Vado via per Capodanno
Friday, December 29th, 2006Vi comunico che oggi parto per la Valtellina. Non avrete più mie notizie fino al 3 gennaio 2007. Fate i bravi, mi raccomando. Intanto, felice anno nuovo a tutti.
Vi comunico che oggi parto per la Valtellina. Non avrete più mie notizie fino al 3 gennaio 2007. Fate i bravi, mi raccomando. Intanto, felice anno nuovo a tutti.
Chi oggi ha comprato Libero (edizione Milano) potrà leggere, a pagina 48, un vasto servizio, firmato da me, relativo al cantastorie Franco Trincale, un personaggio che, ne sono sicuro, piacerebbe moltissimo ad Adriano Liloni (a proposito: buon compleanno!) o Lorenzo Cairoli, fresco detentore di blog.
Da una vita a Milano (dal 1960 o giù di lì), Trincale ha appena venduto tutto il suo “Archivio Storico” a una Provincia. Non la Provincia di Milano, come si potrebbe supporre, ma quella di Catania. In cambio, ha ricevuto centomila euro: quel che gli serve per campare, visto che coi suoi 432 euro di pensione (e coi 290 della moglie) non è esattamente facile tirare avanti, e a Milano ancora di più.
Io ammiro Franco Trincale. La sua onestà intellettuale è qualità di pochi. Le nostre posizioni sui temi politici sono molto, molto distanti, ma una qualità fondamentale dell’uomo intellettualmente onesto è anche quella di passar sopra questo genere di divergenze. La provincia di Catania è amministrata dal centrodestra, e Trincale, negli anni, non aveva lesinato corrosive critiche a Berlusconi e Tremonti (sempre tramite le sue ballate, naturalmente). «Non mi sono mai venduto a nessuno, quella di Lombardo e di Catania è una proposta squisitamente culturale, non politica. E poi, se proprio devo sbilanciarmi, i primi fischi per Prodi sono quelli della classe operaia. Non è questione di destra o sinistra», mi ha detto ieri al telefono: un atteggiamento che dovrebbe far scuola.
Vi omaggio, intanto, di una delle sue canzoni, anche se nella forma abbreviata. Si intitola E’ meglio. Qui sotto, il testo.
E’ MEGLIO UNA PROTESTA SORRIDENTE
CHE DARE UN PUGNO IN FACCIA AL PRESIDENTE
E’ MEGLIO LA IRONIA DI UNA CANZONE
CHE SPARARE A UN SERVO DEL PADRONEE’ MEGLIO UNA PIAZZA DI BANDIERE
CHE LE BRIGATE ROSSE O PURE NERE
MEGLIO I ROSSI FIOR DI PRIMAVERA
CHE LA PAZIENZA DI CHI ASPETTA E SPERAMEGLIO LA UNIONE DEI LAVORATORI…
…LA GIOIA DI LOTTARE CON AMORE
MEGLIO UN’IDEALE DENTRO IL CUORE
CHE UNA STAGIONE DI ODIO E DI TERROREMEGLIO UN GIROTONDO INTORNO AL MONDO
SENZA PRIMI ATTORI E NE GIULLARI
MEGLIO UN CANTASTORIE ANCORA ILLUSODI POTER CANTARE A PUGNO CHIUSOMEGLIO UNA PASQUA DI RESURREZIONI
CHE GUERRE PER LA PACE DEI PADRONI
Buon ascolto dunque.
Il mio intervento di ieri ha suscitato qualche reazione in giro per la rete. Un frequentatore abituale di it.discussioni.ristoranti, James P. Sullivan, ha riportato il mio intervento, seguito dal commento del Viaggiatore Gourmet, defininendomi “critico e giornalista professionista” (ciò che mi fa onore, perché, pur essendo senz’altro un “critico” di professione - ma non solo -, non sono ancora diventato giornalista professionista: svolgo tutte le funzioni e le mansioni di giornalista di professione, ma, oltre a essere giornalista pubblicista, per ora sono un modesto praticante che non ha ancora finito i canonici 18 mesi) dichiarando poi di non aver letto nulla di scandaloso nelle mie parole, ma di essersi invece inalberato per le parole di Claudio.
Apriti cielo!
