Archivio di April, 2007
Friday, April 6th, 2007
E continua, chiotto chiotto, il mio reportage sui buoni bicchieri provati al Vinitaly. Se pensavate di scamparla, avevate capito male. Ecco pure oggi altre belle note di degustazioni dalla più grande fiera vinicola italiana.
- Pievalta. Quest’azienda di Maiolati Spontini (Ancona) fa parte di una vasta galassia di investimenti operati dai bravissimi proprietari della Barone Pizzini, azienda franciacortina votata al biologico e produttrice di grandi spumanti. Ha ricevuto qualche buon riconoscimento da parte delle guide, ma qui la ricordiamo per un vino particolarissimo: il Curina 2005. Si tratta d’un passito di uve verdicchio in purezza, prodotto in modo insolito. Il 15% dell’uva (appassita in pianta e poi in graticcio) viene infatti vinificato nelle famose (o famigerate, visto l’uso non sopraffino che alcuni produttori ne fanno) anfore di terracotta, con tanto di macerazione per 6 mesi. Il resto, vinificazione in bianco. Risultati? Color oro antico. Profumi arcani di incenso e salvia. Bocca golosa, stuzzicante, grassa e polposa, d’acidità ben sostenuta, equilibrata. Per chi ama il genere, è una chicca da non perdere. Un bravo dunque ad Alessandro Fenino, che tra l’altro legge pure questo blog.
- Michele Satta. Ora è ben noto, ma anni fa Michele Satta, varesino trapiantato a Castagneto Carducci (LIvorno) ha dovuto faticare per mettersi in luce. Fatica premiata: i suoi vini bolgheresi sono apprezzatissimi in Italia e all’estero. Anche da me. Una volta tanto, partiamo con un vino bianco, nato da pochi anni ma ora (secondo me, che l’ho assaggiato in tutte le annate in cui è stato prodotto) tra i primi 5 bianchi toscani: il Giovin Re 2005. Bello il nome, vero? E’ un anagramma. Provate a farlo al contrario, e avrete la soluzione: viognier. E questo (o questa) Viognier in purezza, affinato in barrique e in bottiglia, si offre cordiale, profumato di miele d’acacia e di pesca gialla, con qualche nota affumicata data dalla tostatura (che tra qualche tempo si armonizzerà ). Costa 27 euro, ed è decisamente buono. E il Piastraia 2003? Lo storico taglio bolgherese di casa si offre ruffiano ed elegante, con una piacevolezza e una placidità di beva senza trucchi, davvero appagante. E il Cavaliere 2001? Il sangiovese non è mai stato uva davvero di tradizione a Bolgheri. Michele Satta è da sempre il suo alfiere in zona, e il Cavaliere è il vino che ha sempre amato di più. Questa annata 2001, reduce da un robusto riposo in bottiglia, ha l’apertura alare dei grandi vini, senza strombazzamenti caricaturali tanto tipici della “California d’Italia” (come qualcuno si ostina a chiamare questa zona italianissima); anche i profumi fanno udire bene la viola mammola e il floreale tipico del vitigno. Buonissima pure l’ultima annata del Castagni, benché fosse imbottigliata da pochissimo: il “gran vino” di casa proviene da un unico vigneto, impiantato a densità di 6200 piante per ettaro. Uve? Cabernet, syrah e teroldego, per un vino di potenza rimarchevole, che con adeguata sosta in vetro si armonizzerà , ma che già adesso tradisce una potenziale longevità decisamente allettante.
- Podere dal Nespoli. Molto interessanti i vini di questa realtà di Civitella di Romagna (Forlì-Cesena). Fabio Ravaioli è un produttore capace e amorevole, capace di trarre delle gran buone cose dai suoi vigneti. Un’anteprima del suo Prugneto 2006, sangiovese in purezza, ha mostrato un vino ancora “verde”, ovviamente, ma già ben provvisto di polpa. E il Borgo dei Guidi 2004, forse il primo vino in Romagna ad essere stato affinato in barrique (è nato più o meno nel 1980), è pure lui gagliardo, in formazione. Questa è la tipica azienda per cui il Vinitaly arriva troppo presto. Perfettamente a punto è invece l’avvincentissimo Bradamante 2005, che fino a non molto tempo fa era un passito di pura albana, mentre adesso contempla la presenza del sauvignon: è finissimo, dolce e morbido, profumato delicatamente di cioccolato bianco. Buonissimo.
