Liborio, vai anche tu da Papà Nenè

Wednesday, September 19th, 2007

Papà NenèStamane sul presto ho fatto un giro in Brianza, sulla traccia di due piccole macellerie che non conoscevo e del loro salame crudo, rivelatosi assolutamente interessante. Al ritorno, in incognito e inatteso, mi sono fermato a mangiare a Osnago, al Papà Nenè. C’ero già stato settimane fa, rimanendo decisamente soddisfatto dalla sua cucina siciliana benissimo realizzata. Ci sono tornato oggi, rimanendone ancora ben appagato.
Se la segnalazione di ieri era dedicata a Tommaso Esposito, quella di oggi è un regalo per Liborio Butera, un siculo attaccatissimo alla sua terra anche se da anni domiciliato al nord, compagno di strada di Carlo Zaccaria e Sovversivo del Gusto. Il medesimo Liborio mi aveva parlato di una bottega a Monza ove è possibile trovare delle autentiche Arancine di riso (mi ripeti il nome e la via, se leggi qua?): sarà contento che a pochi chilometri è possibile gustare una cucina isolana piacevole, realizzata con mano sicura, in un ambiente molto carino coi suoi cristalli di Murano, quadri della Trinacria, stoviglie eleganti.
La pasta con le sardeOggi niente antipasto (l’altra volta m’ero gustato un bel piatto di acciughe spagnole di barile servite con pane, burro, arance candite e mozzarella di bufala): ho aperto direttamente con una pasta con le sarde davvero rimarchevole per i giochi di dolcezza-sapidità. Di questa ricetta esistono numerose versioni diverse. Al Papà Nenè non si vergognano di usare il formato di pasta tradizionalmente più amato: i bucatini. La foto l’ho trovata successivamente nel sito web, e vi assicuro che non è un bugiardino: nella realtà il piatto ha il medesimo impatto goloso che ha in foto, anche se è servito in quantità leggermente minore e in un piatto più grande. Voi assaggiatelo senza indugio. Personalmente, nell’altra esperienza avevo trovato pregevoli i sedanini con tonno rosso, pomodorini, capperi di Salina, menta e olive nere, carnosi e tipici.
Di secondo? Alla grande con la panata di tonno rosso alle erbe aromatiche, croccante e gustosa, leggerissima. C’è comunque anche il gran fritto di Mazara, oppure il cous cous alla trapanese, purtroppo assaggiabile da pochi eletti (fatto solo per due persone, solo su prenotazione e, per motivi oscuri, non il sabato né la domenica). Dolci? Accanto al locale c’è la pasticceria siciliana che ha la medesima gestione: cannoli e cassate a tutt’andare.
Vini? Sicilia a go go. Conto? 50 euro, più o meno.

Papà Nenè
Via Pinamonte De’ Capitani, 24
Osnago (Lecco)
Tel. 03958220
Tutte le carte di credito sono accettate
Chiuso il lunedì

