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Da Tonino Bassetti, la trattoria romana de Roma

Foto di Da Tonino, Roma
Questa foto di Da Tonino è offerta da TripAdvisor

Pur evidentemente scattata in altri periodi climatici e stagionali, trovo che questa foto di Tripadvisor sia altamente esplicativa di quello che sto per raccontarvi. Una trattoria con l’acqua già in tavola, coi tovaglioli di carta e le posate nei cestini. Anatema del fighettone, senz’altro. Ma la sostanza conta più di questi dettagli. Lo sa bene il mitico Fabio Cagnetti, simpatico romano godereccio ancorché asciutto e scheletrico, che su Dissapore ha decantato la pasta coi broccoli che si mangia in questo buchetto senza insegna, in pieno centro a Roma, a due passi dallo struscio di piazza Navona e da tanti locali senza arte, parte e senso.
In realtà la Trattoria Bassetti, detta Da Tonino, non è proprio invisibile: sulla sua porta, una vetrofania ci informa che qui troviamo “Cucina Romana”, con le maiuscole, e che qui non si accettano carte di credito. Poco male, visto che l’investimento economico non è proprio da rovina. Voi entrate, cercate di sedervi (ahinoi non accettano prenotazioni) e preparatevi a una full immersion nella romanità più verace.

Grappolo d’Oro, carbonara eterna

Spaghetti alla carbonara - Grappolo d'Oro
Roma, la Città Eterna di una Cucina Eterna. Una cucina forse non di primati, ma senz’altro di primi piatti. Nelle dispute giornalistiche e bloggeriane, tengono banco i dibattiti sulla mitica triade delle paste romane: carbonara, amatriciana, cacio e pepe. Nessuna delle quali nata a Roma, ma tutte adottate con gioia dal Campidoglio gastronomico, che le tiene in gran conto come figlie predilette. Al punto che piatti altrettanto ghiotti, come le fettuccine alla romana col sugo di rigaglie di pollo, oggi sono assai meno noti.
Per avere un’idea probante della pasta alla carbonara, Roma ci offre alcuni indirizzi di sicuro valore. L’ultimo provato è a un passo dalla caciara (purtroppo solo figurata) di Campo de’ Fiori, bellissima piazza uccisa dal turismo di massa e non solo.
Piazza della Cancelleria. Anche qui si contempla la piaga romana e incivile dei posteggiatori abusivi. Voi veniteci coi pullman dell’Atac o col taxi. Ed entrate al Grappolo d’Oro.

Massimo Riccioli e il filetto di baccalà delle nuvole

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Roma sul cibo “da strada” sta messa molto meglio di Milano. In attesa che il grande Stanislao Porzio scenda nel Lazio e nel Sud Italia per ampliare il suo magnifico libro sulla cultura culinaria stradaiola, ci metto una pezza io.
A Roma c’è un grande ristoratore, Massimo Riccioli, che in centro ammannisce pesce stupendo nella sua Rosetta, vicino al Pantheon. Nel bruttissimo corso del Rinascimento, ancor più vicino alla casa cui mi appoggio per le mie trasferte capitoline, il Riccioli non molto tempo fa ha tentato la carta definitiva per il ghiottone di strada: RosticceRì. “Alta cucina a portar via” è il sottotitolo ideale all’insegna di questa moderna rosticceria “di lusso”, che potete vedere là sopra. La parola d’ordine è qualità. Qui c’è il grande amore di Riccioli, il pesce crudo: svelti banconieri lo tramutano in sushi o – meglio – in golosissime tartare tagliate al momento, da portare a casa con un piccolo orciuolo di condimento. Esclusivamente olio extravergine: qui si usa solo quello, anche in cucina, come ribadiscono i numerosi cartelli. L’olio stesso, del resto, è venduto in abbondanza in questa bottega, ove si trovano prodotti artigiani d’ogni genere: pasta Setaro, foie gras d’anatra francese artigianale, tonno del rais di Carloforte.
Ma i piatti cucinati sono eccellenti. A seconda delle stagioni, non mancano melanzane alla parmigiana, polpettone di carne con l’uovo (stupendo), arista di maiale alle erbe, roast beef di controfiletto alla senape. E soprattutto, i fritti. In testa, la maestà romana del magro di venerdì.

