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Friday, March 30th, 2007Domani sarò al Vinitaly veronese. Ci vediamo.
Domani sarò al Vinitaly veronese. Ci vediamo.
Basta. Mi sono rotto le scatole degli insultatori professionisti che ogni tanto vengono allo scoperto qui, cercando di dire chissà cosa.
Mettendo mano ai commenti, ho cancellato inavvertitamente le parole di un genialoide, tale salt_pusher:
Tommaso Farina, palese esempio di idiota italiano
Non volevo farlo assolutamente, solo che per errore l’ho messo nella spam list, come faccio di solito coi trackback maligni che sfuggono da akismet. Avrei preferito riservargli il trattamento che da adesso ho deciso di dedicare a chi offende in modo più o meno volgare e gratuito.
Da oggi, chiunque utilizzerà l’insulto personale o linguaggi offensivi, verrà marcato con questo simpatico cappellino:

I commenti offensivi marchiati da questo cappello (che vuol essere un castigo, un “cacciare dietro alla lavagna”, un cappello dell’asino come si usava nelle vecchie classi scolastiche d’un tempo) verranno inoltre “sbianchettati”, barrati con una riga di cancellatura in mezzo alle parole. Nei casi più gravi, metterò in pratica la cancellazione totale.
Naturalmente, il cappello del troll non è un marchio d’infamia dedicato alla persona di un commentatore vita natural durante, ma al singolo commento. Non si tratta di censura delle opinioni, ovviamente. Chi esprime il proprio dissenso anche in modo acceso ma civile e senza trascendere il buon gusto, non riceverà nessun marchio. Quindi non si parli di “dittatura”. Qui non applico nessuna dittatura del pensiero. Potrei farlo, dato che, fino a prova contraria, questo blog è mio e ci faccio quello che mi pare: ciononostante, nessuna dittatura o censura preventiva di opinioni è in vigore qui. Non è nel mio stile.
Quindi, non preoccupatevi, e limitatevi a fare i bravi e a non usare parole diffamatorie troppo alla leggera, perché “su internet si può dire tutto”. Confido nella vostra capacità di autoregolamentazione, che d’altronde finora ha sempre funzionato.
Quanto fuoco, quanta genuina durezza è venuta fuori dalla bella discussione sul Critical Wine! A questo punto, preferisco offrire a tutti, in segno di pace, un salutare banchetto a base di formaggi e, in particolare, d’un Taleggio che è veramente difficile trovare così buono.
Negli scaffali della mia libreria ha ancora posto la primissima edizione del Golosario, datata 1994, in cui un Paolo Massobrio trentatreenne segnalava quelli che sarebbero stati i punti fermi dell’Italia del gusto, in gran parte ancora presenti nell’edizione 2007 del medesimo libro. Ebbene, all’epoca Paolo si era estasiato per un Taleggio sublime, prodotto da un anziano casaro a Pontirolo Nuovo (Bergamo), non lontano da Treviglio. Quel Taleggio, raccontava Paolo, veniva caseificato sotto le insistenze di Alberto Marcomini, affinatore e selezionatore di prim’ordine, ancor oggi sulla cresta dell’onda. Quel Taleggio, stagionato sapientemente, aveva letteralmente stregato Massobrio per la sua placida, sapida cremosità.
Oggi come oggi, non so se quel casaro di Pontirolo Nuovo esiste ancora. Il lungo preambolo mi è servito per dire una cosa: chissà se Paolo, assaggiando il Taleggio di Promo Franciacorta, troverà delle similitudini con quel campione che tanto l’aveva stupito. Promo Franciacorta: il nome magari non dice molto al neofita, e in effetti non è che faccia troppo pensare al formaggio. In realtà, dietro a questa sigla, c’è una cooperativa coi fiocchi, guidata da Luciano Franceschini e Tiziana Noli, e forte di 200 vacche, col cui latte vengono fatti formaggi tanto straordinari quanto introvabili. «Il 95% del nostro mercato lo facciamo con la ristorazione, il resto lo vendiamo nelle fiere», mi dice Luciano, incontrato di nuovo alla fiera Agrivarese, a Malpensa Fiere. E fare un negozietto per venderli? «Non abbiamo tempo, purtroppo». E c’è da credergli, anche se è un vero peccato. Il loro Taleggio, prodotto con latte esclusivamente crudo e stagionato a lungo in grotte di proprietà, è una gemma. La caseificazione è quella antica, a pasta cruda: lo si avverte dalla consistenza della pasta medesima, bianca e abbastanza solida, che in corrispondenza della crosta si “sdoppia” squagliandosi per il fenomeno della proteolisi (non staccate assolutamente la crosta grigio-arancio scuro, è un atto criminale, dovete mangiarla, al limite grattandola un pochino, ma senza rimuoverla). Un formaggio inimitabile, che ci dà l’idea di cosa dovesse essere il Taleggio prima che venisse sdoganato e banalizzato da certa produzione industriale.
