Probabilmente sarebbe opportuno che un po’ di gente provasse a dare uno sguardo qui.
Certo, tutto ciò va inteso con beneficio di inventario, ma nondimeno fa riflettere, visto il numero sempre crescente di soloni e tromboni che si riempiono la bocca d’espressioni come “etica del giornalismo” e che amano le distinzioni tra buoni (sempre desolatamente loro) e cattivi.
Magari qualcuno, dopo questo episodio, imparerà un po’ d’umiltà. Ma, come direbbe Totò, non bisogna mai essere troppo ottimisti.
Lo so, lo so, non è esattissimamente di stagione. Cionondimeno, visto che in questi giorni qui si parla parecchio di riso, ho voluto regalarvi un piccolo cammeo: Christian Costardi dell’Hotel Cinzia (recentemente visitato e apprezzato anche da Paolo Marchi), ospitato in una vecchia puntata di Gusto del novembre scorso, ci prepara un risotto ai porcini freschi.
Ma state in campana, e magari sintonizzatevi sul mio canale di YouTube: prossimamente inserirò altre pillole televisive non solo di Christian ma anche di altri chef. Uomo avvisato…
Gran bella giornata oggi a Roma, a registrare negli studi di Gambero Rosso Channel una puntata di Tutti pazzi per…, la trasmissione condotta da Marco Sabellico. Il tema del giorno? Sarebbe stato contento Carletto Zaccaria, al quale mi sono permesso di “rubare” la foto d’apertura: il riso. Tutti pazzi per il riso. Oltre al sottoscritto e al conduttore (eccolo qui in foto), c’era un vero parterre di personaggi interessanti. C’era Gabriele Ferron da Isola della Scala (Verona), uno dei pontefici del vialone nano e della sua florida tradizione veneta. C’era Piero Rondolino da Livorno Ferraris (Vercelli), portabandiera della grande agricoltura risicola vercellese, nonché portabandiera del Carnaroli biologico e dell’ormai famosa versione invecchiata, l’Acquerello, venduto in speciali lattine a tenuta, etichettato in famiglia e ormai amatissimo da tanti grandi ristoratori. C’era, in rappresentanza della categoria dei gourmet appassionati e un po’ poeti, il simpaticissimo toscano Fabrizio Diolaiuti, showman camaleontico e pieno d’amore per la cucina, dispensatore prodigo di umorismo (”Il risotto lo preferisco all’onda, perché mi piace il mare”) e di divertenti aneddoti.
Ho notato adesso che per motivi incomprensibili wordpress mi ha segato la gran parte del mio vero post. Ora purtroppo non ricordo quello che ho scritto esattamente. Certo, ho tirato in ballo l’ospite più importante: Marcello Leoni, della Locanda del Trebbo, vicino Bologna, chef di cucina talentuoso. Durante le dissertazioni risicole degli ospiti “parlatori”, lui sui fornelli dello studio ha preferito impiattare due risotti, cui perdono volentieri l’uso dell’olio anziché del burro nel soffritto (ma non è roba da strapparsi i capelli, è accettabilissimo). Il primo era un vialone nano con la lepre e i baccelli. Il secondo, un risotto con asparagi di Altedo, calamari, corallo di capasanta e violetta, preparato con due Carnaroli diversi. Noialtri presenti, bendatissimi, dovevamo assaggiarli e cercare di spiegare le differenze tra i due. Rondolino, allenatissimo, ha subito riconosciuto qual era il suo Acquerello. L’altro riso era un altro Carnaroli d’alto livello. Ma d’alta classe era anche la preparazione del cuoco: il soffritto d’olio dava ai risotti un carattere “verde”, quasi vegetale, che li faceva apprezzare alla grande. Questo naturalmente in aggiunta all’originalità delle ricette.
Tra gli approfondimenti sotto forma di servizi e filmati, un cammeo di Andrea Berton del Trussardi alla Scala, nonché una serie di interviste alla gente comune, e una selezione di citazioni cinematografiche sul mondo risicolo.
Beh, che dire?
Evviva il riso e il risotto.
Paolo De Castro, ministro uscente delle Politiche Agricole, pasteggia a Mozzarella di Bufala per rassicurare connazionali e stranieri. In effetti la buriana è di quelle grosse: la paura della diossina e delle contaminazioni dei foraggi si è riversata sulle bufale campane, e sul loro latte che serve per mozzarelle e provole. Un duro colpo dopo i taroccamenti vari che ogni tanto saltano fuori e che purtroppo coinvolgono questo prodotto.
