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Lon Fon, cucina cantonese a misura di donna

Rita e Tui
Il racconto di oggi è dedicato alla mia cara amica Sara Porro, una ragazza che ama moltissimo la Cina e la sua gastronomia, varia come solo può esserlo in uno spicchio di mondo che comprende svariati fusi orari. Sono tornato con la mia famiglia al ristorante Lon Fon, a Milano. Cioè in uno dei ristoranti cinesi più ghiotti, autentici e casalinghi che ci siano sulla piazza. E’ inutile iniziare la solita solfa sulla cucina cinese in Italia, la sappiamo tutti: piatti fasulli, prezzi ridottissimi ma qualità spesso risicata della materia prima, per non dire di peggio. I buongustai milanesi, per la verità, sanno dove poter mangiare cinese con soddisfazione, e Lon Fon da sempre ha un posto speciale nella loro agenda. Anche i “sapientoni” e i guidaioli finiscono per tesserne le lodi: secondo l’ottima guida milanese del Gambero Rosso, da Lon Fon si incontra uno dei migliori rapporti qualità-prezzo della città.

Falafel, kefteji e kebab con Stanislao Porzio: la passione di Oasis

L’ho scritto adesso, vuoi per il lavoro pressante di oggi al giornale vuoi per dare a Stanislao Porzio la possibilità di parlarne per primo: all’Oasis di via Castaldi si mangia una delle migliori cucine mediterranee di Milano.
C’ero passato di fronte innumerevoli volte, perché la strada è vicinissima a Libero. Era stato Mr. Oz a parlarmene per primo, in una vecchia discussione sul kebab più gustoso. Allora, l’ho provato un paio di volte, toccando con mano la passione del proprietario, un tunisino di mezza età sposato con una donna di origini pugliesi. Oggi però la circostanza era particolare: dovevo incontrare Stanislao Porzio, che ha un blog molto bello, dedicato ai cibi di strada, che meriterebbe di finire in ogni blogroll gastronomico. Stanislao mi ha fatto avere una copia del suo libro, un viaggio amoroso nel mangiar rapido del centro e nord Italia, di cui vi parlerò al più presto.
Ho scelto di portarlo all’Oasis, mi interessava molto il suo giudizio. E, come potete intuire dalle sue parole, è stato molto positivo. La sua descrizione è veritiera, genuina, sentita. Io però aggiungo la mia. Da Oasis si mangia alla marocchina, alla berbera, alla libanese, alla mediorientale. Ci sono alcuni sgabelli e mensole per pranzare in loco, oppure si porta tutto via. Nel banco, cibarie di ogni genere, come pollo alla curcuma, cuscus di carne (provato in altra occasione, ottimo), riso in vari modi. Dietro, lo spiedone col kebab. Un kebab diverso dagli altri, effettivamente eccezionale, il migliore finora provato assieme a quello del Joy Grill di via Noè (a breve racconto) e della macelleria islamica di via Imbonati. Il rotolone di carne è approntato artigianalmente, non è surgelato. Ed è di solo vitello di razza piemontese, come tiene a comunicare il proprietario a chiunque si dimostri particolarmente appassionato (e qui sono molti). Io e Stanislao abbiamo preso due kebab completi, io con cipolla lui senza. Abbiamo apprezzato l’equilibrio assoluto, senza eccessi grassi e bruciaticci, né strani sapori di una carne davvero buona. Buona anche l’insalata e la verdura con cui è stata farcita la pita.
Ma non è finita. Godereccio fino in fondo, Stanislao mi spinge a prendere il piatto che vedete in foto. Sono polpette falafel (un classico bistrattato dalle pessime kebbaberie, qua morbido e benissimo curato, perfetto con la salsa di ceci) e kefteji, un’insalata fredda tipicamente tunisina di peperoncino verde lungo, uova, zucca, pomodori e altro. E’ piccante, molto saporita ma fresca. A corredo, patate fritte non richieste, aggiunte dalla moglie del proprietario per “riempire” il piatto.
Che dire? Siamo stati bene. Decisamente consigliato, nel mare magnum della ristorazione etnica d’asporto della Madonnina.