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I filetti di baccalà. La qualità della foto, come sempre, è alquanto tristanzuola, al pari della carta assorbente su cui ieri sera ho deposto queste autentiche meraviglie del gusto, che la ragazza al bancone mi ha confezionato in una speciale scatola trasparente a tenuta di temperatura. I filetti di baccalà “sono” Roma, almeno quanto lo sono i supplì “al telefono”, i fiori di zucca e le altre golosità di friggitoria. Quelli di RosticceRì costano 3,50 euro l’uno, e li meritano: sono grossi, tenerissimi. E sono fritti alla perfezione nell’extravergine: la pastella rimane leggera e impalpabile, senza imbeversi d’olio e diventare la mappazza indigesta che tutti abbiamo imparato a detestare. I filetti di RosticceRì sono un vero peso piuma. Da provare assolutamente.

RosticceRì
Corso Rinascimento, 83-85
Tel. 0668808345

Le mie paste del Capodanno a Roma

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Buon anno a tutti!
Nelle festività a cavallo tra 2008 e 2009 sono stato poco sul blog, per ragioni varie. Adesso in ogni caso recupereremo.
Vi informo che quest’anno il mio Capodanno è stato eminentemente romano, con un bel cenoncino (non troppo abbondante) e un piccolo pranzo l’1 gennaio. Momenti conviviali ambedue caratterizzati dalla pasta.

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Qui sopra, i tonnarelli cacio, pepe e lardo di Colonnata dell’Osteria Le Streghe in vicolo del Curato. Nonostante una piccola imperfezione nella cottura della pasta, dovuta unicamente all’affollamento, i tonnarelli sono stati un piatto semplice, saporoso, accattivante.
E il giorno dopo, a grande richiesta:

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Le Fettuccine (con la “f” maiuscola) di Alfredo alla Scrofa. Ero ansioso di assaggiarle dopo che, a seguito di una bella discussione sulla ristorazione romana e sulle famigerate “Fettuccine Alfredo” statunitensi, il gestore attuale di via della Scrofa mi aveva scritto un’email, assicurandomi che le famose fettuccine erano state inventate un sacco di anni prima nel suo locale.
Dopo l’assaggio, vi confermo la loro natura: sono fettuccine all’uovo fatte in casa, mantecate (l’espressione non potrebbe essere più adatta) con un’imponente salsa a base di grandi quantità di burro e parmigiano. Un piatto gradevole e gustoso, tenendo presente che si tratta di pasta al burro e parmigiano. Ma è pur sempre la sublimazione di pasta burro e parmigiano, il grado zero. Niente a che vedere coi pastrocchi americani con panna e liquidi vari. Se volete la completezza del quadro storico, almeno una volta dovete provarle. Ribadisco, per una questione di completezza storica, e per far mente locale sul fenomeno di un piatto che, trapiantato oltreoceano con ingredienti e purtroppo risultati culinari ben diversi dall’originale, ha cessato di essere una semplice pietanza per mutarsi in una vera e propria sotto-cultura.

La pasta alle sarde dei Capricci Siciliani

Arieccomi, dopo un momento di lontananza totale dal blog e da molto altro. Abbiate fede, non sono morto.
E domenica sera, per una circostanza che non starò a citare, ho pure mangiato con piacere in un ristorante di Roma: Capricci Siciliani, centralissimo. E siculo, come si può intuire.
Avevo trovato questo locale perché segnalato sulla Roma del Gambero Rosso come vicino alla casa dove mi appoggio quando scendo nella Capitale (cioè: non è che sulla guida i ristoranti sono citati in base alla lontananza dalla casa di Tommaso Farina: ho guardato in zona Navona…). Invogliato dalla chiusura domenicale serale del San Lorenzo, dove avrei voluto recarmi, ho scelto questo posticino come “ripiego”. Si è rivelato molto di più: un posto consigliabilissimo per l’onestà della cucina, la gentilezza del servizio, il prezzo non da salasso.
E l’ambiente. Sul sito web, potrebbe non dirvi molto. Invece, varcata la porta sarete in una sala calda, illuminata in modo un po’ peculiare ma avvincente. Più carine ancora sono le salettine in fondo, che ho sbirciato per puro caso.
Venendo alle cose più “serie”: si mangia bene. Pesce, pesce in tanti modi, in onore della Trinacria. Un tavolo vicino, presidiato da gastronomi avveduti, aveva deciso di godersi una monumentale pezzogna al sale. Noi due abbiamo fatto (rara avis, con questa dieta) un bel pranzetto completo, pescando da un menù esteticamente bellissimo.

