Una scaglia di Grana Grosino non si nega a nessuno
Wednesday, January 3rd, 2007Ed eccomi di ritorno… Sono stati cinque giorni molto intensi, e molto appaganti, trascorsi con la mia fidanzata sulle balze valtellinesi. Ci siamo goduti l’ospitalità come sempre squisita di Jim Pini, al vecchio confortevole Hotel Sassella. Da questa base, abbiamo pensato di partire per alcune escursioni di gran godimento gastronomico: al Filò di Bormio (gran bell’ambiente, servizio squisito, cucina a prezzi molto onesti, sapori godibili ma, in talune portate, forse un po’ attenuati: però, è indubbio, Max Tusetti mostra di saperci fare), alla Locanda Altavilla di Bianzone (semplice, simpatica, con una bella lista dei vini, la pregevole bresaola della Premiata Macelleria Pietro Poretti di Tirano, dei pizzoccheri eccezionali – fatti a mano, e si sente – e un’atmosfera familiare senz’altro ammirevole: non a caso, ben consigliata pure da Franco Ziliani e da Roberto Giuliani, con tutte le ragioni del mondo e forse anche qualcuna di più), alla Hostaria Tona di Villa di Tirano (bel locale ambientato nelle annose cantine Tona; buona cucina, con una saporita “Fritola dell’amicizia” – il caro vecchio chisciol di grano saraceno -, un imponente risotto con salsiccia, porcini e rosso Perlavilla, un robusto stinco di maiale), e senza parlare, ovvio, del ristorante Sassella, dove abbiamo pure gustato il cenone di Capodanno. Ma l’esperienza culinariamente più ghiotta è stata quella del mezzodì del 31 dicembre: un pranzo a Livigno, nello Chalet Mattias. E’ il regno di uno chef, Mattias Peri, giovane e talentuoso, autore d’una cucina d’inventiva frizzante, saporosa, concreta, lontana sia dagli sdilinquimenti modaioli che dagli sbracamenti iper tradizionali (che finiscono spesso per anchilosare la recezione della tradizione stessa). Da Mattias c’ero andato già nel 2005, e ne scrissi la positiva recensione su Libero: oggi però (e le mie impressioni sono suffragate anche da una visita lo scorso agosto) il livello della cucina è riuscito ad aumentare ancora, e suscita entusiasmo.
Entusiasmo per la trilogia del foie gras (in torrone, in gelato e in farcitura calda di un dattero), per la corposa imponenza delle crespelle di grano saraceno con formaggi locali e tartufi, per la sapienza d’un piatto come il filetto di torello di razza Garronese cotto sotto la cenere. Perfino la spuma di Bitto che apre il pranzo non è la solita schiumetta che tristemente ci hanno sdoganato cuochi e cuocastri, gli stessi che agitano turiboli fumiganti al solo profilarsi della punta del cappello di qualche chef iberico (perché, se non lo sapete, la vera grande cucina si fa solo in Spagna, come alcune persone vorrebbero imporci di pensare). In un pezzo di Francesco Arrigoni (verosimilmente di qualche tempo fa), Mattias si definisce “nemico del pizzocchero”: evidentemente, oggi ha cambiato idea, poiché i suoi pizzoccheri sono usciti dal menu apposito (“I sapori dei miei confini”) ove erano confinati. E sono straordinari, sicuramente i migliori che si possano gustare a Livigno. Ne leggerete la recensione su Libero.
POSCRITTO: a breve scriverò un post sulla “mia” Valtellina. Ossia, i miei produttori del cuore, i miei indirizzi golosi. Per ora, ve ne darò un’anticipazione, invitandomi ad assaggiare il Grana Grosino. E’ un formaggio a pasta dura, prodotto a Grosio da un manipolo di casari allevatori (anche se qui la situazione non è affatto chiara: mi hanno detto che anche la Latteria Sociale del paese sarebbe coinvolta, ma le informazioni che ho reperito sono un po’ contradditorie): è praticamente sconosciuto fuori della Valtellina, e anche fuori dalla stessa Grosio ne ho sentito parlare poco. Come che sia, è un formaggio straordinario, dolce, possente, damascato, di giusta sapidità , da abbinare a uno Sforzato. Per averlo, non c’è che da andare dai produttori privati (a dire il vero, come dicevo, non so chi siano: un giorno farò mente locale, ma pare siano molto gelosi del loro prodotto), oppure, strada più facile, recarsi al negozietto Alimentari Sassella (nessun legame con l’albergo), in via Roma numero 23. Non è segnato nemmeno sulle pagine gialle online, ma il Grana Grosino ce l’ha quasi sempre. E la mamma della negoziante fa anche un buonissimo Scimudin con il latte delle sue mucche

