Vinitaly 2008: gli assaggi, parte terza (Mascarello Giuseppe, mica poco)

Wednesday, April 9th, 2008

Langhe Freisa ToettoMauro Mascarello non pigia le uve coi piedi, eppure è un esempio fulgido del più grande artigianato italiano, checché possano pensarne alcuni commentatori passati da queste parti ultimamente. Sono andato a trovarlo al Vinitaly, rimanendo prevedibilmente appagato dalla bontà della batteria dei vini presentati.
Mascarello vuol dire anzitutto Barolo. E Barolo storico. Mauro, seguendo il solco di papà Giuseppe, potrebbe venir definito “tradizionalista” da chi vuol sempre tracciare caselle e tessere. E invece non è un tradizionalista, ma un amante della tradizione. Lui non è uno che disprezza chi ha idee diverse dalle sue, o che ritiene di fare il vino più buono del mondo. E’ un produttore che ha un credo, e lo persegue indefessamente, sapendo che troverà sempre qualche estimatore (per inciso, parecchi) sia oggi che in futuro.
Provo il suo vino attorno alle 10 di mattina di venerdì scorso. Certo, vorrei gustare anche Barbera e Dolcetto, ma il tempo è tiranno. Mi limito quindi ai Barolo, provenienti da vari cru di Castiglione Falletto e di Monforte d’Alba.
Mentre degusto (senza sputarlo: il secchiello per questi vini lo lascio perdere, non deve perdersene nemmeno una stilla) il Villero 2003, dall’omonimo vigneto, ascolto Mauro: «Il Barolo non dev’essere inteso come un vino dai tannini duri». E il Villero corrisponde: floreale, profumato, placido nel tannino, molto ampio. Con il Santo Stefano di Perno 2003 (cru di Monforte), meno squillante all’olfatto ma comunque piacevole da aspettare qualche attimo nel bicchiere, viene voglia di schioccare la lingua: è un vino che si mastica, non per la concentrazione ma per l’importanza dei polifenoli e delle “durezze” presaghe di una lunga logevità. Del cavallo di razza, il Monprivato 2003, colpisce l’estrema rotondità ed eleganza gustativa, nonché il profumo netto di violetta e rosa appassita. Del resto, il nebbiolo con un terreno calcareo così ci va a nozze. La vigna magnifica e la mano giudiziosa dei Mascarello fanno il resto.
Di grande emozione la chicca della riserva, il Ca’ Morissio 2001, un vino che si fa rispettare, e che chiede di essere accostato imperativamente alla lepre in civet. Dopo le macerazioni lunghe di rito (25 giorni), questo Barolo finisce in botti grandi per 45 mesi. Eccolo lì: profumi eterei e impalpabili, fruttato leggerissimo di ciliegia, cenni floreali e di terra bagnata. Persistenza stratosferica in bocca, roba di decine e decine di secondi.
Roba che non ti vien più voglia di assaggiare nient’altro. E invece no. Da autentico patito della tipologia, mi faccio versare un calice di Langhe Feisa Toetto 2004, ferma, maturata in botte grande. E qui, scappa davvero l’applauso per la caparbietà dei Mascarello nel proporre un vino da un’uva considerata di basso lignaggio, eppure popolarissima in Piemonte. E il risultato li premia: colore rubino brillante, profumi di fragola e lamponi con alcuni ricordi di vinosità. E che impatto in bocca. Sentite i tannini, come grattano piacevolmente la lingua senza esagerare troppo nell’amaro. E’ una bottiglia fatta apposta per grandi piatti di carne abbondantemente salsati o, perché no, con un grande Parmigiano Reggiano di lunga stagionatura.
Complimenti alla mamma, al papà, al bisnonno e a tutta la generazione che li ha messi al mondo.

Stefano Rossotto, la Collina Torinese e il vino della classe media che scompare

Saturday, December 9th, 2006

Stefano Rossotto ViniParlando via e-mail con Terence Hughes, giornalista vinicolo e autore del blog Mondosapore (che ieri ha citato una mia breve considerazione sul vino supertuscan Vito Arturo), ho tirato in ballo una doc italiana sconosciuta ai più, Collina Torinese. Si tratta di una denominazione che offre, per la maggior parte, vini di una certa immediatezza. Intendiamoci: non banali o sciatti, semplicemente non paludati o avviluppati da affinamenti cervellotici. Sono vini che qualcuno potrebbe definire “da tutti i giorni”: Barbera, Bonarda, magari in uvaggio con freisa (che proprio in zona ha una sua denominazione storica, Freisa di Chieri). Tra le “specialità” c’è il Cari, un vino rosso da fine pasto ottenuto da un particolare clone di vitigno pelaverga, il pelaverga di Pagno (che non è il pelaverga piccolo, quello di Verduno, tanto per intenderci).
A parte il caso di questo Cari, pressoché ignoto al cosiddetto “uomo della strada”, un po’ tutti i vini di questa Doc sono misconosciuti. Leggendo la Guida vini de L’Espresso in una delle due edizioni ancora curate da Alessandro Masnaghetti, ci si poteva imbattere nella scheda di questa doc. Là, spiccava in modo particolare la produzione di un signore di Cinzano (Torino), Stefano Rossotto, i cui avi lavoravano a Mezzadria nelle vigne del parroco del paese (una consuetudine classica del Piemonte, se si pensa al Ruché di Castagnole che produceva don Giacomo Cauda) e fino al 1945 coltivavano viti a piede franco. All’ultimo Salone del Gusto torinese, in un ampio stand dedicato alla provincia di Torino, ho avuto finalmente il piacere di conoscerlo e, ciò che è ancora più importante, di provare i suoi vini. Siamo di fronte a un altro vignaiolo semplice, lontano dagli squilli di tromba di guide e concorsi, ma serio, autore di bottiglie dalla sottile ma non ingombrante personalità. Anche se Stefano per scelta non produce il Cari, i suoi vini sono un esempio di tipicità. A parte le selezioni di Freisa di Chieri sia vivace che ferma, ove percepisci distintamente una trama tannica sensibile, tipica del vitigno, molto gradevole se accostata ai bolliti misti, è da segnalare il Bricolau, da uve barbera (60%) in uvaggio con freisa e bonarda (il restante 40%), piacevole esemplare “da tutto pasto”, senza pesantezze ma anche senza banalità, ottimo esponente di quella “middle class” vinicola che in Italia sta vivendo le stesse difficoltà che patisce quella umana. Ma ancora meglio è la Malvasia Deliziosa, un vino della stessa stirpe delle Malvasie di Casorzo e di Castelnuovo Don Bosco: dolce al punto giusto, ben sostenuta dalla giusta acidità, carezzevole e profumata di rosa appassita, questa Malvasia può essere un’alternativa “fuori dal coro” a un Brachetto tappo raso.