Pulcinella, vieni a Milano ad assaggiare la frittata di maccheroni

Tuesday, September 18th, 2007

PulcinellaQuesta segnalazione è idealmente dedicata a Tommaso Esposito, il simpatico, napoletanissimo direttore del Museo di Pulcinella di Acerra (Napoli), che viene volentieri a commentare nei blog gastronomici. A parte il fatto che è un mio omonimo (e quelli che si chiamano Tommaso come orizzonte hanno il mondo), trovo stia facendo un bellissimo lavoro di ricognizione nell’universo della maschera più popolare dell’Italia meridionale (e forse non solo), con un bel CD dedicato al mondo della pasta nell’opera e nella canzone.
Perché dovrebbe venirmi in mente Pulcinella? Perché il simpatico mascherone, come riporta Vincenzo Buonassisi, era solito dire: «Come è buona la frittata di maccheroni, la più buona di tutte, peccato che io non la mangio mai!». Vi chiederete perché. E lui rispondeva: «Perché a me la pasta non avanza mai». La frittata di pasta è uno dei piatti più elementari, popolari, affascinanti della cucina povera meridionale “di recupero”, quella di chi non poteva permettersi il lusso di avanzare alcunché, e si trovava giocoforza a “riciclare” tutte le rimanenze del pasto precedente. Un’altra di queste ricette, sempre riportata dal Buonassisi, è quella dei maccheroni cosiddetti “Usati”, ossia già conditi per il pranzo, e ripassati a cena in un padellone unto di sugna calda.
In ogni caso, anche se non avanzate la pasta, la frittata di maccheroni si può fare anche ex novo, cuocendo apposta la materia prima. E se siete di Milano e non avete voglia di cucinare? In via Salvatore Pianell, quasi all’incrocio con viale Sarca, Raffaele Matrone e Pino Nesci hanno da tempo aperto la pizzeria La Fermata - Pizza e Sfizi. Certo, so bene che lo sapete già. Ma lo sapete che accanto alla pizzeria, da qualche mese, Raffaele e Pino hanno dato vita a una gastronomia-friggitoria napoletana d’asporto, che si chiama Vachepress? Fateci un giro, ne vale la pena. Le frittatine tonde di pasta, fatte con gli spaghetti e non coi maccheroni, col bonus di prosciutto e mozzarella, sono semplicemente gaudiose, da provare assolutamente anche se non siete ammaliati dal mito carnevalesco. E il resto? Ce n’è d’ogni: mozzarelle in carrozza; crostini con mozzarella e acciughe; crocché di patate e mozzarella (uniche, sentirete la differenza tra quelle surgelate che vi tirano dietro ovunque); palle di riso con mozzarella e prosciutto; panzerottini fritti; calzoni fritti ripieni di scarola; “montanari” (fagottini con ricotta); parmigiana di melanzane (golosa), gattò di patate, pasta venduta a porzioni. Materia prima, non si scappa, la leggendaria Mozzarella di Bufala del Caseificio Torricelle, che il cugino di Matrone gestisce a Capaccio-Paestum (Salerno). Pulcinella, visto che non avanza mai la pasta e non può farsi la frittata, sarebbe contento di fermarsi da Vachepress.


La Fermata Vachepress - Gastronomia friggitoria napoletana
Via S. Pianell, 43
Tel. 026428387

Bottiglieria Da Pino: e sei felice con pochi euro

Friday, June 22nd, 2007

Il Gambero Rosso, come molti sanno, ha lanciato la sua guida ai ristoranti “Low Cost”, che permettono a tutti di mangiare bene con poca spesa. Voglio dare il mio contributo segnalando anche qui un bel localino di Milano, di un’onestà assoluta: la Bottiglieria Da Pino, nella centralissima, bellissima via Cerva. L’articolo si riferisce a una prova dell’anno scorso. Andateci, ne vale la pena.

Spender poco, nei nostri fin troppo esosi tempi non è un delitto. Ben vengano dunque personaggi stile Marco Ferri e i suoi famigliari, che fin dal 1968 mandano avanti a Milano la mitica Bottiglieria Da Pino (via Cerva 14, tel. 0276000532, chiuso domenica e tutte le sere, niente carte di credito): un posticino appartato, ove si può pranzare con 13,50 euro. Se si vuole strafare, si arriva a 20.
Possibile? Nelle tavole calde di una volta lo era. E la Bottiglieria è appunto questo: una delle ultime tavole calde “nobili” di Milano, una specie di “ristorante low cost” dove si mangia bene con modica spesa.
E si mangia bene sul serio. Di primo, sono gustosi e ben centrati i tagliolini con pesto di mandorle e sedano, al pari del risotto alle zucchine e del minestrone freddo. Tra i secondi piatti, segnaliamo la morbida saporosità del cosciotto di maiale al ginepro, nonché l’originalità dell’ottima terrina calda di lingua salmistrata con salsa verde; è comunque disponibile pure il tacchino tonnato, il bollito, il roast beef. E c’è pure spazio per un dessert: crostata di ricotta o torta di pere e cioccolato. La lista dei vini è commisurata al menu, ed adeguata, con un po’ di proposte al bicchiere. Mangerete in un ambiente color rosso pompeiano, moderno e confortevole, anche se col fascino dell’antica osteria. Bravi.