Io, da parte mia, quando mi capiterà continuerò ad assaporare questo latticino assolutamente italiano (benché il mio amico Gigio, trapiantato in terra iberica, assicuri che anche in Spagna hanno iniziato a scimmiottare il prodotto…) e sublime quand’è fatto come Dio comanda.
Da parte mia, però, non posso non aggiungere che la mozzarella non è tutta uguale, eccezion fatta per quella industriale che, pure sanissima e mangiabile, è gessosa, elastica, sabbiosa e ha poco a che vedere con quella “vera”, da consumarsi entro 48 ore dalla filatura. C’è quella casertana, compatta, dal sapore sapido, più pronunciato, più persistente, sfaccettatamente ombroso. E c’è quella di Paestum e della Piana del Sele, impalpabile, leggiadra come una cabaletta verdiana o un cancan di Offenbach, delicatissima, angelica.
Ho già provato a chiederlo in giro. Voi quale delle due preferite?
Quella casertana o quella della Piana del Sele?
Rispondete numerosi.
Signore e signori, Andrea Celentano pare essere risuscitato, e con qualche giorno di vantaggio su Cristo Signore nostro, che oggi come oggi è ancora nel sepolcro. Ve lo ricordate? Il nostro wannabe cronista sportivo mi tira in ballo sul suo solito blog, in un post nuovo di zecca, sobriamente intitolato La disinformazione mafiosa e sporca de Il Giornale. Se avete la pazienza necessaria a resistere alla gragnuola d’insulti (per non parlare della sintassi), arriverete senz’altro a questo punto:
di blog dedicati esiste solo il mio dove nessuna di quelle idiozie è stata pubblicata, e soprattutto dimentica anzi ignora l’ unica fonte autorevole in merito alla scomparsa di Radio Milaninter, ossia io, che non vengo neanche citato esattamente come accadde con i figli di puttana di Libero nel settembre 2007, in particolare la merda Lorenzo Mottola che mi legge ogni giorno assieme al mafioso camorrista Tommaso Farina che deve stare attento a provocarmi perche se lo becco per strada la sua vita sarebbe a serio rischio dunque che ne tenga conto perchè se mi girano i coglioni prendo e vengo sotto Viale Majno ad aspettarlo e vediamo se mi ripete in faccia tutta la merda che lascia sul mio blog e che io educatamente gli permetto di depositare, ti ho avvisato brutta testa di cazzo ora stai attento figlio di puttana.
Testuale. Provate a passar sopra la grammatica così brutalmente violata da questo aspirante giornalista, e rideteci sopra anche voi come ho fatto io. Mi sembra giusto che voialtri lettori possiate godere anche voi dello spettacolo e concedervi un quarto d’ora di vera ilarità al cospetto di questo curioso individuo.
Per la cronaca, le “provocazioni” da lui lamentate sono le civili difese della giornalista Elena Guarnieri, vittima della furia iconoclasta di questo signore.
E buona Pasqua a tutti. Una Pasqua che, incidentalmente, quest’anno coincide col mio compleanno.
AGGIORNAMENTO:Il gay bastardo raccomandato coglione figlio di puttana Tommaso Farina continua a darmi importanza, legge ogni mia virgola e mi celebra sul suo blog. Dev’essersi accorto della manciatina dei visitatori che gli ho procurato, cosa che solitamente lo mette di buon umore mentre oggi, curiosamente, no… Misteri della personalità umana. Ma perché gay? Raccomandato, coglione, mafioso, figlio di puttana me l’aveva già detto, quindi non mi sorprendo. Ma gay, perché? Oltretutto, nessuno gli ha spiegato che le immagini in formato *.bmp occupano un mare di spazio. Potrebbe anche convertire in jpg lo screen capture del mio blog. Ah: grazie per il link.
Indro Montanelli e Elio Nicoli erano due veri, autentici toscanacci trapiantati a Milano. Indro era di Fucecchio, Elio di Pescia: una ventina di chilometri in linea d’aria, a metà strada tra Pistoia e Lucca. L’uno non poteva fare a meno dell’altro: Indro scriveva e mangiava, l’altro cucinava in via Fatebenefratelli. E benché il giornalista talvolta andasse a desinare pure all’Assassino, la sua mensa preferita era la Tavernetta da Elio, che il Nicoli aveva aperto nel 1957.
