Archivio di July, 2007
Monday, July 16th, 2007
Propongo qui il pezzo che ho scritto su Libero lo scorso mercoledì, dedicato ai piccoli caseifici cittadini che si fanno la mozzarella “in casa”. L’ho “tagliato” un po’ sui prodotti di bufala, perché il mio caposervizio mi ha chiesto di mettere in risalto questo particolare, ma i prodotti di mucca di questi due piccoli casari sono ugualmente meritevoli.
Una precisazione: la Latteria Pugliese l’ho scoperta grazie al Massaio Pino, che ringrazio. Del resto, è un negozio che, come leggerete nel pezzo, ha solo due anni di vita. Tra i loro prodotti, che ho dovuto sintetizzare per ragioni di spazio, ci sono pure le mozzarelle ripiene di gorgonzola (il proprietario dice che ha voluto riprendere la tradizione meridionalissima dei “ripieni”, rivisitandola con ingredienti lombardi), davvero da assaggiare. In foto, il mastro casaro Mario Capozzi, intento a “filare” la pasta.
Che mangiare mozzarella di bufala di gran qualità all’ombra della Madonnina fosse ampiamente possibile già si sapeva. Lo sapevate però che si può gustarne una appena fatta, magari cinque minuti dopo che il casaro l’ha “filata”?
Proprio così: accanto a consolidate realtà che si fanno arrivare quotidianamente dal sud mozzarelle gustosissime (ad esempio, La Contadina di corso Sempione, o l’eccezionale Cooperativa Torricelle di viale Sarca), nella nostra città ci sono piccoli caseifici che consentono al goloso d’addentare una bella “bufala” quand’è ancora “calda”.
Il più recente di questi artigiani del formaggio trapiantati in città è Enrico Primignano, un signore che tre anni fa è arrivato da Gioia del Colle (in provincia di Bari) e che da due anni, in via Tolstoj, ha aperto la Latteria Pugliese. Il civico 53 di questa strada tra via Lorenteggio e via Giambellino inalbera l’insegna giallo scuro di questo negozietto senza trucchi e senza inganni: a destra, protetto dalla vetrina ma ben in vista, c’è il laboratorio ove l’esperto casaro Mario Capozzi “fila” 200kg di mozzarella al giorno. «Produciamo sia mozzarella di latte vaccino, sia di bufala», ci dice orgoglioso Enrico, che racconta: «Il latte delle mucche arriva tutte le mattine da fornitori del lodigiano, mentre quello delle bufale dalla campagna cremonese». Abbiamo provato in incognito, prima di intervistarlo, le bontà di Primignano, e vi assicuriamo che si tratta di prodotti di prim’ordine: la bufala è morbida, burrosa, invitante, e pure la mozzarella vaccina, proposta in varie pezzature, è pure essa golosa. «Ho trasferito a Milano le peculiarità culinarie della mia terra. La mozzarella di bufala ho deciso di farla perché in questa zona ci sono almeno 40mila persone originarie del meridione. Tra i miei clienti ci sono parecchi napoletani e aversani che vogliono gustare il sapore della nostalgia». E le cose sono andate tanto bene che Primignano ha aperto una succursale in via Giulio Romano, al 23. Ci vende pure gli altri prodotti: burrata (strepitosa), scamorze (anche modellate artisticamente), caciocavalli e provoloni stagionati, pecorini (li fanno una volta la settimana, col latte che arriva dai colli piacentini).
Dalla Lucania è arrivato invece Enrico Carretta, classe 1975: voleva laurearsi alla Bocconi, e l’ha fatto. Nel frattempo, però, ha aperto il Centro della Mozzarella, in via Benaco, accanto allo Scalo di Porta Romana. «Avevo nostalgia di mozzarella, me la facevo mandare da mio padre e la gustavo coi miei amici nei collegi universitari. A un certo punto ho pensato: “Perché non produrla qui?”. Così ho iniziato tutto, e da qualche anno faccio pure quella di bufala». E l’ha fatto. Oggi ha tre negozi: oltre allo storico di via Benaco, ove c’è il laboratorio produttivo (circa 150kg al giorno), c’è un punto vendita in via Teodosio e un altro in via Lomellina, e ce n’è in previsione anche uno nuovo in via Lamarmora. Da dove viene il latte? «Da una stalla di Peschiera Borromeo, che alleva mucche e bufale». Cioè, meno di 10km dal laboratorio ove viene lavorato. Oggi la mozzarella di bufala, graditissima dai milanesi che il sabato affollano i negozietti, rappresenta circa il 30% del venduto. Il resto sono prelibatezze di mucca: in primis la burrata, setosa, angelica, di grande bontà. «Sergio Mei, lo chef del Four Seasons, va pazzo per i nostri formaggi», confessa Enrico, che ci rivela che anche il Bulgari si fa regolarmente rifornire. Ma questa mozzarella di bufala prodotta a Milano, cos’ha in più di quella campana? «Nulla. Semplicemente, è possibile gustarla quando è ancora calda e appena fatta. Sembra davvero un’altra cosa».