E non è tutto. C’è quel lombardissimo cacio che si chiama Torta, e che era contemplato anche nella vecchia guida dei formaggi di Slow Food, prima che venisse depennato. E’ un formaggio a pasta cotta, con la crosta simile a quella del Taleggio, ma più fondente, più ruffiano. La Torta Rustica di Promo Franciacorta, per la sua grassa pienezza e aromaticità, è tra le non molte davvero degne d’assaggio (un’altra è quella che seleziona Ciapponi a Morbegno).
Altro? Eccome. Il Silter, formaggio d’alpeggio delle valli Bresciane, è sempre stato tra i miei preferiti, ed è stato un piacere riassaggiarlo nella versione ben stagionata di Promo Franciacorta. Le specialità d’alpeggio sono parecchie, ma mi viene da citare il loro Salva, che però con quello cremasco non ha in comune nemmeno la forma. Questo Salva bresciano è cilindrico (quello cremasco è quadrato), e ha la crosta scurissima, un poco “gamolata” (non lavata come il corrispettivo cremasco). La pasta è dura, bianca, odorosissima di pascolo, e il sapore è intenso, sapido il giusto, anche qui pieno di vitalità montanara. Un capolavoro.
Potrei citare altri e altri campioni dei coniugi Franceschini, ma mi piace concludere con la loro Robiola bresciana, quella che altri produttori chiamano “brescianella”: la loro è una vera stretta di mano di fresca cremosità.
Non hanno neppure un sito internet, sono ben poco conosciuti dagli acquirenti comuni. Che peccato.
Avrei voluto rispondere con un commento ai tanti interventi che sono nati dal mio post di ieri, ma è più comodo e visibile, in ultima analisi, farlo da qui.
Cercherò di dare un minimo di risposta alle questioni fondamentali che sono venute fuori.
1) Giovy ha pienamente centrato il punto, usando un quarto delle parole che ho usato io. Rileggetevi il suo commento un centinaio di volte, così potete comprendere meglio la mia visione della cosa.
2) Gigio: la discussione (interessante) sul predicare bene e razzolare male non l’ho iniziata io (che poi la condivida o no, è un altro discorso). Così come non ho mai messo le mani su Veronelli, che ho conosciuto (seppur superficialmente) e che mi ha insegnato molto. D’altronde credo che la sua adesione a questa rassegna non tolga né aggiunga molto a tutto quello che ha fatto nell’oltre mezzo secolo della sua militanza critica.
3) stefano: mi dispiace, ma temo di risultare superficiale anche con questa mia risposta. Nel mio post, ho parlato di cose specifiche: nella fattispecie, di un “manifesto” lungo, arzigogolato, semanticamente e sintatticamente improbabile, con alcuni passi che sembrano nati dopo che chi l’ha scritto ha rovesciato un sacchetto contenente termini aulici, o che semplicemente non vogliono dire nulla (a meno di non stipendiare un esegeta o un ermeneuta a mezzo servizio, cosa che non tutti possono fare). Ho altresì parlato di un invito che non può essere tenuto sotto silenzio: quello a dare fuoco ai campi e a iniziare altre azioni di “disturbo”. Ho parlato solo di questo, e di nient’altro, chiedendomi a cosa serva una rassegna che parta da simili presupposti. Senza contare che lo “spazio recuperato” in realtà è semplicemente occupato abusivamente.
4) filippo cintolesi: la critica, come giustamente fai notare, è il sale dell’uomo e del mondo. Se la realtà non fosse problematica (=non ci spingesse ad interrogativi e prese di posizione) non sarebbe reale. Ciononostante, la chiusa del tuo commento mi sembra un po’ criptica, e mi piacerebbe, se ne avessi voglia, che tornassi qui a spiegarla.
Anche quest’anno, a Verona, ci sarà un’anti-Vinitaly. Un anti-Vinitaly che andrà in scena in un cosiddetto “centro sociale”, e che, come sottotitolo, promette addirittura “Terre Ribelli”. E’ il Critical Wine, evento che si svolge ormai da quattro anni, forte dell’inspiegabile adesione di un grande come Gino Veronelli, quand’era ancora in vita.
