Archivio della rubrica ‘Un buon bicchiere’
Thursday, March 15th, 2007
Ebbene, lo confesso: ho una passione sperticata per i vini che nel cosiddetto “grande pubblico” non conosce nessuno, o quasi. Se sono buoni, ovviamente. Sono estimatore del Refrontolo, del Mantonico della Locride, dell’Ormeasco, dell’Aleatico di Gradoli (provate, se lo trovate, quello semplice e appagante della Cantina Oleificio Sociale di Gradoli), del Gravina bianco, dei vini del Bosco Eliceo (amati anche da Veronelli, che li chiamava semplicementi vini d’uva d’oro – che poi sarebbe il nome locale della fortana – e li definiva “Vini bandiera” per la loro forte personalità contadina), della Cagnina di Romagna e di molte altre bottiglie ben poco note a chi non abiti dove le fanno, e anche a parecchia stampa enologica di ceppo anglosassone.
Ebbene: nell’elenco mi permetto di inserire il Friularo, che è un vino tra i miei preferiti. Non siete obbligati a sapere di che si tratta: non sono in molti a conoscere il Friularo, e in ogni caso a conoscerne la parentela e l’identità più o meno dissimulata dal nome. L’uva friularo è semplicemente un raboso del Piave acclimatato nella pianura padovana, per la precisione a Bagnoli, dove ha una tradizione tale da aver diritto a una Doc. Il friularo è uva particolarmente importante a Bagnoli: finisce in quasi tutti gli uvaggi sia rossi che bianchi (spumanti compresi), oltre a venir vinificato in purezza. Oltre che in rosso fermo, il friularo è vinificato anche in vendemmia tardiva e in passito. Attualmente, se volete assaggiarlo, dovete rivolgervi all’azienda Dominio di Bagnoli, della famiglia Borletti. Conosco il Friularo passito del Dominio per averlo bevuto innumerevoli volte, sia in degustazioni pubbliche sia nelle mura di casa (per non parlare di un video promozionale Ais, che usava i vini di Bagnoli come esempi): mi affascina da sempre la sua vena rustica, austera ma in fondo espansiva, come quella di un signore di campagna.
Ieri ho provato a casa il Friularo Passito 1999: questo vino (come del resto il Friularo tranquillo e il Piave Raboso, se fatto come si deve) è uno di quei nettari da aspettare tranquillamente, da non bere subito e lasciare in cantina qualche anno. Vien fuori sulla distanza, come ho potuto constatare dall’assaggio di questo magnifico 1999. Già il colore granato scuro è invogliante, al pari dei grassi archetti che rimangono sulle pareti del bicchiere di cristallo. Vien voglia di accostarlo al naso: il profumo di amarena sotto sciroppo (la Fabbri, tanto per dire) vien fuori con rotondità e corpo, ma anche senza stucchevolezza, con una spontaneità e freschezza devastante. E’ il momento di provarne un sorso: la permanenza in cantina ha smussato le asperità e gli amarori dell’uva d’origine, lasciando però un giusto sostegno d’acidità che “tiene su” l’equilibrata dolcezza del vino. Sembra quasi d’addentare una ciliegia, non ho mai assaggiato un vino in grado di rendere così perfettamente la fisicità di questa sensazione: da una parte hai la dolcezza del frutto, dall’altra la sua lieve (lievissima) astringenza. Mi è subito venuta voglia di berne un secondo bicchiere. Francamente è un vino che consiglio a tutti, specialmente a chi non ha pregiudizi e col famigerato cioccolato vuol provare qualcosa di diverso dal solito.
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Saturday, March 10th, 2007
Grazie mille ai quattro moschettieri di Esalazioni Etiliche per aver segnalato la nascita di WinePlanet.it, un nuovo weblog vinicolo scritto da tre appassionati: Laura Franchini, Lorenzo Lombardi e Massimiliano Perbellini, simpaticissimo degustatore veneto (che in giro per la enogastrosfera si firma Max Pigiamino). Oltre alla giusta intuizione di utilizzare WordPress per gestire il tutto, questo terzetto ha sfoderato qualche post di tutto rispetto, in cui si parla di vino contemplando la possibilità che non tutti siano addetti ai lavori. E’ il caso di questo post, in cui Massimiliano descrive da par suo il Torcolato, in modo tale che persino uno che non l’abbia mai sentito nominare possa farsene una discreta idea.