(da Libero di mercoledì 11 luglio, pagina 46 Milano)
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Monday, July 16th, 2007
W la Barbera, e chi la sa aspettare. Ha ragione Paolo Massobrio, quando asserisce che dal vitigno più bistrattato del Piemonte possono uscire vini assai forieri di sorprese anche nel lungo e nel medio periodo, e non solo nell’immediato. Col tempo, la Barbera mantiene le sue caratteristiche, e anzi affina ancor più la sua piacevolezza, se chi l’ha fatta ha saputo farla bene. E gente che la sa fare c’è.
Ci sa fare Giorgio Cappricci, industriale milanese che da qualche anno, a Nizza Monferrato (Asti), manda avanti la Cascina Sant’Anna, una piccola realtà ben poco conosciuta al grande pubblico (non sono riuscito a trovare nemmeno una foto) ma nota ai bevitori più attenti. Ebbene, Giorgio fa una Barbera d’Asti Superiore, la Tredici Lune, che può sfidare gli anni senza problemi. Sono reduce dalla sorseggiata di un 2000: che gran bel vino! Questo 2000 si presenta oggi con una veste color rubino scuro, cui gli anni e la permanenza in bottiglia hanno conferito una bell’unghia granata. Al naso? Dategli tempo qualche minuto, o magari qualche ora, senza usare il decanter ma versandolo in bicchieri di adeguata ampiezza. All’inizio ha ovvi cenni di chiusura, ma l’apertura che seguirà vi mostrerà un mirtillo nero inequivocabile, oltre alla marasca sotto spirito e a sentori terziari ed eterei. In bocca invece si paleserà fin da subito: un sorso galoppante, non statico, retto dalla spada d’acidità che è tipica del vitigno e che questa bottiglia non rinnega. C’è acidità, ma c’è anche velluto, stoffa, corpo, pulizia, sostanza e, soprattutto, una lunghissima PAI (tanto per usare la terminologia tecnica AIS). Un vino di equilibrio esemplare. Morale di tutto: aspettate la Barbera, chi va piano va sano e va lontano.
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Saturday, July 14th, 2007
Passo la palla a Lorenzo Mottola, ottimo collega e vicino di scrivania, che su Libero dello scorso 10 luglio ha reso conto della visita di agricoltori giapponesi in Lombardia, alla scoperta del nostro mondo agricolo.
Hanno fatto 10mila chilometri per vedere dei manzi italiani. Per “spiare” gli animali e soprattutto gli allevamenti in cui vivono. Una task-force di allevatori giapponesi (venti in tutto) è sbarcata ieri in Lombardia. Obiettivo: carpire i segreti delle carni e del latte Made in Italy. Per qualche giorno visiteranno le campagne della provincia di Milano e di Cremona. Quindi si sposteranno in Svizzera e torneranno a casa. Fra di loro anche un guru del settore: un allevatore dei manzi di Kobe, i cosiddetti vitelli dei samurai, la cui carne arriva a costare sul nostro mercato fino a 90 euro al chilo. «I capi di bestiame allevati secondo questa tradizione - spiega Fabio Milani, specialista della Coldiretti di Milano e Lodi - vengono nutriti con estratti della birra e massaggiati con il sakè. Una volta li passavano a mano, con dei guanti di crine di cavallo. Oggi si usano dei rulli grattaschiena meccanici. Il risultato del trattamento è che la carne di manzo risulta straordinariamente tenera e di sapore pieno». In alcuni casi, questa carne può arrivare a costare fino a 80-90 euro all’etto.
