Un bicchiere di Monella ti presenta Giacomo

Tuesday, April 29th, 2008

Ho avuto la fortuna di bere oggi una rinfrancante mezza bottiglia di Monella 2006 di Braida (Rocchetta Tanaro, Asti), l’azienda fondata da Giacomo Bologna. La Monella, stando a quello che mi ha raccontato mesi fa la sua Anna, era il vino-feticcio di Giacomo. Il vino della vita. Il vino da cui cominciò la rinascita della Barbera. Ora qualche amico impugnerà la penna rossa e mi dirà: «La rinascita della Barbera ebbe inizio col Bricco dell’Uccellone». Verissimo. Però Giacomo il Bricco dell’Uccellone non l’avrebbe fatto se non si fosse visto bocciare la “sua” Monella da un manipolo di pignoli degustatori francesi. Allora, per vini come l’umanissima, espansiva Barbera del Monferrato vivace non c’era grande apprezzamento all’estero. I vini frizzanti o erano spumanti o niente. Sicché, Giacomo decise di “barricare” la Barbera, escogitando il tornito, potente Bricco dell’Uccellone, che s’impose su mercati ben diversi da quelli rionali.
Però la Monella è la Monella. Una Barbera senza grandi pretese strutturali o d’importanza, eppure fascinosa. Il 2006 coinvolge fin dall’inizio col colore violaceo intensissimo, molto brillante. Al naso, siamo lontani dal vino da damigiana: pulizia assoluta, quasi leggiadra, con toni vinosi in evidenza, mischiati al solito frutto rosso (Fabio Rizzari, perdonami). Similari le sensazioni boccali, anzi la gaudiosa bevuta: anidride carbonica equilibratissima, tannini raschianti ma compostissimi, un pizzico d’abboccato ad affascinare ulteriormente. Sul bollito, la lingua in salsa verde, il salame crudo. O, perché no, sul risotto alla milanese.
W la Barbera. Specialmente quando la Barbera è la summa di tutta una vita. Io non ho conosciuto Giacomo, ma bevendo questo vino mi si disvela subito la sua pirotecnica personalità.
Ai suma.

La Barbera con la barrique che non si vede

Monday, September 24th, 2007

Cascina OrsolinaSi può nascondere così bene la barrique da renderla quasi inavvertibile, ossia riconducendola alla sua funzione originaria di “mezzo” dell’affinamento, e non di “fine” necessario a dare quel timbro gusto-olfattivo che qualsiasi consumatore un po’ scafato riesce subito a focalizzare? Evidentemente sì. E alla Cascina Orsolina di Moncalvo (Asti) lo sanno fare. Non a caso, possono avvalersi di un enologo competente e abile come Donato Lanati.
Bando alla ciance: la Barbera d’Asti Superiore Bricco dei Cappuccini 2003 va provata. L’uso della barrique per la Barbera, come molti, sanno, è stato introdotto tra i primi da Giacomo Bologna: vedendosi bocciare la sua adorata Monella (Barbera vivace del Monferrato) dai degustatori francesi, scelse di sposare le loro tecniche e i loro gusti, introducendo la piccola botte a Rocchetta Tanaro con risultati encomiabili. Ed encomiabile è anche questa Barbera di Moncalvo, dove la barrique è talmente giudiziosa che non si sente neanche, specialmente in bocca. L’etichetta della 2003 è un po’ diversa da quella che vedete in immagine, ma per il resto il Bricco dei Cappuccini è esattamente come lo descrivo io: un vino color rosso scuro, con consistenza sensibile ma non marmellatosa. Al naso, fruttato tondo di amarene e mirtilli, con un che di floreale sullo sfondo: forse è proprio questa relativa rotondità dell’espressione fruttata a tradire in qualche modo l’impiego di carati piccoli. Anche perché in bocca avrete la vera sorpresa: un’acidità sontuosa, magnificamente in evidenza, equilibrata e raffinata, ma percettibilissima e rinfrescante. Il corredo tannico è sicuramente buono, e in ogni caso non c’è la minima traccia della mollezza che caratterizza il cattivo uso dei piccoli carati. E’ un vino che lascia la bocca perfettamente pulita, non zuccherosa, vanigliosa o comunque appesantita. Abbinamento? L’oca ripiena arrosto.

