Checco er Carrettiere: prezzi da rivedere, ma Roma è qui

Friday, January 25th, 2008

Checco er carrettiereNon solo Ghetto, nella mia epifania romana pre e post esame. Sono andato anche a Trastevere, zona “ggggiovane” della Capitale, ricca di interessanti birrerie e ristoranti. La mia meta, più che i locali giovanilisti, era però un’altra: Checco er Carrettiere. Si tratta di una trattoria famosissima, annosissima, frequentatissima da personalità di ogni genere. Era da parecchi anni che volevo farci una capatina, giacché i miei referenti (compresa la più recente edizione della Roma del Gambero Rosso) parlano di una cucina romana di esecuzione verace e curata, per nulla influenzata dal via vai dei clienti più o meno affezionati. Ciò di cui i referenti parlano meno, sono i prezzi. Sulle guide, di solito, si dice che da Checco si spendono circa 40 euro a persona. Ebbene: lunedì a pranzo per 3 portate e acqua ho speso 66 euro. Non è esattamente la stessa cosa. Inflazione al galoppo?
La cosa è incresciosa, perché da Checco non si esce delusi. Perlomeno, si esce con la sensazione di aver speso un po’ di più del dovuto, ma non con quella di aver buttato i soldi. Perché la famiglia Porcelli, che diamine, sa cucinare. Checco è un po’ l’omologo romano del milanese Matarel, per fascia di prezzo. In più, rispetto al Matarel, ha le carte di credito, il menù scritto (a dire il vero ce l’hanno anche a Milano, ma non sempre lo mostrano se non lo chiedi) e, soprattutto, una scelta di vini decisamente ricca e curata, con buone proposte a bicchiere e anche alcune mezze bottiglie.
I camerieri sono simpaticamente capaci, e smistano i piatti in un ambiente grande, folcloristico, ricco di trecce d’aglio (ce n’è più di 30 appese al soffitto), diplomi e menzioni d’onore, richiami alla romanità e soprattutto tante, tantissime foto delle celebrità che si sono sedute ai non distanziatissimi tavoli. Il più famoso è senz’altro Trilussa, ma negli anni non sono mancati Robert Mitchum, Ezio Greggio, Franco Franchi, Ennio Morricone, Federico Fellini, Aldo Fabrizi. Il bello è che la cucina, lungi dal “sedersi” o dal trasformarsi in caricatura, si è mantenuta fedele alla tradizione senza eccessi scomposti.
Checco er carrettiereSul menù, introdotto da una simpatica poesiola romanesca, c’è tutto quello che ci si aspetta dalla romanità. Da Checco ci ho fatto due pranzi, che racconto nel dettaglio. Il lunedì ho voluto fare il giro della cucina a tutto campo, e quindi son partito col fritto alla romana (18 euro). E che c’era nel piatto? Due supplì di fattura piacevole. Accanto, due fiori di zucca: uno leggero e croccante (per friggere, dichiarano, usano solo ed esclusivamente olio extravergine di frantoio), l’altro un poco unto ma sempre saporito. Buono e leggero pure il carciofo fritto, ma stranamente freddo all’interno. In buona sostanza, un fritto buono ma perfettibile, specie a questo prezzo.
La piccola delusione scompare coi primi: tutte le paste che tanto piacciono a Roma. I bombolotti alla Gricia, giustamente ben conditi, si sono tuttavia rivelati nient’affatto ingombranti o indigesti, mantenendosi nell’alveo di un corposo, ruspante e soprattutto saporoso equilibrio. Il giorno dopo niente antipasto, salto direttamente al primo: spaghetti alla carbonara, riusciti esattamente come si vorrebbe che fossero in tutta Roma. Perfetta la consistenza dell’uovo, stuzzicante il maiale (buona materia prima), giusta la spolverata di pecorino, azzeccatissima l’ideuzza di pepe che completa il piatto. Una carbonara da libro di testo, esemplare per la fedeltà alla ricetta più canonica. Ma i primi del Checco non sono solo questi: ci sono bombolotti all’amatriciana; i leggendari spaghetti alla carettiera (con una “r”), con porcini, tonno e qualcos’altro che mi sfugge; le fettuccine caserecce al sugo di carne; gli gnocchi al giovedì; i dischi volanti (ravioli di carne) e altro.
Piatti forti? Qui c’è del pesce freschissimo (niente congelato per scelta, si legge sui cartelloni), ma c’è pure la tradizione romana. Il lunedì mi sono preso una monumentale coda alla vaccinara: gentile, composta, profumata, ghiotta. Il giorno dopo, bracioline d’abbacchio impanate coi carciofi: il trionfo della cibaria umile e popolare, ch’è un piacere mangiare con le mani, magari scottandosi come nel più celebre scottadito. Ho saltato ambedue le volte i dolci, che comprendono cose come la crostata di visciole o il tiramisù. Durante il primo pranzo non ho bevuto vino, mentre il giorno successivo, anche per festeggiare l’esito dell’esame, mi sono concesso un bicchiere di San Leonardo 1999.
Notarella: il pane (il bianco è fatto in casa, quello scuro è quello famoso di Lariano) costa 5 euro, che vengono ridotti a 3 se sei un avventore single. In compenso, è abolita qualsiasi percentuale di servizio.
Che dire, alla fin della fiera? Che da Checco si mangia bene alla romana, senza delusioni, con la certezza di fare un tuffo nella tradizione. Certo, in città ci sono locali che offrono la stessa cucina facendola pagare anche molto meno. Però non mi sento di sconsigliare Checco, anzi: una volta tanto, penso che pranzarci sia addirittura doveroso. I Porcelli ci sanno fare, e difficilmente uscirete pensando di aver mangiato male.
Oltretutto, è un indirizzo sicuro perché non chiude praticamente mai.