Inoltre, questo articolo mi riporta alla memoria quella domenica del maggio 2003, in cui andai a Breganze con l’amico Angelo Ventura, a trovare in cantina il cavalier Guerrino Vitacchio, produttore di Torcolato tra i più esperti e storici. Dopo un bel pranzetto al Toresan, trattoria bregantina di poche pretese ma realizzatrice di un eccellente piatto di bigoli ai toresani (o torresani, ossia i piccioni della zona), eccoci a far visita alla semplice cantina. A riceverci, Piero Vitacchio, factotum aziendale, ruspantemente parlante in dialetto. Ed ecco l’assaggio di quei vini sinceri, senza trucchi, ben realizzati anche tecnicamente, con la vetta qualitativa di quel Torcolato 2001 assaggiato in anteprima: una vera e propria esplosione di frutta, esuberanza e freschezza. Lo consiglio ancora oggi, e sono contento che Massimiliano concordi con quel che penso su questa storica, artigianale realtà vicentina.
Ecco il pezzo: tenete conto che è stato scritto nel 2003, e parla di annate che ho bevuto a quell’epoca.
Se tempo fa, descrivendo la succosa bontà di una trattoria specializzata in baccalà (Da Cirillo a Montegaldella, ndTommaso), parlavamo del vicentino come una delle frontiere della goduriosa cucina veneta, oggi trattiamo dello spessore vinicolo di questa zona non troppo nota agli orecchianti.
Eppure qui ci sono i Colli Berici, da cui vengono ottimi Cabernet e il particolarissimo Tocai Rosso (produttore affidabile e carismatico è Tommaso Piovene, ma ne stanno venendo fuori anche altri, molto agguerriti). E poi c’è Breganze (Vicenza), terra ad altissima vocazione, beneficiata da una DOC nel 1969. Dal comprensorio di Breganze viene, tanto per dire, il Fratta, un taglio bordolese che non è DOC, ma che Fausto Maculan riesce regolarmente a piazzare tutti gli anni tra i migliori rossi d’Italia.
Oltre ai generosi vini rossi a base cabernet e merlot, la zona di Breganze ha una sua particolarità non imitata da nessuno: il Torcolato. Si tratta di un vino dolce basato sull’autoctona uva vespaiolo (così chiamata per il fascino suscitato alle vespe), un vino che può dare grandi soddisfazioni se ben vinificato, così come lasciare un senso d’incompletezza se interpretato male.
I Torcolato più conosciuti ci vengono dal citato Maculan e da Firmino Miotti: non inferiore al loro è però il campione del Cavalier Guerrino Vitacchio (Via Brogliati Contro 52, tel. 0445873689).
Classe 1917, Guerrino ha cominciato da piccolo a lavorare le uve che il nonno raccoglieva fin dal 1898. La svolta avvenne nel ’21, con l’acquisto dei vigneti, e nel ’69, con la nascita della DOC (i Vitacchio furono tra i primi a iscrivere i loro ettari). Oggi hanno poco più di sette ettari di vigne di proprietà. All’ingresso, sarete accolti da filari di viti quarantenni di tocai italico, da cui Guerrino, oggi rimpiazzato in cantina dai figli Emilio e Giampietro (detto Piero), trae un bianco che vende sfuso.
Il meglio però è in bottiglia, con vini dall’ottimo rapporto qualità prezzo. Il Rosso Breganze è piacevole e scontroso (niente legno); speziato è il Groppello, da uve groppello gentile; fine e delicato è il Vespaiolo in purezza, dai sottili profumi floreali, così come il Pinot Grigio, premiato alla Mostra del Montello. Il legno appare solo nella selezione di Cabernet La Costa. Fa dunque solo cemento il prodotto migliore e più rappresentativo: il Torcolato, vinificato in febbraio a partire dalle uve di vespaiolo, marzemina bianca e tocai accuratamente selezionate e lasciate appese (“intorcolate”) ad appassire. Assaggiamo il campione 2001 dalla vasca (il vino esce dopo un affinamento triennale) e riascoltiamo con piacere il profumo fresco e denso di albicocca matura, pesca e melone. In bocca è elegante, privo di stucchevolezza, più vino da conversazione che da meditazione. Insomma, una scoperta per chi non conosce questa tipologia spesso svilita da eccessive rusticità. Da tenere a mente.