(da Libero di mercoledì 2 agosto 2006, pagina 48 Milano)

Maialino sardo in viale Espinasse

Friday, May 18th, 2007

Un angolo di Sardegna a Milano? Ce n’è più d’uno: se una volta era Roma la grande città della cucina isolana (e Milano di quella toscana), oggi un buon numero di posticini interessanti c’è pure da noi.

Come il ristorante Il Barone (v.le Espinasse 43, tel. 0233001883, chiuso domenica), guidato dal 1982 dal vulcanico Luigi Piccolillo, chef-furetto dal curriculum stellare e dallo specchiato amore per la sua terra sarda. L’ambiente piacerebbe a Francesco Cossiga: fuori garrisce la bandiera dei Quattro Mori, mentre l’interno è un tripudio di carte geografiche della Sardegna, quadri naif e molto altro.

E la cucina vi piacerà. Vi potrà capitare di trovare un preantipasto a base di nervetti di vitello con cipolle e mirto. Subito dopo, piccola selezione di antipastini di mare, oppure di terra: citiamo la Mustela, corrispettivo sardo del capocollo, servita con melone del Campidano. Di primo, ecco la fregula sarda con gamberoni e crostacei, oppure i possenti, ghiotti malloredus al pecorino, salsiccia e finocchietto; o ancora, gli spaghetti al ragù di tonno. Proseguite con l’autentico porceddu (o proceddu) sardo, il mitico maialetto intero arrosto, dalla cotenna croccante che inguaina carni morbidissime. Oppure, il coniglio disossato in umido con capperi e pesto alla carlofortina, o magari il robusto ghisau (umido di carni) con la fregula. Pesce? Sì: tonno arrosto alla carlofortina. Dessert? Pecorini e seadas. Vini? Etichette sarde, in una carta da render più ordinata. Prezzo? 50 euro meritati.

(da Libero, giovedì 17 maggio 2007, pagina 47)

Stefania Nobile ha un ristorante

Saturday, March 3rd, 2007

Vi ricordate la mitica Stefania Nobile, figlia della mitica Wanna Marchi, già protagonista di un imperdibile blog (www.stefanianobile.it) attualmente non più online? Da un paio di settimane ha aperto un ristorante a Milano: eccolo qui. Vi dirò di più: sono anche riuscito a mangiarci, ieri sera, ovviamente in incognito. La Nobile serve lei stessa ai tavoli (non molti), coadiuvata da un signore con grembiulone alla francese, e l’ambiente è un’orgia di lusso simpaticamente decadente. Punto forte del menu sono i crudi di pesce, proposti in una lista assai lunga e variegata, con cosette di ogni genere. Non mancano prodotti d’alto livello: Pata Negra, Parmigiano 120 mesi, Toma ossolana, Testun, Cabrales. Impressione complessiva: buona, per essere un posto aperto da poco. Lodevole pure la carta dei vini, che denota una certa ricerca (c’è la Ribolla Gialla 2002 di Radikon, giustamente servita a temperatura ambiente). In ogni caso, per ora non vi dico altro: leggerete domani la mia descrizione su Libero, se tutto va bene. In ogni caso, non mi aspettavo che Stefania Nobile avesse questa passione nascosta per le cose buone, per i prodotti di qualità, per i tortellini. E nel salottino riservato si possono accendere pregevoli sigari cubani e domenicani. Non c’è che dire, è stata una sorpresa. Domani comprate Libero, se vi va.

Top Restaurants Milano: ma sono davvero i top?