Checco er Carrettiere
Via Benedetta, 10
Roma
Tel. 065800985
Non chiude mai

Ah: qualora a qualcuno interessasse, sono contento che i comunisti siano finalmente andati a casa.

Il re del Ghetto ha la sua Taverna: sua maestà il carciofo

Thursday, January 24th, 2008

Carciofo alla giudia della Taverna del Ghetto
Rieccomi a pieno servizio. Il fatto d’aver dovuto fare l’esame di giornalismo a Roma mi ha consentito alcune sapide escursioni nel mondo gastronomico capitolino. L’Ordine dei Giornalisti si trova sul Lungotevere de’ Cenci, il che significa anzitutto una cosa: si trova in pieno Ghetto, a due passi dalla monumentale sinagoga. Il Ghetto è un quartiere molto suggestivo. Alloggiando qui, per andare alla sede dell’Ordine a sentire gli esami (e a fare il mio) l’ho attraversato quasi tutto alcune volte, inebriandomi di quell’atmosfera che si può trovare soltanto a Roma, tra vecchie case, vicoli, chiese annose. Nel Ghetto ci ho anche mangiato. Invece che al Piperno (peraltro chiusissimo il lunedì) o al Giggetto (turisticamente molto inflazionato), la sera prima dell’esame mi sono concesso una saporosa cenetta nella Taverna del Ghetto. Mi è venuta in mente subito perché sul newsgroup it.discussioni.ristoranti (che leggo molto spesso pur non scrivendovi) ricordavo un thread ove un utente magnificava l’onestà di questo indirizzo, anche nei prezzi.
Devo dire che “il cuggino di nico” ha ragione quando parla bene della cucina di questa simpatica tavernetta (che piace pure al giornalista Antonio Scuteri, nonché a Lorenzo Cairoli). Ci ho trovato piatti sapidi e concreti della tradizione giudaico-romana, senza pesantezze di sorta. Ci sono andato sul presto, attorno alle 19.30: ebbene, anche a quell’ora c’erano clienti. Soprattutto ebrei stranieri, ed è facile intuire il perché: la cucina della Taverna segue alla lettera i dettami kosher (o kasher), vini compresi (una lista non lunghissima e senza annate, ma neppur malvagia). Il locale è carino, né antico né moderno, con volte mattonate, tavoli un po’ troppo vicini e quadri d’ambientazione ebraica misti a foto della vecchia Roma. Il servizio si è dimostrato cordiale e simpatico, senza perdere la necessaria professionalità. E la cucina, come dicevo, si è disvelata nella sua semplice ghiottoneria. Visto il luogo, era inevitabile partire col carciofo alla giudìa, autentico monumento della gastronomia romana: carciofi di tipo mammola, gaudiosamente fritti e imponenti secondo l’antica ricetta. Ho scelto dunque un carciofo, e l’ho accompagnato a un’altra gloria capitolina, i filetti di baccalà. Nella foto sopra, potete vedere un piatto abbastanza simile a quello che ho preso io: la differenza è che lì fanno capolino pure i supplì di riso, che io invece non