Il dibattito s’è infuocato. Il punto più ghiotto è senz’altro coinciso con l’ingresso di un “senatore” del gruppo come JFSebastian, noto anche ai lettori del fu Peperosso. Autore di interessanti e puntigliose recensioni gastronomiche, palato fino, attento conoscitore di ristoranti, JFSebastian è però, a parer mio, uno dei simboli della seriosità di cui parlavo, e senza offesa. E’ senz’altro positivo trattare di gastronomia come se fosse politica, attualità o comunque un argomento “alto”, ossia affrontare le tematiche di ristorazione con passionalità e intensità (un po’ come fa Franco Ziliani, e non solo lui), come si fa con le cose importanti. Però talvolta si esagera, si trascende la dimensione virtuale, ci si dimentica che davanti si hanno solo dei byte battuti sulla tastiera. JFSebastian, talvolta, ne è un esempio: si perita di usare espressione irridenti con chi non conosce, fa valere la sua superiore esperienza in qualsiasi cosa, mostra insomma di prendersi terribilmente sul serio, difettando talvolta di autoironia. Per carità, ne ha tutto il diritto, ed è in assoluta buona fede.
Però anch’io ho il diritto di replicare, e mi piacerebbe tanto sapere perché, a suo giudizio, il sottoscritto avrebbe “un’idea di Internet men che nulla…”. Sul serio, vorrei davvero saperlo. Sicuramente IDR non ha “consuete sembianze” per una scelta deliberata: non è un forum soggetto a moderazione, ma un gruppo usenet. Il fatto è che, tenendo conto (come mi fa notare Sebastian, ma come in realtà sapevo bene) che IDR non è un corpus organico ma la summa degli interventi di ciascuno, leggendolo noto comunque che questa summa (ossia quel che il newsgroup appare nella sua totalità, all’esterno, come una serie di interventi uno in fila all’altro anche se indipendenti tra loro) mi lascia la sensazione che ho esposto ieri: tante cose interessanti, belle discussioni ma anche, in qualche caso, una torre d’avorio di altezzosità, specialmente negli argomenti non strettamente “topici”. Ho lurkato a lungo, ma mi vengono in mente certi grotteschi litigi tra alcuni partecipanti (chi vuole se li guardi su google gruppi, spulciandosi a ritroso tutto il newsgroup: in certi casi sono addirittura implicati dei ristoratori), veramente degni dell’Asilo Mariuccia di antica memoria (peraltro nobile istituzione, ancor oggi esistente a Milano). Oppure, i pesci in faccia che si beccò ViaggiatoreGourmet per il suo approccio “goliardico”, che gli procurò accuse di “classismo” e altre stralunate assurdità . Chi si prende così sul serio ed è incapace di cazzeggiare mi fa sempre un po’ di paura. Un po’ di tranquillità, una volta tanto! Sembra che per alcuni, là dentro, tutto possa diventare, da un momento all’altro, l’inizio di una crociata. Mi schiero quindi con Paolo Marchi il quale, durante uno scambio vivace di opinione con la commentatrice Patrizia su Peperosso (sempre lui! E mai che ci si lascino disponibili almeno i vecchi archivi!), le spiegò che talvolta, specialmente su internet, si può “cazzeggiare”, prendere le cose meno “di petto” rispetto al mondo reale.
Quanto alla godibilità del Pidocchio, penso che la sua sciatteria ortografica fosse in parte voluta a bella posta. Certo, non mi riferivo alla finezza stilistica (il pezzo di Michele Serra citato da James P. Sullivan è certamente su un altro pianeta), ed è evidente che essere “giornalista professionista” (che comunque non sono) non c’entri proprio un fico con tutto questo.
Il resto è rivolto a Claudio-Viaggiatore, e lui risponderà, se lo crede. Non me ne voglia JFSebastian, non me ne voglia nessun altro, ma le mie impressioni sono quelle di cui ho parlato, e sono personali, non certo universali: non pretendo che qualcuno le condivida
AGGIORNAMENTO: s’è fatto vivo un frequentatore del gruppo, tale Il cuggino di Nico, che ha ipotizzato addirittura che lo scritto di Pidocchio potesse essere opera mia, non si sa in base a quale percorso sinaptico o associazione di idee. Anzi, glielo chiedo proprio: cosa ti fa supporre che io abbia scritto questa recensione fasulla?