Friday, March 2nd, 2007

Top Restaurants MilanoGirare per lavoro mi consente spesso di entrare in contatto con cosette interessanti. Mi sono testè imbattuto in un succoso opuscolo: la piccola guida Top Restaurants, edizione 2006-2007. Il sottotitolo è squillante: “Il meglio di Milano, zona per zona”.
Il piccolo vademecum è stato concepito nel 1986 da Aldo Pacchetti e dal compianto Franco Tommaso Marchi, storico luminare dell’ Ais, durante «una tranquilla cena a due» (è lo stesso Pacchetti a spiegarlo in una breve presentazione). Continua il curatore: «L’ampio e continuo consenso della pubblicazione è dovuto all’accurata selezione che ogni anno viene effettuata, tra centinaia di locali, per offrire ai milanesi e ai turisti la possibilità di scegliere con facilità e sicurezza alcuni ottimi ristoranti in ogni zona di Milano».
Beh, non si può dire che non abbiano le idee chiare. Ma alla lettura, che ci si presenta dinanzi? Nell’opuscolo dalla bella carta plastificata, ecco la mirabolante selezione: 28 locali milanesi d’ogni genere. Non mettiamo in dubbio le buone intenzioni, ma siamo sicuri che i nomi scelti rappresentino davvero il top qualitativo e l’alta ristorazione a Milano? Perché la verifica di «centinaia di locali» ha tralasciato d’includere, tra gli «ottimi ristoranti» promessi, alcuni posti che ottimi (anzi, grandi) lo sono per davvero, preferendo realtà che (le potete vedere nel sito internet) molto spesso ben difficilmente potrebbero essere messe al top della graduatoria? Dove sono Aimo e Nadia, Cracco, Sadler, Sambuco, Piccolo Sogno, Nicola Cavallaro, Nuovo Macello (tanto per dirne alcuni)? Fortuna che nel novero sono compresi Joia (anche Leggero) e Gianni e Dorina (sacrario d’alto livello della gastronomia lunigianese), oltre ad emergenti come Rosa al Caminetto e Calvi (senza trascurare il Pupurry, che con questa gestione sta lavorando bene), e vecchie glorie come la Tavernetta da Elio. Ma gli altri? C’è una piccola infornata di locali etnici, che comunque è poca cosa rispetto alle altre inserzioni, delle quali è corretto dire che potrebbero essere ampiamente discusse (e che, col medesimo criterio, si sarebbero potuti inserire altri ristoranti, a giudizio personale sicuramente migliori di quelli elencati). Anche lo stile delle schede è un po’ troppo “buonista” e poco critico, e le cartine delle varie zone (quelle sul cartaceo, non su internet) sono “girate” senza tener troppo conto dei punti cardinali.
Per carità, i gusti sono personali e non li discutiamo, ma siamo proprio sicuri che questa guida allinei davvero «Il meglio di Milano zona per zona», come dice il sito?

La cucina romena? Una scoperta ghiotta e risparmiosa

Friday, February 2nd, 2007

Gratificato dai complementi di Lorenzo Cairoli, vi propongo, ad integrum, il mio servizio sul ristorante Moldova di Milano, l’unico della città ad officiare cucina romena. Buona lettura.

