Zwiebelrostbraten e Wienerschnitzel in stazione

Saturday, August 25th, 2007

Stazione di Bad GasteinSe penso a cosa sono in Italia i ristoranti delle stazioni, preferisco stendere uno o più pietosi veli. Eppure, tanti tanti anni fa, alla stazione Termini di Roma c’era un ristorante la cui bontà era decantata dai viaggiatori… Tutt’altro discorso per la Svizzera: in Elvezia, ancora oggi, i ristoranti di stazione hanno una grande tradizione di affidabilità e di bontà: ricordo ancora la piacevolezza del ristorante Agnese di Intragna, proprio nella stazioncina del trenino delle Centovalli.
E in Austria? Il concetto non cambia granché. Basta vedere il ristorante della stazione (anzi, Bahnhof) di Bad Gastein, ancorato a una robusta tradizione di tipicità prettamente austriaca, realizzata con grande professionismo. Più stazione di così si muore: la foto che vedete l’abbiamo scattata dal nostro tavolo. Alla fine del pranzo, volendo, puoi saltare sul treno che passa (dopo aver pagato).
Ma dicevamo della cucina. Perfino il salmone affumicato (scelto da chi mi accompagnava…), ovviamente non pescato nei torrenti della zona, è presentato con la ghiotta, stuzzicante crema di cavoli rossi, panna e rafano che si usa da queste parti, e che si abbina perfettamente. Qui qualche primo all’italiana, ossia a base di pasta, c’è. Tuttavia, conviene abbandonarsi alla sincera bontà delle portate tipiche, non ricercatissime ma cucinate con gusto. Chi vorrà qualcosa di delicato, avrà la zuppa di funghi (dal menù del giorno). Chi vorrà l’emblema della cucina locale, opetrà per la Kaspressknödel suppe, quella coi canederli piatti, corroborante e sostanziosa. Dopodiché, si entra nel mondo dei piatti principali. Qui, la pietanza da non mancare sono gli Zwiebelrostbraten: braciole di manzo stufate alle cipolle, ricche di profumo e di sapore, accompagnate dai canederli di prammatica. Una gran buona esecuzione per uno dei piatti nazionali dell’Austria felix. Qui, poi, mi sono arrischiato (non nello stesso pranzo) a ordinare il piatto più internazionalmente famoso dell’ex impero: Wienerschnitzel. Sarà nata prima la milanese costoletta, oppure questa versione viennese? Persino alcuni storici della capitale asburgica sembrano essersi persuasi dell’origine meneghina, sostenendo che il famigerato Radetzky se ne fosse lì invaghito, portandola a casa con qualche significativa variante (prima tra tutte, l’uso dello strutto come grasso di cottura). Naturalmente, in mancanza della certezza, tutte le ipotesi restano aperte… Fatto sta che al Bahnhof Restaurant di Bad Gastein la wienerschnitzel è perfetta (ispiratevi, o milanesi: nei vostri locali trovare buone cotolette è possibilissimo, ma sicuramente quelle cattive o pessime sono molte di più): tenera, croccante, cotta in modo magistrale, leggerissima. Contorno? Le immancabili patate al prezzemolo.
Dolce? Se ce la fate, fatevi preparare una monumentale coppa gelato, oppure scegliete le solite (ma eccelse) torte locali. Costo? In due persone, circa 50 euro senza birre o vini. Magari nelle stazioni italiane ci fossero locali così. Anzi, se ne trovate segnalatemeli.

Quinto quarto all’austriaca nella Gasteinertal

Thursday, August 23rd, 2007

GasteinertalAncora golosità austriache nel mio taccuino. Prima di andare a Salisburgo, come già scritto ieri, in Austria ho dovuto almeno arrivarci. Come località di “base” ho scelto Bad Gastein, piccola città termale sul fondo della bellissima, agreste Gasteinertal. Alloggio? Il simpatico Hotel Regina, gestito da due cordialissimi italiani: il posto ideale per partire alla volta delle bellezze artistiche e naturali del Salisburghese. E che si mangia, a Bad Gastein? La cucina di cui già ho accennato per sommi capi nel post precedente.
Il primo ristorante che ha avuto la sfortuna di avermi come cliente è stata la Gasthof zur Post, sulla strada che porta a Böckstein, proprio sotto i Tauri. E’ il piccolo regno di Hannes Hegger, che poi, col proprietario Markus Steinschaden (detto Steini) ha pure fondato il Pongauer Catering, un servizio culinario che prende il nome dalla bellissima zona della Pongovia (o Pongavia). Anche qui, guardatevi pure il sito web, ma prendete il menù ivi riportato come un’indicazione di massima: cambia spesso, e quello attualmente online è fedele solo in parte a quel che ho gustato in due prove. Zur PostAllora, a mezzodì si prende possesso nella più rustica sala bar, mentre la sera si apre la stube, con non più di una ventina di coperti. Accompagnati da una scelta vinicola giudiziosa (anche se gli avventori preferiscono la birra), potrete cominciare un simpatico viaggetto nelle prelibatezze montane del Salisburghese, con qualche contaminazione viennese e qualche portata più leggera e creativa. Saltati gli antipasti, sarà buona e tipica la leberknödel suppe, la zuppa di canederli di fegato, con un brodo saporito (sicuramente migliore di quello della minestra poi gustata a Salisburgo) e la possanza degli gnocchi, così ombreggiati nel gusto amarognolo. Chi voglia qualcosa di diverso, avrà diritto a una zuppa cremosa di astice con un grosso raviolo ripieno di formaggio austriaco. Coi piatti principali, si torna alla ruspante robustezza: quella, ad esempio, del wiener salon beuschel, speziato ma delicato umido di frattaglie di vitello, anch’esso accompagnato dai canederli di rito, gradevolissima interpretazione locale del “quinto quarto”; oppure, il morbido capriolo in salsa di cavolo rosso, che nulla ha a che vedere con le carni rinsecchite che più d’una volta ho gustato nel Bel Paese. Quando sono stato al Post, inoltre, c’era la settimana della carne alla griglia, la steakwoche: ho potuto così gustare un altissimo rumpsteak (grado di cottura gentilmente richiesto al cliente) di carne austriaca eccezionale (c’era anche quello argentino), accompagnato da gamberi e dall’ennesima salsa, questa volta creativa. Un’apprezzabile versione riveduta e corretta del Surf ‘n turf.
Con un dolce (torte varie, oppure crema di gelato al whisky) spenderete circa 25 euro a persona: il fatto che si mangi una portata in meno è determinante, al pari del costo delle zuppe, che ovunque sono sempre sensibilmente meno care rispetto a un primo piatto italiano.