Prima tappa del viaggio del guru e del resto del gruppo (arrivato dalle zone di Nagano, Hiroshima, Niigata) è stata l’azienda agricola La Fattoria di Alfredo Parmeggiano a Bettola di Pozzo d’Adda. Un allevamento modello della nostra regione il cui motto è “dall’erba medica alla bistecca”. In pratica, qui tutto viene fatto in casa. Qui si produce il foraggio che servirà a nutrire i 400 manzi (razza “limousine”) della stalla. Sempre qui gli animali vengono macellati e successivamente venduti in uno spaccio adiacente al terreno.
Il tecnico della Coldiretti ci spiega che i sistemi di allevamento italiani e giapponesi sono più o meno i medesimi. Al contrario di ciò che accade in molti paesi, gli animali vengono tenuti principalmente in stalla e non al pascolo libero. Ciò che più ha incuriosito i nipponici è il livello tecnologico raggiunto nel nord Italia. «Fotografavano tutto - dice Milani - Non hanno tralasciato alcun particolare, a volte meravigliandosi di fronte a macchinari, come il carro miscelatore». Il carro miscelatore è un semplice apparecchio che mischia il mangime. Nel paese del Sol Levante la cosa si fa ancora a mano.
«L’interesse della delegazione nipponica - ha detto orgoglioso al termine della visita Carlo Franciosi, presidente della Coldiretti di Milano e Lodi - è la dimostrazione che noi italiani non siamo certo gli ultimi arrivati. La qualità del nostro settore agroalimentare è riconosciuta a livello internazionale, dal Sudamerica all’Estremo Oriente».
Lorenzo Mottola
(da Libero di martedì 10 luglio 2007, pag. 47 Milano)
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Wednesday, July 11th, 2007
Oggi sul Foglio Camillo Langone ha scritto un gustoso pezzo: nientemeno che il suo testamento librario e spirituale, in cui l’amico scrittore-giornalista lucano-parmigiano decide di lasciare in eredità la sua fornitissima biblioteca a un ristretto novero di persone. Immaginate la sorpresa che ho avuto nel vedermi beneficiato dal lascito. Camillo (che Kelablu ha pure intervistato) ha deciso di omaggiarmi di Il critico maccheronico, scritto dal collega Antonio Fiore del Corriere del Mezzogiorno. Oltre al volume, che non ho mai letto ma che a questo punto assaporerò, mi viene assegnato un piccolo mandato: quello di diffondere «la notizia che non la migliore musica né la migliore letteratura ma il miglior cibo e il miglior vino e la migliore critica gastronomica d’Italia allignano nella Campania per altri versi non troppo felix».
Che dire? Non conosco personalmente Antonio Fiore, ma ho avuto il piacere di leggerlo nella felice e purtroppo breve avventura di Buffet, ove ha firmato da par suo le schede di ristoranti e buoni prodotti della sua regione. Sulla bontà del giornalismo gastronomico campano concordo pienamente: ho già parlato più e più volte di Luciano Pignataro, che ha messo su un vero e proprio hub goloso che sviscera non solo Napoli e dintorni, ma un po’ tutto il sud Italia con l’aiuto di collaboratori di grande bravura. Oppure Fabio Cimmino, che ogni giorno rende conto delle sue degustazioni in Euthymia. Pure la gastronomia campana, che qualche ignorante vorrebbe banalizzare a pizza, pasta e pummarola (che banali non sono per null’affatto, ma lo sono diventati nell’immagine distorta, commerciale, americanizzante di cui hanno dovuto farsi carico) ha le qualità per imporsi tra le migliori, e lo stesso discorso mi sento di farlo per l’enologia, anche senza nominare le numerosissime aziende meritevoli di segnalazioni.
Che dire, Camillo? Mi assegni un compito importante. Mi limiterò a fare il mio lavoro di sempre, raccontando ai miei lettori quello che provo e che assaggio, senza trascurare il Golfo di Napoli. Le armi saranno le solite: la mia competenza, la mia indipendenza e la mia mancanza di pregiudizi gastronomici. I lettori che ho, del resto, sembrano apprezzarle.