Mentre chi mi accompagnava ha optato per una discreta insalata di gamberi (di buona qualità) e arance, io ho fatto un tentativo con un antipasto alla siciliana di ispirazione terragna. La qualità della foto (quella sopra) è quella che è, penalizzata sia dal buio che dalla fotocamera del mio Nokia E71. Un antipasto anch’esso non malvagio: salame tipo Sant’Angelo; ricotta infornata; caciocavallo; sapido pecorino stagionato; sottoli vari (non eccelsi, ma neppure biasimevoli); buone melanzane gratinate di fine stagione. Tanto per provare, abbiamo ordinato un terzo antipasto da gustare in due.

Un pani caliatu, un pane biscottato tipico delle Eolie, servito con tonno, insalata, olive e pomodorini. Sullo sfondo, una bottiglia di buon olio extravergine marchigiano (non chiedetemi perchè).
Poi, il primo piatto.

La pasta con le sarde. Piatto “interpretativo” come pochi, questo monumento gastronomico siculo conosce varianti da paese a paese, da casa a casa. Può essere più sapido, più morbido, più dominato dal finocchietto. Questa dei Capricci è pregevole, equilibrata, suadente. Il formato scelto? Giustamente i bucatini. In cima, due sarde intere croccanti. Chi mi accompagnava ha optato per buone linguine con scampi, cozze, calamari. C’erano comunque altri piatti di ispirazione eoliana e messinese, che mi riprometto di assaggiare.
Poi, il secondo.

Qui obbedisco al diktat, e prendo il fritto misto. La foto è “disordinata” perché l’ho scattata dopo aper piluccato qualcosa. A destra, i gamberi carnosi, tenuti leggeri, giustamente con la testa al loro posto. Al centro, buoni calamari di carne corposa, anch’essi non troppo infarinati. A sinistra, i franceschini, minuscoli calamaretti spillo che vanno come le ciliegie: uno tira l’altro.
Alla fine, un sacrosanto assaggio di cannolo in due (l’occasione era speciale).
Da bere, un Kuddia del Gallo 2006 di Abraxas, all’equo prezzo di 15 euro. La cantina è di spessore, della Sicilia c’è quasi tutto, compresi rari spumanti. Non mancano comunque Champagne e altro.
Sul menù appare un balzello per il “pane” (1 euro, peraltro non male) e una percentuale di servizio del 10%, che peraltro non ci è stata messa in conto. Alla fine, si spendono 45-50 euro a persona, sempre che non ci si orienti su pesci di mare di gran pezzatura.
Morale della favola: un posticino ragionevolmente consigliabile, gradevole, gustoso.

Capricci Siciliani
Via di Panico, 83
Roma
Tel. 06.45433823
Chiuso lunedì

Pranzo con turisti stranieri alla ricerca dei luoghi comuni

Fettuccine Alfredo

So che questa foto vi avrà procurato qualche scompenso, ma la sua presenza è a ragion veduta. Rappresenta le famose Fettuccine Alfredo, celeberrimo piatto italoamericano (più America che Italia, a dire il vero) di cui qualcuno ha cercato di ricostruire la storia. C’è davvero da sperare che qualcuno dia una breve lettura almeno alle prime righe di questa voce, nella quale si specifica che il piatto, nato in Italia nella sua forma originale, ha avuto una evoluzione autonoma al di là dell’Oceano.
Le fettuccine all’Alfredo, cosa diversa dalle americane fettuccine Alfredo, nacquero a Roma. Il problema è uno: videro la luce da Alfredo alla Scrofa, o da Alfredo a piazza Augusto Imperatore? Chi ne sa di più, mi aiuti.