Rosticceria gastronomia Oasis
Via Panfilo Castaldi, 39
Milano
Tel. 022046442

Kebab a Milano: delusioni, scoperte

Kebab

Kebab a Milano? Ci eravamo lasciati con l’amo che vi avevo lanciato l’anno scorso: quali i più buoni e interessanti?
Da allora, molte cose sono cambiate. I rosticceri a cui ho fatto visita nell’ultimo anno sono stati decine e decine, tutti coi loro bravi spiedi verticali in bella vista. Impressioni? Purtroppo non sempre buone. Una specie di immenso McDonald’s dello spiedo.
Mi spiego meglio: troppi kebab a Milano sono tutti uguali, fatti con lo stampino, intercambiabili. Sembrano una sola, immensa catena. In particolare i kebab turchi sono desolantemente omogeneizzati. Anche l’aspetto, in certi casi, è uniforme: quanti di loro hanno insegne gialle? Quanti di loro, all’interno, hanno il tabellone con foto, piatti e prezzi identico da un negozio all’altro, manco fosse un fast food unificato? Lo so, alcuni negozi (tipo quelli che si chiamano Istanbul Aya Sofia) hanno il medesimo proprietario, ma altri no. E sono identici.
Ma questo sarebbe il meno. Il problema è la carne. La carne del kebab ha lo stesso sapore almeno nell’80% degli esercizi turchi che ho visitato. E’ facile dire perché. Arriva congelata dalla Germania, prodotta da alcune ditte che hanno in questo il loro core business (scusate il linguaggio markettaro). Le ditte non solo servono la Teutonia, ma esportano anche da noi. Inevitabile che le rosticcerie con lo stesso fornitore abbiano la medesima carne. Solitamente una mistura di vitello e tacchino. O anche, addirittura, di tacchino e pollo. Quando visiti tre rosticcerie con lo spiedone, e ti accorgi che in tutte e tre mangi lo stesso panino (o la stessa carne al piatto), puoi anche rimanere un poco deluso. E voglio sperare che restino delusi anche quelli che vedono i kebab come ultimi baluardi contro la globalizzazione americanizzante: questa non è globalizzazione? Tutti i panini identici, come i vituperati Burger King, che però da un punto di vista igienico-sanitario rispettano standard che i kebabbari non sempre possono vantare?
Una prevalenza esagerata di carne bianchissima di pollo si riscontra anche nei kebab venduti dai take away di cucina indiana. Presso questi ultimi, inoltre, si è radicata l’abitudine deprecabile di tagliare la carne prima dell’arrivo dei clienti, lasciando i pezzettini a languire con melanconia ai piedi dello spiedo. Poi, infornatina risolutiva a microonde. Risultato? Tutto s’affloscia e immiserisce, enfatizzando vieppiù una caratteristica dei kebab serviti da questi esercizi: l’acidità letale, pachidermica.
Certo, i turchi fuori dal coro non mancano. Mi viene in mente Mekan di viale Troya, che oltretutto serve una selezione di altre golosità turche, e ha un kebab effettivamente di gusto diverso. Oppure Euro Doner di via Borsieri, gestito da ragazzi turchi davvero appassionati, che cucinano anche altro, tipo gustosissime melanzane ripiene di carne, e passano il pane su una gran teglia calda prima del servizio.
Però i migliori kebab, personalmente, li ho gustati nelle macellerie islamiche egiziane, e nei locali a esse correlati.
Ne cito uno, forse il più interessante tra quelli provati finora: il Grill Al Mulk di via Imbonati 23. E’ legato alla gestione della vicina macelleria halal Al Mulk, ed è aperto dalle 10 alle 24. Uno dei “commessi”, evidentemente coinvolto nella gestione, notando il mio interessamento mi ha dato il biglietto da visita del locale e delle macellerie, spiegandomi oltretutto che loro fanno kebab di solo vitello. E “fanno” è la parola giusta. Da Mulk non si limitano a cuocere spiedi decongelati, ma confezionano in proprio la gran pila da arrostire con carni del loro macello, fresche. E la differenza si sente, anche perché la ricetta, all’assaggio, libera profumi fascinosi di spezie orientali (sa di curry) sapientemente dosate dal cuoco. Avete provato ad annusare la carne di un kebab turco senza pretese? Se va bene, sa di grasso o di bruciaticcio, o al massimo di petto di pollo. Il cassiere-gestore oltretutto confeziona le vaschette di carne da portar via sormontandole con un pane arabo aperto, e avvolgendo il tutto nella carta stagnola, per mantenere fragranze e sapori. Onestamente, non ho provato le altre specialità alla griglia proposte, ma il kebab basta e avanza. La frequentazione, come sempre in questi posti, è molto “composita”, con pochi italiani. Peccato per la zona molto squallida: decisamente inquietante, questo primo tratto di via Imbonati.
Però non fateci caso. Una volta di più, l’artigiano vince sull’industria. Non è ancora un kebab di montone come avrei voluto, ma il compromesso è più che accettabile.