I milanesi se ne stanno accorgendo, e replicano, a tavola, quello che molti imprenditori fanno nel settore della forza lavoro. Se i padroni di fabbriche, da tempo, si sono resi conto che conviene risparmiare e trasferire le linee produttive in Romania, i meneghini ghiottoni hanno scoperto l’unico ristorante romeno della città, e lo frequentano con assiduità, dopo aver scoperto che ci si mangia bene e a poco prezzo: 25 euro tutto compreso. E questo a prescindere dall’ingresso della Romania in Europa.
Può essere davvero contenta Mirella Nemtan, patronne del Moldova, primo e unico ristorante che a Milano segua una linea gastronomica totalmente dedicata alla Romania. Mirella è qui da 25 anni, e il suo ristorante l’ha aperto nel 1993 nei localini della bella piazza Governo Provvisorio: «Ho voluto ricreare e riprodurre la cucina tradizionale romena, quella delle case di campagna», spiega in perfetto italiano. Prima di chiederle le informazioni che ci servivano, abbiamo fatto una cena pagando il conto, e dichiarandoci solo a cose fatte: abbiamo così apprezzato l’ambiente simpatico, con tavoli ben distanti («Abbiamo 50 coperti, una pizzeria italiana nelle nostre sale ce ne farebbe stare il doppio»), sedie impagliate molto comode, apparecchiatura corretta con belle tovaglie, pareti decorate da tappeti e arte popolare.
La giovane cameriera Monica ci porta un cestino di pane caldo (non si paga né coperto né servizio), oltre alla lista delle vivande. Optiamo per un antipasto misto: ci arriva un piatto con salame affumicato romeno (somiglia all’ungherese), corredato da pecorino fresco e da salatà de vinete (salsa di melanzane) e salatà de icre (salsa di uova di pesce), ambedue stuzzicanti, anche se ci è piaciuta di più l’insalata russa, fatta, come usa da quelle parti, con l’aggiunta della senape.
Primi piatti? Vanno forte le zuppe, che certo a Milano non sono costume diffusissimo. Ci facciamo tentare dalla gustosissima ciorba de perisoare, una minestra di verdure con sapide polpette di carne. Monica ci porta anche una ciotola di panna acida e un piattino di peperoncini verdi piccanti da aggiungere. Alternativa? Gli gnocchi di semolino. Il piatto d’elezione è però un altro: i sarmale, involtini di verza. «Sono il piatto che piace di più alla clientela: del resto è quello che in Romania si consuma nelle feste più importanti», ci spiega Mirella. Ma non è il solo piatto forte: noi abbiamo provato il corposo gulash con le patate, cotto lentamente, servito in una bella fondina di terracotta. Altrimenti, stinco coi fagioli, anatra in umido, agnello al limone. Si chiude dolcemente con il lapte de pasare, letteralmente “latte di gallina”. E’ uno dei piatti che a Mirella stanno più a cuore: «Lo faceva la mia nonna quando ero piccola. E’ una specie di ile flottante». Lo proviamo, ed in effetti è un gran buon dessert, carico di crema e di uova. Per quattro portate e una bottiglia d’acqua abbiamo speso 25 euro, ma c’è un menù degustazione, che per 18 euro comprende antipasto misto, 2 assaggi di primi, 3 di secondi e dolce. Aggiungiamoci che i vini costano poco (11,50 euro il Cabernet di Dealul Mare), e capirete come ha fatto questo locale a resistere per anni.
I clienti? «Vengono qui sia famiglie italiane, sia romene. Ma anche coppie miste», dice Mirella. Cioè? «Uomini italiani che portano la loro fidanzata o moglie romena a gustare i sapori della sua terra. E in ogni caso, tutti sono contenti: chi viene da noi, di solito ritorna, facciamo sentire il cliente come a casa propria». Ed è vero: l’accoglienza è squisita, e la cucina, basata su ricette che richiedono materie prime economiche ma gustose, è apprezzabilissima, e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Alla faccia dei surgelati cinesi.

Ristorante Moldova
Piazza Governo Provvisorio, 6
Tel. 022613124
Aperto solo la sera
Chiuso domenica e lunedì
Carte di credito: non accettate

(da Libero di mercoledì 24 gennaio 2007, pag. 52 Milano)

AGGIORNAMENTO 2008: pare che il Moldova abbia chiuso. Al suo posto c’è Il Manna (vedi), curato da uno della brigata di Oldani.

Il My Grill non si è perso…

Wednesday, January 10th, 2007

Visto che tanta, ma proprio tanta gente arriva sul mio blog cercando “Ristorante my grill Milano” (evidentemente arrivandoci dalla pagina del vecchio sito che Google, bontà sua, ancora indicizza, ho pensato di non vanificare tanti sforzi riproponendo l’articolo pubblicato allora. Leggetevelo, stampatelo, salvatelo, fatene quello che volete, ma non dite che siete arrivati qua cercando il (buon) My Grill senza trovarlo. Tenete presente che si tratta di un pezzo scritto a maggio 2006.