Elogio della cucina reazionaria: le ricette popolari dell’Austria nel ristorante più antico

Wednesday, August 22nd, 2007

Se è vero (com’è vero) che la cucina italiana è la migliore del mondo, è purtuttavia falsissima un’affermazione amatissima dagli ignoranti nostrani: «Fuori dall’Italia si mangia sempre male». Naturalmente questi praticoni includono nel novero pure la Francia, anche se il loro grande bersaglio è la cucina dei paesi più nordici. Non mi è stato necessario il viaggio estivo della scorsa settimana per derubricare questa chiacchiera insinuante a fandonia. Sono stato un’infinità di volte in Austria e in Germania, sei volte in Danimarca, una in Svezia, una nella fu Cecoslovacchia, una nella Polonia ancora comunista, una in Ungheria, una in Slovenia: posso ben dire di aver “masticato”, non solo metaforicamente, le cucine locali. In Austria la robustezza culinaria è sicuramente corroborata dalla presenza delle montagne, e dei loro ingredienti. Inoltre, molte preparazioni hanno il loro fondamento su ingredienti di particolare sostanza.
St.Peter KellerIn Austria, ove in ogni paese non manca mai una Gasthaus, ho avuto il piacere di riassaggiare questa cucina popolare, possente, imponente, barocca, asburgica, imperiale, reazionaria. E “reazionaria”, come sempre quando lo scrivo, è da leggere tra le righe. In un ristorante di Salisburgo, il St. Peter Keller, che si picca addirittura di essere uno dei più antichi del mondo, ho mangiato i finferli alla panna, elencati nella parte del menu coi piatti “semplici”, “del giorno”. Questo posto, che ha saputo mantenere un’anima e una grande professionalità nonostante il viavai di turisti (ma anche di autoctoni, calati nelle loro stupende giacche di loden) e il gran numero di coperti, fa questo ed altro. Prima magari vi offriranno una Kaspressknödel suppe (zuppa di particolari canederli piatti al formaggio) in cui il brodo vi sarà sembrato leggermente meno pregnante che altrove. Poi però ecco la sarabanda dei piattoni unici: in Austria non esiste il primo italicamente inteso. Si parte con la zuppa, eventualmente anticipata da un antipasto - vorspeise -, per prosueguire con un hauptspeise, piatto principale, solitamente basato su carne generosamente accompagnata da verdure, canederli di vario genere, pasta oppure (meno spesso) riso. I finferli alla panna sono un hauptspeise monco, per così dire: manca la carne. Assaggiando il fungo nazionale austriaco (che in tedesco si chiama in numerosi modi, tra cui schwammerl, il soprannome che fu appioppato a Franz Schubert) preparato in questo modo, in una grassa, sapida ma delicata salsa pannosa, accompagnato da gustosissimi semmelknödel tagliati a fettone, verrebbe una considerazione. In Italia, un cuoco che si arrischiasse ad ammannire una pietanza del genere verrebbe fucilato dall’intendenza, forse giustamente. Qui no. E non perché si tratti di “reazione” culinaria fine a se stessa: in Italia la panna è sinonimo di piatti raramente tradizionali, più spesso partoriti da qualche chef genialoide nel ventennio 1960-1980, con le sue penne alla vodka e i goffi ammicchi alla “cucina internazionale”. Qui no: la panna è parte integrante di molti piatti. E il perché è facile intuirlo: in questa nazione in gran parte montana campeggiano le mucche, specialmente quelle pezzate rosse e bianche. E non sono mucche “nascoste” nelle stalle come gran parte di quelle della pianura Padana: qui pascolano all’aperto, sui prati montani, e si vedono benissimo.
Seguiranno poi racconti più o meno dettagliati degli altri ristoranti che ho visitato nelle mie scorribande asburgiche. Intanto, guardatevi il sito del ristorante, ammirate le bellissime sale, il pergolato interno (dove ho mangiato io), leggete la lunga storia e magari anche il menù, anche se questo messo su internet è incompleto. Non è il miglior ristorante salisburghese in assoluto, ma per quel che concerne la cucina tradizionale è sicuramente da segnalare per la forza e l’autenticità dei piatti.