CONSIGLI PER LA NAVIGAZIONE: Tanto per stare in tema, vi segnalo questo.

Quinto quarto alla messicana: come preparare il menudo



Visto che non mi risentirete fino a sabato pomeriggio, vi lascio in compagnia di un doppio video abbastanza lungo. L’ho trovato su youtube: è un simpatico americano che, in due parti, cucina davanti alla sua telecamera il menudo, sorta di zuppa di trippa alla messicana. Va da sé, i due video vanno visti in ordine. Il primo dura 16 minuti e passa, il secondo più di 7. Però la procedura è descritta minuziosamente nei dettagli. Si può anche provare a imitarlo, che dite?
Oltretutto, nelle Filippine si fa un piatto con lo stesso nome, anche se abbastanza diverso. Tuttavia, anche il menudo filippino comprende il quinto quarto, sotto forma di fegato.

Il vero Falafel del Ghetto di Roma: riscoperta di un buon panino

RosticceriaAvete presente il Falafel? Massì, quelle polpettine vegetali che si trovano in qualunque kebbaberia di qualsivoglia nazionalità, accanto ai piatti di carne. Sono una delle ancore di salvezza del vegetariano medio-orientale, e da qualche anno anche italiano (naturalmente con la curiosità per la cucina etnica). O almeno: dovrebbero. Gli è che la stragrande maggioranza dei falafel nostrani sono bisunti, talvolta gustosi ma micidiali per lo stomaco nella loro lutulenza pachidermica. In rapida sintesi: sono pesanti, quasi sempre fritti con pessimo olio.
Un’autentica riscoperta di una cibaria invece gustosissima la si può cogliere nel pieno del Ghetto di Roma, quartiere che mi piace molto. La segnalazione di oggi è dedicata all’amico Lorenzo Cairoli, che alle tradizioni culinarie ebraiche ha almeno in parte ispirato la sua rubrica Agnolotti e Sinagoghe. Sulla via del Portico d’Ottavia, turistizzata eppure ancora ricca, a mezzodì, di tanta umanità popolare, si apre la rosticceria Bete’Avon. Bete’Avon in ebraico vuol dire buon appetito. E qui davvero ci si può fermare per uno spuntino ristoratore, a base di classici giudaico-romaneschi ma non solo.
Questo rosticcere si fa vanto di servire ai clienti cucina esclusivamente Kosher, sotto la sorveglianza del Rabbino di Roma. Già vi ho spiegato che significa: Kosher, “conforme alle regole”, è il modo di preparazione e la scelta degli ingredienti. Nella cucina Kosher, non esiste il maiale. Nella cucina Kosher, carne e formaggio viaggiano su binari strettamente separati, e non si incontrano mai. Questi sono solo due dei precetti.
Come ho già detto, non dovete fare l’errore di pensare a una cucina rinunciataria. Entrate a un’ora qualsiasi, immergetevi nell’orgia quasi dantesca del bancone. Qui ci sono i romanissimi tramezzini, ma rigorosamente conformi alla legge. Ci sono panini pantagruelici. Ci sono piatti a portar via: ad esempio, la concia di zucchine, giacimento avvincente della cucina locale. Oppure, i croccanti carciofi alla giudìa. Qui a mezzogiorno arrivano vecchi e compunti signori a prelevare porzioni di aliciotti all’indivia, da mangiare con calma a casa propria.
Tra i panini, ecco la folgorazione: quello col falafel, provato un paio di mesi fa con grande soddisfazione. Niente mappazza kebabbara indigesta, niente insalata giurassica o sciali di cipolla. Qui una morbida pagnotta araba viene riempita con lattuga fresca e croccante, uova sode e harissa, ossia una salsa molto densa di peperoncino rosso, equilibrata e non decisamente piccante (altra cosa dal chili sparato direttamente dai dispenser di plastica). In mezzo, due o tre grosse polpette falafel, vegetali ma carnose, intense. Un boccone dovizioso, ma davvero ghiotto.
Provatelo e fatemi sapere.