(da Libero di mercoledì 28 maggio 2003, pagina 27 Milano)
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Thursday, March 8th, 2007
Ieri sera, tornato alla solita tarda ora dal lavoro, ho trovato una cosetta molto buona ad attendermi a casa: un risotto mantecato al radicchio tardivo e Squacquerone, fatto amorevolmente (ed eccellentemente) da mia mamma. Materia prima, il Carnaroli di Baraggia di Carlo Zaccaria, di gran livello come sempre (e ammannito, il giorno prima, sotto forma di un incredibile timballo con salsicce piccanti e peperoni gialli). E da bere? Un Merlot senza nome, proveniente dal Lazio (zona Castelli Romani o Colli Albani o giù di lì), da un pacco regalo natalizio. Un vino imbottigliato in casa, in una spessa bottiglia verde (giunta assieme a una bottiglia di bianco e una di Olevano dolce, che ancora non ho provato), con un’etichetta (un nastrino di carta con su scritto “Merlot” a penna) attaccata con lo scotch. Versandolo nel bicchiere, ho apprezzato il color rubino denso e scuro. Al naso, lungi dall’evidenziare sentori muschiosi o sgarbati, faceva percepire un profumo deciso di ciliegia matura: rustico, certo, un po’ scomposto e non del tutto pulito, ma rose e fiori rispetto a ben altra “roba” arrivata dall’Oltrepò e dalle sue cubigiane. Il sapore è piuttosto dirompente, abbastanza caldo e focoso, di corpo discreto, non troppo strutturato ma neppure dalle spalle rachitiche. Fortuna che qualche contadino che sa fare vini quotidiani abbastanza succosi esiste ancora. Persino nel Lazio, terra ritenuta poco competitiva sui rossi di livello medio (un discorso ben diverso, ovvio, dai vari Montiano e Vigna del Vassallo). Come disse Massobrio: vivaddio, ridateci i difetti, soprattutto se immersi nel contesto d’una bottiglia complessivamente gradevole e bevibile.
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Tuesday, March 6th, 2007
Pungolato dall’ottimo Marco, stavolta partecipo anch’io al Vino de Blogger. L’ordine del giorno è dettato dal vincitore dell’edizione 4, il simpatico Luca Risso (Luk): il vino proposto dev’essere Merlot o Pinot nero, italiano, senza limiti di budget. Al contrario di quel che si potrebbe pensare dal mio post di ieri, non proporrò un Pinot nero, ma un Merlot molto interessante, che, grazie anche alla sua provenienza veneta, esula decisamente dai consueti merlottoni toscanissimi: il Piave Merlot 2003 Barollo.
Questa giovane azienda di Preganziol (Treviso) sta davvero bruciando le tappe con entusiasmo: basti pensare all’exploit del Piave Chardonnay 2003, che allo Chardonnay du monde 2006 ha preso la medaglia d’oro; il vino è stato poi recensito e apprezzato da molti esperti italiani, come Roberto Giuliani di Lavinium ( «Un vino di esecuzione impeccabile, indubbiamente di taglio moderno, dotato di un’ottima materia prima e capace di lungo invecchiamento») e Luciano Pignataro ( «Un capolavoro, insomma, della nuova enologia italiana capace di competere alla pari con la concorrenza internazionale anche quando si misura con uve che impegnano migliaia di enologi e ricercatori ogni giorno in tutto il mondo da decine di anni»).
Ma qui, più che dello Chardonnay, parliamo di un Merlot inatteso. Inatteso, quantomeno, per chi ha ancora in mente gli imprecisi, erbacei Merlot del Veneto orientale che andavano per la maggiore: invece i fratelli Barollo ci hanno dato un vino ottimo, giudizioso, paragonabile, per bontà, a certi campioni dei Colli Euganei (mi viene in mente il Sassonero di Ca’ Lustra) che rappresentano bottiglie esemplari per la tipologia in questa regione. Non a caso, questo vino proviene da rese per ettaro (75 quintali) che in zona Piave, fino a qualche anno fa, sarebbero state considerate fantascienza. Il succo delle uve, dopo 12 giorni di macerazioni sulle bucce, viene affinato per 10 mesi in barriquee per 6 in bottiglia. Il risultato è un vino dal caldo color rubino intenso, che porge al naso sentori di marasca e di grafite. In bocca è di corpo, elegantemente introverso ma subito dopo disposto ad aprirsi a un bel calore espressivo, tannico il giusto. Una bottiglia costa più o meno sui 15 euro. Francamente, credo che se tutte le aziende della marca trevigiana (e, perché no, di Lison-Pramaggiore) lavorassero così, abbassando le rese, curando meglio l’aspetto agronomico e migliorando le pratiche di cantina, gran parte dei pregiudizi su questa zona viticola (vero e proprio serbatoio enologico di grande potenzialità, noto soprattutto per il Raboso, che ahimé non tutti sanno fare bene, scambiandone la ruvida asprezza per tradizionalità ruspante) diminuirebbero senz’altro.
