Thursday, December 6th, 2007
Propongo anche ai visitatori di questo blog l’interessante dissertazione che Andrea Gori, il sommelier più informatizzato d’Italia (a pari merito con me, ovviamente, anche se lui ha il tastevin d’oro e io solo quello d’argento…), ha dedicato alla diffusione del Merlot in zone non sempre vocate. E Gori dà comunque a Cesare quel che è di Cesare, ammettendo che i Merlot di gran fattura in Italia comunque non mancano, dal Galatrona al Redigaffi (quest’ultimo, a parer mio, riesce a disvelarsi completamente solo un bel po’ di tempo dopo l’imbottigliamento). Buona visione. Ah: come avrete visto, il blog s’è adeguato all’atmosfera natalizia…
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Thursday, March 8th, 2007
Ieri sera, tornato alla solita tarda ora dal lavoro, ho trovato una cosetta molto buona ad attendermi a casa: un risotto mantecato al radicchio tardivo e Squacquerone, fatto amorevolmente (ed eccellentemente) da mia mamma. Materia prima, il Carnaroli di Baraggia di Carlo Zaccaria, di gran livello come sempre (e ammannito, il giorno prima, sotto forma di un incredibile timballo con salsicce piccanti e peperoni gialli). E da bere? Un Merlot senza nome, proveniente dal Lazio (zona Castelli Romani o Colli Albani o giù di lì), da un pacco regalo natalizio. Un vino imbottigliato in casa, in una spessa bottiglia verde (giunta assieme a una bottiglia di bianco e una di Olevano dolce, che ancora non ho provato), con un’etichetta (un nastrino di carta con su scritto “Merlot” a penna) attaccata con lo scotch. Versandolo nel bicchiere, ho apprezzato il color rubino denso e scuro. Al naso, lungi dall’evidenziare sentori muschiosi o sgarbati, faceva percepire un profumo deciso di ciliegia matura: rustico, certo, un po’ scomposto e non del tutto pulito, ma rose e fiori rispetto a ben altra “roba” arrivata dall’Oltrepò e dalle sue cubigiane. Il sapore è piuttosto dirompente, abbastanza caldo e focoso, di corpo discreto, non troppo strutturato ma neppure dalle spalle rachitiche. Fortuna che qualche contadino che sa fare vini quotidiani abbastanza succosi esiste ancora. Persino nel Lazio, terra ritenuta poco competitiva sui rossi di livello medio (un discorso ben diverso, ovvio, dai vari Montiano e Vigna del Vassallo). Come disse Massobrio: vivaddio, ridateci i difetti, soprattutto se immersi nel contesto d’una bottiglia complessivamente gradevole e bevibile.
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Tuesday, March 6th, 2007
Pungolato dall’ottimo Marco, stavolta partecipo anch’io al Vino de Blogger. L’ordine del giorno è dettato dal vincitore dell’edizione 4, il simpatico Luca Risso (Luk): il vino proposto dev’essere Merlot o Pinot nero, italiano, senza limiti di budget. Al contrario di quel che si potrebbe pensare dal mio post di ieri, non proporrò un Pinot nero, ma un Merlot molto interessante, che, grazie anche alla sua provenienza veneta, esula decisamente dai consueti merlottoni toscanissimi: il Piave Merlot 2003 Barollo.
Questa giovane azienda di Preganziol (Treviso) sta davvero bruciando le tappe con entusiasmo: basti pensare all’exploit del Piave Chardonnay 2003, che allo Chardonnay du monde 2006 ha preso la medaglia d’oro; il vino è stato poi recensito e apprezzato da molti esperti italiani, come Roberto Giuliani di Lavinium ( «Un vino di esecuzione impeccabile, indubbiamente di taglio moderno, dotato di un’ottima materia prima e capace di lungo invecchiamento») e Luciano Pignataro ( «Un capolavoro, insomma, della nuova enologia italiana capace di competere alla pari con la concorrenza internazionale anche quando si misura con uve che impegnano migliaia di enologi e ricercatori ogni giorno in tutto il mondo da decine di anni»).
Ma qui, più che dello Chardonnay, parliamo di un Merlot inatteso. Inatteso, quantomeno, per chi ha ancora in mente gli imprecisi, erbacei Merlot del Veneto orientale che andavano per la maggiore: invece i fratelli Barollo ci hanno dato un vino ottimo, giudizioso, paragonabile, per bontà, a certi campioni dei Colli Euganei (mi viene in mente il Sassonero di Ca’ Lustra) che rappresentano bottiglie esemplari per la tipologia in questa regione. Non a caso, questo vino proviene da rese per ettaro (75 quintali) che in zona Piave, fino a qualche anno fa, sarebbero state considerate fantascienza. Il succo delle uve, dopo 12 giorni di macerazioni sulle bucce, viene affinato per 10 mesi in barriquee per 6 in bottiglia. Il risultato è un vino dal caldo color rubino intenso, che porge al naso sentori di marasca e di grafite. In bocca è di corpo, elegantemente introverso ma subito dopo disposto ad aprirsi a un bel calore espressivo, tannico il giusto. Una bottiglia costa più o meno sui 15 euro. Francamente, credo che se tutte le aziende della marca trevigiana (e, perché no, di Lison-Pramaggiore) lavorassero così, abbassando le rese, curando meglio l’aspetto agronomico e migliorando le pratiche di cantina, gran parte dei pregiudizi su questa zona viticola (vero e proprio serbatoio enologico di grande potenzialità, noto soprattutto per il Raboso, che ahimé non tutti sanno fare bene, scambiandone la ruvida asprezza per tradizionalità ruspante) diminuirebbero senz’altro.
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