ERRATA CORRIGE: Luciano Pignataro mi ha fatto notare l’errore più idiota che potessi fare: quello nel titolo. Ora l’ho corretto…
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Tuesday, July 10th, 2007
Ai Sovversivi del Gusto, come si diceva, i produttori di olio hanno potuto dire la loro. Non è forse un caso se accanto allo stand di Francesco Travaglini ha trovato posto Piergiovanni Cristiano, per gli amici Piergi, anima e cuore dell’azienda agricola Timpa dei Lupi di Corigliano Calabro (Cosenza). Adriano Liloni, grande conoscitore e innamorato dell’olio, ancora una volta ha fatto centro. Piergiovanni coltiva con passione una quarantina di ettari nella sua Calabria, e utilizza i migliori accorgimenti tecnologici in accordo alla più autentica tradizione. Le olive (o meglio, i cultivar) che ospita nei suoi poderi sono frantoio, carolea, coratina, leccino e biancolilla. In bottiglia fa un solo tipo d’olio, un olivaggio. Gli altri li vende in lattina. Ci sarebbe molto da dire sulla bontà, l’espressività e la personalità di questi nettari d’oro, ma a me piace ricordare soprattutto un monocultivar: il biancolilla in purezza. Sarà che sono un po’ un partigiano di questa varietà, ma la carezza del biancolilla di Piergi è una sensazione che almeno una volta è doveroso carpire. Fatelo scivolare su una fettona di pane (Piergiovanni mi perdoni il delitto di lesa calabresità, ma io ci vedo bene il pane di Castelvetrano o di Salemi, in Sicilia) e poi sappiatemi dire. I contatti di Piergiovanni: tel. 0983886258, cell. 3397590274
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Monday, July 9th, 2007
A testimonianza della mia bontà di cuore, ho ufficialmente linkato i blog nominati nel post di qualche giorno fa: li vedete qui a destra nella colonna, che già da tempo ho provveduto a riorganizzare.
E già che c’ero, ho accolto altri nuovi arrivi
- BuonCarrello Il Massaio Pino alle prese con la ricerca dei prodotti migliori nella grande distribuzione. Una sorta di “scontrino frontale” raspelliano. In più, fa anche segnalazioni di altro genere (e una l’ho saccheggiata: ne saprete di più)
- Kelablu La novità più succosa. Massimo Bernardi è tornato a spargere peperoncino a piene mani con le sue incursioni di sbieco nel mondo fin troppo serioso degli enogastronomi. Quasi un manifesto contro i tromboni culinari di ogni ordine e grado. Già feeddato e ultrasottoscritto. Per commentare occorre registrarsi. Io l’ho fatto, e mi sono pure attribuito il volto di Luc Merenda
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Monday, July 9th, 2007
Sabato la pagina gastronomica settimanale su Libero ha avuto, nella mia rubrica, un protagonista speciale: il Morellino Capatosta 2005 di Poggio Argentiera. Personalmente lo consiglio a tutti, ed è piaciuto moltissimo pure a mio padre. Gianpaolo Paglia, il produttore, considera il 2005 come la versione forse migliore di sempre della loro etichetta più importante.
La costa toscana, si sa, da lungo tempo è terra di vini che piacciono molto, agli italiani e non solo. Dopo la vera e propria ubriacatura scaturita a Bolgheri attorno allo stupendo Sassicaia, con tutta una serie di aziende agguerrite e vogliose di sfruttare al meglio un terroir generoso come pochi, le attenzioni si sono rivolte a zone più meridionali della Maremma. Da qualche anno, soprattutto, la gente si è accorta che più giù, vicino Grosseto, si produce un grande vino rosso: il Morellino di Scansano.
Se gente come la famiglia Biondi Santi ha ritenuto di dover investire in quest’area (vedi Castello di Montepò), se ne possono intuire perfettamente le potenzialità. Pensate a una Montalcino che abbia in più la benigna presenza del mare: il paragone l’ha suggerito anni fa al collega Paolo Massobrio la produttrice Elisabetta Geppetti, altro nome di spicco della denominazione (che dalla vendemmia 2007 sarà DOCG). A noi spetta oggi però il compito di raccontarvi di un altro vignaiolo capace di far meraviglie col Sangiovese (uva di base del vino) e con le viti: si tratta di Gianpaolo Paglia, mentore dell’azienda Poggio Argentiera, di Grosseto (loc. Banditella di Alberese, tel. 0564405099). La sua bravura si intuisce fin dal caldo Morellino Bellamarsilia, profumato e lineare. Ma col Morellino Capatosta 2005 vi leverete il cappello fin dal color rosso granato. Sentite il profumo: l’influenza del mare si sente con chiarezza, accanto al fruttato di fondo. In bocca è vivido con ampiezza, di falcata possente, con un tocco d’acidità e freschezza che lo rende non ponderoso ma imponente. Provatelo con la ricca cacciagione che si mangia in zona e anche più su (cinghiale, colombaccio al pentolo).