Ogniqualvolta mi sovviene l’esistenza di questa kermesse, non posso fare a meno di pensare a un delizioso pezzo scritto dal compianto conte Riccardo Riccardi su un vecchio numero di Papillon. S’intitolava “Che sapore ha un vino noglobal?”. In esso, il grande conte prendeva garbatamente ma duramente in giro don Vitaliano della Sala, il prete giottino che aveva deciso di produrre un vino dall’etichetta reboante (Don Vitaliano Doc-G8/Rosso a divinis), stigmatizzandone l’evidente adesione a una moda. E modaiolo, fin troppo, è questo Critical Wine, che venne salutato da qualche ingenuo con grandi clamori, cantando lo sdoganamento del vino anche negli ambienti underground.
Una buona comunicazione, si sa, è fondamentale, e per una buona comunicazione serve chiarezza e capacità di andare al punto delle cose. Proviamo ad analizzare il pomposo “Manifesto” di Critical Wine, in cui vengono proposti nientemeno che “12 atti di sensibilità planetaria” (sic). Diamo un occhio al secondo punto:
2. PER LA RIAPPROPRIAZIONE SENSORIALE E RAZIOCINANTE
Il secondo atto della sensibilità planetaria è stato quello di concepire l’insensatezza della realtà, non più come deficit di raziocinio di menti peregrine ma come deprivazione sensoriale, come difficoltà o impossibilità di esperire nella socialità planetaria la nostra sfera sensitiva. Sensibilità planetaria è dunque atto di resistenza contro la distruzione dei sapori, contro l’annichilimento dei saperi ma anche contro la deprivazione sensoriale che ci porta all’ottundimento della nostra facoltà di udire, di vedere, di tastare, di gustare e di annusare. Tra i non sense dell’umanità contemporanea non vi è soltanto la produzione di un esercito infinito di miopi della vista. La miopia dell’udito, la miopia del palato, la miopia dell’olfatto, la miopia del tatto sono tanto e forse ancor più preoccupanti della miopia della vista. La vita insensata non afferisce solo alla perdita di senso del nostro agire ma anche all’affievolirsi della capacità sensitiva. Il senso dell’agire non può non avere relazione con i sensi tramite i quali si agisce. Si smarrisce il senso perché si perdono i sensi. La deprivazione sensoriale è aspetto cruciale e paradigmatico della perdita di senso dell’agire. La sensibilità planetaria è dunque riaffermazione della centralità sensoriale e nel contempo ricentralizzazione del senso dell’agire.
Chiarissimo, no? Il redattore del manifesto sembra aver scartabellato un desueto vocabolario di italiano onde spulciarne le parole più astruse possibili, per indorare la pillola di un comunicato fumoso e incomprensibile. A che serve fare proclami del genere? E a che serve farli proprio in un centro sociale?
Ma c’è di meglio. Forse ricordandosi del pubblico a cui si rivolge, il settimo punto del manifesto propone persino l’azione:
Gli Ogm sono i mostri dell’agricoltura: a parte le rilevantissime questioni riguardanti gli esiti della modificazione genetica delle piante su di esse e sugli uomini, che già ci impone di combatterli, gli Ogm concentrano l’industria agricola in poche mani, impoveriscono la terra, distruggono la contadinità, eliminano o omogeinizzano il gusto. Gli Ogm costituiscono oggi la più grande minaccia alla sensibilità planetaria. Contro di essi non c’è tempo da perdere né alcuna possibilità di mediazione. La ricerca, la sperimentazione, le legislazioni permissive, l’uso degli Ogm costituiscono un crimine contro la terra e contro l’umanità. Occorre fare di tutto perché ciò non accada. Ma dove la coltivazione, seppur sperimentale, è consentita, bisogna con ogni mezzo distruggere gli Ogm. L’obiettivo minimo della sensibilità planetaria è distruggere le legislazioni a favore degli Ogm, distruggere le coltivazioni Ogm, distruggere i prodotti Ogm in tutta la loro filiera, dalla ricerca alla vendita. Se vuoi fare una buona azione, distruggi gli Ogm. Basta andare al supermercato più vicino e aprire, rendendole invendibili, le confezioni che li contengono. Basta bruciare i campi in cui vengono coltivati.
