Simpatica iniziativa di GianMaria Le Mura, il Pierino degli chef della blogosfera. Si tratterebbe nientemeno che d’una disfida tra cybercuochi, all’insegna di Ratatouille, il film Disney. I cucinieri dovranno impiattare la pietanza su cui s’impernia l’azione del film (non mi ricordo qual è, mi aiutate?). La foto sarà valutata da una “giuria giornalistica”. Chi vuole partecipare, contatti il GianMaria.
Lunedì sera alle 21 sintonizzate parabole e televisioni su Gambero Rosso Channel. Va in onda l’annunciata puntata di Tutti pazzi per… dedicata al riso e al risotto. Oltre a me, saranno presenti Fabrizio Diolaiuti, Gabriele Ferron, Piero Rondolino e lo chef Marcello Leoni. A condurre, Marco Sabellico. E’ prevista una replica per martedì.
Visto che il momento è catartico, vi dedico un bel video risottoso. Andrea Berton, ospite dell’inserto Gusto del TG5 nel 2007, propone un risotto “di transizione” inverno-primavera: erbe miste, olive taggiasche, polvere di cappero e noci di cappesante cotte alla plancia.
Ci voleva un altro tributo a un piatto ancora più legato della pasta al suo DNA italiano.
Mauro Mascarello non pigia le uve coi piedi, eppure è un esempio fulgido del più grande artigianato italiano, checché possano pensarne alcuni commentatori passati da queste parti ultimamente. Sono andato a trovarlo al Vinitaly, rimanendo prevedibilmente appagato dalla bontà della batteria dei vini presentati.
Mascarello vuol dire anzitutto Barolo. E Barolo storico. Mauro, seguendo il solco di papà Giuseppe, potrebbe venir definito “tradizionalista” da chi vuol sempre tracciare caselle e tessere. E invece non è un tradizionalista, ma un amante della tradizione. Lui non è uno che disprezza chi ha idee diverse dalle sue, o che ritiene di fare il vino più buono del mondo. E’ un produttore che ha un credo, e lo persegue indefessamente, sapendo che troverà sempre qualche estimatore (per inciso, parecchi) sia oggi che in futuro.
Provo il suo vino attorno alle 10 di mattina di venerdì scorso. Certo, vorrei gustare anche Barbera e Dolcetto, ma il tempo è tiranno. Mi limito quindi ai Barolo, provenienti da vari cru di Castiglione Falletto e di Monforte d’Alba.
Mentre degusto (senza sputarlo: il secchiello per questi vini lo lascio perdere, non deve perdersene nemmeno una stilla) il Villero 2003, dall’omonimo vigneto, ascolto Mauro: «Il Barolo non dev’essere inteso come un vino dai tannini duri». E il Villero corrisponde: floreale, profumato, placido nel tannino, molto ampio. Con il Santo Stefano di Perno 2003 (cru di Monforte), meno squillante all’olfatto ma comunque piacevole da aspettare qualche attimo nel bicchiere, viene voglia di schioccare la lingua: è un vino che si mastica, non per la concentrazione ma per l’importanza dei polifenoli e delle “durezze” presaghe di una lunga logevità. Del cavallo di razza, il Monprivato 2003, colpisce l’estrema rotondità ed eleganza gustativa, nonché il profumo netto di violetta e rosa appassita. Del resto, il nebbiolo con un terreno calcareo così ci va a nozze. La vigna magnifica e la mano giudiziosa dei Mascarello fanno il resto.
Di grande emozione la chicca della riserva, il Ca’ Morissio 2001, un vino che si fa rispettare, e che chiede di essere accostato imperativamente alla lepre in civet. Dopo le macerazioni lunghe di rito (25 giorni), questo Barolo finisce in botti grandi per 45 mesi. Eccolo lì: profumi eterei e impalpabili, fruttato leggerissimo di ciliegia, cenni floreali e di terra bagnata. Persistenza stratosferica in bocca, roba di decine e decine di secondi.
Roba che non ti vien più voglia di assaggiare nient’altro. E invece no. Da autentico patito della tipologia, mi faccio versare un calice di Langhe Feisa Toetto 2004, ferma, maturata in botte grande. E qui, scappa davvero l’applauso per la caparbietà dei Mascarello nel proporre un vino da un’uva considerata di basso lignaggio, eppure popolarissima in Piemonte. E il risultato li premia: colore rubino brillante, profumi di fragola e lamponi con alcuni ricordi di vinosità. E che impatto in bocca. Sentite i tannini, come grattano piacevolmente la lingua senza esagerare troppo nell’amaro. E’ una bottiglia fatta apposta per grandi piatti di carne abbondantemente salsati o, perché no, con un grande Parmigiano Reggiano di lunga stagionatura.