Bete’Avon Kosher Lemeadrin
Via Portico d’Ottavia, 1/b
Cell. 349-6359521
Aperto anche la domenica

Accanto alle salamelle? I ravioli del Dalai Lama

Propongo qui il pezzo che ho scrito sabato scorso su Libero di domenica, relativo alla mia visita gastronomica agli stand di ristorazione della Festa dell’Unità di Milano, che durerà fino a settembre inoltrato. A sinistra, pizzoccheri e polente taragne del ristorante valtellinese.

Festa dell'UnitàNon più solo salamelle alla griglia: la Festa per eccellenza cambia volto, e diventa equosolidale e terzomondista. Certo, il salsicciotto è ancora in vendita alla panineria (3 euro) o alla griglieria (3,20 euro), ma la vera novità dell’anno è il ristorante tibetano.

Come dite? I comunisti cinesi opprimono da anni il Tibet? Ebbene, si volta pagina: all’ingresso del padiglione c’è persino un paffuto, cordiale clone del Dalai Lama a introdurre i clienti. Potrete avere piatti che stanno a mezz’acqua tra la cucina del nord dell’India e quella cinese: i Momo, ravioli di carne di manzo, simili a quelli cinesi, forse meno saporiti (5,50 euro); il Biryani, riso che qualunque appassionato di India ricorderà (5,50 euro); il pane fritto di patate (6,50 euro, piuttosto stopposo); il pollo fritto alla tibetana (4,50 euro) e altro. Il conto? Va a finanziare l’istruzione dei bambini nomadi in Tibet.

Ma non c’è solo questo ristorante. C’è quello monotematico dedicato ai funghi (11 euro i porcini alla griglia); quello di pesce (trenette all’astice 15 euro); la già citata griglieria; l’enoteca Cinghiale Rosso, con interessanti selezioni di ottimi formaggi (peccato solo che consiglino di abbinare alla Burrata di Andria un rosso, per la precisione un Lagrein); il ristorante pugliese-milanese (cotoletta a “orecchio d’elefante” 17 euro); il popolare, frequentato ristorante Valtellina, con buoni pizzoccheri (5,50 euro), risotto con luganega (4,80 euro), cassoeula (8,50 euro, piuttosto pesante e dalla carne duretta) e cosette simili. In ogni caso, la salamella c’è ancora.

(da Libero del 26 agosto, pag. 43 Milano)

Cina: l’integrazione comincia a tavola. E che tavola

Con grande gioia di Lorenzone Cairoli, ecco un piccolo prontuario sulla ristorazione cinese a Milano, firmato da me su Libero dello scorso mercoledì 18 luglio. Ne ho citati solo tre, ma avrei potuto includerne altri in lista, a cominciare dal famoso Hong Kong di via Schiaparelli. Quello che maggiormente mi ha stupito è stato il Giardino di Giada. Dopo 25 anni di cucina cinese di gran buona fattura, da un paio d’anni la proprietà ha letteralmente dato un giro di vite, rinfrescando l’ambiente, rinnovando la grafica del menu e includendo piatti originali, di fascino inatteso. Nella foto, ad esempio, c’è un loro ottimo piatto: la pancetta di maiale stufata “alla poeta”. Buona lettura.

