Un Lambrusco alla Shostakovich per la cucina di Verdi

Wednesday, April 16th, 2008

Lambrusco PaltrinieriE le elezioni sono passate, si può tornare a parlare tranquillamente dei grandi piaceri della vita.
Tra questi, è indubbio, c’è anche il Lambrusco, purché buono e non, come dicono gli americani, un’Italian Coca-Cola. I litri e le bottiglie di Lambrusco pessimo sono fortunatamente in diminuzione, ma restano tanti e tanti e tanti bicchieri di Lambrusco mediocre, senza personalità né attrattiva. Onore quindi ai molti che si sono messi di buzzo buono per ridare lustro al vino di Guareschi, di Peppone e di don Camillo.
L’ultima emozione in tal senso mi è arrivata subito dopo il Vinitaly. Sono finalmente riuscito a metter bocca sui Lambruschi di Sorbara vinificati da Gianfranco (o meglio, Alberto) Paltrinieri. Paolo Massobrio, nei suoi libri e nelle sue rubriche sulla Stampa, ne ha sempre detto gran bene, e francamente trovo che ha ragione. Mio padre è riuscito a conoscere Alberto, che continua l’opera di suo papà Gianfranco, e me l’ha descritto come persona umanissima, di gran passione e simpatia. Sabato sera mi sono perso nella bella bevuta del Leclisse 2007, un Lambrusco di Sorbara in purezza a tappo raso di travolgente gradevolezza, di cui il sito web non parla. Nessuna ruffianeria in questo calice fresco. Richiama alla mente certi Scherzi delle sinfonie di Shostakovich (specialmente l’Allegretto della Sinfonia n. 5, cliccare per sentirne un estratto di una trentina di secondi), vivaci, sardonici, ironici.
Versatelo in un bicchiere non troppo stretto: scende che è un piacere, lasciando un piccolo zoccolo di spuma. Il colore è un rosso fragola lievemente aranciato, con unghia vagamente rosacea. Al naso, il profumo corrisponde: fragola purissima, sembra di essere di fronte a una ciotolina delle fragole al limone e zucchero come le faceva la nonna. Il sottofondo è fermentativo e vinoso. In bocca è vivacemente acido e rinfrescante senza banalità, con una chiusa ammandorlata che lo rende addirittura dissetante. Quale vino migliore, d’inverno, per cotechini, zamponi, preti (coi relativi cappelli) e vescovi? Ora che le giornate si scaldano, spendetelo su coppa, prosciutto crudo, salame, cicciolata tagliata fine. O su una pasta al sugo o al ragù. O anche da solo, prima di pranzo.
Tra qualche giorno proverò l’altro Lambrusco, il Selezione, quello col tappo a gabbietta che campeggia nella foto là sopra. Intanto, segnatevi questo Leclisse, esempio probante di Lambrusco vero e ben fatto.

Vinitaly 2007: sorprese e conferme (seconda parte)

Tuesday, April 3rd, 2007

Cari amici e lettori, eccoci alla seconda parte dello speciale sul “mio” Vinitaly. Anche oggi, una breve selezione dei vini degustati con grande voluttà. E, come vedrete, grandi risultati e grande personalità sono arrivati da alcuni vitigni considerati né più né meno che il simbolo dell’omologazione vinicola. Ecco dunque il paniere odierno di “buoni bicchieri”, tutti assaggiati a Verona.