Distruggere le coltivazioni ogm. Rendere invendibili le confezioni. Bruciare i campi in cui vengono coltivati. Testuale. Apologia di reato. Ma si sa, per certa gente “la proprietà privata è un furto”. Cosa vuoi che sia, dar fuoco a due campetti che magari sono tutta la vita di chi li coltiva: la proprietà privata è un furto, e cosa vuoi che sia un bel falò rispetto alla possibilità che l’agricoltore possa mettere in commercio (o conferire alle odiate multinazionali, che sono risaputamente il cancro della società) il mais ogm, crimine contro l’umanità, aberrazione al cospetto del Cielo?
Va bene prendersela quando Umberto Veronesi, con argomentazioni non sempre convincenti, difende gli ogm a spada tratta. Ma se gli oppositori sono così grottescamente livorosi, se cianciano senza il minimo senso del ridicolo di “crimini contro l’umanità”, se invocano piromani e distruttori di proprietà viene voglia di farlo anche a me. Poi non prendetevela, se la gente sdogana gli ogm.
Intendiamoci, ognuno ha il diritto di esprimere il suo pensiero come meglio crede. Ma ognuno è anche libero di esprimere il proprio pensiero sul pensiero degli altri, qualora sia in disaccordo.
Mentre non c’ero, mi è arrivato via email un messaggio della mailing list di Guido Porrati. Guido Porrati, per chi non lo sapesse, è quello di Parlacomemangi di Rapallo, altrimenti detta Bottega dei Sestieri (via Mazzini 44, tel. 0185230530): una delle più belle boutique del gusto d’Italia. E’ lui l’autore del Trarcantu, un formaggio San Sté (della valle d’Aveto) ubriacato doviziosamente nelle vinacce dello Sciacchetrà, unico; è da lui che potete trovare il pecorino profumatissimo del Parco del Beigua, quello che caseifica con amore Pasquale Usai; è da Porrati che potrete gustare la Zerarìa, particolare e delicatissima versione ligure della testa in cassetta.
Guido è animatore di una bellissima, divertente mailing list, ove presenta le novità del suo negozio in modo oltremodo simpatico, con un gusto ironico nell”abbinamento delle immagini e nella scelta delle parole che si rinverrebbe invano nel grigiore delle newsletter consuete. Vi consiglio caldamente di iscrivervi dal suo sito.
L’ultima novità della Bottega è l’arrivo dei vini georgiani. Proprio così: dallo scorso 21 marzo sugli scaffali della Bottega di Guido quattro vini molto curiosi. Si tratta del Chardakhi 2004 dalla valle del Mukhrani; del Rkatsiteli 2005 dalla regione del Kakheti; dei vini della gran vigna Tsarapi 2005 di Kardanakhi (Kakhuri Mtsvane e Rkatsiteli). Curiosi è dire poco: sono ottenuti con la “tecnologia” delle anfore di terracotta, che qui ha avuto origine, e che qualcuno in Italia ha cercato di scimmiottare con risultati a parer mio alterni e, tutto sommato, non esaltanti. Altro discorso per la Georgia, paese di lunghissima tradizione enoica: lì da loro, il vino in anfora si usa da sempre, e può essere di grande interesse assaggiarlo. Spero di poter andare in Liguria a provarlo.
Ma Guido non ha finito. La chiusa della lettera è tutta per il faccione sorridente e baffuto di Sacha Baron Cohen, e per i convenevoli: “MOLTO TANTO BUONI,
ONORE DI BORAT! BRINDO AL NASO TUO”. Non c’è che dire, la mailing parlacomemangi non è proprio il solito scarno bollettino.
Scusate la mia assenza di ieri: era il mio compleanno, e l’ho passato a Roma (anzi, al lido di Ostia) assieme alla fidanzata. La giornata è stata bellissima, benedetta da un gran bel sole (a differenza di quella grigissima di oggi): come concluderla degnamente, se non con una bella mangiata di pesce?
A dire il vero, a detta della mia fidanzata, i ristoranti non sono esattamente il forte di Ostia Lido: chi vuole andare a mangiare bene il pesce, mi dice, preferisce andare a Fiumicino, dove in effetti c’è almeno una mezza dozzina di locali anche meritevoli (uno su tutti, Bastianielli al Molo). Invece, chi l’avrebbe mai detto, persino la vox populi internettara può rivelarsi utile. Il fatto è che, cercando “ristorante ostia” su Google, la prima referenza che vien fuori è questo Giardino degli Aranci. Non c’è che dire, un bel sito web, ben fatto, invogliante, e soprattutto squadernante un menu interessante (anche se aggiornato al 2005!). Passando davanti alle vetrine del ristorante, a pochi metri dal pontile, ho notato l’adesivo che certifica la segnalazione da parte della guida Roma del Gambero Rosso: possiamo rischiare dunque.
