Lampredotto e erbera a Milano: la seconda verginità della Tavernetta da Elio

Wednesday, March 19th, 2008

RibollitaIndro Montanelli e Elio Nicoli erano due veri, autentici toscanacci trapiantati a Milano. Indro era di Fucecchio, Elio di Pescia: una ventina di chilometri in linea d’aria, a metà strada tra Pistoia e Lucca. L’uno non poteva fare a meno dell’altro: Indro scriveva e mangiava, l’altro cucinava in via Fatebenefratelli. E benché il giornalista talvolta andasse a desinare pure all’Assassino, la sua mensa preferita era la Tavernetta da Elio, che il Nicoli aveva aperto nel 1957.
Siamo nel tempo dell’ubriacatura toscana della ristorazione milanese. Da lì a qualche anno, mangiare toscano diventerà quasi più facile che trovare un autentico rostin negàa. Proviamo ad enumerare un po’ di locali alla toscana del trentennio 1960-1980: l’Assassino; la Collina Pistoiese; il Tronco; le Pietre Cavate; il Montalcino; i Matteoni; la Torre di Pisa; la Bice; la Torre del Mangia. Ne ho sicuramente dimenticati alcuni. Comunque, quasi tutti sono in attività ancora oggi. Ma col tempo, in parecchi locali “granducali” l’ispirazione toscaneggiante è stata messa in un angolo. Con gli anni ‘70, sono arrivate le panne. Con gli ‘80, le rucole. Così, piano piano, ribollite e zuppe uscivano dai menù, sostituiti da filetti al pepe verde, tagliate rucola e grana e insalatone. In più, non era difficile constatare l’arrivo di costolette alla milanese improbabili, talvolta talmente battute da risultare quasi cartacee. E’ stato così: i ristoratori toscani hanno preferito allungare la carta.
E tempo fa l’aveva fatto pure la Tavernetta da Elio di via Fatebenefratelli, aggiungendo pietanze turisticheggianti e un po’ di filetti. Oggi, il locale è guidato dal corpulento Mario Nicoli, discendente diretto dell’Elio, e ha ingranato un’inversione di tendenza. Vi ricordate la parte a sinistra del menù, quello con le cose più “banalotte”? A tutt’oggi, è stata drasticamente sfrondata. Intendiamoci, qui i piatti toscani non sono mai stati emarginati. Oggi però sono tornati a recitare la parte del leone.
Marco Nicoli ha fatto un certosino lavoro di recupero della tradizione, e non solo quella delle sue colline pistoiesi, ma anche quella di Siena, Livorno e della Lucchesia. Il risultato è che oggi, alla Tavernetta, si mangia una vera cucina granducale della memoria.
E’ rimasto ancora il buffet degli antipasti: però ci sono anche crostini toscani, lardo affinato nelle vinacce di Chianti, mallegato con testa in cassetta ai pistacchi, mortadella di Prato (una di quelle cose che altrimenti si potrebbero assaggiare solo andando in loco, da Marini o da Conti).
Poi, via con le zuppe: garmugia lucchese di verdure secondo la ricetta del 1600; ribollita tradizionale (in foto); minestrone di farro della Garfagnana con fagioli pregiati di Sorana. Ma ci sono anche le paste e i risi: ad esempio, i pici con ricotta del pastore, pomodorini e pepe; il risotto rosso al Brunello di Montalcino; le corde di chitarra alla mi’ maniera (con un corposo ragù).
Ma poi, spazio ai grandi piatti forti, davvero unici nel loro gusto. Qui è rientrato gloriosamente il quinto quarto, le frattaglie che piacciono tanto al fiorentino Romanelli, che vedrei bene seduto a questa tavola. Anzitutto, un lampredotto in umido (diverso dalla ricetta dei trippai di strada) da andar giù di testa. E poi, la sorpresa: la erbera. E’ pressoché un unicum: si tratta dell’esofago bovino, che Nicoli serve brasato al Marsala, con le patate. Gli amanti del quinto quarto non possono mancarlo.
Purtroppo non si può mangiar tutto. Ci sarebbe la Cioncia alla pesciatina (anzi, di Pinoccho: oltre che di Pescia, è tipica pure della vicina Collodi), umido di parti povere de vitello, rigorosamente accompagnata dai fagioli. Ci sarebbe lo zimino di seppie e bietole all’uso di Antignano. Ci sarebbero le salsicce tosche coi fagioli all’uccelletto; il filetto di manzo al Brunello e cipolle rosse; le polpette toscane; le uova al tegamino con la bottarga di Orbetello; il Peposo alla Brunelleschi (ricordate?). C’è, ovviamente, la bistecca alla fiorentina di pura Chianina.
Si chiude in dolce con cantuccini, brigidini etc. Inoltre, si beve bene. Il locale ambientalmente è piuttosto datato ma simpatico, così come sono piacevolmente fanée i competenti camerieri in doppiopetto bianco.
Circa 40-45 euro in un ristorante che, grazie a un patron intraprendente e intelligente, sta vivendo una seconda giovinezza, rivelandosi capace di serbare saporose sorprese.