Siamo nel tempo dell’ubriacatura toscana della ristorazione milanese. Da lì a qualche anno, mangiare toscano diventerà quasi più facile che trovare un autentico rostin negàa. Proviamo ad enumerare un po’ di locali alla toscana del trentennio 1960-1980: l’Assassino; la Collina Pistoiese; il Tronco; le Pietre Cavate; il Montalcino; i Matteoni; la Torre di Pisa; la Bice; la Torre del Mangia. Ne ho sicuramente dimenticati alcuni. Comunque, quasi tutti sono in attività ancora oggi. Ma col tempo, in parecchi locali “granducali” l’ispirazione toscaneggiante è stata messa in un angolo. Con gli anni ‘70, sono arrivate le panne. Con gli ‘80, le rucole. Così, piano piano, ribollite e zuppe uscivano dai menù, sostituiti da filetti al pepe verde, tagliate rucola e grana e insalatone. In più, non era difficile constatare l’arrivo di costolette alla milanese improbabili, talvolta talmente battute da risultare quasi cartacee. E’ stato così: i ristoratori toscani hanno preferito allungare la carta.
E tempo fa l’aveva fatto pure la Tavernetta da Elio di via Fatebenefratelli, aggiungendo pietanze turisticheggianti e un po’ di filetti. Oggi, il locale è guidato dal corpulento Mario Nicoli, discendente diretto dell’Elio, e ha ingranato un’inversione di tendenza. Vi ricordate la parte a sinistra del menù, quello con le cose più “banalotte”? A tutt’oggi, è stata drasticamente sfrondata. Intendiamoci, qui i piatti toscani non sono mai stati emarginati. Oggi però sono tornati a recitare la parte del leone.
Marco Nicoli ha fatto un certosino lavoro di recupero della tradizione, e non solo quella delle sue colline pistoiesi, ma anche quella di Siena, Livorno e della Lucchesia. Il risultato è che oggi, alla Tavernetta, si mangia una vera cucina granducale della memoria.
E’ rimasto ancora il buffet degli antipasti: però ci sono anche crostini toscani, lardo affinato nelle vinacce di Chianti, mallegato con testa in cassetta ai pistacchi, mortadella di Prato (una di quelle cose che altrimenti si potrebbero assaggiare solo andando in loco, da Marini o da Conti).
Poi, via con le zuppe: garmugia lucchese di verdure secondo la ricetta del 1600; ribollita tradizionale (in foto); minestrone di farro della Garfagnana con fagioli pregiati di Sorana. Ma ci sono anche le paste e i risi: ad esempio, i pici con ricotta del pastore, pomodorini e pepe; il risotto rosso al Brunello di Montalcino; le corde di chitarra alla mi’ maniera (con un corposo ragù).
Ma poi, spazio ai grandi piatti forti, davvero unici nel loro gusto. Qui è rientrato gloriosamente il quinto quarto, le frattaglie che piacciono tanto al fiorentino Romanelli, che vedrei bene seduto a questa tavola. Anzitutto, un lampredotto in umido (diverso dalla ricetta dei trippai di strada) da andar giù di testa. E poi, la sorpresa: la erbera. E’ pressoché un unicum: si tratta dell’esofago bovino, che Nicoli serve brasato al Marsala, con le patate. Gli amanti del quinto quarto non possono mancarlo.
Purtroppo non si può mangiar tutto. Ci sarebbe la Cioncia alla pesciatina (anzi, di Pinoccho: oltre che di Pescia, è tipica pure della vicina Collodi), umido di parti povere de vitello, rigorosamente accompagnata dai fagioli. Ci sarebbe lo zimino di seppie e bietole all’uso di Antignano. Ci sarebbero le salsicce tosche coi fagioli all’uccelletto; il filetto di manzo al Brunello e cipolle rosse; le polpette toscane; le uova al tegamino con la bottarga di Orbetello; il Peposo alla Brunelleschi (ricordate?). C’è, ovviamente, la bistecca alla fiorentina di pura Chianina.
Si chiude in dolce con cantuccini, brigidini etc. Inoltre, si beve bene. Il locale ambientalmente è piuttosto datato ma simpatico, così come sono piacevolmente fanée i competenti camerieri in doppiopetto bianco.
Circa 40-45 euro in un ristorante che, grazie a un patron intraprendente e intelligente, sta vivendo una seconda giovinezza, rivelandosi capace di serbare saporose sorprese.
Tavernetta da Elio
Via Fatebenefratelli, 30
Milano
Tel. 02653441
Chiuso sabato a pranzo e tutta la domenica
Nuovi blog gastronomici, o comunque scoperti da poco, o comunque blog dei quali mi va di parlare adesso:
Bar Babietola. E’ il nuovo blog di Paolo Massobrio e Marco Gatti di Papillon, decisamente più fruibile del precedente. Ora c’è pure la RSS, che oggi come oggi è assolutamente fondamentale.