Ed è stato un rischio ripagato da gran soddisfazione. Invece che nel “giardino interno più bello di Ostia”, ci accomodiamo nella sala grande, molto intima e gradevole (la vedete in foto), piena di bottiglie di vino di alto livello. Le sedie sono quelle “da regista”, pieghevoli in legno con lo schienale di tela; l’apparecchiatura è elegante, i bicchieri bellissimi. Ci portano un aperitivo accompagnato da un buon moscardino, indi possiamo buttarci nella scelta delle portate. La linea culinaria è semplice, debitrice della freschezza del pesce, che qui è l’oggetto del desiderio. C’è un menu degustazione da 50 euro, un altro da 55 e uno “di carne”, per chi proprio non possa soffrire il mare.
E’ quasi logico, scegliendo alla carta come noi, optare per il piatto dei crudi, che è un po’ il vanto della casa. Un mio commentatore fedele, eMMe, ha detto una volta che un ristorante che serve ottimi crudi è più che altro un’ottima pescheria. Nicola Cavallaro, punta di diamante della nuova generazione di chef a Milano, gli ha risposto, ricordandogli che il pesce, soprattutto quello crudo, va saputo scegliere. Quello del Giardino degli Aranci, potete credermi, è scelto proprio bene. Da una parte, carpaccio di branzino, di coda di rospo (eccezionale) e di rombo; dall’altra, la tartara di salmone e quella di tonno; dall’altra ancora, i gamberoni, dolcissimi e gentilissimi. Tutto molto fresco (ovviamente), ghiotto, gradevole. A corredo, pepe e sale da macinare con appositi aggeggi elettrici molto carini, nonché l’olio Dop Dauno Gargano di Monini (dignitosissimo, alla faccia del pregiudizio). Dimenticavo di aggiungere che il pane è fatto in casa, ma non è quello di molti ristoratori-panettieri iperperfetti (genere che mi piace moltissimo): è piuttosto simile a quello che talvolta fa mia madre il sabato mattina, piacevolmente ruspante e “grossolano”, ma a parer mio non meno coinvolgente.
Passiamo ai primi: ci sono piatti come i paccheri con spigola, capperi e alloro, ma noi optiamo per le romanissime fettuccine (all’uovo, anch’esse casalinghe). Lei sceglie quelle con asparagi e gamberoni, piacevoli e tornite; io invece mi butto su quelle al nero di seppia, sapide e sostanziose, senza fronzoli ma d’una saporosità gaudente che cattura.
Secondi piatti? Senza esitare nemmeno un momento (nonostante la tagliata di tonno al guacamole mi attiri, anche se non per il guacamole, che invero non ho mai sopportato) scelgo la “zuppa di pesce espressa”: golosa, ricca di crostacei e di pesci grossi, mix riuscito di tradizione popolare e di eleganza. La mia fidanzata invece si fa cucinare un piatto in apparenza pochissimo appariscente: filetto di salmone con pomodorini Pachino e patate. Non mi è mai piaciuto troppo il salmone, e solitamente, per preparazioni così semplici, la mia simpatia va ad altri “pescioni”: ebbene, ho dovuto ricredermi. Gli chef del Giardino degli Aranci, vestiti di nero, hanno saputo rendere interessante perfino il salmone.
Dolce? Una crema catalana di bella realizzazione.
Vini? La carta è molto carina, con un bel capitolo dedicato ai vini laziali.
Servizio? Puntuale e gentile.
Conto? Tra i 50 e i 60 euro: dipende se scegliete i crudi oppure no.
Conclusioni? Un ristorante di taglio moderno, che valorizza bene il pesce eccellentemente scelto, abbinandolo a buona scelta di vini e a un ambiente atmosferico (benché la scelta delle musiche di sottofondo non abbia incontrato il mio plauso). Direi una scoperta. Sono aperti da meno di tre anni, hanno tutto il tempo per farsi un nome, a Ostia.
Ristorante Il Giardino degli Aranci
Viale della Marina, 40/42, Ostia Lido (Roma)
Tel. 0656340130
Chiuso domenica sera e tutto lunedì
Carte di credito: tutte
Eh sì: Edoardo Bresciano, il simpatico allevatore di oche di Suniglia di Savigliano (Cuneo) che manda avanti la bellissima Casina Peschiera (che buoni sono i suoi prosciuttini d’oca!), ha aperto un blog: Corsari del gusto. Dopo i Sovversivi del gusto, ecco i Corsari del gusto, capitanati da Edoardo, che con orgoglio dichiara «Sono un contadino!!». E che contadino.