ho ordinato. Tornando a bomba, il carciofo era da manuale: giusta cottura, giusta croccantezza, giusta consistenza, giusta dose di sale. Pure i filetti sono stati splendidi nella loro leggerezza, ben lontana dalla lutulenza pachidermica che spesso si riscontra in questa preparazione. Mi viene da ridere al pensare che qualcuno ritenga la cucina kosher un regime alimentare caratterizzato unicamente da rinunce. Provate il carciofo e i filetti fritti, e ditemi un po’ se esprimono rinunciataria mestizia o non, piuttosto, un godurioso appagamento sensoriale. Ma chi non gradisse i fritti, avrebbe a disposizione un’ampia teoria di antipasti: il tegamotto con aliciotti e indivia; la concia di zucchine; l’assortimento di salumi kosher; il paté di fegato all’ebraica.
E questo è niente, perché si passa ai primi, le portate fondamentali della Città Eterna. Essendo il maiale bandito dai precetti religiosi dell’ebraismo, qui l’amatriciana (bucatini, vivaddio) viene ammannita senza guanciale, ma con un sugo di vitella. Io l’ho scelta, e ne ho apprezzato la carica gustativa non troppo inferiore alla ricetta originale, oltre all’estremo equilibrio del sugo. E se qualcuno volesse la carbonara? Qui c’è la versione “a modo nostro”, con zucchine romanesche e, di nuovo, dadini di vitella. Altri piatti? Le fettuccine al ragù di stracotto, o le mezzemaniche ai broccoli e salsicce di manzo kosher, o ancora i tonnarelli al baccalà, pomodorini e olive nere.
Non ancora sazio, mi butto sui secondi per provare le capacità dello chef a tutto campo, e opto senza il minimo indugio per la coratella d’abbacchio ai carciofi. Chi ha in uggia frattaglie e “quinto quarto” per ragioni pregiudiziali, si faccia convincere a provare la coratella ai carciofi: cambierà idea, se è capace di abbandonare il suo pregiudizio. Qui alla Taverna la fanno pure bene: che volete di più? Ma anche gli altri secondi sono sembrati interessanti: frittura di cervella e carciofi; ossobuco all’ebraica; lingua all’ebraica; baccalà “alla vecchia storia” (gratinato con pinoli, pomodori e passerine) abbacchio ajo e erbetta. Salto i dolci (come pure il vino) e mi alzo decisamente soddisfatto per la cena. Pago il conto: non più di 40 euro. Un prezzo onesto se si considera quello che si può rischiare di spendere nella zona e anche in certi locali di Trastevere (ne parlerò): la boa dei 60 euro da queste parti si doppia senza difficoltà. Per un pranzo senza vino, ipotizzate dunque una spesa di 45-50 euro, con tanta voglia di tornare. Non so come sia l’atmosfera del locale pieno. Ma se riuscite, andateci sul presto come ho fatto io.
Evviva il carciofo.

La Taverna del Ghetto
Via del Portico d’Ottavia, 8
Roma
Tel. 0668809771
Chiuso venerdì sera e sabato a pranzo