Complimenti alla mamma, al papà, al bisnonno e a tutta la generazione che li ha messi al mondo.
So bene che curiosity killed the cat, ma io in rete non riesco a non essere curioso. Sicché, spinto da un link trovato sul blog della mia visitatrice recente astrofiammante, mi sono imbattuto in Vegan Blog.
Si sa, io e i vegani sull’alimentazione abbiamo visioni un pochino divergenti. Tuttavia, mi fa piacere trovare un blog ben fatto, graficamente leggibile grazie all’ottima scelta del tema di wordpress, ricco di belle ricette che a un amante della verdura come me sembrano golosissime anche alla semplice vista delle fotografie. Insomma, bravi.
Però ogni rosa ha sempre la sua spina, anche se molto relativa. E in questo blog, la spina è rappresentata dalla ricetta delle “Bruschette ravanellose”, datata 4 aprile e proposta nello screenshot un po’ casereccio che vedete qui. Diamo un’occhiata agli ingredienti. Anzitutto, salta all’occhio la mancanza dell’aglio: nessuna ricetta può chiamarsi ragionevolmente “bruschetta” senza una minima presenza d’aglio. Ma questo è il meno. L’autrice Marta impone l’uso della margarina vegetale! Scusate il punto esclamativo, ma in questo caso ci sta tutto. Margarina vegetale nelle bruschette? La ricetta consiste nello spalmare abbondantemente questa margarina vegetale su fette di pane nero, e sormontare il tutto con fettine di ravanelli. E l’olio? Qui mancano aglio e olio, ingredienti assolutamente fondamentali in una cosa chiamata bruschetta. Soprassediamo per un attimo sull’aglio mancante, e pensiamo alla sostituzione dell’olio con la margarina. Cos’ha che non va l’olio? E’ veganissimo, eticamente ed ecologicamente corretto, e per di più è un simbolo della cultura gastronomica ed agricola italiana. Aggiungiamoci poi che un grande olio è valore aggiunto per ogni piatto.
Ma scusate, io ero rimasto alla vecchia convinzione dei vegan, quella secondo cui i vegan medesimi sono attuatori d’uno stile alimentare più sano e salutista. Una convinzione su cui ho sempre avuto ampie riserve, che in questo caso si moltiplicano all’ennesima potenza: qui un vegan col pedigree ripudia l’olio, e imbelletta le bruschette con un prodotto industriale, gastronomicamente insignificante, privo di qualsiasi legame con qualsivoglia tradizione non solo italiana. Per fortuna che costoro mangerebbero meglio di me. Io la margarina vegetale non la uso nemmeno come grasso di cottura, e mai la userei per nessuno scopo immaginabile, nemmeno per ungere un bullone.
Fortuna che subito dopo mi risale un po’ il morale con la ricetta dei ruvidelli con cime di broccoletti e uvetta. Un consiglio agli editori del sito: più ruvidelli e più bruschette vere. Meno “bruschette” al sapor (?) di margarina.
Ancora Vinitaly, ancora emozioni ben più forti di scandali e scandaletti. Più che del brutto, qui preferiamo parlare del bello, e di riflesso anche del buono. Dunque ringrazio ancora l’ottimo Debord per avermi fatto provare alcuni vini pugliesi non “di grido”. Se quello da me già descritto era l’ultimo assaggio in Padiglione Puglia, quello di oggi è stato uno dei primi: il Rosso di Cerignola. La Puglia, oggi come oggi, è piena di denominazioni d’origine in disuso o poco visibili. Per anni, questa è stata anche la condizione del Rosso di Cerignola, regolamentato da disciplinare nel 1974 ma caduto a poco a poco nell’oblio, anche dopo la citazione che gli riservò Gino Veronelli in un suo antico volume. Vi ricordate? Si parlava dei formaggi e del loro abbinamento, e il grande Gino tirò fuori dal cappello un accostamento del caciocavallo stagionato col Cerignola.