Una volta tanto, il newsgroup it.discussioni.ristoranti abbandona la consueta sembianza un po’ paludata (quella, a volte gradevole a volte meno, d’una consorteria piena di gente che emette sentenze storiche e si prende dannatamente sul serio: o almeno, così appare a uno che la guarda da fuori, un cosiddetto lurker, come si dice) e propone qualcosa di davvero godibile da leggere: la recensione d’una inesistente “Locanda del morto”, scritta da tale Pidocchio.
sta locanda e’ uno dei posti piu’ belli del mondo, con i tavoli giustamente
distanziati e le tovaglie, diciamo cosi’, maculate come che fossero dei
veri leopardi ma e’ stoffa eh
Il patron, Pier Belini, e’ uno grasso e sudato con la canottiera e
l’ombelico di fuori, ma tutto sommato e’ piuttosto piacevole.
come saluto dalla cucina ci arriva subito un risotto con su delle robe che
sembrano creikers ma si rivelano a una piu’ attenta analisi cardellini
fritti, ottimi e croccanti
il vino e’ un bianco secco fermo e frizzante, che in pratica ci sbronza
subito per via del metanolo ma pasienza
l’antipasto e’ rappresentato da gamberetti in salsa rosa deliziosi e
un’insalatina di rucola e maionese cotta nella sua acqua
seguono poi tre salsicce al sugo di pesci vari, credo pescati nelle limpide
acque del lago artificiale della locale raffineria.
i camerieri sono cortesi e solerti, anche se uno di essi per via del caldo
suda direttamente dentro i piatti e questo non e’ bello
come antipasto chiediamo anche un assaggio di tonno in scatola buonissimo,
servito su una salsa a specchio credo di spinaci o forse pomodoro, non
saprei
il primo è rappresentato da un piattone di penne panna e salmone pero’
piccanti come che fossero all’arrabbiata, e qui si vede l’abilita’ del
cuoco che fa finta che sia un’arrabbiata rosa ed e’ divertentissimo e tutta
la tavolata ride come dei cretini per mezz’ora, diosanto!!!
di secondo c’e’ del pesce, ma poi si capisce subito all’assaggio che deve
trattarsi di qualcosa altro, ma quello e’ il bello e il mistero
s’infittisce
dopo sto pesce che pero’ forse non e’ pesce arriva un arrosto di tacchino
che quando il cameriere lo punge con uno spiedo esso si alza e scappa via
come un forsennato, e infatti questo e’ indice di freschezza estrema eh
arrivano quindi i cosiddetti piccioni all’ostrica, che sarebbero poi dei
piccioni (cioe’ le quaglie) vivi che il cameriere taglia a metà di fronte a
noi, li spruzza di succo di limone e ci invita a suggerli seduta stante:
una vera delizia per gli occhi e per il palato, diosanto!!!
alla fine arriva la piccola pasticceria, che sarebbe come la casa delle
bambole ma rappresenta appunto una pasticceria
dentro ci sono i dolcini, ma sono di legno e allora ci facciamo portare una
bombola d’elio e ci divertiamo a parlare come paperelle mentre facciamo
scoppiare palloncini e ridiamo ancora come matti
insomma ci torneremo presto e devo dire che la visita e’ valsa la trasferta
di mille chilometri anche se diosanto c’era un po’ troppa puzza di fritto,
di trippa lessa e di cavolo, ma a parte queste veniali imperfezioni e un
conto un po’ caro (diecimila euro in 4) l’esperienza e’ stata positiva
La Locanda del Morto
Strada vicinale di Senseto 21, Borgiosbaruffo (CE)
Tel. 0932 - 7132567
Chiuso dal Lunedì mattina alla Domenica sera
Anzitutto, eccomi nuovamente a lavorare, dopo aver lasciato a metà la stupenda faraona in crosta di mia zia. Il Natale è andato alla grande, gastronomicamente parlando, ma di questo vi parlerò più avanti.
Oggi, torno tra voi segnalandovi la nascita di SagreInItalia.it, portale italiano dedicato alle sagre, alle fiere, alle manifestazioni del Bel Paese, anche e soprattutto enogastronomiche.
Riporto il breve comunicato diffuso dai curatori, i monzesi Antonio Grazioli e Paola Rizzi.
Il sito vuole riscoprire e mantenere vive le manifestazioni legate ai prodotti della terra, alla cultura e alla musica popolare,
alla fede e ai lavori artigianali.
Sul sito è possibile trovare sempre le informazioni complete e aggiornate sugli eventi in programmazione in tutta Italia.