Un lungo preambolo per raccontare un piccolo episodio capitatomi ieri a pranzo, alla già recensita Matricianella di via del Leone, che tra parentesi si è confermata approdo affidabilissimo (e di prezzo oltremodo onesto) anche per sgranocchiare un paio di bucce di patata fritte (provatele assolutamente) e un bombolotto alla gricia.
Subito dopo il mio ingresso nel locale, in un tavolino vengono fatti accomodare due turisti stranieri. La coppia è giovane, parla una lingua ignota (la mia fidanzata ci ravvisa un accento arabo, ma i due sono chiaramente occidentali) e ha in mano alcune buste di negozi d’abbigliamento. La ragazza, mi fa notare ancora la fidanzata, ha al collo un ciondolo di Chanel grande come una mano.
I due vengono solertemente serviti dell’acqua da un bravissimo cameriere, che si occuperà anche di noi e che si distinguerà per il sangue freddo e per la professionalità assoluta. Al momento di prendere le ordinazioni, ecco la scena madre. Dopo un breve conciliabolo col compagno, la signora prende un piatto di penne all’arrabbiata. Lui invece vuole le fettuccine. All’inizio, in inglese, dice di voler fettuccine bianche. Il cameriere pensa che voglia pasta senza condimento. Dopo qualche spiegazione, si appura che lui vorrebbe le fettuccine all’Alfredo. Naturalmente, alla Matricianella non hanno questo piatto in carta. Nessun ristorante italiano ha questo piatto in carta, eccezion fatta per i due Alfredi che ho nominato (e che hanno la versione originale, senz’altro più sobria del pastrocchio broccolino nonostante il “doppio, triplo burro” di cui parlò Vincenzo Buonassisi). Il tizio sembra un poco contrariato, non pare molto commosso dalla lista di primi che indica gricia, carbonara (presa dalla mia fidanzata, una volta di più buonissima, stavolta cotta alla perfezione, con un gran buon guanciale), fettuccine ai funghi e cicoria, pasta all’amatriciana: come dire, la quintessenza della tradizione romana. Lui no: vuole le fettuccine “with cream sauce”. Alla fine, spiegato con calma che quel piatto non è disponibile, si orienta su un piatto di semplici fettuccine al pomodoro e basilico.
Ma non è finita. Il cameriere porta sul tavolo il cestino del pane, contenente fette di casereccio davvero ottimo nell’equilibrio tra il croccante e il soffice. La signorina chiede se hanno il garlic bread. Cos’è il garlic bread? E’ un’altra mistificazione americanizzante, sorta di versione stracciona della bruschetta: crostini all’aglio, sicuramente più facili da trovare nella confezione industriale in sacchetto, piuttosto che in ristoranti e panetterie (magari in qualche pizzeria li beccate, ma provengono sicuramente dai sacchetti di cui sopra). Inutile dire che molti americani (e molti altri) credono che sia un abituale accompagnamento della tavola italica: in questo sito, per esempio, si legge che questo crostino “will complement any Italian meal”. Ma dove? Comunque, il cameriere ha risposto alla cliente che no, non hanno il pane all’aglio. Al che, la signora ha chiesto: “Is this an Italian restaurant?”. Il cameriere, manifestando un sangue freddo ammirevole, risponde: “Yes, ma’am”.
A me, francamente, una ma’am così mi avrebbe fatto girare le scatole. Credevo che i luoghi comuni turistici sul mangiare italiano fossero ormai al tramonto, specialmente tra i più giovani. Evidentemente, non è così.
So che per questa storia ci vorrebbe l’amico graffitaro, ma anche lui è andato in ferie (tutti tranne me).

PS: la signora, prima della pasta, si è anche fatta portare un gelato.
A voi i commenti.

La guida autarchica della ristorazione romana

Secondo me

Giorni fa, nel blog del megadirettore Stefano Bonilli, ha fatto la sua comparsa un commentatore di nome Marco. Costui ha realizzato il sito web Secondo me: un blog, o meglio una guida autarchica della ristorazione romana. Bene o male, un blog di recensioni di ristoranti. Ma recensioni scritte molto bene, in modo divertente. Certo, Bonilli la prima volta che l’ha guardato è incappato in una recensione discutibile, decisamente non condivisa, dedicata a una pizzeria del centro storico romano. Però è un blog divertente da leggere, come sempre lo sono i resoconti sulla ristorazione se vergati da una bella penna. Poi, io conosco solo una minima frazione dei locali recensiti (non mi sono ancora romanizzato del tutto, anche se vado una volta alla settimana nella Capitale: stavolta partirò domani e tornerò martedì, ergo fino ad allora non aggiornerò il blog), quindi non posso dire quanto le recensioni corrispondano al vero secondo la mia esperienza.
I romani che mi leggono ci facciano un salto, e mi dicano un po’ quel che pensano di ciò che lì è stato scritto.
A martedì.