Mi permetto di annunciarvi una bella notizia: sembra che il Rosso di Cerignola, dopo che le statistiche di produzione erano quasi azzerate, stia tornando in auge. Lo fa, per esempio, l’azienda Antica Enotria, proprio a Cerignola (Foggia). La famiglia Di Tuccio ha creduto nelle potenzialità d’una tipologia che per tradizione prevede il protagonismo dell’uva nero di Troia, con la compartecipazione del negramaro. Il Rosso di Cerignola 2006, di cui il sito web non parla, ho avuto modo di provarlo sabato. Rosso intenso, piace per i profumi non banalmente fruttati, ma aperti in un ventaglio di spezie e piante aromatiche mediterranee non bruciate ma di grande immediatezza. Addirittura, con molta fantasia, ci ho trovato vaghissimi ricordi aromatici di moscato, che fanno quasi pensare (mutatis mutandis, come sempre) a un Lacrima di Morro d’Alba, assieme alla salvia, alla limoncella e alla lavanda odorosissima. In bocca è secco, pieno di fuoco e di vigore, molto mosso nel temperamento, ma d’ampiezza sufficiente a renderlo imponente. Una bottiglia da conoscere, come le altre di questa casa (in foto vedete il Nero di Troia). In particolare, cito il Contessa Staffa 2007, degno rappresentante della gran schiatta dei rosati pugliesi. Da sole uve montepulciano, ha color rosato-rubino brillante. All’odorato porge fragranze di bergamotto, zucchero filato, piccoli frutti rossi. In bocca, com’è lecito aspettarsi, è pieno di dignità e di struttura, ideale coi piatti di pesce più corposi.
E questi, a Dio piacendo, non sono vini contraffatti.
Calogero Mannino querela L’Espresso per l’indagine sui vini adulterati (dal titolo “Benvenuti a VelenItaly”) pubblicata sul numero del settimanale in edicola oggi. “Ho dato mandato ai miei avvocati -scrive in una nota l’ex ministro- di tutelare in sede civile e penale il mio nome e quello dell’azienda Abraxas, della quale sono collaboratore”.
Mannino, che a Palermo e’ sotto processo per concorso in associazione mafiosa e a Marsala (Trapani), con l’assistenza degli avvocati Nino Caleca e Marcello Montalbano, per reati legati alla presunta sofisticazione vinicola, contesta le notizie riportate dall’Espresso a proposito del secondo procedimento penale cui e’ sottoposto. Secondo la Procura marsalese, sarebbero stati messi in commercio come genuini vini doc realizzati in violazione delle norme relative alla produzione del moscato di Pantelleria. “Proprio nel corso delle indagini, che attraversano ancora una fase preliminare -scrive Mannino- una perizia svolta dai piu’ importanti esperti del settore vitivinicolo ha certificato l’assoluta genuinita’ e la piena rispondenza al disciplinare di produzione a denominazione di origine controllata del vino passito prodotto da Abraxas Srl. Anche l’ipotesi di furto -proveniente unicamente da un ex produttore di vino, ben noto a Pantelleria ed ormai pressoche’ scomparso dal mercato- e’ stata ritenuta infondata da chi ha svolto le indagini. Trovo quindi sorprendente la pubblicazione della notizia -cosi’ come costruita nell’articolo- non soltanto perche’ priva di ogni approfondimento ma anche per la mancanza di verifica: l’esito della perizia che ha accertato la genuinita’ del prodotto di Abraxas e’ stato ampiamente riportato dalla stampa”. Nell’udienza preliminare, davanti al Gup di Marsala, sono imputate 17 persone in tutto. I reati contestati vanno dall’associazione a delinquere all’appropriazione indebita, dalla frode in commercio al falso ideologico e alla truffa aggravata.
Ecco una forte reazione all’inchiesta giornalistica che il settimanale L’Espresso, curiosamente in concomitanza col Vinitaly, ha messo in un unico calderone i presunti taroccamenti del Brunello di Montalcino, la fabbricazione di milioni di bottiglie di vinacci “da battaglia” realizzate in modo a dir poco “allegro” e, in un codicillo finale, il vino di Calogero Mannino.
Eccolo qui:
Onorevole Passito “È alla vetta di quanto mi sia dato di assaggiare nel settore”, commentava estasiato Bruno Vespa degustando il Passito dell’Abraxas, l’azienda dell’ex ministro dell’Agricoltura Calogero Mannino. Non poteva sapere, il giornalista, che il contenuto di molte bottiglie poco aveva a che spartire con il vero Passito di Pantelleria: secondo la Procura di Marsala il vino era stato infatti adulterato, tanto che l’ex senatore Udc, che nel 1988 firmò il decreto che istituiva il marchio Doc, ora è imputato per associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, sofisticazione e appropriazione indebita. In effetti Mannino, insieme a sodali e cantinieri, avrebbe anche rubato 115 ettolitri di Passito doc di una azienda (la Bonsulton srl), sostituendolo con vino adulterato. Se le intercettazioni telefoniche raccontano che l’ex ministro si accordava con il suo enologo per imbottigliare il prodotto 2004 fuori da Pantelleria (in sprezzo del disciplinare), ci sarebbero le prove di una sofisticazione di ben 300 mila bottiglie nel periodo 2002-2006. Tra i presunti truffatori, oltre a Mannino c’è anche Salvatore Murana, già condannato con sentenza definitiva per i medesimi reati: i due producono circa il 20 per cento del Passito (falso) che invade le enoteche del pianeta. Nessuno sembra però preoccuparsi più di tanto del destino dei consumatori: la commercializzazione delle bottiglie non è stata infatti bloccata.