Mangiare in centro a Milano? Un terno al lotto, se non si può proprio andare da Cracco Peck o Marino alla Scala (poi diventato Trussardi Alla Scala, ancora migliore, ndR). Del buono c’è, e tempo fa c’era anzi uno dei migliori ristoranti di pesce milanesi, quel Gemelli che se ne stava dietro all’Università Statale e che faceva dell’ottima cucina siculo-mediterranea: ebbene, da tempo ha chiuso, sostituito da un nuovo ristorante che ancora non abbiamo provato.
A pochi passi da qui, però, il restauro di una delle vecchie case di via Festa del Perdono ci ha regalato un buon indirizzo ove mangiare con discreta soddisfazione, e senza eccessivo assassino pecuniario in una città che, ahinoi, è cara ovunque. Il posticino si chiama My Grill (via Festa del Perdono 1, tel. 0276005780, chiuso sabato a pranzo e domenica, accetta tutte le carte di credito), e si mostra con discrezione già dalle vetrine che s’affacciano su uno degli ultimi angoli autentici della vecchia Milano: vedrete un ambiente moderno, di quelli che ultimamente vanno per la maggiore, ma con un qualcosa che lo rende più accogliente di quel che sembra. Entrate, e l’impressione si avvalorerà: anche se l’involucro dà certi pensieri, ci sono dettagli che vi faranno capire che non siete nell’ennesimo ristorante hi-tech, magari salutista, vegetariano o vegetarianizzante.
Gli artefici, a dire il vero, sono toscani. Voi direte: “E allora?”. E’ una garanzia: a Milano la ristorazione toscana ha sempre furoreggiato. Una vecchia volpe granducale come Indro Montanelli, che pure si concedeva saltuariamente, assieme a Giorgio Bocca, qualche sapida comparsata nella piemontesità meneghineggiante di Masuelli, aveva elevato la toscanissima Tavernetta Da Elio della famiglia Nicoli a sua personale mensa, e non disdegnava locali come l’Assassino o la Collina Pistoiese. Il celebre Don Lisander, per anni, è stato gestito dalla famiglia Coppini, anch’essa nativa delle lande toscane, né si può tacere della Torre di Pisa o della Torre del Mangia. Da un po’, dicevamo, si sono uniti i gestori di questo My Grill, in cui il profumo tosco è ben percepibile anche nel moderno e gradevole ambiente, peraltro arricchito da un servizio gentile e professionale.
Cominciando dalle cose che non vanno (in parte), ecco la carta dei vini: è incorporata al menu, e, pur di qualità, abbisognerebbe di qualche scelta più originale. Niente di scandaloso: berrete bene con quello che c’è, e mangerete in modo assolutamente onorevole. Potrete partire con assortimenti di salumi, o anche con le insalate (o insalatone) che qui sono più stuzzicanti che altrove, anche grazie all’olio utilizzato (indovinate da dove viene…). Di primo, gusterete ottime pappardelle con salsicce e porri, oppure rigatoni al ragù di filetto di manzo. Il consiglio nostro è comunque quello di non perdere le zuppe: c’è la pappa al pomodoro di gianburraschesca memoria, e, nella stagione giusta, la farinata al cavolo nero. Di semplice, golosissima bontà è la proverbiale ribollita, da velare anch’essa con un filino d’olio: capirete perché i contadini l’amassero tanto da farsela infornare dalle loro mogli, portandosela al lavoro in una curiosa forma solidificata.
Come secondo piatto, questo è il regno della carne: la fiorentina, inutile dirlo, impera, ma su prenotazione avrete anche il maialino allo spiedo. E poi, il fritto di cervella, cibo degli dei, che a Milano non fa più nessuno: qui lo trovate in tutto il suo splendore, magari accompagnato da carciofi croccanti e leggeri come tutto il resto. I dolci andrebbero migliorati, il pane invece è ottimo (fatto in casa). Conto sui 40 euro.