(da Libero di sabato 7 luglio, pagina 20)
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Saturday, July 7th, 2007
No, non sono impazzito, e soprattutto il titolo di questo post non rispecchia il mio pensiero. Dopo l’odiatore di formaggi (che peraltro si è rivelato essere personaggio assolutamente simpatico e gradevole), sembra si sia palesato anche il nemico giurato del cioccolato al peperoncino.
Il proclama è stato lanciato il 21 giugno da un blogger di nome miic, che ha un blog il cui argomento principe è Walter Veltroni. Tra una sviolinata e l’altra al Uolter nazionale, un commento sull’attualità e sulla stampa (in cui spicca, per la pacatezza, la definizione data di Libero: “giornalaccio destrorso”), Miic un bel giorno piazza la sua bombetta: Il cioccolato al peperoncino fa schifo e ha rotto il cazzo. Così, nudo e crudo.
Provo a sbirciare nei commenti, confidando di trovare qualcosa di più costruttivo e circostanziato. Ecco ciò in cui mi imbatto, nell’ordine:
Intervengo in qualità di nuragica: ai tempi della mia infanzia certi zii cercavano di farmi mangiare il sanguinaccio con l’inganno spacciandomelo per cioccolato. Chi mai ci può cascare, con quel puzzo di calzino? Si narra che il cioccolato in pezzi ce lo mettessero dentro per davvero, insieme all’uvetta. Il che rendeva il tutto ancora più stomachevole. (link)
A questo, tuttavia, miic si oppone, difendendo - a ragione - la bontà dei sanguinacci, che in ogni genere e grado rappresentano una delle cose più buone della tradizione italiana.
Ma andiamo avanti. La passa palla a tale kwartz:
E fatemelo dire, anche le ostriche collo champagne sono una cagata pazzesca. Beh forse no, ho mangiato di peggio, ma già una pasta in bianco mi pare meglio… (link)
Con lui, viceversa, miic concorda, sostenendo la superiorità delle cozze (i gusti son gusti, alla fin fine, ma non è assolutamente vero che in Francia non si trovino ostriche degne di vincere il confronto. Se ne trovano persino in Italia).
Segue il commento di otezap (ma chi gli suggerisce i nomi?):
Se c’è un altro cioccolato che non capisco è il cacao 99% (o comunque sopra l’(80%). sembra di mangiare cenere. E ci puoi bere dietro tutti i superalcolici che vuoi. Fa sempre cagare. (link)
Mio Dio, ma questa ossessione scatologica da dove viene? E perché bisogna berci i “superalcolici”?
Ma perché, in genere, tanto odio?
Boh.
Mistero della fede.
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Saturday, July 7th, 2007
Vi propongo il pezzo che ho scritto su Libero martedì 3 luglio, nella pagina degli appuntamenti. Qualora vogliate andare a farvi un giro in Brianza, sapete dove trovare i prodotti più interessanti. Non dite che non vi ho avvisato…

Estate, tempo di gite? Decisamente sì. E dove andare, milanesi, se non in Brianza, quella zona collinare ormai più famosa per le industrie e le fabbrichètte che per le sue particolarità naturalistiche, tradizionali e, non ultimo, gastronomiche? Eppure in Brianza c’è fior di scorci mozzafiato (la bellissima Montevecchia), di ville maestose, di chiese antiche, spesso lasciate andare ma belle da vedere. E c’è chi fa onore a una tradizione culinaria forse povera ma di grande fascino.