Messo di fronte ad accuse del genere, Mannino ha preferito querelare.
Di mio, faccio notare un paio di cose. Fate caso alla chiusa dell’articolo - “i due producono circa il 20 per cento del Passito (falso) che invade le enoteche del pianeta -, in cui il giornalista allude a Mannino e a Salvatore Murana. Salvatore Murana, che l’articolista presenta quasi come un malfattore, produce circa 100mila bottiglie all’anno: come faranno tutti gli anni le enoteche del pianeta a far fronte a una simile gigantesca “invasione”? Insomma, Fittipaldi, l’autore del pezzo, scrivendo queste cose finisce per dare l’impressione che si tratti di quantità di vino gargantuesche e pantagrueliche. A questo punto, se poi le cose stanno come dice Mannino, tirate le somme.
PS: anni fa ho provato i vini di Mannino, sia il Passito che il Kuddia del Gallo, uno zibibbo secco molto originale e gradevolissimo da bere.
Devo davvero essere contento di questo Vinitaly 2008. E anche solo per aver conosciuto Debord. Debord è un noto commentatore di blog gastronomici, quello che un tempo si firmava AntonioT oppure nonsonotombolini (poiché lo scambiavano spesso per Antonio Tombolini). Debord, all’esterno, può banalmente sembrare soltanto un polemista acuminato, uno che non la manda a dire su internet. Invece è un uomo molto ben addentro il mondo del vino pugliese, uno che ne conosce anche le espressioni meno divulgate dai media. A parte che dietro numerose etichette e nomi di vini c’è la sua firma (lui non lo dice per umiltà, e nemmeno io divulgherò il suo vero nome a chi non lo conosce), lui stesso è una specie di enciclopedia della Puglia enologica.
Non ho fatto uno sbaglio ieri a chiedergli di farmi provare qualche bottiglia della sua regione nel padiglione apposito del Vinitaly. Debord mi ha fatto fare un piccolo tour tra produttori non notissimi, di cui finora ho letto poco perfino nelle pubblicazioni specializzate. E’ da uno dei “vini-debord” che dunque comincerò a raccontare la cinquantina scarsa di assaggi che ho fatto nella mia giornata veronese: il Piromafo di Valle dell’Asso, azienda vinicola di Galatina (Lecce), profondo sud. La famiglia Vallone fa dunque questo Salento IGT di pure uve negramaro, con rese di 50 quintali per ettaro e affinamento in sole botti grandi di rovere. A Vinitaly ci sarebbe stata la possibilità di assaporarne una verticale di numerose annate, ma per biechi motivi di tempo ho potuto provare solo due millesimi. Il 2000 ha ben manifestato le capacità d’invecchiamento di questa tipologia di vini: color prugna intenso, profumi composti di datteri e di nocciola, sapore pieno e austero, con persino vaghi (vaghissimi) ricordi di Pedro Ximenez. Il 2003 è più vivace, più fruttato al naso (frutta rossa, va da sé), persistentissimo all’assaggio, praticamente interminabile. Un vino “vecchia maniera”? Fossero tutti “vecchi” in questo modo i vini italiani… Da spendere sul fagiano, sul beccaccino, sulla cacciagione di piuma.
E l’accostamento con una ganache di cioccolato nero di un artigiano di Galatina mi ha colto di sorpresa.
POSCRITTO: il medesimo cioccolatiere di Galatina, oltre a una stratosferica “pallina” di cioccolato, cannella e fico, ha proposto una ganache ripiena, udite udite, di Gorgonzola. Un solo commento: assaggiatela.
Chissà come mai al Vinitaly questi individui (che prediligono le giornate del sabato e della domenica) non mancano mai.
E magari, per colpa di uno di questi bevitori compulsivi (ricordo ancora un produttore franciacortino che mi raccontò di essere stato abbordato da un gruppone di “allegri amici” in cerca di un rosso frizzante…), ai produttori finisce il vino da far provare a buyer e giornalisti… Meditate.
Poi alla fine sono anche simpatici.
«Un recensore anonimo è un furfante che non vuole rispondere di ciò che comunica. Negli attacchi il signor Anonimo è senz'altro il signor Mascalzone. Prima di tutto dovrebbe essere eliminato l'usbergo di ogni furfanteria, l'anonimato. [...] Ogni volta che si fa riferimento, sia pure di passaggio e magari senza biasimo, a un recensore anonimo, bisognerebbe servirsi di epiteti come "il vile pezzente anonimo" o il "camuffato furfante anonimo". Questo è davvero il tono conveniente e appropriato con cui apostrofare simile gentaglia, affinchè passi loro la voglia di fare quel mestiere».