Il fritto di fiori di zucca alla Campana

La Campana

Come salutare il ritorno in piena efficienza del mio server (alleluia!) se non con la breve descrizione della mia cenetta di ieri sera alla celeberrima Campana di Roma?
Siamo nel centro storico della Capitale, a dieci minuti di cammino da piazza Navona, e forse qualcuno meno dal Pantheon. Se siete in via della Scrofa, camminate in direzione nord, finché non vedrete sulla sinistra il famosissimo ristorante Alfredo: è il segnale che vi ricorda che dovrete svoltare e inoltrarvi brevemente nel fascinoso Vicolo della Campana, dove trova posto il locale con lo stesso nome.
La Campana si picca di essere il ristorante più antico di Roma: ci sono testimonianze che lo citano fin dal 1500, se non prima. E la Campana, nel bene e nel male, anche oggi è rimasto un posto all’antica. Lo è rimasto nella persistenza di un piccolo buffet di antipasti, nell’atmosfera generale, nella scelta di inserire in menù cose come il salmone affumicato. Ma lo è anche nella gentilezza tutta romana dei camerieri (in gilet e cravatta grigia), nella simpatia delle vedute capitoline appese alle pareti, nella genuinità di quasi tutta la cucina.
Una cucina romana, sincera, senza compromessi, molto apprezzabile.
Nei fritti, per esempio. Incominciate con il fritto di fiori di zucca. Ne abbiamo ordinata una sola porzione in due. Ci sono arrivati cinque grandi fiorelloni, decisamente invoglianti. Sono nella versione “ricca”, con la mozzarella in aggiunta alle consuete acciughe; una ricchezza che però è trattata con mano estremamente leggera. Leggerezza, in un piatto così, significa gusto, significa gradevolezza, significa assoluta mancanza di quella stucchevole untuosità che impedisce di mangiarne più di uno o due. Qui invece ne vorresti degli altri, addirittura. Un piatto che merita ampiamente la sua fama.
I primi piatti sono di varia estrazione, ma quasi sempre devoti alla romanità. Chi voglia “osare” (tra virgolette) potrebbe prendere gli spaghetti (o tagliolini, non ricordo) con fiori di zucca e bottarge. Per l’amante del pesce, ci sono i tagliolini al polpo o gli spaghetti alle vongole. La tradizione romana comincia a prorompere con la minestra di pasta, broccoli e arzilla (la razza, il pesce piatto), che conto di provare prossimamente. Io però mi butto sui rigatoncini all’amatriciana. E’ un’amatriciana decisamente “romana”, ossia piuttosto ricca di pomodoro. Per giunta, in cucina sembrano aver usato la pancetta anziché il guanciale: però è innegabilmente un piatto ben realizzato, con un sugo saporito, pasta cotta nel modo giusto, senza eccessi. Buona. Di diverso stile la carbonara della mia fidanzata, sempre fatta coi rigatoncini, giustamente pepata ma forse un po’ troppo cremosa nella salsa. Niente di scandaloso, per carità, ma potevano curarla meglio.
Secondi piatti dove la temperatura gustativa torna alta. Provate il fritto vegetale, altro monumento celebrativo della Campana. Ci abbiamo contato otto pezzi, naturalmente molto numerosi: zucchine, patate, carciofi, broccoli, olive ripiene, mozzarelline (non vegetali…), crocchette di patate, un altro fiore di zucca (identico a quelli dell’antipasto, quindi eccellente). Tutto anche qui leggerissimo, stuzzicante, molto buono, tenuto giustamente poco salato. Davvero gustoso è anche il fritto di cervella e carciofi, impalpabile come una nuvola. Del resto, tra i secondi ci sono anche altri piatti: coda alla vaccinara; trippa alla romana; tonno fresco alle olive; abbacchio arrosto; animelle ai funghi.
Dolci molto ancien régime: tiramisù (ben fatto), ciliegie cotte con gelato, torta di mele.
Lista di vini più o meno accettabile, e non fate caso agli americani che pasteggiano a Coca Cola.
Prezzi onesti: 35-40 euro a cranio, per fare un tuffo piacevole nei sapori di una volta. Sapori che possono serbare più di una sorpresa. Non scordatevi i fiori di zucca, mi raccomando.