«La Cina ha una cucina tra le più raffinate del mondo», dicono, a ragione, esperti culinari e cattedratici tutti in coro. Eppure, a Milano non è facile accorgersene: prima la proliferazione di localacci dediti al surgelato, poi la conversione, quasi in massa, alla moda della cucina giapponese (con alterne risultanze) hanno reso più faticosa la ricerca, da parte dei milanesi, di una cucina imperiale autentica.
Pancetta alla poetaMa l’arte culinaria di un Paese grande quasi quanto l’intera Europa è una sola? Ovviamente no. La cucina cinese più nota agli occidentali è quella cantonese. E a Milano uno dei sacrari di questo stile è un posto come Il Giardino di Giada, in via Palazzo Reale (tel. 028053891). Storico, centralissimo locale in attività da vent’anni, negli ultimi tempi questa bomboniera sapientemente restaurata ha saputo soltanto crescere. Qui, per ammissione di gente che davvero ci capisce, come Daniele Cologna, docente in Cattolica e profondo conoscitore della Cina, si gusta la cucina di Canton più pura: provate il menù con il dim sum, antipastiera girevole con i notissimi ravioli (in più tipologie, eccellenti) e altre cosette. In aggiunta, piatti ricchi, spesso inusuali e gustosissimi: la zucca al vapore ripiena di pancetta marinata, dove la trovate? E il riso cotto in terracotta con le puntine di maiale? Val la pena di aspettarli: come dice il menù, son piatti la cui preparazione richiede almeno 20-30 minuti. Altre specialità? Il filetto di manzo con pepe selvatico e peperoncino. E’ lievemente più caro (circa 35 euro) rispetto alla media cinese, ma la cucina è davvero d’alto livello.
E d’alto livello è pure Lon Fon, in via Lazzaretto 10 (tel. 0229405153), un altro dei nostri pallini, gestito amorosamente da Davide e Rita, ambedue cinesi (e Rita con un perfetto accento milanesi). Anche qui, cibo cantonese a ruota libera: i ravioli sono d’altissima qualità, fatti a mano, non provenienti dai banchi del surgelato delle bottegacce. Tra i piatti forti, il galletto croccante e piccante alle spezie, nonché i ricchi capellini di pasta alla Lon Fon.
E se invece della cucina di Canton vi andasse di assaggiare quella di Pechino? Nessun problema: in via Tadino 52 c’è Lisa’s Fondue (tel. 0229405838), mandato avanti dal simpaticissimo, giovane Paolo. I sapori sono decisamente inusuali: qui il curioso potrà provare, ad esempio, il “quinto quarto” (frattaglie) così come lo intendono nella capitale cinese. E’ buonissima la trippa piccante, e così quella coriandolo, e quella all’aglio. Giotto il fegato di maiale saltato, e anche il rognone. Per gli incontentabili, ecco il maiale alla pechinese: maiale con la salsa dell’anatra laccata, ben provvisto di opportune crespelle di riso. Per gli incontentabili, una sontuosa fonduta alla pechinese. Oltretutto, si spende poco: meno di 30 euro.


(da Libero di mercoledì 18 luglio, pag. 49 Milano)

Kebabbari a Milano (e altrove): dite la vostra

Cari lettori, questo è uno spazio destinato a voi. Qui potete dire tutto quello che volete sul cosidetto Kebab (o Kebap), parola che, in Asia, si riferisce quasi sempre a qualcosa di cotto allo spiedo.
Sono ben accette, in modo particolare, le seguenti tematiche:

  • Dissertazioni sul “Kebab da kebabbaro”, ossia sul megaspiedone fast-food turco (o egiziano, o curdo, o palestinese) che ormai c’è in quasi tutte le città.
  • Segnalazione dei kebabbari migliori, a Milano e non, giacché la qualità della carne e della cottura varia da cuoco a cuoco. In particolare, vorrei segnalazioni documentate di posti ove vige il vero kebab, quello di agnello o montone, marinato nella cipolla spremuta per molte ore. Ormai a Milano impera il misto tacchino-vitello (o addirittura tacchino-pollo), ed è un’impresa trovare il bovino in purezza, figuratevi l’agnello.
  • Segnalazione di cibarie similari, come il ghiros greco
  • Discussione sui piatti orientali che contengono la parola “kebab” nel loro nome, come i boti kebab, ricetta a base d’agnello che a Milano si può gustare in un’ottima versione al ristorante New Delhi di via Tadino.

