Amanti del Barbacarlo, se ci siete battete un colpo

Monday, January 22nd, 2007

BarbacarloCi stavo pensando proprio ieri: ma con tutti i club e clubbetti che in Italia tutelano qualsiasi cosa, perché non fondare un’associazione degli amanti del Barbacarlo? Mi è venuto in mente ieri pomeriggio, mentre rievocavo, chissà perché, il mio incontro con Lino Maga a Broni (Pavia), nell’ormai lontano dicembre 2004. Era una mattina lievemente nebbiosa, e avevo appuntamento nella cantina in paese, vecchia, ovattata, piena di ricordi nella sua sala degustazione piacevolmente disordinata, zeppa di foto, lettere, dediche. E, soprattutto, bottiglie. Bottiglie di ogni annata dei vini fatti in casa, il Vigna Barbacarlo, il Vigna Montebuono e il meno conosciuto Vigna Ronchetto. Tutte, o quasi, bevibilissime, una diversa dall’altra.
Era presente Daniele Rancati, amico e lettore, che partecipò al lungo racconto e ai ripetuti assaggi di molte annate. A corredo, salame crudo, coppa e pancetta fatte da un amico di Lino, meravigliosamente ruspanti ed autentici come solo sanno essere i prodotti casalinghi (memorabile sarà poi il ricordo della luganega che Rancati mi diede da portare a casa, e di cui non posso scrivere sui giornali perché chi la fa non la vende, e giustamente le mie rubriche si occupano di indirizzi ove i lettori possano approvigionarsi: ma voi lettori del blog non vi offenderete se vi faccio questi racconti). Subito dopo, Lino Maga mi portò a vedere la cantina più nuova, fuori città. E dimenticatevi il produttore che se la tira, scendendo dalla Mercedes o dall’Audi: il veicolo su cui feci il viaggetto fu una robusta, piccola, vissutissima Volkswagen Polo, evidentemente usata dal Nostro anche per le scorribande nei vigneti.
Ma qui sto esagerando nel raccontare un uomo introverso, il contrario del vignaiolo “che se la tira”, eppure dalle idee chiarissime. Idee che si “sentono” nei suoi vini, che hanno una caratteristica: ogni anno sono diversi, ma non di poco. E’ il concetto più anti-industriale che si possa immaginare: non nel senso di una becera contestazione di stampo politico, ma in quello d’un prodotto che mal s’accorda con le strategie di chi vuole risultati e sapori costanti nel tempo. Così, un Barbacarlo 2003, coi suoi 15° di titolo alcolometrico e il residuo zuccherino robusto, anni fa è dovuto uscire come Provincia di Pavia IGT, anziché come Oltrepò Pavese Rosso DOC: molti in questo hanno visto una voglia di far polemica. In realtà, semplicemente, Maga aveva ritenuto stupido non vendere un vino così concentrato solo per colpa d’un disciplinare restrittivo, e quindi l’aveva declassato senza rimpianti, e soprattutto senza il “tirarsela”, il pensare “Ecco, non mi avete voluto e ora vi snobbo”.

E come sono i vini? Vanno provati anno dopo anno, e non si deve fare l’errore in cui molti cadono: bocciare il Barbacarlo solo per aver avuto la sfortuna di incappare in un’annata minore. Certo, il 2003 era un caso eccezionale: un vino dolce, sugoso, profumato di fragola, corposo in bocca. Un vino da mangiare con le castagne o con un bel ciambellone. Tutt’altra cosa il 2001, che invece è secco e austero: un perfetto esemplare di vino da cotechini o da bolliti misti. Che versatilità, eh? E il bello è che potete cercare il “vostro” Barbacarlo tra molti e molti esemplari: ricordo, in quel dicembre 2004, l’assaggio di un 1986 di bella stoffa, non certo giovanile ma neppure troppo maturo (“un bicchiere sincero, pieno, popolare”, scrissi all’epoca). Il segreto? Maga non ne ha: sulla controetichetta scrive dettagliatamente quasi tutte le componenti chimiche presenti nel vino. Le sue risorse sono vigneti magnifici, con grandi esposizioni e piante anche di cent’anni d’età, col logico corollario di rese basse per natura (35 quintali per ettaro). Certo, da annata ad annata cambia molto. Certo, spesso i tappi giocano brutti scherzi. Certo, alcuni storcono il naso di fronte ai prezzi (ma, chissà perché, non lo fanno di fronte ai vini di Josko Gravner, che costano molto di più ma che, pur nella loro sfumatura che non li rende graditi a tutti, le guide hanno provveduto a sdoganare da tempo). Certo, non sempre il Barbacarlo finisce sulle guide (l’unica “fedelissima” è la Veronelli, che peraltro, proprio qualche anno fa, segnalò una curiosa discrasia, con Gigi Brozzoni che espresse alcune riserve mentre Gino Veronelli, all’epoca ancora fra noi, invece attribuì il “Sole”, il massimo riconoscimento). Eppure, tra Maga e la miriade di vini “contadini” solo a parole, fatti “col bastone”, non abbiamo il minimo dubbio su chi scegliere. Se magari un annata non gli viene bene, lui non si fa venire i grattacapi: a disposizione ne ha almeno altre dieci che invece sono buone, e in ogni caso la natura ha voluto così, e lui fa il vino in vigna, non in cantina.

Mi permetto, dunque, di richiamare qui i bevitori di Barbacarlo, chiedendo loro di segnalarsi, e magari di mandare una e-mail (col racconto dell’esperienza, o di aneddoti, o di quant’altro sia connesso al proprio rapporto col Barbacarlo) al sottoscritto, che avrà il massimo piacere di pubblicarla.
In ogni caso, ecco dove dovete andare: Broni (Pavia), via Mazzini, 50 (tel. 038551212)