Questo è quanto. Tenetevi forte, perché le sorprese non sono ancora finite. Siete come sempre invitati a dire la vostra.
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Thursday, April 5th, 2007
Spinto da Gigio, commentatore fedele e arguto, professore bilaureato trapiantato in Spagna dai Colli Euganei, mi butto su un bel reportage a puntate (e quello del Vinitaly ancora deve concludersi ) sui migliori Taleggi della Valsassina, la vallata che sta alle spalle di Lecco e che, ben più della natia Valtaleggio, ha saputo mantenere una dimensione “autarchica” di produzione di questo formaggio davvero straordinario. Non ho intenzione (o quantomeno, non adesso) di dire quel che penso della denominazione, del disciplinare di produzione (specialmente quello relativo alle zone abilitate), alla questione pianura-non pianura (che meriterebbe una lunga disamina): tutte cose di cui parlerò più avanti. Qui mi limiterò a una bella carrellata di gusto.
Così, per simpatia, vi guido nel vostro giro a partire dal nord della Valsassina, scendendo poi, nelle successive puntate, sempre più vicino a Lecco. A Primaluna (Lecco), subito dopo Introbio, c’è la nostra prima tappa: l’Azienda Agricola Beri. Come vi suggerirà il nome, non sono semplici stagionatori, come tanto spesso si usa qui (e vedrete, andando verso Lecco, le sedi e i capannoni delle grandi aziende produttrici, quelle che caseificano nella Bassa e portano il Taleggio a maturare qui): i Beri, grande famiglia ricca di fratelli e cugini appassionatissimi, hanno mucche e capre allevate in proprio. Nella stradina che porta al torrente Pioverna c’è il punto vendita aziendale (chiuso il mercoledì, attenzione), sempre presidiato dalla signora Beri, simpaticissima, appassionatissima, pronta a far assaggiare tutto a tutti. E “tutto” vuol dire “tanto”: in questo negozio si vendono tanto i formaggi fatti in azienda, quanto le chicche che tutta la famiglia Beri scova in tutti gli alpeggi rimasti in zona (non molti, a onor del vero) e anche altrove. E tutto è altamente meritevole di acquisto.
Partiamo dal Taleggio: è ottenuto dal latte delle proprie mucche, e realizzato in diverse versioni. C’è quello a pasta cotta, quello a pasta “di Robiola” e quello a pasta cruda, simile a un Quartirolo. Provateli tutti, e fatemi sapere quello che vi piace di più: è davvero un dramma dare la preferenza all’uno o all’altro, la differenza rispetto alle versioni industriali si sente eccome. Buonissima è pure la Robiola valsassinese, formaggio grandioso nella sua popolarità franca e ruspante, qui più gentile e leggera del normale, eccellente.
Ma in questo momento dell’anno sono superbi i Saporotti: sono i formaggini valsassinesi a pasta morbida, di forma bassa e tronco-conica. La signora Beri è una maniaca (a ragione) del formaggio molto stagionato. In bottega tiene alcuni Saporotti che hanno alle spalle anche più di un mese di maturazione: costano circa 8 euro al chilo, chiedeteglieli e le si illuminerà il viso. Sono disponibili sia nella versione con la pasta più gessosa (più tradizionale) che con la pasta molle, squagliata, piccante (sono gli “Ultra morbidi”, come dice il cartellino). Prendetene uno o due, e serviteli come formaggio da meditazione: applausi assicurati.
Volete formaggio di capra? I Beri fanno una “torta” (il formaggio tondo a crosta rossa, ricordate?) in cui entra una percentuale di capra. E fanno pure un formaggio fresco, acidulo, da assaporare con le cipolle.
E non è finita: ci sono i formaggi di altri produttori con cui, come dicevamo, i Beri hanno un piccolo rapporto di distribuzione. Il Bobbio, stagionato minimo 3 anni, è un grande formaggio montanaro profumatissimo, a pasta semidura. Grande la Mascherpa della Valvarrone o della Val Biandino, ricotta salata fresca e sapidissima a un tempo. Ma la palma della bontà spetta a un pecorino unico, dorato, inimitabile nella sua calda stretta di mano gusto-olfattiva: arriva da Ponte Nure (Piacenza), ed è praticamente un’esclusiva. Lo considero uno dei pecorini migliori d’Italia. Chiedete dunque del “Nostrano di pecora”, oppure, semplicemente, del “pecorino che viene da Piacenza”: sarete molto, molto contenti.
