Fatila 1998, o della sorpresa della Bonarda invecchiata

Thursday, May 8th, 2008

FatilaPranzi casalinghi, ossia la gioia della scoperta. Domenica scorso, con la mia famigliola, ho avuto il piacere di abbinare un magnifico roast beef all’inglese ad un vino altrettanto memorabile. Un vino lasciato invecchiare in cantina, e delibato al momento giusto. Questo vino è stato il Fatila 1998 di Vercesi del Castellazzo di Montù Beccaria (Pavia), Oltrepò Pavese pieno. Un vino di pura bonarda, bevuto a dieci anni dalla vendemmia, si è rivelato una cannonata. Una vera e propria lezione per chi asserisce, senza bere, che la Bonarda per l’invecchiamento non va bene. E che i tannini della Bonarda non vanno mai d’accordo col legno. Beh… Provate anche voi a mettere via una bottiglia di Fatila in una buona cantina, e a riberla dieci anni dopo la vendemmia.
Del Fatila 1998 avevo già parlato anni fa su Libero: scrissi un pezzo addirittura nel 2002, a commento di una bottiglia di quell’annata 1998, uscita da poco. Rilevai un vino già apprezzabile, ma indubbiamente ancora molto giovane, irruente, forse impulsivo. Del resto, 18 mesi di barrique con il vitigno croatina (per giunta raccolto surmaturo) non si smaltiscono dall’oggi al domani. In quel luglio 2002 scrivevo: “In bocca è potente e damascato, e sarà ancor più fine dopo qualche anno di bottiglia”. Ecco, ora ci siamo: la prova del nove.
A sei anni da quell’articolo, e a dieci dalla vendemmia, eccomi a stappare un’altra bottiglia di Fatila. Il colore nero, inchiostroso del 2002 è diventato un rubino intenso e compatto. Il naso, ancora ricco di visciole sotto spirito, ha emendato la speziatura insolente della gioventù, per aprirsi a tratti più floreali, femminili, carezzevoli. In bocca, lo stallone ombroso del 2002 è diventato un cavallo di razza completamente domato e docile, senza perdere i suoi guizzi. I 15 gradi alcoolici sono ben portati da una struttura di peso, sostenuta da un tannino che ormai il tempo ha provveduto a sgrossare, a smussare nelle sue asperità. Uguale a se stessa, viceversa, la lunga persistenza, che l’invecchiamento ha reso semmai più sottile e avvincente. Col roast beef ci sta alla grande, ma non avrei timore ad accostarlo anche a qualche piatto di maggior tonnellaggio. Morale della favola: aspettate i vini giovani. La sorpresa è in agguato.
Oltretutto, quest’azienda è davvero un porto sicuro per il bevitore oltrepadano in cerca di curiosità. Oltre ad altri rossi impegnativi, si segnala la versione più spensierata della Bonarda, il Luogo della Milla. Menzione speciale anche per il Marghe, uno dei pochi Pinot nero vinificati in bianco (non spumante) che ricordi con piacere.
Prosit.

Stefano Rossotto, la Collina Torinese e il vino della classe media che scompare

Saturday, December 9th, 2006

Stefano Rossotto ViniParlando via e-mail con Terence Hughes, giornalista vinicolo e autore del blog Mondosapore (che ieri ha citato una mia breve considerazione sul vino supertuscan Vito Arturo), ho tirato in ballo una doc italiana sconosciuta ai più, Collina Torinese. Si tratta di una denominazione che offre, per la maggior parte, vini di una certa immediatezza. Intendiamoci: non banali o sciatti, semplicemente non paludati o avviluppati da affinamenti cervellotici. Sono vini che qualcuno potrebbe definire “da tutti i giorni”: Barbera, Bonarda, magari in uvaggio con freisa (che proprio in zona ha una sua denominazione storica, Freisa di Chieri). Tra le “specialità” c’è il Cari, un vino rosso da fine pasto ottenuto da un particolare clone di vitigno pelaverga, il pelaverga di Pagno (che non è il pelaverga piccolo, quello di Verduno, tanto per intenderci).
A parte il caso di questo Cari, pressoché ignoto al cosiddetto “uomo della strada”, un po’ tutti i vini di questa Doc sono misconosciuti. Leggendo la Guida vini de L’Espresso in una delle due edizioni ancora curate da Alessandro Masnaghetti, ci si poteva imbattere nella scheda di questa doc. Là, spiccava in modo particolare la produzione di un signore di Cinzano (Torino), Stefano Rossotto, i cui avi lavoravano a Mezzadria nelle vigne del parroco del paese (una consuetudine classica del Piemonte, se si pensa al Ruché di Castagnole che produceva don Giacomo Cauda) e fino al 1945 coltivavano viti a piede franco. All’ultimo Salone del Gusto torinese, in un ampio stand dedicato alla provincia di Torino, ho avuto finalmente il piacere di conoscerlo e, ciò che è ancora più importante, di provare i suoi vini. Siamo di fronte a un altro vignaiolo semplice, lontano dagli squilli di tromba di guide e concorsi, ma serio, autore di bottiglie dalla sottile ma non ingombrante personalità. Anche se Stefano per scelta non produce il Cari, i suoi vini sono un esempio di tipicità. A parte le selezioni di Freisa di Chieri sia vivace che ferma, ove percepisci distintamente una trama tannica sensibile, tipica del vitigno, molto gradevole se accostata ai bolliti misti, è da segnalare il Bricolau, da uve barbera (60%) in uvaggio con freisa e bonarda (il restante 40%), piacevole esemplare “da tutto pasto”, senza pesantezze ma anche senza banalità, ottimo esponente di quella “middle class” vinicola che in Italia sta vivendo le stesse difficoltà che patisce quella umana. Ma ancora meglio è la Malvasia Deliziosa, un vino della stessa stirpe delle Malvasie di Casorzo e di Castelnuovo Don Bosco: dolce al punto giusto, ben sostenuta dalla giusta acidità, carezzevole e profumata di rosa appassita, questa Malvasia può essere un’alternativa “fuori dal coro” a un Brachetto tappo raso.