W la Barbera

Monday, July 16th, 2007

Uva barberaW la Barbera, e chi la sa aspettare. Ha ragione Paolo Massobrio, quando asserisce che dal vitigno più bistrattato del Piemonte possono uscire vini assai forieri di sorprese anche nel lungo e nel medio periodo, e non solo nell’immediato. Col tempo, la Barbera mantiene le sue caratteristiche, e anzi affina ancor più la sua piacevolezza, se chi l’ha fatta ha saputo farla bene. E gente che la sa fare c’è.
Ci sa fare Giorgio Cappricci, industriale milanese che da qualche anno, a Nizza Monferrato (Asti), manda avanti la Cascina Sant’Anna, una piccola realtà ben poco conosciuta al grande pubblico (non sono riuscito a trovare nemmeno una foto) ma nota ai bevitori più attenti. Ebbene, Giorgio fa una Barbera d’Asti Superiore, la Tredici Lune, che può sfidare gli anni senza problemi. Sono reduce dalla sorseggiata di un 2000: che gran bel vino! Questo 2000 si presenta oggi con una veste color rubino scuro, cui gli anni e la permanenza in bottiglia hanno conferito una bell’unghia granata. Al naso? Dategli tempo qualche minuto, o magari qualche ora, senza usare il decanter ma versandolo in bicchieri di adeguata ampiezza. All’inizio ha ovvi cenni di chiusura, ma l’apertura che seguirà vi mostrerà un mirtillo nero inequivocabile, oltre alla marasca sotto spirito e a sentori terziari ed eterei. In bocca invece si paleserà fin da subito: un sorso galoppante, non statico, retto dalla spada d’acidità che è tipica del vitigno e che questa bottiglia non rinnega. C’è acidità, ma c’è anche velluto, stoffa, corpo, pulizia, sostanza e, soprattutto, una lunghissima PAI (tanto per usare la terminologia tecnica AIS). Un vino di equilibrio esemplare. Morale di tutto: aspettate la Barbera, chi va piano va sano e va lontano.

Stefano Rossotto, la Collina Torinese e il vino della classe media che scompare

Saturday, December 9th, 2006

Stefano Rossotto ViniParlando via e-mail con Terence Hughes, giornalista vinicolo e autore del blog Mondosapore (che ieri ha citato una mia breve considerazione sul vino supertuscan Vito Arturo), ho tirato in ballo una doc italiana sconosciuta ai più, Collina Torinese. Si tratta di una denominazione che offre, per la maggior parte, vini di una certa immediatezza. Intendiamoci: non banali o sciatti, semplicemente non paludati o avviluppati da affinamenti cervellotici. Sono vini che qualcuno potrebbe definire “da tutti i giorni”: Barbera, Bonarda, magari in uvaggio con freisa (che proprio in zona ha una sua denominazione storica, Freisa di Chieri). Tra le “specialità” c’è il Cari, un vino rosso da fine pasto ottenuto da un particolare clone di vitigno pelaverga, il pelaverga di Pagno (che non è il pelaverga piccolo, quello di Verduno, tanto per intenderci).
A parte il caso di questo Cari, pressoché ignoto al cosiddetto “uomo della strada”, un po’ tutti i vini di questa Doc sono misconosciuti. Leggendo la Guida vini de L’Espresso in una delle due edizioni ancora curate da Alessandro Masnaghetti, ci si poteva imbattere nella scheda di questa doc. Là, spiccava in modo particolare la produzione di un signore di Cinzano (Torino), Stefano Rossotto, i cui avi lavoravano a Mezzadria nelle vigne del parroco del paese (una consuetudine classica del Piemonte, se si pensa al Ruché di Castagnole che produceva don Giacomo Cauda) e fino al 1945 coltivavano viti a piede franco. All’ultimo Salone del Gusto torinese, in un ampio stand dedicato alla provincia di Torino, ho avuto finalmente il piacere di conoscerlo e, ciò che è ancora più importante, di provare i suoi vini. Siamo di fronte a un altro vignaiolo semplice, lontano dagli squilli di tromba di guide e concorsi, ma serio, autore di bottiglie dalla sottile ma non ingombrante personalità. Anche se Stefano per scelta non produce il Cari, i suoi vini sono un esempio di tipicità. A parte le selezioni di Freisa di Chieri sia vivace che ferma, ove percepisci distintamente una trama tannica sensibile, tipica del vitigno, molto gradevole se accostata ai bolliti misti, è da segnalare il Bricolau, da uve barbera (60%) in uvaggio con freisa e bonarda (il restante 40%), piacevole esemplare “da tutto pasto”, senza pesantezze ma anche senza banalità, ottimo esponente di quella “middle class” vinicola che in Italia sta vivendo le stesse difficoltà che patisce quella umana. Ma ancora meglio è la Malvasia Deliziosa, un vino della stessa stirpe delle Malvasie di Casorzo e di Castelnuovo Don Bosco: dolce al punto giusto, ben sostenuta dalla giusta acidità, carezzevole e profumata di rosa appassita, questa Malvasia può essere un’alternativa “fuori dal coro” a un Brachetto tappo raso.