Un buon bicchiere. E’ opera di Stefano Buso, simpatica penna gastronomica del basso Veneto. Tema? I vini, certo: ma anche divagazioni su olio, guide gastronomiche e chicche di cucina.
Il viandante bevitore. Qui il protagonista è Mauro Erro, capace ed estroso degustatore campano. Un vino al giorno, o quasi, abbinato a opere letterarie, musicali o comunque del pensiero.
Dario Cecchini. E anche il macellaio di Panzano approda al blog. Peccato che non sia un vero blog, ma in pratica solo un sito web di contatti. Eppure, Dario sembrerebbe fatto apposta per questo strumento. Le sue dissertazioni le leggerei volentieri. Dai Dario, scrivici qualche cosa!
Sono ri-ritornato, e spero di avere più tempo per il blog da qui all’eternità. Esordisco con una foto, e vi dirò: un capolavoro del gusto si merita davvero una bella fotografia grande come questa. Sulla mia Berkel fa bella mostra di sé la Bresaola di Carlo Casati. Chi è Carlo Casati? Da dove viene? Da Postalesio, Morbegno, Chiuro, Bormio, Grosio, Grosotto? No: viene da Merate (Lecco), anzi da Sartirana, frazioncina balzata negli ultimi anni all’onore delle cronache grazie alla (brutta) nuova chiesa progettata dal celebre architetto Mario Botta.
Eppure, Sartirana merita di essere visitata anche (anzi, sopratutto) per una sosta al negozio Pinuccio, la bottega di Carlo Casati, quarantenne norcino innamorato del suo mestiere. E’ lui, assieme ai Trezzi di Giussano, ai Ghezzi e ai Ravasi di Lomagna, ai Ratti di Costamasnaga e a qualche altro piccolo che sicuramente scoprirò, a tenere in vita l’antica tradizione della salumeria artigianale della Brianza. Una tradizione che si esplica splendidamente nel salame crudo ottenuto dalle sole carni della coscia (in Brianza non si faceva il prosciutto); nel lardo cremoso lavorato a caldo, paradisiaco se spalmato sul pane o come unico condimento di una bella pasta artigiana; nella Borroeula, nome che a Merate designava la pasta di salame che veniva cotta sotto la cenere assieme alle patate, e che oggi per metonimia s’identifica con l’impasto stesso, che Carlo mantiene morbidissimo grazie a una paziente mondatura delle parti nervose, e che si presta ad essere gustato anche crudo, sui soliti crostini; nella mortadella di fegato. Ma Casati, che ha imparato tutto da suo papà Giuseppe (mancato pochi anni fa), ha avuto un’altra idea geniale: la Bresaola brianzola. Materia prima? Niente zebù, solo vacche di razza Limousine allevate a Bonate Sopra (o Sotto, non ricordo), paese bergamasco lontano non più di 25-30 km in linea d’aria. L’assoluta assenza di conservanti fa il resto: ecco una Bresaola che sa di Bresaola e non di cartone. Casati, con orgoglio, nel suo negozio tiene il primo numero del raspelliano Buffet, su cui campeggia l’articolo di Franco Ziliani sulla faccenda dello zebù. Lui è contento che la sua Bresaola non sia così. E ne ha ben donde. Un esempio palmare di quanto spesso il non mostrare una sigla anodina (IGP) non rappresenti affatto una qualità inferiore (anzi).
Salumeria Da Pinuccio
Fraz. Sartirana
Via Cavour, 5
Merate (Lecco)
Tel. 0399902798
Cari amici, Fabrizio Gabbrielli, uno degli editor di Peperosso, mi ha citato in un suo elzeviro dedicato all’abbinamento pizza-birra di cui abbiamo già parlato su questi monitor.
Le sue posizioni, bene o male, sono quelle, rispettabilissime, già espresse in un commento al mio articolo. Il pezzo scritto su Peperosso va letto perché esprime con grande chiarezza una visione non totalmente sovrapponibile alla mia, ma assolutamente plausibile e ricca di spunti. Fabrizio, per esempio, condivide l’assunto di fondo del mio post: anatema assoluto alle pizze mal lievitate e alle birre mediocri (industriali e non). Queste ultime, in particolare, danno un’immagine sbagliata di una bevanda che sa conferire vette sublimi di piacere a chi l’assapora. Senza andare a parare sui numerosi microbirrifici italiani, citerò un capolavoro assoluto proveniente dal Belgio: la birra Deus Brut des Flandres di Bosteels, fattami conoscere dall’enotecario Redento Picello e stupefacente per complessità, ricchezza aromatica, persistenza gusto-olfattiva. Un capolavoro, una specie di Dom Perignon del malto. Questa più che alla pizza (con cui sono sempre scettico abbinatore d’ogni tipo di birra) va bene con un bollito misto, o con una lonza di maiale arrosto alle mele. Ma sto divagando
Tornando a bomba, è un peccato che i commentatori al post di Fabrizio abbiano equivocato un po’ di tutto, partendo per una crociata a testa bassa contro i gastrosnob che hanno la colpa di non gradire le loro usanze vespertino-sabatane.
