al menù, di una carta dei vini decisamente ricca e variata (dopotutto, l’enoteca che c’è sulla strada là fuori è sempre di loro proprietà), anche se non berrò nulla a causa del viaggio e delle medicine che prendo.
Gli stessi motivi che mi spingono a un pranzo “formato ridotto”: antipasto e primo. Una recensione a metà, forse non del tutto esaustiva del locale, ma sufficiente a farmi dire che la guida di Slow Food ci azzecca. Ossia, che da Gavarini si mangia piacevolmente, e a prezzi che per un milanese vengono diritti da Marte.
L’antipasto misto è quello che mi ha immediatamente attratto. Da bravo milanese, la cucina lunigianese la conosco già grazie alla mediazione di Dorina Chionna, che ha sdognato barbotta e zuppe a decine di meneghini. E’ stato dunque un piacere riaccostarmi a questi sapori così autentici e caserecci. Anzitutto, sono arrivati gli sgabei: sono piccoli gnocchi fritti di pasta “cresciuta”, alcuni lisci e altri ripieni di una pallina di salsiccia. Con quelli semplici è un piacere gustare i salumi lunigianesi: fiocco di prosciutto, lonzino, mortadella nostrale (è il salame crudo della Lunigiana,a grana grossa), testa in cassetta. Una gioia per il palato è anche la rusticissima giardiniera di verdure fatta in casa, giustamente ricca d’aceto, molto “nonnesca” e stuzzicante. Non è ancora finita. Giunge al tavolo la tipica focaccia lunigianese, poi una farinatina coi fiori di zucca e, soprattutto, la torta d’erbi, gloria di queste montagne. Un buon antipasto, una piccola rassegna di gusto lunigiano.
Di primo, ci sono alternative interessanti (specie gli gnocchi al piccione), ma mi oriento su un vecchio amore: i testaroli col pesto. Graziano Pozzetto, romagnolo, grande studioso della cucina popolare e povera, dice che il testarolo è uno dei tanti fratelli inconsapevoli della piadina. Sarà anche una faccenda da poveri, ma la consistenza morbida e vellutata del testarolo è un’esperienza gustativa che riesce sempre a commuovermi a ogni riassaggio. Questi testaroli di Gavarini non demeritano: soffici ma concreti. Pure il pesto che li accompagna è di buona fattura, saporoso. Ma ora vi confesso una cosa: a me il testarolo piace anche al naturale, velato d’olio.
Secondi non ne ho presi, mea culpa: però ci ho visto pollo fritto e cinghiale in umido. Ho saltato pure i dolci.
Prezzo? 16 euro circa. A pasto completo, dubito si arrivi a 30. Mica male. Gavarini è un ristorantino tranquillo, che merita una deviazione lungo l’autostrada per l’onestà della sua cucina e dei prezzi. Spero di tornarci in futuro, per assaggiare anche i piatti forti e dare un giudizio più circostanziato. Adesso come adesso, mi limito a dire che è un posto che mi sembra consigliabile.
Locanda Gavarini
Loc. Mocrone
Via Benedicenti, 50
Villafranca in Lunigiana (Massa-Carrara)
Tel. 0187495504
Chiuso mercoledì (mai in agosto)
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Thursday, May 3rd, 2007
Dopo la rivoluzione, la restaurazione? No: semplicemente, dopo essere stato all’eccellente Gallopapa, ho voluto provare un locale di Castellina dedito alla cucina tradizionale. Un locale, a dirla tutta, che fa parte del trittico dei tre ristoranti “famosi” del paese (un altro è il Gallopapa, mentre il terzo, l’Albergaccio, non l’ho provato).
Si tratta dell’Antica Trattoria La Torre, in bella posizione sotto la rocca medievale, in una magnifica piazzetta. La famiglia Stiaccini lo conduce da molti anni, come si può vedere dai riconoscimenti esposti all’interno del locale: una sala grande, semplice, trattoriesca, con parecchi ammicchi allo stile popolare (una profusione di pentole di rame).
La carta dei vini allinea buone bottiglie giustamente toscane, anche se non menziona le annate. Il menù è in gran parte dedito alla tradizione locale, cui non contraddice affatto qualche inserzione di stampo turistico, peraltro trascurata dagli stessi turisti in favore delle pietanze più tipiche.
Svelti camerieri in grembiule si occuperanno di voi. Gli antipasti sono abbastanza numerosi, e prevedono pure assortimenti di salumi di cinta senese. C’è pure la semplice, quasi banale fettunta toscana, che si può fregiare di un pane ottimo e di un olio extravergine di grande carattere, com’è quello di Rocca delle Macie.