L’Italia è una terra ricca di tradizioni, sapori, colori, e sagreinitalia.it vuole riscoprire questa importante risorsa,
per valorizzare il territorio locale, i piccoli centri, gli itinerari e le mete distanti dal turismo “di massaâ€.
Attraverso il proprio sito Web, sagreinitalia.it vuole fornire a tutti gli Organizzatori di eventi a carattere tradizionale
uno spazio gratuito dove pubblicare le proprie iniziative.
Oltre al servizio di segnalazione e pubblicazione, il sito offre una Newsletter mensile, tramite la quale
è possibile ricevere in email gli eventi in programmazione nella propria regione.
Inoltre è attivo un Forum per tutti gli appassionati delle tradizioni italiane, alla cucina tipica, alla musica popolare.
Per le APT, IAT, Uffici ed Enti del Turismo, Pro Loco e per chiunque desideri segnalare gratuitamente le proprie manifestazioni e iniziative:
sagreinitalia.it
via C. Debussy, 8
20052 – Monza (MI)
Con questo video rivolgo a tutti, vicini e lontani, i miei più sinceri auguri di felice Natale 2006.
Buon Natale a tutti!
La Puglia, si sa, è quella terra che, in altri tempi (e, qualcuno mormora, sotto sotto anche adesso), forniva vini ben colorati e strutturati con cui “arricchire” le produzioni nordiche, non sempre gagliarde. Con gli anni, aumentato l’amore del mercato per i vini pieni e corposi, i pugliesi si sono resi conto che potevano sfidare la scena con prodotti che queste caratteristiche già possedevano. E spesso ancora oggi si possono cogliere delle autentiche sorprese. Parlo certamente dei rosati, tipologia vocatissima, per tradizione, nel Tacco d’Italia: ma non dimentico certi rossi, non solo a base del “solito” primitivo.
L’ultimo assaggio (recentissimo, di due giorni fa) è stato il Bottaccia, un rosso delle Cantine Torre Quarto di Cerignola (Foggia). Un comprensorio da sempre vocato ai grandi rossi: Gino Veronelli, in un suo vecchio libro anni ‘70 (non ricordo se fosse Bere giusto oppure Il vino giusto: sicuramente però uno dei due libri - vai a ricordarti quale - era la versione estesa dell’altro), raccomandava d’abbinare il caciocavallo stagionato al Rosso di Cerignola. Questa DOC, a dire il vero, è ormai praticamente abbandonata: i produttori della zona preferiscono altre denominazioni, oppure la più generica IGT Puglia. Proprio questo fa Torre Quarto con le sue bottiglie: il Bottaccio, da uva nero di troia (o uva di Troia) in purezza, segue la IGT. E fa discretamente il suo dovere. Ho assaggiato il 2003 in un ristorante, come dicevo, alcuni giorni fa: presentava un colore granato molto scuro, che però evidenziava un’unghia tipicamente aranciata. Profumi inizialmente chiusi, poi, dopo breve sosta in calice ampio, via via più espansivi, lasciandosi dietro tracce legnose comunque non eccessive (l’affinamento è in tonneau per 8 mesi), ed evidenziando fragranze dolci di frutta rossa anche molto matura. Al sorso, ecco tutto il calore di questi vini: un tannino ben presente, né levigato né sgarbato; un generale calore alcoolico; un senso di velluto in bocca. Un vino che va benissimo sui formaggi stagionati, magari proprio su un caciocavallo podolico o un ragusano ben stagionati.
E il prezzo è tutt’altro che “svenevole”: al ristorante l’abbiamo pagato 15 euro. Si badi bene, in un ristorante lombardo, un ristorante di una terra che sui ricarichi vinicoli quasi mai ci va giù leggera.
Certo, oggi è in commercio il Bottaccio 2004, ma a parer mio ha fatto bene il sommelier a tener in carta il 2003, che ha forse raggiunto un maggior equilibrio.
E Natale s’avvicina a passi sempre più grandi: conviene far larga provvista delle cibarie che, almeno una volta all’anno, possono e devono essere mangiate in letizia e senza rimpianti.
E qui entriamo in campo noi: se no, a che serviremmo? Potevamo stupirvi con effetti speciali, condurvi mano nella mano alla scoperta delle maggiori gastronomie milanesi: invece oggi vi mandiamo in una piccola salumeria di provincia. Ne abbiamo parlato molte volte, ma in questo periodo occorre rinfrescare la memoria: è la Salumeria Trezzi, a Giussano (loc. Paina, via Corridoni 32, tel. 0362861814).