Alla prossima!
Azienda Agricola Beri
Via Stoppani, 3-10, Primaluna (Lecco)
Tel. 0341980387
Chiuso mercoledì
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Tuesday, April 3rd, 2007
Cari amici e lettori, eccoci alla seconda parte dello speciale sul “mio” Vinitaly. Anche oggi, una breve selezione dei vini degustati con grande voluttà . E, come vedrete, grandi risultati e grande personalità sono arrivati da alcuni vitigni considerati né più né meno che il simbolo dell’omologazione vinicola. Ecco dunque il paniere odierno di “buoni bicchieri”, tutti assaggiati a Verona.
- Il Filò delle vigne. Quest’azienda di Baone (Padova), nel pieno dei Colli Euganei, mi era nota da quasi dieci anni per l’assaggio di un soavissimo Fior d’Arancio Spumante fattomi conoscere dai fratelli enotecari Redento e Dino Picello. Eppure, da questi terreni vulcanici viene pure un cabernet da far girare la testa (nel senso buono). Tale è stato l’assaggio del Cabernet Riserva Vigna Cecilia di Baone 2002, semplicemente memorabile. Proveniente da viti trentenni di cabernet franc e sauvignon in parti uguali, questo rosso, che costa 8 euro a bottiglia, si offre con un caldo color rubino, profumi di ciliegia e una bocca corposa senza pesantezze, elegante e popolare in una sintesi autorevole. Affinamenti? In acciaio e vetroresina. Niente barrique. Mi viene ancora in mente un signore che, qualche anno fa, diceva «Il Cabernet vuole la barrique per forza!»: si assaggi il Cecilia di Baone (che costa un terzo di certe blasonate bottiglie assai meno interessanti) e si ricreda. Non a caso, i veneti con quest’uva hanno un rapporto particolare: più che “internazionale”, la considerano cosa loro. E finché ci sarà gente che la tratta così, ne avranno ben donde. Ma debbo dire che quest’azienda fa pure il Cabernet barricato: è il Borgo delle Casette 2003, imponente per virtù intrinseche e territoriali e non per un surrettizio body building. E costa anche lui non troppo: 13 euro. In ogni caso, il Borgo delle Casette dimostra come la barrique possa far uscire un vino buono (anzi, molto buono) senza peraltro essere indispensabile. E che dire poi del Luna del Parco 2004, svenevole Fior d’Arancio passito? Il moscato giallo, qui chiamato per tradizione fior d’arancio, sembra fatto apposta per vini così. E allo stand del produttore, assaggiato per caso a confronto con un Sauternes (di cui non vi rivelerò il nome, anche perché l’ho dimenticato. Chi è senza peccato…), stravinceva al confronto, con la sua autentica, dirompente, dongiovannesca sensualità ad annichilire il pur onorevole vino francese appesantito dai solfiti. Tenete davvero d’occhio questa azienda, ci sanno fare sul serio.
- Ca’ Lustra. Se i Cabernet del Filò delle vigne sono stati una bella sorpresa, il Sassonero di Ca’ Lustra, altra realtà dei colli vulcanici mantovani (è di Cinto Euganeo, frazione Faedo) si è confermato bottiglia interessantissima nell’annata 2004. Per chi non lo sapesse, si tratta di un Merlot, affinato in botti di rovere da 500 litri. Costa 11 euro. E piace. Piace perché è un vino che parla di territorio. E’ pigmentato di intenso rosso rubino, profumato di frutta rossa sotto spirito ed in bocca è corposo, tornito, elegantemente solido. Stesse piacevoli sensazioni per il Roverello 2005, Chardonnay passato in legno (anche qui, barili da 500 litri, per il 60% di secondo passaggio), armonico, cremoso, ben sostenuto dall’acidità , avvincente. E che dire del Marzemino passito 2005, 900 bottiglie (ma col 2006 saranno il doppio) di vellutata dolcezza, di tocco quasi mozartiano? Fortuna che c’è ancora chi fa i vini così. Vini fatti apposta per degustatori e bevitori che non si lasciano troppo suggestionare dai luoghi comuni sui vitigni cosiddetti “internazionali”.