  • Il Filò delle vigne. Quest’azienda di Baone (Padova), nel pieno dei Colli Euganei, mi era nota da quasi dieci anni per l’assaggio di un soavissimo Fior d’Arancio Spumante fattomi conoscere dai fratelli enotecari Redento e Dino Picello. Eppure, da questi terreni vulcanici viene pure un cabernet da far girare la testa (nel senso buono). Tale è stato l’assaggio del Cabernet Riserva Vigna Cecilia di Baone 2002, semplicemente memorabile. Proveniente da viti trentenni di cabernet franc e sauvignon in parti uguali, questo rosso, che costa 8 euro a bottiglia, si offre con un caldo color rubino, profumi di ciliegia e una bocca corposa senza pesantezze, elegante e popolare in una sintesi autorevole. Affinamenti? In acciaio e vetroresina. Niente barrique. Mi viene ancora in mente un signore che, qualche anno fa, diceva «Il Cabernet vuole la barrique per forza!»: si assaggi il Cecilia di Baone (che costa un terzo di certe blasonate bottiglie assai meno interessanti) e si ricreda. Non a caso, i veneti con quest’uva hanno un rapporto particolare: più che “internazionale”, la considerano cosa loro. E finché ci sarà gente che la tratta così, ne avranno ben donde. Ma debbo dire che quest’azienda fa pure il Cabernet barricato: è il Borgo delle Casette 2003, imponente per virtù intrinseche e territoriali e non per un surrettizio body building. E costa anche lui non troppo: 13 euro. In ogni caso, il Borgo delle Casette dimostra come la barrique possa far uscire un vino buono (anzi, molto buono) senza peraltro essere indispensabile. E che dire poi del Luna del Parco 2004, svenevole Fior d’Arancio passito? Il moscato giallo, qui chiamato per tradizione fior d’arancio, sembra fatto apposta per vini così. E allo stand del produttore, assaggiato per caso a confronto con un Sauternes (di cui non vi rivelerò il nome, anche perché l’ho dimenticato. Chi è senza peccato…), stravinceva al confronto, con la sua autentica, dirompente, dongiovannesca sensualità ad annichilire il pur onorevole vino francese appesantito dai solfiti. Tenete davvero d’occhio questa azienda, ci sanno fare sul serio.
  • Ca’ Lustra. Se i Cabernet del Filò delle vigne sono stati una bella sorpresa, il Sassonero di Ca’ Lustra, altra realtà dei colli vulcanici mantovani (è di Cinto Euganeo, frazione Faedo) si è confermato bottiglia interessantissima nell’annata 2004. Per chi non lo sapesse, si tratta di un Merlot, affinato in botti di rovere da 500 litri. Costa 11 euro. E piace. Piace perché è un vino che parla di territorio. E’ pigmentato di intenso rosso rubino, profumato di frutta rossa sotto spirito ed in bocca è corposo, tornito, elegantemente solido. Stesse piacevoli sensazioni per il Roverello 2005, Chardonnay passato in legno (anche qui, barili da 500 litri, per il 60% di secondo passaggio), armonico, cremoso, ben sostenuto dall’acidità, avvincente. E che dire del Marzemino passito 2005, 900 bottiglie (ma col 2006 saranno il doppio) di vellutata dolcezza, di tocco quasi mozartiano? Fortuna che c’è ancora chi fa i vini così. Vini fatti apposta per degustatori e bevitori che non si lasciano troppo suggestionare dai luoghi comuni sui vitigni cosiddetti “internazionali”.
  • Ca’ de’ Medici. E qui cambiamo completamente zona, trasvolando fino a Reggio Emilia, località Cadè. E’ lì che ha sede l’azienda di Regolo Medici e famiglia (da cui il nome), specializzata nei briosi vini che lì van per la maggiore. Piace molto il Terra Calda, uvaggio di lambrusco e cabernet sauvignon sottoposto alla tradizionale fermentazione: rossissimo, quasi violaceo agli occhi, regala un profumo vinoso, invitante, con un che di buccia d’uva e di fragola. Le promesse sono mantenute all’assaggio: una tannicità carezzevole unita alla sensazione piacevole dell’anidride carbonica compongono un vino secco ma morbido, gentile, ideale col maiale e coi piatti locali. Ma la vera sorpresa è un altra: il Renzo, lambrusco in purezza fermentato a lungo e in bottiglia. Regolo lo paragona a una birra Weizen ad altissima fermentazione: e ho provato in effetti a immaginarlo sui ricchi, fastosi insaccati tedeschi (bratwurst, leberkase…), oppure su una (o uno) choucroute alsaziana. Intanto, si presenta con un colore rosso granato lieve, somigliante alla fragola. E che profumi: ancora fragola fresca, ma anche zenzero e chinotto. In bocca è sferzante, acido, secchissimo, rinfrescante, molto piacevole. Come dicevo, lo vedo bene sulle vivande germaniche, ma ovviamente è perfetto con la mariola, lo zampone, il cotechino, il prete, il cappello da prete, il bollito, la cassoeula. Costa poco più di 4 euro a bottiglia.

E anche per oggi abbiamo finito. Spero, come sempre, di suscitare commenti e opinioni sui miei assaggi.

Il Lambrusco e i sapori d’Italia con Raspelli

Wednesday, February 14th, 2007

Sono appena tornato, e già vi omaggio con la segnalazione d’un evento goloso.
A Gonzaga (Mantova), il 10 e 11 marzo, il quartiere fieristico ospiterà la rassegna enogastronomica Il Lambrusco e i Sapori d’Italia. Protagonista sarà sicuramente il Lambrusco, un vino che, nella non troppo nota declinazione mantovana, è in grado di dare belle soddisfazioni a basso prezzo. In programma, oltre alla presenza d’un vasto mercato di produttori agricoli di cose buone, ci saranno convegni e tavole rotonde, oltre a un bel pranzo col bollito misto piemontese, che col Lambrusco ci va a nozze. Testimonial, Edoardo Raspelli, se a qualcuno interessasse.