I fratelli Trezzi, ruspantemente brianzoli, sono cuochi e insaccatori d’alto livello. Da loro, troverete semplici, gioiosi piatti di gastronomia, perfetti per il Natale: i radiosi nervetti con cipolle e fagioli, ad esempio; oppure l’insalata di pollo tartufata; l’aragosta in bellavista; il paté della casa, quello rettangolare, con lo zoccolo di gelatina. E’ proposto in due versioni: quello di vitello, e quello di fagiano con il tartufo.
Non meno encomiabile è la produzione propria di salami: il Salsiccione è quello lungo, insaccato in budello gentile e bagnato con la Barbera. Pregevolissima la mortadella di fegato stagionata da mangiar cruda: va a ruba. E vanno a ruba i pezzi da novanta della bottega: gli zamponi. E’ caldamente consigliabile fare una telefonata, perché la produzione è piccola, e potreste restar senza: sarebbe un peccato, perché abbiamo trovato ben pochi zamponi paragonabili a quelli dei Trezzi in dolcezza ed equilibrio gustativo. Se volete raggiungere la pace dei sensi, accostate lo zampone Trezzi a uno zabaione caldo, all’uso della bassa; oppure, alle tradizionali lenticchie in umido.
In bottega non c’è solo questo: i Trezzi selezionano ottimi vini, buoni formaggi (nostrano Val di Rabbi, Quartirolo Invernizzi e Rota, il Parmigiano Reggiano di montagna), l’eccezionale culatello di Gladis Soncini di Roccabianca (Parma), il paese dove nacque Giovannino Guareschi. Poi, mostarde, prelibatezze d’oca firmate Jolanda de Colò, i panettoni di Giancarlo Comi di Missaglia (Lecco). Fateci un viaggio.
(da Libero di giovedì 21 dicembre 2006, pagina 52 Milano)
E’ ben strana la scarsa eco che nel mondo dei blog golosi ha avuto questa notizia: martedì, Filippo Facci, notista giudiziario de Il Giornale, su uno dei blog più letti d’Italia si è buttato a capofitto nella critica gastronomica. Sissignori, potete vederlo voi: Facci è alla ricerca del panettone perduto, che per lui non è quello di pasticceria.
La sua argomentazione?
Quelli delle più mitiche pasticcerie milanesi li ho provati tutti e delusione totale, compreso quello di Peck
Ma questo è niente. Subito dopo, Facci cala l’asso:
E allora io ho da anni il sospetto, più volte verificato, che i panettoni più buoni si celino dietro marche industriali talvolta semisconosciute o modeste, e magari costino pure due lire.
Proprio così, papale papale. Dopo il Club del Tavernello fondato da Paolo Granzotto (anche lui del Giornale) dobbiamo aspettarci un’associazione carbonara del panettone sottocosto?
Pare proprio di sì: lo stesso Facci, commentando il suo scritto, che ha suscitato numerose reazioni, rincara la dose:
State sul pezzo, niente variazioni.
Questa sera ho avuto l’ennesima riprova che i panettoni di pasticceria sono molto meno buoni di quelli industriali. Quelli di pasticceria sono sempre troppo secchi e affidano la dolcezza solo ai canditi, oltrechè essere immangiabili dopo ventisette secondi.
Quelli industriali vengono preparati più di un anno prima (giuro) e sono aborriti dai fighetti di pasticceria per le stesse ragioni per cui agli altri piace: la morbidezza garantita, la pasta che se la schiacci si compatta anzichè essere elastica. E’ lo stesso ragionamento per cui i cornetti freschi sono immangiabili dopo un’ora e quelli confezionati no, ma il paragone comunque non regge perchè il panettone industriale è più buono sin dal principio.
Viva il panettone economico dei lavoratori!
Abbasso il panettone di merda delle finte pasticcerie meneghine piene di vecchi!
A morte i pandoristi austriaci!
Sarebbe interessante sapere quale panettone abbia provato, il Facci, tale da suscitargli tanta riprovazione. Ma forse il Facci non sa che nei suoi amati panettoni industriali (prodotti assolutamente mangiabili, e che non fanno assolutamente male, ma su un altro pianeta rispetto agli artigianali) vengono impiegati semilavorati in quantità , uova disidratate, additivi vari.