Tavernetta da Elio
Via Fatebenefratelli, 30
Milano
Tel. 02653441
Chiuso sabato a pranzo e tutta la domenica

Il My Grill non si è perso…

Wednesday, January 10th, 2007

Visto che tanta, ma proprio tanta gente arriva sul mio blog cercando “Ristorante my grill Milano” (evidentemente arrivandoci dalla pagina del vecchio sito che Google, bontà sua, ancora indicizza, ho pensato di non vanificare tanti sforzi riproponendo l’articolo pubblicato allora. Leggetevelo, stampatelo, salvatelo, fatene quello che volete, ma non dite che siete arrivati qua cercando il (buon) My Grill senza trovarlo. Tenete presente che si tratta di un pezzo scritto a maggio 2006.

Mangiare in centro a Milano? Un terno al lotto, se non si può proprio andare da Cracco Peck o Marino alla Scala (poi diventato Trussardi Alla Scala, ancora migliore, ndR). Del buono c’è, e tempo fa c’era anzi uno dei migliori ristoranti di pesce milanesi, quel Gemelli che se ne stava dietro all’Università Statale e che faceva dell’ottima cucina siculo-mediterranea: ebbene, da tempo ha chiuso, sostituito da un nuovo ristorante che ancora non abbiamo provato.
A pochi passi da qui, però, il restauro di una delle vecchie case di via Festa del Perdono ci ha regalato un buon indirizzo ove mangiare con discreta soddisfazione, e senza eccessivo assassino pecuniario in una città che, ahinoi, è cara ovunque. Il posticino si chiama My Grill (via Festa del Perdono 1, tel. 0276005780, chiuso sabato a pranzo e domenica, accetta tutte le carte di credito), e si mostra con discrezione già dalle vetrine che s’affacciano su uno degli ultimi angoli autentici della vecchia Milano: vedrete un ambiente moderno, di quelli che ultimamente vanno per la maggiore, ma con un qualcosa che lo rende più accogliente di quel che sembra. Entrate, e l’impressione si avvalorerà: anche se l’involucro dà certi pensieri, ci sono dettagli che vi faranno capire che non siete nell’ennesimo ristorante hi-tech, magari salutista, vegetariano o vegetarianizzante.
Gli artefici, a dire il vero, sono toscani. Voi direte: “E allora?”. E’ una garanzia: a Milano la ristorazione toscana ha sempre furoreggiato. Una vecchia volpe granducale come Indro Montanelli, che pure si concedeva saltuariamente, assieme a Giorgio Bocca, qualche sapida comparsata nella piemontesità meneghineggiante di Masuelli, aveva elevato la toscanissima Tavernetta Da Elio della famiglia Nicoli a sua personale mensa, e non disdegnava locali come l’Assassino o la Collina Pistoiese. Il celebre Don Lisander, per anni, è stato gestito dalla famiglia Coppini, anch’essa nativa delle lande toscane, né si può tacere della Torre di Pisa o della Torre del Mangia. Da un po’, dicevamo, si sono uniti i gestori di questo My Grill, in cui il profumo tosco è ben percepibile anche nel moderno e gradevole ambiente, peraltro arricchito da un servizio gentile e professionale.
Cominciando dalle cose che non vanno (in parte), ecco la carta dei vini: è incorporata al menu, e, pur di qualità, abbisognerebbe di qualche scelta più originale. Niente di scandaloso: berrete bene con quello che c’è, e mangerete in modo assolutamente onorevole. Potrete partire con assortimenti di salumi, o anche con le insalate (o insalatone) che qui sono più stuzzicanti che altrove, anche grazie all’olio utilizzato (indovinate da dove viene…). Di primo, gusterete ottime pappardelle con salsicce e porri, oppure rigatoni al ragù di filetto di manzo. Il consiglio nostro è comunque quello di non perdere le zuppe: c’è la pappa al pomodoro di gianburraschesca memoria, e, nella stagione giusta, la farinata al cavolo nero. Di semplice, golosissima bontà è la proverbiale ribollita, da velare anch’essa con un filino d’olio: capirete perché i contadini l’amassero tanto da farsela infornare dalle loro mogli, portandosela al lavoro in una curiosa forma solidificata.
Come secondo piatto, questo è il regno della carne: la fiorentina, inutile dirlo, impera, ma su prenotazione avrete anche il maialino allo spiedo. E poi, il fritto di cervella, cibo degli dei, che a Milano non fa più nessuno: qui lo trovate in tutto il suo splendore, magari accompagnato da carciofi croccanti e leggeri come tutto il resto. I dolci andrebbero migliorati, il pane invece è ottimo (fatto in casa). Conto sui 40 euro.

(da Libero di domenica 21 maggio 2006, pag. 40)