Campana
Vicolo della Campana, 18
Roma
Tel. 066867820 – 066875273
Cell. 3471098632 – 3355746026
Chiuso il lunedì

Pajata e carbonara a prova di turista

Matricianella

La cucina romana è veramente stupenda, come gaudiosamente confermeranno i miei fedelissimi eMMe e chefmarco. Venerdì sera, con l’usuale compagnia della mia fidanzata, mi sono concesso una bella cena alla Matricianella, in via del Leone, tra palazzo Borghese e San Lorenzo in Lucina. Come dire, il centro più centro che ci sia, pieno di turisti. Eppure la Matricianella, come giustamente fanno notare le guide gastronomiche, non è un posto da turisti, anche se gli stranieri non mancano. Chi vuole cenarci, fa meglio a prenotare: è un locale letteralmente preso d’assalto. Il motivo è la vantaggiosissima sommatoria del posto incantevole, della cucina ben centrata e dei prezzi onesti: non siamo nel ristorantaccio che truffa l’americano di passaggio, qui con quattro portate si arriva a 40 euro.
Io mi sono limitato (si fa per dire) a due piatti, per circa 25 euro di spesa. E sono stato bene. La Matricianella si articola in due-tre salette carine, popolari, che potrebbero anche essere intime se avessero qualche tavolo in meno. Il difetto maggiore (anche se veniale) è proprio questo: i tavoli decisamente vicini. Non siamo gomito a gomito, ma quasi. Un livello di accettabile “sopravvivenza” è però mantenuto quasi ovunque, per non parlare del piccolo e ambitissimo dehors, a dire il vero un po’ assediato da suonatori di fisarmonica e simpatici ma noiosi venditori di rose (la colpa ovviamente non è del ristoratore).
Come che sia, diamo inizio alle danze. L’apparecchiatura è molto corretta, abbastanza moderna nelle posate. La lista dei vini è un imponente incunabolo. Qualche etichetta è segnalata come “in arrivo”, ma ci si fa poco caso a fronte dell’importanza delle annate e della varietà della scelta, che non ti aspetteresti in un posto così e che lo distingue nettamente dai “mangifici” che in zona non mancano.
Poi, si mangia. Qui, a parte una paginetta iniziale che indica proposte del giorno imperniate sul pesce (tipo tonnarelli con gamberi e cose del genere), la devozione totale è per la cucina romana de Roma. Non manca il prosciutto crudo (qui San Daniele) al coltello, che nella Capitale ammanniscono un po’ ovunque: l’antipasto migliore però sono i fritti, davvero solenni. Chi voglia rosicchiare qualcosa di popolare, può buttarsi su quello di bucce di patate. Chi ama le pietanze del Ghetto, avrà i filetti di baccalà e i fiori di zucca. Poi, c’è l’assortimento fritto vegetale, quello misto (che ha anche i supplì) e poi quello definito “romano”, che io in realtà ho preso come secondo piatto: zucchine finissime, miste a cervella e animelle d’abbacchio, anch’esse tenute su una levità esemplare. Come dire, il massimo di una surreale goduria per un maniaco del quinto quarto come il sottoscritto.
Volendo, in questo ristorante si può mangiare quinto quarto dall’antipasto al secondo. Come primo piatto infatti potreste optare, come ho fatto io, per i sugosi rigatoni con la pajata. Certo, è pur sempre pajata d’abbacchio (come Europa vuole), ma è comunque delicata, perfetta nel corposo sugo di pomodoro, che sa mantenersi su un livello di grande equilibrio gustativo. Vien voglia di far la scarpetta col discreto pane casereccio. La fidanzata sceglie invece la carbonara. La cottura non ineccepibile degli spaghetti (lievemente indietro, ma solo di un’anticchia) non pregiudica un risultato notevole, delicato e ampio allo stesso tempo. Del resto, qui la grande tradizione pastaiola capitolina si esplica come meglio non potrebbe: ci sono pure la gricia e, ovviamente, l’amatriciana, con l’aggiunta di qualcosa di più originale come i tagliolini ai funghi e cicoria.
Secondi piatti? Ve l’ho detto, ho preso il fritto. La fidanzata ha preferito invece le polpette al tartufo nero con rucola. Menomale che almeno a Roma c’è qualcuno che della polpetta non si vergogna, e per giunta la realizza in modo ghiotto, anche qui non pesante, ma golosissimo. Qualche altro saggio: cotolette d’abbacchio impanate, abbacchio alla cacciatora, animelle d’abbacchio ai ferri, coratella d’abbacchio con le cipolle, trippa alla romana. Come vedete, quinto quarto e abbacchio signoreggiano. Non vedo l’ora di tornare per provare qualche altra prelibatezza, e magari il dolce all’ebraica di ricotta e cioccolata, o la zuppa inglese alla romana. Si sta davvero bene.