Fatevi sotto, aspetto fiducioso.

La cucina romena? Una scoperta ghiotta e risparmiosa

Gratificato dai complementi di Lorenzo Cairoli, vi propongo, ad integrum, il mio servizio sul ristorante Moldova di Milano, l’unico della città ad officiare cucina romena. Buona lettura.

I milanesi se ne stanno accorgendo, e replicano, a tavola, quello che molti imprenditori fanno nel settore della forza lavoro. Se i padroni di fabbriche, da tempo, si sono resi conto che conviene risparmiare e trasferire le linee produttive in Romania, i meneghini ghiottoni hanno scoperto l’unico ristorante romeno della città, e lo frequentano con assiduità, dopo aver scoperto che ci si mangia bene e a poco prezzo: 25 euro tutto compreso. E questo a prescindere dall’ingresso della Romania in Europa.
Può essere davvero contenta Mirella Nemtan, patronne del Moldova, primo e unico ristorante che a Milano segua una linea gastronomica totalmente dedicata alla Romania. Mirella è qui da 25 anni, e il suo ristorante l’ha aperto nel 1993 nei localini della bella piazza Governo Provvisorio: «Ho voluto ricreare e riprodurre la cucina tradizionale romena, quella delle case di campagna», spiega in perfetto italiano. Prima di chiederle le informazioni che ci servivano, abbiamo fatto una cena pagando il conto, e dichiarandoci solo a cose fatte: abbiamo così apprezzato l’ambiente simpatico, con tavoli ben distanti («Abbiamo 50 coperti, una pizzeria italiana nelle nostre sale ce ne farebbe stare il doppio»), sedie impagliate molto comode, apparecchiatura corretta con belle tovaglie, pareti decorate da tappeti e arte popolare.
La giovane cameriera Monica ci porta un cestino di pane caldo (non si paga né coperto né servizio), oltre alla lista delle vivande. Optiamo per un antipasto misto: ci arriva un piatto con salame affumicato romeno (somiglia all’ungherese), corredato da pecorino fresco e da salatà de vinete (salsa di melanzane) e salatà de icre (salsa di uova di pesce), ambedue stuzzicanti, anche se ci è piaciuta di più l’insalata russa, fatta, come usa da quelle parti, con l’aggiunta della senape.
Primi piatti? Vanno forte le zuppe, che certo a Milano non sono costume diffusissimo. Ci facciamo tentare dalla gustosissima ciorba de perisoare, una minestra di verdure con sapide polpette di carne. Monica ci porta anche una ciotola di panna acida e un piattino di peperoncini verdi piccanti da aggiungere. Alternativa? Gli gnocchi di semolino. Il piatto d’elezione è però un altro: i sarmale, involtini di verza. «Sono il piatto che piace di più alla clientela: del resto è quello che in Romania si consuma nelle feste più importanti», ci spiega Mirella. Ma non è il solo piatto forte: noi abbiamo provato il corposo gulash con le patate, cotto lentamente, servito in una bella fondina di terracotta. Altrimenti, stinco coi fagioli, anatra in umido, agnello al limone. Si chiude dolcemente con il lapte de pasare, letteralmente “latte di gallina”. E’ uno dei piatti che a Mirella stanno più a cuore: «Lo faceva la mia nonna quando ero piccola. E’ una specie di ile flottante». Lo proviamo, ed in effetti è un gran buon dessert, carico di crema e di uova. Per quattro portate e una bottiglia d’acqua abbiamo speso 25 euro, ma c’è un menù degustazione, che per 18 euro comprende antipasto misto, 2 assaggi di primi, 3 di secondi e dolce. Aggiungiamoci che i vini costano poco (11,50 euro il Cabernet di Dealul Mare), e capirete come ha fatto questo locale a resistere per anni.
I clienti? «Vengono qui sia famiglie italiane, sia romene. Ma anche coppie miste», dice Mirella. Cioè? «Uomini italiani che portano la loro fidanzata o moglie romena a gustare i sapori della sua terra. E in ogni caso, tutti sono contenti: chi viene da noi, di solito ritorna, facciamo sentire il cliente come a casa propria». Ed è vero: l’accoglienza è squisita, e la cucina, basata su ricette che richiedono materie prime economiche ma gustose, è apprezzabilissima, e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Alla faccia dei surgelati cinesi.