Primo piatto? Se amate la pasta, ecco i pici “sul coniglio” (dizione tipicamente toscana), che sono una vera schioppettata di sapori, pur rimanendo leggeri. Non manca una bella infornata di zuppe: particolarmente ghiotta e rimarchevole è la giamburraschesca pappa col pomodoro, da scegliere. Tra i secondi piatti, non manca il maialino di cinta senese alla griglia, per non dire del cinghiale, o addirittura il bollito misto (manzo, cotechino, gallina). E c’è il lesso rifatto, piatto “di recupero”, tipicamente senese, gagliardo ma dolce.
Non ho provato nessun dolce, ahimé.
Prezzo medio, sui 35 euro.
Antica Trattoria La Torre
P.zza Umberto, Castellina in Chianti (Siena)
Tel. 0577740236
chiuso il venerdì
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Wednesday, April 18th, 2007
In questo mondo, io ho fama di tradizionalista. E fin lì nulla di male. Ho però anche la tendenza a premiare chi sa cucinare bene mettendoci del fosforo, del cervello, dando un tocco personale regalando, nel contempo, la felicità profonda al cliente. Insomma, creativo o tradizionalista, rivoluzionario o reazionario, uno chef avrà sempre il mio plauso, se saprà dimostrare di lavorar bene e di saper fare il suo mestiere.
Venerdì sera, a Castellina in Chianti, ho trovato appagamento e felicità nella via delle Volte, uno spettacolare passaggio coperto medievale con tanto di panorama sulle colline chiantigiane. E’ proprio in questo vicolo unico, che si trova il ristorante Al Gallopapa: due salette a botte antichissime, romantiche, coccolose, accoglienti coi loro tavoloni di legno e l’apparecchiatura elegante e sobria. A ricevervi, una piccola squadra di gentiluomini in giacca e cravatta: sono solerti a condurvi al posto, portandovi la carta delle acque minerali. Poi, ecco la carta del cibo: il cuoco Tiziano Amoroso porge una linea creativa con simpatici, molto gradevoli azzardi. Insomma, osa Amoroso, e con buoni risultati, tali da meritarsi una stelletta da parte degli ispettori Michelin. Si parte con un piccolo preantipasto multiplo, comprensivo di più assaggi: ricordo con particolare piacere una composta di melanzane e burrata. Intanto, il pane è ottimo, di 5 o 6 tipi, con la versione al cavolo nero ad eccellere.
Antipasto? Opto per la tartara di manzo con bottarga di pollo e crema di patate alla fava tonka. La bottarga di pollo sarebbe nientemeno che il tuorlo dell’uovo, marinato per molte ore e lasciato solidificare, poi messo nel piatto accanto alla tartara, di cui solitamente è ingrediente. Tiziano fa così, spiegano i camerieri, per rendere più leggero il piatto, anche per la minore quantità del medesimo tuorlo. In ogni caso, quale che sia la ragione, il piatto è ottimo, gustoso, leggiadro, ben amalgamato con la crema di patate. Di primo piatto, vado direttamente sugli gnocchi di semolino con finocchiona, sorbetto di fave e fonduta di pecorino. Il sorbetto di fave, a dire il vero, è piuttosto superfluo, e non aggiunge né toglie molto a una portata ghiotta: la finocchiona è stratificata abilmente nelle lasgne di gnocchi, e l’abbinamento col pecorino è un caldo abbraccio. Ma il piatto migliore deve ancora venire: è la sublime arista di maiale in crosta di germe di grano, fagiolini e indivia all’arancia, che per fortuna mi è venuta voglia di ordinare (all’inizio avevo scelto solo due portate). Un piatto musicale, armonico, d’una eleganza senza pari, d’una precisione leggera, ispirata, sensuale. Da manuale. Salto il dolce, perché reduce, nel pomeriggio, di vari assaggi da Falorni, e pago. Chi prende due portate, paga 40 euro; chi ne sceglie 3, 55 euro: complimenti all’oculatezza. Oculatezza che si vede anche nella carta dei vini: qui, spiegano, sono allergici alle mezze bottiglie, ma il vino viene fatto pagare a consumo. Sicché, mi sono bevuto il Chianti Classico Riserva Villa Cafaggio 2001 (in carta a 39 euro) senza riuscire a finire la bottiglia, ma pagandolo di meno. Mi sento di fare dunque i complimenti ad Amoroso e al suo staff, in grado di regalare attimi d’intenso piacere con una cucina estrosa ma non velleitaria, e gustosissima.
Al Gallopapa
Via delle volte 14/16, Castellina in Chianti (Siena)
Tel. 0577742939
Chiuso lunedì
Carte di credito: tutte
ERRATA CORRIGE: Tiziano Amoroso non è il cuoco, ma il proprietario del ristorante. Il maestro cuciniere è Fabio Ugoletti, cui vanno i complimenti.
Aggiornamento: il Gallopapa ha chiuso a fine 2008. Ci mancherà.
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