Ecco una piccola antologia.
vino con la piiiizza???
davvero terribile..
un bel birrone è un vero must da rispettare
Boh, chissà perché è terribile, secondo il commentatore Pecchia.
Un altro commentatore, Manua74, vede invece presunte campagne denigratorie contro la birra (che a dire il vero ho elogiato nel mio vecchio post):
MI SEMBRA SOLO UN MODO PER SCREDITARE UNA BEVANDA DALLE ORIGINI ANTICHISSIME E CHE ACCOMPAGNA SPESSO I MOMENTI PIU’ PIACEVOLI DELLA NOSTRA VITA !!! INOLTRE CREDO CHE L’ABBINAMENTO SIA TRA I PIU’ RIUSCITI PER GUSTO E PREZZO.
Ecco l’uovo di Colombo: il prezzo. Si abbia il coraggio di dire, una volta per tutte, che l’abbinamento di pizza e birra, nella stragrande maggioranza dei casi, è unicamente debitore d’un discorso economico. Le birre buone si pagano (abbastanza) care.
Ma qui siamo nel consueto.
Più avanti fa capolino tale rosy, che coram populo dichiara:
Ma questi “gastronomi” o presunti tali non hanno niente di meglio da fare? Non sarebbe meglio che ognuno abbinasse alla pizza quello che meglio crede senza che venga Tizio o Caio a dire che è una pessima accoppiata?
Guarda caso, il mio lavoro, quello meglio del quale niente ho da fare (anche perché è l’unica cosa che so fare…), è quello di fare un po’ di informazione enogastronomica, spiegando il percome e il perché degli abbinamenti. C’è gente che sugli abbinamenti ci fa corsi su corsi, non è così peregrino discuterne. Poi non lamentiamoci se un sacco di gente ancora beve spumante secco sul panettone.
Glissando su altri interventi divertenti (ben due, addirittura, rifiutano la birra innalzando la Coca Cola ad abbinamento supremo), c’è un bel commento di un esperto di birra che suggerisce con criterio i suoi accostamenti birrari. Peccato che subito dopo un presunto amante della birra, certo Ba (Ibrahim?) se ne esca così:
chi dice che la pizza con la birra non va bene,penso seriamente che non capisca niente a tale proposito!!!!!!!!!!!!!!!! non a caso esistono tanti tipi di birra che si abbinano perfettamente non solo alla semplice pizza, ma anche a formaggi, pesce,carni di tutti i tipi,dolci, sto parlando di birre artigianali d’ abazia belghe,e tante altre….!!!!!!!!!forse sarebbe meglio che si leggesse la rivista “il mondo della birra” prima di ………..
Dimostrando di non aver letto il post originale, e di non aver capito il discorso, visto che non si parlava dell’abbinamento birra-cibo (che nessuno contesta, come dico per l’ennesima volta), ma di quello con la pizza, non dettato da plausibili ragioni gastronomiche.
E, sul versante opposto, ecco Claudio:
FINALMENTE qualcuno che ha buon gusto..pizza e birra fanno a pugni..mangiare la pizza con un buon vino da abinare in base al tipo di pizza e una delizia per pochi intelliggenti..peronalmente la birra mi disgusta e poi non ha nulla di italiano mentre la pizza…se potessi metterei una tassa altissima sulla birra e la vieterei abbinata alla pizza e poi che dire degli amanti della birra??gli uomini li trasferirei in germania le donne in afganistan..VIVA IL VINO E LA SUA ELEGANZA ITALIANA….
Da un estremo all’altro, svisando totalmente la discussione.
Io volevo semplicemente aprire una riflessione sulla mediocrità dell’80% delle pizzerie italiane, e dell’80% delle birre vendute in Italia, e sul fatto che tutto questo costituisca un cocktail mefitico.
Vi lascio, con simpatia, a una chicca finale che, come dice l’editor del blog, si commenta da sé…