Matricianella
Via del Leone, 4
Roma
Tel. 066832100
Chiuso la domenica

Il cacio e pepe sposa i fiori di zucca

Cantina del VecchioIeri sera, se la cosa vi interessa, sono stato con la fidanzata a mangiare in un localino simpatico di Roma, la Cantina del Vecchio. Ignoro chi sia il Vecchio dell’insegna, e vi dirò una cosa: in realtà è un locale a dir poco “giovanilista” nell’impostazione culinaria.
Se ne sta a metà di via dei Coronari, magnifica stradina tra il Tevere e piazza Navona, e si apre con una specie di naiveté sanculotta da bistrot parigino. La sala allungata è simpatica, giustamente raffrescata dal condizionatore, calda e accogliente, raggiungibile dopo aver superato un’area-bancone ove si mesce vino e si piluccano stuzzichini fino a tarda sera (ah: il locale è aperto sempre, anche in giorni infelici come domenica e lunedì).
Culinariamente, siamo in un bistrot di Parigi trapiantato a Roma: cenni di romanità misti a pietanze disimpegnate, giovaniliste come anticipavo. Da tempi moderni è la scelta dei vini, di corpo e di sostanza, ben servita, con una certa quantità di proposte a calice.
E il cibo? Si parte con un succinto, buon preantipasto di crema di formaggio ai semi di sesamo. Poi, antipasti compositi. La corposità sta nel tortino di polenta (fine, non bergamasca) con Gorgonzola e noci, piacevole. La leggerezza alberga viceversa nella buona tartara di tonno, servita con alcuni “condimenti” da aggiungere a piacere (consiglio in particolare di provarla con le barbabietole rosse).
Di primo piatto, è evidente sul menù l’avviso che le tradizionali paste romane sono sempre presenti all’appello: gricia, carbonara, amatriciana, cacio e pepe. In carta, altre cosette. Decisamente riusciti i tagliolini in cacio, pepe e fiori di zucca, accompagnati pure da un fior di zucca fritto fragrantissimo. Originali, ben concepiti, coinvolgenti gli gnocchetti di patate con zafferano, pecorino e cozze, non pregiudicati da una sapidità lievemente eccedente.
Per contro, è debole e poco caratterizzato, senza ragioni ghiotte evidenti, l’involtino di spigola (senza alcun ripieno…) con code di mazzancolle. Il morale ritorna alto con un’invece calibratissima, gentile, tenera sella di agnello ripiena di prugne e lardo, con buone patate al forno. Tutti i piatti, sia i migliori che i meno soddisfacenti, possono comunque vantare una presentazione estrosa, nonché, per gli interessati, abbondanza quantitativa.
Finale col discreto tiramisù, o col crumble di pere e cioccolato.
Spesa: 45 euro a persona, più o meno, in un locale simpatico, emergente, da registrare in certe preparazioni (suvvia, con quegli involtini possiamo fare di meglio) ma già a punto in altre. Da farci un giretto.

Cantina del Vecchio
Via dei Coronari, 30
Roma
Tel. 066867427
Non chiude mai