- Ca’ de’ Medici. E qui cambiamo completamente zona, trasvolando fino a Reggio Emilia, località Cadè. E’ lì che ha sede l’azienda di Regolo Medici e famiglia (da cui il nome), specializzata nei briosi vini che lì van per la maggiore. Piace molto il Terra Calda, uvaggio di lambrusco e cabernet sauvignon sottoposto alla tradizionale fermentazione: rossissimo, quasi violaceo agli occhi, regala un profumo vinoso, invitante, con un che di buccia d’uva e di fragola. Le promesse sono mantenute all’assaggio: una tannicità carezzevole unita alla sensazione piacevole dell’anidride carbonica compongono un vino secco ma morbido, gentile, ideale col maiale e coi piatti locali. Ma la vera sorpresa è un altra: il Renzo, lambrusco in purezza fermentato a lungo e in bottiglia. Regolo lo paragona a una birra Weizen ad altissima fermentazione: e ho provato in effetti a immaginarlo sui ricchi, fastosi insaccati tedeschi (bratwurst, leberkase…), oppure su una (o uno) choucroute alsaziana. Intanto, si presenta con un colore rosso granato lieve, somigliante alla fragola. E che profumi: ancora fragola fresca, ma anche zenzero e chinotto. In bocca è sferzante, acido, secchissimo, rinfrescante, molto piacevole. Come dicevo, lo vedo bene sulle vivande germaniche, ma ovviamente è perfetto con la mariola, lo zampone, il cotechino, il prete, il cappello da prete, il bollito, la cassoeula. Costa poco più di 4 euro a bottiglia.
E anche per oggi abbiamo finito. Spero, come sempre, di suscitare commenti e opinioni sui miei assaggi.
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Monday, April 2nd, 2007
«Non mi faranno mai entrare», penso in cuor mio sabato sera, mentre cerco di uscire dalla buriana del traffico del Vinitaly. «Sarà tutto pieno», continuo a pensare mentre sono sulla tangenziale veronese e sto per uscire a S. Lucia - Golosine, puntando verso Madonna di Dossobuono, un angolino che dev’essere stato davvero incantevole prima dell’arrivo del grande traffico automobilistico, con l’autostrada e la tangenziale medesima che serpeggiano poche decine di metri più in là. Perché tutte queste ambasce? Perché cercare di mangiare da Ciccarelli in epoca fiera lo ricordo da sempre come un terno al lotto: è un ristorante comodissimo da raggiungere, e come tale è prediletto da produttori ed espositori, che lo affollano copiosamente. Purtuttavia, non demordo. Sono le 7.35 circa, il parcheggio del ristorante è vuoto. Entro speranzoso: «Cè posto per uno?». «Guardi, siamo al completo». Non voglio mollare: «Nemmeno se sono veloce e mangio qui nel bar?». Alla fine il proprietario acconsente, e non mi dà, ovviamente, il tavolo al bar, ma un tavolino nella saletta in fondo, quella più intima. Gli prometto che ce la farò in meno di tre quarti d’ora, e del resto anche i camerieri sembrano ben contenti che io conosca già il menu.
Da Ciccarelli, che da qualche anno è passato sotto la gestione della famiglia Castioni, si va per mangiare poche e buone cose, senza fronzoli e finezze ma anche senza retorica. Qui, anzitutto, non usano antipasti. Si parte direttamente dai primi. Ci sono le paparele in brodo, con o senza i proverbiali figadini. C’è la pasta e fagioli. Ci sono, soprattutto, le tagliatelle alla veronese, quelle ai tre sughi. Arrivano giallissime dalla cucina nella loro fondina, con sopra una noce di burro. Sta all’avventore l’onere di condirle con salsa di pomodoro, o ragù di carne, o ragù di fegatini o tutti e tre insieme, comunque proposti in simpatiche salsiere (quelle della foto, sono proprio loro). Semplici, buone, sazievoli, popolari, si fan mangiare con una certa voluttà. Certo, non saran raffinatissime (e neppure rifinitissime), ma almeno una volta van gustate, ovviamente con lo spirito dell’avventore da trattoria che si butta su una sapida cucina casalinga.
