Vinitaly 2007: scoperte, entusiasmi (prima parte)
Monday, April 2nd, 2007Un buon bicchiere? Tanti buoni bicchieri, quelli del Vinitaly di quest’anno, che ho visitato per una sola giornata, anche se intensissima. Un piccolo sunto (anche se non troppo completo) delle mie degustazioni l’avete trovato su Libero di ieri.
Ciononostante, ho intenzione di omaggiarvi di una piccola carrellata (a puntate) delle esperienze degustative maggiori di questa rassegna 2007.
- Strade Vigne del Sole. Era parecchio tempo che, incuriosito da articoli di Paolo Massobrio e dalle degustazioni di Maurizio Taglioni su Lavinium volevo assaggiare i vini di Antonio Cugini e di suo figlio Alessandro, che vinificano tra Marino, Albano e Grottaferrata, in provincia di Roma. Avete presente i classici vini “de li Castelli”? Ebbene, dimenticateveli. Qui, il cavalier Cugini ha messo a dimora più di 70 (diconsi settanta) varietà di uve autoctone e dimenticate, tanto da suscitare l’attenzione dei ricercatori di Conegliano Veneto e da ricevere lo status di azienda sperimentale. Sentite, tanto per dire, il Kadrai 2005, da uve malvasia rossa e albana (non è quella di Romagna, è la versione laziale, che pare prenda il nome proprio da Albano). Sentite i profumi dirompenti che, più che un vino bianco, ricordano un rosato: banana, caramella inglese, perfino una nuance di smalto per unghie (gradevolissima). E che grinta in bocca, che personalità, che diversità da certe slavate produzioni della zona! Uno spettacolo, condiviso anche da Andrea Sturniolo, incontrato casualmente allo stand e, come me, rapito da questo bianco straordinario. Ma prima di lui, m’aveva coinvolto il Torre dei Frangipane, nuovo bianco aziendale da uve pecorino e cesanese bianco: così strutturato e solido da non sembrar quasi un vino castellano. E che dire dell’Alba Rosa 2004, dall’omonima uva, che porge profumi volpini misti a simpatici bouquet di sottobosco e piccoli frutti? E il Morato 2002, così possente ed elegante, proveniente da un’uva che, a sentirla nominare, vien da sorridere (tor dei passeri) ma è antichissima e, soprattutto, autoctona? E il Niveo 2003, che è praticamente un Frascati Cannellino di sola malvasia rossa (pur avendo vigneti iscritti alla Doc, Cugini preferisce la Igt, perché i disciplinari, dice, sono troppo restrittivi nell’imporre l’uso di certe uve tutte insieme) e porge fragranze di anice stellato e menta piperita (sembra un mazzetto di pianticelle aromatiche), svelandosi poi in bocca nervoso, non troppo dolce, piacevolissimo? Azienda non globalizzata? Potrebbe benissimo essere questa. Un particolare: nessun vino arriva a costare 10 euro.
- Azienda Agricola Gulfi. Altra azienda fuori dagli schemi, questa volta in Sicilia, a Chiaramonte Gulfi (Ragusa), cittadina dove “si magnifica il porco”, famosa per i salumi e la gelatina di maiale. Ebbene, qui c’è la famiglia Catania, che si dedica anima e corpo alla valorizzazione del nero d’avola. Una valorizzazione attuata in modo diverso rispetto ad altri colleghi: i Catania puntano su vigne uniche, veri e propri cru, da cui traggono selezioni differenti, ma tutte col comun denominatore di ricercare purezza, autenticità ed eleganza espressiva, anzichè le eccessive concentrazioni cui più di un siculo ha deciso di indulgere. Così, il Nerosanlore’ 2003 si porge con un bel color rubino senza troppi riflessi bluastri, e con una grazia femminilissima di dolci note di fragola e liquirizia, poi replicate in un sorso gentile, materno, espansivo. Per ammissione degli stessi viticoltori, il Neromaccarj 2002 è viceversa un po’ “verde”: ciononostante, coinvolge coi suoi sentori di arachidi e di mallo di noce (con un po’ di lampone sul finale) e col corpo piuttosto acido, ma importante. E la visita allo stand Gulfi mi ha riservato una grande, grande sorpresa: ci ho trovato Raffaele Catania, membro della famiglia, laureato in legge a Milano e, soprattutto, frequentatore della mia stessa scuola in Brianza. Mai e poi mai mi sarei aspettato di rivederlo là, in quest’azienda che tanto mi era piaciuta al Wine Sicily di Trapani Birgi nel 2005.
- Cantine Buffa. Un nome che è imprescindibile annotarsi se si vuol toccare con mano quanto può essere grande un vino come il Marsala. Provate il loro Marsala Vergine: non ha assolutamente nulla di cui vergognarsi al cospetto di un grande Sherry, a cominciare dai profumi eterei, floreali, persino con un che di capperi (ma Domenico Buffa, che me l’ha fatto assaggiare, non era tanto d’accordo), per finire con il sorso di persistenza interminabile, secco ma setoso, equilibratissimo. Imperdibile è anche il Marsala Oro dolce Riserva, fragrante di fichi secchi, mandorle e miele, invitante nei coloriti caldamente ambrati e latore d’una sorsata potente, avvolgente, polposa, con un che di salino. E la Malvasia liquorosa vi manderà aux anges: non si finisce più di annusarla, sembra offrire un bouquet di delicatissimi fiori secchi. E in bocca? Dolce, sensuale come poche. Un azienda da segnarsi sul taccuino.
E questo è solo l’aperitivo. Sentirete poi gli altri miei assaggi.