Ad esempio, col salame. In Brianza non si usava fare il prosciutto, a causa delle lunghe stagionature e del relativo immobilizzamento di “capitale” carneo. Sicché, chi insaccava il salame (o se lo faceva insaccare a domicilio da uno di quei salumieri che c’erano una volta) ci metteva dentro anche la carne pregiata della coscia. Solo la coscia, addirittura, utilizza uno dei più bravi artefici brianzoli, Carlo Casati di Sartirana di Merate (tel. 0399902798), da segnalare anche per la bresaola di buoi allevati nella bergamasca, e per il sublime lardo lavorato a caldo. A Giussano, località Paina, stanno poi i fratelli Trezzi (tel. tel. 0362861814): dal loro papà, decenni fa, hanno imparato a fare il “salsiccione”, sorta di controparte briantea del salame di Felino. Eccezionale pure la loro mortadella di fegato e, d’inverno, lo zampone. Pure la Brianza lecchese-comasca ha un salumiere d’eccellenza: si tratta di Italo Ratti di Camisasca, frazione di Costamasnaga (tel. 031869023), che, come facevano i nostri bisnonni, al macinato di maiale aggiunge una piccola parte di carne bovina, ottenendo un prodotto di qualità encomiabile.
Dicevamo prima del prosciutto crudo: in Brianza non si faceva, ma c’è una brava eccezione. Si tratta del prosciuttificio Marco d’Oggiono, appunto a Oggiono, vicino Lecco (tel. 0341576285): i fratelli Spreafico, fin dal 1946 fanno un prosciutto finissimo, senza conservanti (come il più famoso Parma), d’una dolcezza avvincente, venduto disossato o con osso nello spaccio aziendale.
Non si può poi, finendo la carrellata dei salumi, non citare la luganega monzese col formaggio grattugiato: la fa Gigi Viganò nel suo Minimarket di Verano Brianza (tel. 0362903839), proponendo inoltre carni eccezionali e stupendi “spiedini alla messinese”, ripieni di pangrattato e formaggio.
E i formaggi? Montevecchia era famosa per i suoi “caprini” di latte vaccino, meglio noti come formagitt: l’indirizzo d’elezione è la Latteria Amabile Maggioni (tel. 0399930382), che fa pure buonissime formaggelle all’erba cipollina. E c’è pure un posto ove trovare il famoso (un tempo) vino brianzolo: l’Azienda Agricola La Costa (tel. 0395312218), che a Perego fa un formidabile Pinot Nero, il Sangiobbe. La Brianza è servita.
(da Libero di martedì 3 luglio, pagina 49 Milano)
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Friday, July 6th, 2007
Sabato scorso ho riassaggiato una delle mozzarelle vaccine più buone che conosca. E’ quella della famiglia Carretta e del loro Centro della Mozzarella di Milano, in via Benaco, a fianco dello scalo merci di Porta Romana: lo vedete nella piccola mappa (scusate la scarsa qualità della freccetta, ma è quanto di meglio le mie limitate risorse grafiche consentano). Ne ho scritto su Libero più volte, e l’hanno fatto pure Licia Granello su Repubblica e Paolo Marchi: e tutti e tre (oltre a qualche migliaio di altri clienti) concordiamo sulla bontà di quelle mozzarelle fresche, esagerate, strepitose.
Enrico Carretta è arrivato anni fa dalla Lucania per laurearsi in Bocconi: nostalgico dei sapori di casa, ha deciso prima di tutto di portarsi dalla sua terra formaggi e salumi. Poi, trascinato dalla passione di papà Pasquale, ha iniziato a venderli, e poi a farli in proprio (i formaggi). Sicché, eccolo qui (o negli altri due punti vendita di via Teodosio e via Lomellina) a filare e caseificare ogni giorno il latte freschissimo che arriva da stalle della cintura milanese (nel 2005, mi dissero che si trattava di un allevatore di Peschiera Borromeo), con un brevissimo tragitto di trasporto che non ne compromette la qualità. Da qui, ecco la mozzarella. Quella di grossa pezzatura si chiama Campagnola: addentatela avidamente, sentite il sapore del latte (quello che in certe mozzarellacce industriali quasi si stenta a percepire), lasciatevi invadere la gola dai suoi sensuali umori. Uno spettacolo. E miracolo anche maggiore è la Burrata stile Andria: il fatto che sia freschissima (oltre che priva degli additivi che spesso vengono aggiunti per preservarla) ha la sua importanza, e qui gioca un ruolo fondamentale il fatto che venga fatta in loco, e non debba subirsi un intero viaggio dalle Murge alla Lombardia. Che bontà, che tripudio di avvolgente cremosità. senza le disturbanti sensazioni acidule che spesso si percepiscono.
Morale della favola, andateci. Il numero di telefono è 02 55219286. Oltretutto, come si desume da questa pagina, sembra che venda pure i prodotti del Caseificio Caggiano, grande artefice di pecorini deliziosi.
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