Subito dopo, ecco la scelta obbligata dei secondi: il carrello di bolliti e arrosti. Quello della seconda foto, tanto per capire. Prima delle carni, portano un bel po’ di verdure cotte e crude: insalata, fagioli da condire, grossi peperoncini verdi lunghissimi e altro. E poi, la carne: il bollito è quello canonico, con una testina particolarmente succulenta perché morbida ma non stucchevole. E’ un piacere gustarla assieme ai “condimenti”: il cren e la salsa verde (molto buona). E a margine c’è la pearà, vanto di ogni nonna veronese dabbene: una mitica salsa fatta con pane, pepe, formaggio e midollo di bue. Col bollito ci va a nozze che è un piacere. Gli arrosti sabato sera francamente non li ho provati, e nemmeno i dolci (da quel che leggo, anch’essi gagliardi: torta di mele, torta di pere, crème caramel). E francamente non ho neppure bevuto vino, anche se la cantina è piuttosto ben fornita di rossi.
Chi invece non si tirava indietro erano gli altri presenti. Nei miei pressi, c’era un bel tavolone di vinitalari di provenienza ben mista (che mi ha fatto riandare a ricordi vecchi di mitiche cene consumate appunto in compagnia di colleghi in corrispondenza della fiera), verosimilmente produttori, e in ogni caso non giornalisti: facile capirlo, giacché uno di loro è arrivato con tutta una serie di bottiglie in mano (una, di cui ho sbirciato l’etichetta, era di un bianco friulano di Antonutti). L’atmosfera è allegra, c’è chi magnifica (con ragione) i prodotti e le degustazioni degli stand istituzionali friulani (verosimilmente guidati ancora da Bepi Pucciarelli, barbuto furetto dalle giacche inimitabili e dal palato finissimo, oltre che dalla contagiosa simpatia), comprendenti, a loro dire, il prosciutto di San Daniele di Bagatto (ottimo) e il Formadi frant, particolare e sapidissimo cacio di origine carnica.
Sono uscito contento per il pranzo (35 euro), un po’ meno per aver mangiato solo in questa circostanza. Non c’è nulla di più bello del fare una tavolata allegra dopo un giorno di fiera, scambiandosi pareri sulle degustazioni fatte.
In ogni caso, da Ciccarelli almeno una volta si deve andare. Nonostante l’affollamento, il servizio non ha perso un colpo. E nemmeno aleggiava nel locale quell’aria da “un tanto al chilo” che tanto mortificava il Roma di Viarigi.
Una visitina è dunque consigliata, a patto di tener presente che si va lì a mangiar tagliatelle e bollito, una sorta di cucina reazionaria d’un certo ruspante fascino.
Ristorante Ciccarelli
Via Mantovana, 171, Madonna di Dossobuono (Verona)
Tel. 045953986
Chiuso venerdì e sabato (in teoria)
Carte di credito: tutte
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Monday, April 2nd, 2007
Un buon bicchiere? Tanti buoni bicchieri, quelli del Vinitaly di quest’anno, che ho visitato per una sola giornata, anche se intensissima. Un piccolo sunto (anche se non troppo completo) delle mie degustazioni l’avete trovato su Libero di ieri.
Ciononostante, ho intenzione di omaggiarvi di una piccola carrellata (a puntate) delle esperienze degustative maggiori di questa rassegna 2007.