Io francamente non ci sto, anche a prescindere dalla ridicolaggine di definire “merda” il panettone degli artigiani. E il simpatico commentatore, di nome Gianni, che definisce “quasi immorale” lo spendere 30 euro per un panettone di pasticceria? Lo invito a venire qui, e a spiegarmi cosa avrebbe di immorale questa scelta. Certo, il Gianni poi dà a Cesare quel che è di Cesare, e loda giustamente il panettone superlativo di Cova: ma al Facci piacerà , questo atto proditorio di render merito al “panettone di merda delle finte pasticcerie meneghine piene di vecchi”?
Facciamo una colletta e compriamogli un panettone di pasticceria da 10kg.
AGGIORNAMENTO: invitato qui ad esprimere le sue ragioni, il Facci ha declinato. Motivazione? “Non me ne frega un cazzo”. Contento lui…
In onore del Natale che arriva, come vedete, questo blog ha scatenato una piccola tempesta di neve. Del resto, per me il Natale ha sempre avuto un significato particolare.
Dal punto di vista gastronomico, storicamente è il giorno del grande pranzo natalizio a casa dei nonni materni: insalata russa fatta dalla nonna “con le sue manine” (così amava ripetere), lingua salmistrata fatta in casa, acciughe sotto sale (di cui il nonno si faceva vanto), alici piccanti arrotolate di Rizzoli (entrate nel mito), salmone affumicato. Indi, i ravioli fatti in casa dallo zio, il cappone, la mostarda coi formaggi, il panettone. La sera, vitello tonnato, gli antipasti rimasti dal mezzodì, il risotto con la salsiccia fatto da mio padre. Ad annaffiare tutto, i vini più svariati, in anni più recenti procacciati da me: non manca mai il brindisi iniziale con Champagne o Franciacorta, mentre a pranzo scorrono Brunello di Montalcino o Barolo. Un appuntamento che è rimasto fascinoso e atteso, nonostante mio nonno ci abbia lasciato ormai da sei anni, e mia nonna non sia più in grado di cucinare (si fanno sotto mia mamma e le mie zie).
Alla Vigilia, nulla di particolarmente rutilante: cena casalinga a base dei nervetti, dell’insalata di pollo e delle altre ghiottonerie che ci prepara la Salumeria Trezzi di Giussano, oltre alle prelibatezze che mio padre reperisce da Peck o da Radrizzani.
Il Santo Stefano, 26 dicembre, è la volta del pranzo a casa del fratello di mia madre (mio zio) che ha una moglie (mia zia) di origini calabresi. Qui, mia zia e, soprattutto, sua madre, salgono in cattedra e propongono antipastini vari, un primo che cambia tutti gli anni (a base di pasta al forno) e, soprattutto, una sontuosa faraona disossata e ripiena in crosta, che non cambia mai. La sera, è la volta dei “polpettoni”, megapolpette ripiene di uova, immerse nel sugo di pomodoro, che fin da piccolo adoravo.
Poi, quiete prima della tempesta: cioè, Capodanno. Da noi, niente cenoni: la sera prima, cenetta in casa a base di prodotti gastronomici selezionati (salmone, caviale autentico) come alla Vigilia di Natale. Il giorno 1, siamo noi a invitare tutti a casa nostra: a me è demandato il compito di selezionare i salumi, i formaggi (solitamente reperiti da Roberto Rusconi, alla Baita del Formaggio di via Foppa a Milano) e i vini, almeno 3. Il menu cambia tutti gli anni, ma i punti fermi sono le lenticchie con lo zampone (quello casalingo del citato Trezzi di Giussano, che fa un prodotto superlativo) e, chissà perché, la buonissima insalata di sedano di Verona.
BONUS NATALIZIO: questo blog supporta le tradizioni canore natalizie. Quella degli zampognari è una delle usanze che si va perdendo. I Pedra, un gruppo di zampognari di Miradolo Terme (Pavia), non ne vogliono sapere di riporre i loro strumenti. Tra loro c’è un musicista, Alberto Bertolotti, che suona alla grande la zampogna e la cornamusa e, curiosamente, collabora come cameriere presso la Trattoria Righini di Inverno e Monteleone (Pavia), un locale grande in un paese piccolo piccolo, una trattoria autentica mandata avanti con passione commovente da Battista Forni e dalla sua mamma Ines.
Vi propongo quindi i Pedra nella loro “Piva di Miradolo”, che potete ascoltare cliccando qui sotto.