(da Libero di domenica 21 maggio 2006, pag. 40)

Zighini e gored gored a Milano: un cucina variopinta

Thursday, December 7th, 2006

Fabrizio, severo recensore di tavole sul blog The Chef is on the table, mi dà lo spunto con un suo racconto del ristorante eritreo Asmara di Milano. La cucina eritrea, a parer mio, è la cucina cosiddetta “etnica” più gustosa e autentica che si possa assaporare a Milano, oltre a essere di tradizione e ospitalità assai lunga: ben pochi sono i ristoranti cinesi (o, soprattutto, i giapponesi spuntati come funghi, spesso da ceneri cinesi) che possano vantare gestioni storiche e facce uguali da anni e anni, come avviene negli eritrei.
Asmara, nella fattispecie, è un posto golosissimo, senza grandi attrattive ambientali, ma gaudioso. E’ poco lontano dalla mia redazione (cosa peraltro comune a questi locali, quasi tutti concentrati tra via Casati, via Melzo e via Panfilo Castaldi), così nell’ultimo anno ci sono stato 5-6 volte. Non dicevo mai chi ero, ma i proprietari si ricordavano sempre di me, trattandomi amabilmente, senza assolutamente sapere nulla del mio mestiere (alla chetichella raccontai anche la mia esperienza su Libero, e se fate i bravi ve la farò leggere). Gored gored all'eritreaE la cucina è ottima, gradevolissima: a parte lo zighini, è da provare il meno noto gored gored (nella foto: non è quello che cucinano all’Asmara, ma il piatto è proprio lui), filetto a dadini brasato in una salsa che non è il berbere (che appunto si usa nello zighini), ed è assai più piccante. A corredo, sopra la focaccia ‘njera (una delle migliori), i consueti contorni eritrei, ove spiccano i cavoli “gialli” che qui sono tanto buoni. C’è qualche vino calabrese, nonché la birra Ayinger.
Anche Adulis, in via Melzo, è buono: gestito da quattro simpaticissimi eritrei veraci, offre pure cucina brasiliana (tempo fa c’era pure un socio carioca: fattosi costui da parte, è rimasta la cuoca). Voi però buttatevi sull’Eritrea, non ve ne pentirete. La speziatura delle ricette è sensibilmente maggiore che non da Asmara, e qui il gored gored è un piatto per palati sanguigni, come direbbe Michele Marziani; pure assai cospicuo è lo zighini (a scelta, di pollo, manzo, agnello, funghi o pesce), ma anche le altre portate sono gustose.
Di grande autenticità, poi, la Trattoria Eritrea Kilimangiaro, via Casati. A parte l’estroversione del proprietario, qui gusterete sapori nitidi, senza eccessi, equilibratissimi. Grande il loro leb leb (sorta di gored gored in salsa più scura e dolce), ma il resto non demerita. Meno entusiasmante il cous cous d’agnello, ma i piatti eritrei sono di tale livello che è consigliabile prendere solo quelli: inoltre, su richiesta o per 2 o più persone (almeno, così ci ha detto il gerente), sono disponibili insoliti intingoli per la ‘njera, a base di trippa, o di rognone, o di lingua. Un giorno o l’altro li assaggeremo.

Cibaria siciliana a Milano

Wednesday, November 29th, 2006

Oggi sono andato a pranzo (in incognito, come sempre) all’Osteria da Salvo, in viale Certosa a Milano. Esperienza decisamente positiva. Francamente me l’aspettavo, giacché questo simpatico locale era già stato provato da Rino Franzese, Marco Gatti e Paolo Massobrio. Cinonostante, è stata una sorpresa piacevole. Leggerete il racconto della mia mangiata domani su Libero, nelle pagine di Cronaca milanese; seguirà, il giorno dopo, la pubblicazione su questo blog.

Gli spammer invadi-commenti sono ahimé abbastanza agguerriti. Sto cercando di debellarli con mezzucci più o meno tecnici, come certi plugin di Wordpress. Spero funzionino, perché di questi simpatici invasori robotizzati ne ho le tasche piene (e non solo quelle). Intanto, ho messo anche un simpatico gadget, che impone ai commentatori un breve esercizio di matematica: per commentare, si deve inserire, dove richiesto, la somma di due cifre, un conticino che si può fare anche con le dita e che è sicuramente migliore dell’inserzione dei “codici di sicurezza” cifrati che si stanno diffondendo e che sono efficaci ma scomodi.
Consiglio a chiunque abbia un blog con Wordpress di installare questo plugin: scaricatelo da questo sito tedesco, e seguite le istruzioni (in inglese, ma non troppo difficili).