- Strade Vigne del Sole. Era parecchio tempo che, incuriosito da articoli di Paolo Massobrio e dalle degustazioni di Maurizio Taglioni su Lavinium volevo assaggiare i vini di Antonio Cugini e di suo figlio Alessandro, che vinificano tra Marino, Albano e Grottaferrata, in provincia di Roma. Avete presente i classici vini “de li Castelli”? Ebbene, dimenticateveli. Qui, il cavalier Cugini ha messo a dimora più di 70 (diconsi settanta) varietà di uve autoctone e dimenticate, tanto da suscitare l’attenzione dei ricercatori di Conegliano Veneto e da ricevere lo status di azienda sperimentale. Sentite, tanto per dire, il Kadrai 2005, da uve malvasia rossa e albana (non è quella di Romagna, è la versione laziale, che pare prenda il nome proprio da Albano). Sentite i profumi dirompenti che, più che un vino bianco, ricordano un rosato: banana, caramella inglese, perfino una nuance di smalto per unghie (gradevolissima). E che grinta in bocca, che personalità, che diversità da certe slavate produzioni della zona! Uno spettacolo, condiviso anche da Andrea Sturniolo, incontrato casualmente allo stand e, come me, rapito da questo bianco straordinario. Ma prima di lui, m’aveva coinvolto il Torre dei Frangipane, nuovo bianco aziendale da uve pecorino e cesanese bianco: così strutturato e solido da non sembrar quasi un vino castellano. E che dire dell’Alba Rosa 2004, dall’omonima uva, che porge profumi volpini misti a simpatici bouquet di sottobosco e piccoli frutti? E il Morato 2002, così possente ed elegante, proveniente da un’uva che, a sentirla nominare, vien da sorridere (tor dei passeri) ma è antichissima e, soprattutto, autoctona? E il Niveo 2003, che è praticamente un Frascati Cannellino di sola malvasia rossa (pur avendo vigneti iscritti alla Doc, Cugini preferisce la Igt, perché i disciplinari, dice, sono troppo restrittivi nell’imporre l’uso di certe uve tutte insieme) e porge fragranze di anice stellato e menta piperita (sembra un mazzetto di pianticelle aromatiche), svelandosi poi in bocca nervoso, non troppo dolce, piacevolissimo? Azienda non globalizzata? Potrebbe benissimo essere questa. Un particolare: nessun vino arriva a costare 10 euro.
- Azienda Agricola Gulfi. Altra azienda fuori dagli schemi, questa volta in Sicilia, a Chiaramonte Gulfi (Ragusa), cittadina dove “si magnifica il porco”, famosa per i salumi e la gelatina di maiale. Ebbene, qui c’è la famiglia Catania, che si dedica anima e corpo alla valorizzazione del nero d’avola. Una valorizzazione attuata in modo diverso rispetto ad altri colleghi: i Catania puntano su vigne uniche, veri e propri cru, da cui traggono selezioni differenti, ma tutte col comun denominatore di ricercare purezza, autenticità ed eleganza espressiva, anzichè le eccessive concentrazioni cui più di un siculo ha deciso di indulgere. Così, il Nerosanlore’ 2003 si porge con un bel color rubino senza troppi riflessi bluastri, e con una grazia femminilissima di dolci note di fragola e liquirizia, poi replicate in un sorso gentile, materno, espansivo. Per ammissione degli stessi viticoltori, il Neromaccarj 2002 è viceversa un po’ “verde”: ciononostante, coinvolge coi suoi sentori di arachidi e di mallo di noce (con un po’ di lampone sul finale) e col corpo piuttosto acido, ma importante. E la visita allo stand Gulfi mi ha riservato una grande, grande sorpresa: ci ho trovato Raffaele Catania, membro della famiglia, laureato in legge a Milano e, soprattutto, frequentatore della mia stessa scuola in Brianza. Mai e poi mai mi sarei aspettato di rivederlo là, in quest’azienda che tanto mi era piaciuta al Wine Sicily di Trapani Birgi nel 2005.
- Cantine Buffa. Un nome che è imprescindibile annotarsi se si vuol toccare con mano quanto può essere grande un vino come il Marsala. Provate il loro Marsala Vergine: non ha assolutamente nulla di cui vergognarsi al cospetto di un grande Sherry, a cominciare dai profumi eterei, floreali, persino con un che di capperi (ma Domenico Buffa, che me l’ha fatto assaggiare, non era tanto d’accordo), per finire con il sorso di persistenza interminabile, secco ma setoso, equilibratissimo. Imperdibile è anche il Marsala Oro dolce Riserva, fragrante di fichi secchi, mandorle e miele, invitante nei coloriti caldamente ambrati e latore d’una sorsata potente, avvolgente, polposa, con un che di salino. E la Malvasia liquorosa vi manderà aux anges: non si finisce più di annusarla, sembra offrire un bouquet di delicatissimi fiori secchi. E in bocca? Dolce, sensuale come poche. Un azienda da segnarsi sul taccuino.
E questo è solo l’aperitivo. Sentirete poi gli altri miei assaggi.
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