Mi aspetto grandi cose da questo blog. Edoardo ha già conosciuto Adriano Liloni (cui va il mio in bocca al lupo), e si sono piaciuti subito: naturale, sono persone sanguigne, innamorate del gusto e del loro mestiere. Anche lui parteciperà, a quello che sembra, al Liloni meeting di luglio, portando in quel di Gavardo salami e prosciutti d’oca.
In ogni caso, se Edoardo manterrà la sua indole combattiva anche nel blog, ne vedremo delle belle.
Ancora video, ancora nonna Stella, ancora cucina barese verace. E ancora grazie a Michele.
L’avevo già detto: quando trovo qualcosa di buono in denominazioni poco note al pubblico grande o grandissimo, sono sempre contento. Qualcuno in questo caso potrebbe contestarmi, dire che il Penisola Sorrentina Gragnano non è affatto un vino ignoto: tanti e tanti personaggi lo hanno amato e apprezzato negli anni. Ma vedi il caso: si trattava quasi sempre di uomini più o meno legati a Napoli, la terra che da sempre è il più tradizionale “bacino d’utenza” di questo vino simpatico, franco, beverino. Contrariamente alla scheda di Wikipedia che ho linkato, non lo vedrei benissimo con la mozzarella di bufala (cui semmai si abbina un altro mio pallino sconosciuto ai più, l’Asprinio di Aversa), ma col capitone di Natale e con la pasta al ragù.
Vi propongo ora un mio pezzo dell’agosto 2005, documentante un mio sostanzioso, graditissimo assaggio: quello del Gragnano delle Cantine Caputo, mandate avanti a Teverola e poi a Carinaro (Caserta) da Corrado, Nicola e Mario Caputo (nella foto). Il vino l’assaggiai meno di un mese prima, in compagnia dell’amico Matteo Riboldi (grande musicista all’organo e al clavicembalo), a Candelo (Biella), da Angelo Antonio Angiulli, che poi avrebbe chiuso (ahinoi) i battenti. Ricordo ancora la carezza sottile di quel Gragnano avvolgere come un guanto lo spettacolare, rude, popolare, ghiottissimo “marro” di capra cucinato da Tonino. Che grande abbinamento.
Ecco il pezzo. Ovviamente, come tutti i miei pezzi per Libero, è rivolto ai lettori di un quotidiano generalista, non di una rivista di settore. Tenetene sempre conto.
C’è un vino così famoso ma così negletto come il Gragnano ? Benché, oggi come oggi, si tratti d’una sottozona della DOC Penisola Sorrentina, il Gragnano per i Napoletani è Gragnano e basta, e si accompagna meravigliosamente alla pasta (ovviamente gragnanese) col ragù alla partenopea, quello ottenuto dal grosso pezzo di carne. È un simpatico vinello, che s’ottiene dalla vinificazione vivace di uve come il piedirosso, lo sciascinoso e l’aglianico: eppure non è cosa da poco. Tra i suoi estimatori illustri c’era Totò, il principe della risata, che ne gradiva il simpatico pizzicore; oppure, Mario Soldati, pure estimatore del vino Lettere, prodotto poco lontano; o ancora, Eduardo De Filippo. Ma dove lo trovate il Gragnano, al nord Italia? Lì preferiscono vini frizzanti piacentini o pavesi, non sempre buoni. Se avete coraggio, cercate il Gragnano della Cantina Caputo di Teverola (Caserta, via Garibaldi 64, tel. 0815033955), che oltre ai vini della sua zona fa anche il Lettere e, appunto, il Gragnano. L’Azienda vanta oltre cento anni d’attività , ed è oggi condotta da Mario e Nicola Caputo. Tra i vini di punta c’è il bell’Aglianico Zicorrà , ma noi vi segnaliamo il delizioso Gragnano, assaggiato da Angiulli a Candelo (Biella). Rosso rubino, ha un profumo dolce e piacevole di fragola e lampone maturo, freschissimo. In bocca è simpatico, asciutto ma non amaro, semplice, espansivo come un napoletano verace, e si adatta alla carne di maiale e a tutto quello che mangereste col Lambrusco.
(da Libero di sabato 20 agosto 2005, pag. 18)