Ristorante Moldova
Piazza Governo Provvisorio, 6
Tel. 022613124
Aperto solo la sera
Chiuso domenica e lunedì
Carte di credito: non accettate

(da Libero di mercoledì 24 gennaio 2007, pag. 52 Milano)

AGGIORNAMENTO 2008: pare che il Moldova abbia chiuso. Al suo posto c’è Il Manna (vedi), curato da uno della brigata di Oldani.

Zighini e gored gored a Milano: un cucina variopinta

Fabrizio, severo recensore di tavole sul blog The Chef is on the table, mi dà lo spunto con un suo racconto del ristorante eritreo Asmara di Milano. La cucina eritrea, a parer mio, è la cucina cosiddetta “etnica” più gustosa e autentica che si possa assaporare a Milano, oltre a essere di tradizione e ospitalità assai lunga: ben pochi sono i ristoranti cinesi (o, soprattutto, i giapponesi spuntati come funghi, spesso da ceneri cinesi) che possano vantare gestioni storiche e facce uguali da anni e anni, come avviene negli eritrei.
Asmara, nella fattispecie, è un posto golosissimo, senza grandi attrattive ambientali, ma gaudioso. E’ poco lontano dalla mia redazione (cosa peraltro comune a questi locali, quasi tutti concentrati tra via Casati, via Melzo e via Panfilo Castaldi), così nell’ultimo anno ci sono stato 5-6 volte. Non dicevo mai chi ero, ma i proprietari si ricordavano sempre di me, trattandomi amabilmente, senza assolutamente sapere nulla del mio mestiere (alla chetichella raccontai anche la mia esperienza su Libero, e se fate i bravi ve la farò leggere). Gored gored all'eritreaE la cucina è ottima, gradevolissima: a parte lo zighini, è da provare il meno noto gored gored (nella foto: non è quello che cucinano all’Asmara, ma il piatto è proprio lui), filetto a dadini brasato in una salsa che non è il berbere (che appunto si usa nello zighini), ed è assai più piccante. A corredo, sopra la focaccia ‘njera (una delle migliori), i consueti contorni eritrei, ove spiccano i cavoli “gialli” che qui sono tanto buoni. C’è qualche vino calabrese, nonché la birra Ayinger.
Anche Adulis, in via Melzo, è buono: gestito da quattro simpaticissimi eritrei veraci, offre pure cucina brasiliana (tempo fa c’era pure un socio carioca: fattosi costui da parte, è rimasta la cuoca). Voi però buttatevi sull’Eritrea, non ve ne pentirete. La speziatura delle ricette è sensibilmente maggiore che non da Asmara, e qui il gored gored è un piatto per palati sanguigni, come direbbe Michele Marziani; pure assai cospicuo è lo zighini (a scelta, di pollo, manzo, agnello, funghi o pesce), ma anche le altre portate sono gustose.
Di grande autenticità, poi, la Trattoria Eritrea Kilimangiaro, via Casati. A parte l’estroversione del proprietario, qui gusterete sapori nitidi, senza eccessi, equilibratissimi. Grande il loro leb leb (sorta di gored gored in salsa più scura e dolce), ma il resto non demerita. Meno entusiasmante il cous cous d’agnello, ma i piatti eritrei sono di tale livello che è consigliabile prendere solo quelli: inoltre, su richiesta o per 2 o più persone (almeno, così ci ha detto il gerente), sono disponibili insoliti intingoli per la ‘njera, a base di trippa, o di rognone, o di lingua. Un giorno o l’altro li assaggeremo.