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Tra il Po e il Ticino, un oceano di sapori

I Sapori della Terra di Mezzo

Quando gli dico che è un grande scrittore, Michele Marziani si schermisce e diventa timido. Non gli piacciono i complimenti eccessivi. Eppure, lui li merita per davvero. E’ uno degli scrittori di cose buone che sa trovare il registro linguistico più appropriato: né sciatteria giornal-cronistica (il cosiddetto “stile piano” che fin troppo spesso è l’ultimo rifugio delle canaglie), né veronellerie fuori tempo massimo. Una prosa sbrigliata, a volte poetica quando contempla un paesaggio o un piatto, sempre coinvolgente al massimo. Non mi vergogno di dire una cosa: nel 1999 Papillon ebbe l’idea di far uscire un numero speciale dedicato ai visitatori del Meeting di Rimini, e contenente dunque un’esplorazione del microcosmo gastronomico della bassa Romagna. Paolo Massobrio ebbe l’idea vincente di far scrivere a Michele Marziani i suggerimenti di trattorie, ristoranti, negozi. Un instant book bellissimo sulla realtà romagnola. Io avevo diciotto anni e mezzo, e non nascondo che lo stile di Marziani da me letto sul Papillon speciale influenzò moltissimo il mio modo di scrivere negli anni successivi.

Alla faccia di ogni scuola di giornalismo, mi sono permesso questo lungo preambolo onde introdurre al meglio I Sapori della Terra di Mezzo, edito da Guido Tommasi e davvero irrinunciabile per ogni buongustaio che ami la lettura.
E questo lo dico anche perché ho dato una mano anch’io, suggerendo a Michele qualche indirizzo da provare nella terra da lui esaminata: la Bassa pavese, tra Lomellina e Ticino e Certosa. Insomma, quella zona lì, la Terra di Mezzo, fiabesca come quella di Tolkien. Nel suo itinerario, Michele sfiora produttori di Gorgonzola e di riso, parla di marcite, di risorgive, di antica civiltà fluviale. Si fa raccontare delle rane che qui si trovavano molto più di oggi, e si sofferma sui pesciolini che un tempo vivevano nelle risaie. Certo, oggi con la meccanizzazione le mondine non servono più, ma all’epoca delle sfruttatissime mondariso coi pesciolini di risaia si facevano certi fritti, certe leccornie…
Il libro è tutto così: vorrei definirlo nostalgico, se la parola non fosse un po’ strappalacrime. Diciamo che è un viaggio tra i ricordi e tra i sapori.
Ecco, mi permetto di imporvi il suo acquisto, senza indugio.

Michele Marziani e Davide Dutto: e Paolo Scavino ha il sito griffato

Sito della Paolo ScavinoMi segnala Michele Marziani una piacevole novità: una famosa, gran bell’azienda “barolista” di Castiglione Falletto, la Paolo Scavino, ha sfornato il suo nuovo sito web. Un gran bel lavoro, con un uso del flash una volta tanto non fastidioso o invasivo, ma in grado di dare il giusto risalto alle fotografie di Davide Dutto, poeta dell’obiettivo che sul suo blog ha squadernato una serie di begli scatti delle vigne langarole. L’architettura del sito è stata messa in piedi dallo Studio Della Torre-Rivoira di Fossano (Cuneo), non a caso patria della miglior carne piemontese. E i testi? Sono opera di Michele Marziani, scrittore più che giornalista (come ama rammentare), capace della giusta cifra poetica nel descrivere il vino (e il cibo), quella senza la quale è opportuno lasciar perdere questo mestiere.
Fateci un giro.

Il Sangiovese semplice che c’è ancora

Etichetta Ceppato 2005Michele Marziani, amico giornalista riminese autore di bellissimi libri, mi ha quasi letto nel pensiero: ha parlato del Ceppato 2005, il vino rosso a base di sangiovese prodotto da Vicopisano. Recentemente, avevo “beccato” qualcuno di quell’azienda a commentare su un blog: io ne avevo approfittato per far i complimenti per questo vino sincero, piacevole, bevibilissimo. Un paradigma di elegante contadinità toscana, perfetto da gustare sopra una ribollita (mi viene in mente quella “da asporto” di Donnini di Bagno a Ripoli, vicino Firenze; oppure, per andare un po’ più lontano, quella della famiglia Coppini alla Mongolfiera dei Sodi di Erbusco, Franciacorta, uno dei migliori ristoranti toscani al di fuori della Toscana). Insomma, non solo di supertuscan vive l’uomo.

Zighini e gored gored a Milano: un cucina variopinta

Fabrizio, severo recensore di tavole sul blog The Chef is on the table, mi dà lo spunto con un suo racconto del ristorante eritreo Asmara di Milano. La cucina eritrea, a parer mio, è la cucina cosiddetta “etnica” più gustosa e autentica che si possa assaporare a Milano, oltre a essere di tradizione e ospitalità assai lunga: ben pochi sono i ristoranti cinesi (o, soprattutto, i giapponesi spuntati come funghi, spesso da ceneri cinesi) che possano vantare gestioni storiche e facce uguali da anni e anni, come avviene negli eritrei.
Asmara, nella fattispecie, è un posto golosissimo, senza grandi attrattive ambientali, ma gaudioso. E’ poco lontano dalla mia redazione (cosa peraltro comune a questi locali, quasi tutti concentrati tra via Casati, via Melzo e via Panfilo Castaldi), così nell’ultimo anno ci sono stato 5-6 volte. Non dicevo mai chi ero, ma i proprietari si ricordavano sempre di me, trattandomi amabilmente, senza assolutamente sapere nulla del mio mestiere (alla chetichella raccontai anche la mia esperienza su Libero, e se fate i bravi ve la farò leggere). Gored gored all'eritreaE la cucina è ottima, gradevolissima: a parte lo zighini, è da provare il meno noto gored gored (nella foto: non è quello che cucinano all’Asmara, ma il piatto è proprio lui), filetto a dadini brasato in una salsa che non è il berbere (che appunto si usa nello zighini), ed è assai più piccante. A corredo, sopra la focaccia ‘njera (una delle migliori), i consueti contorni eritrei, ove spiccano i cavoli “gialli” che qui sono tanto buoni. C’è qualche vino calabrese, nonché la birra Ayinger.
Anche Adulis, in via Melzo, è buono: gestito da quattro simpaticissimi eritrei veraci, offre pure cucina brasiliana (tempo fa c’era pure un socio carioca: fattosi costui da parte, è rimasta la cuoca). Voi però buttatevi sull’Eritrea, non ve ne pentirete. La speziatura delle ricette è sensibilmente maggiore che non da Asmara, e qui il gored gored è un piatto per palati sanguigni, come direbbe Michele Marziani; pure assai cospicuo è lo zighini (a scelta, di pollo, manzo, agnello, funghi o pesce), ma anche le altre portate sono gustose.
Di grande autenticità, poi, la Trattoria Eritrea Kilimangiaro, via Casati. A parte l’estroversione del proprietario, qui gusterete sapori nitidi, senza eccessi, equilibratissimi. Grande il loro leb leb (sorta di gored gored in salsa più scura e dolce), ma il resto non demerita. Meno entusiasmante il cous cous d’agnello, ma i piatti eritrei sono di tale livello che è consigliabile prendere solo quelli: inoltre, su richiesta o per 2 o più persone (almeno, così ci ha detto il gerente), sono disponibili insoliti intingoli per la ‘njera, a base di trippa, o di rognone, o di lingua. Un giorno o l’altro li assaggeremo.