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Monday, February 26th, 2007
Tra Friuli e Alto Adige è sempre competizione serrata, sui vini bianchi. Se i nettari sudtirolesi, nel loro fondo, hanno sempre una sorta di pudibonda ritrosia aristocratica che li rende ancor più accattivanti (penso a campioni come il Kaiton di Peter Plieger; a un po’ tutti quelli della Valle Isarco, in particolare certi Kerner o Sylvaner; al Gewurztraminer di Andreas Widmann), le uve friulane regalano vini dalla più spiccata sensualità, in certi casi più popolare, più “contadina” (ma sempre con una nobiltà intrinseca, quella che comunicano certi châteaux, domaines o vignobles borgognoni). Proprio a uno Chablis di razza fa pensare il Vespa bianco di Bastianich: e ancor di più nell’annata 2003, un uvaggio in cui, accanto a sauvignon e picolit, era presente pure lo chardonnay (nella versione 2004 mi risulta che quest’ultimo vitigno sia stato depennato). E’ un bianco d’una limpida carnosità che incanta. Cattura fin dal bel colore paglierino carico e brillante. Coinvolge nei profumi floreali, con un che di mimosa, di macchia mediterranea a movimentare il classico sottofondo fruttato di pesca, che di questi vini è il marchio più classico. Ma è la bocca a ricordare la finezza di certi francesi: setosa, vivida, senza sgarbi lignei o pesantezze di sorta, ma solida come una muraglia cinese, dalle spalle larghe e ben portanti. E’ un vino che trova la sua morte sul pesce di lago, sul luccio in salsa, addirittura sull’anguilla marinata (non a caso, l’ho riassaggiato l’ultima volta proprio ieri al Bersagliere, ammirandone l’afflato su piatti similari). Al ristorante costava 32 euro, in enoteca dovreste pagarlo più o meno la metà.
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Thursday, February 15th, 2007
Michele Marziani, amico giornalista riminese autore di bellissimi libri, mi ha quasi letto nel pensiero: ha parlato del Ceppato 2005, il vino rosso a base di sangiovese prodotto da Vicopisano. Recentemente, avevo “beccato” qualcuno di quell’azienda a commentare su un blog: io ne avevo approfittato per far i complimenti per questo vino sincero, piacevole, bevibilissimo. Un paradigma di elegante contadinità toscana, perfetto da gustare sopra una ribollita (mi viene in mente quella “da asporto” di Donnini di Bagno a Ripoli, vicino Firenze; oppure, per andare un po’ più lontano, quella della famiglia Coppini alla Mongolfiera dei Sodi di Erbusco, Franciacorta, uno dei migliori ristoranti toscani al di fuori della Toscana). Insomma, non solo di supertuscan vive l’uomo.
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Wednesday, February 7th, 2007
Spesso, per disattenzione o per lontananza, capita di arrivare tardi su notizie che finiscono per dare dispiacere. Ricordo ancora quando andai, quasi quattro anni fa, a trovare Roberto Zorzettig a Cividale del Friuli (Udina), nella sua Azienda Agricola Il Roncal: un vignaiolo semplice, umano, aperto, produttore di bottiglie sincere, magari non da vertici di classifica, ma riuscitissime sintesi di eleganza e tipicità. Ciò che però mi commosse fin quasi alle lacrime fu una straordinaria pancetta arrotolata, una pancetta d’una dolcezza, delicatezza e soavità inenarrabile, frutto della macellazione annuale dei sette maiali allevati in casa. Rimase stupefatta anche Odette Fada, in visita da New York alle alture del Collio, come me (e gli altri presenti) catturata da questa chicca sconosciuta, prodotta per autoconsumo.
Ebbene, leggendo la guida Vini d’Italia del Gambero Rosso 2007, nella scheda “piccola” dedicata all’Azienda, ho scoperto che Roberto è mancato. Pur avendolo visto solo una volta in vita mia, mi è spiaciuto assai: era un uomo innamorato della vite, della natura, della sua terra. In suo onore, ripropongo un mio vecchio articolo relativo ai suoi vini. Teneto conto che si tratta di un pezzo scritto nel 2003, quindi non abbiate timore di sentir parlare d’un bianco del 2001 (anche se sarebbe interessante assaggiare oggi il Ploe di Stelis di quell’anno).
Se il Friuli, gomito a gomito con l’Alto Adige, è la terra dei maggiori bianchi d’Italia, ciò non vuol dire che non possa produrre ottimi e interessanti vini rossi.
Specialmente nella zona dei Colli Orientali, attorno alla longobarda Cividale, oltre a superbi Picolit e grandiosi Tocai, troverete una selva di rossi, spesso eccellenti o ingiustamente sottovalutati: basti ricordare lo Schioppettino di Moschioni o Petrussa; il Merlot di Miani; il Refosco Romain di Paolo Rodaro o il Montsclapade di Girolamo Dorigo. Poi, i rossi a base di pignolo, l’antico vitigno autoctono tanto amato da Walter Filiputti (che lo fa esprimere tra i migliori). Un amico ci disse che secondo lui il pignolo, in futuro, sarà in Friuli quello che la barbera è stata per l’astigiano: l’uva rossa della più completa espressione territoriale.
Questa sensazione si prova assaggiando il Pignolo 1999 de Il Roncal, l’azienda che Roberto Zorzettig conduce a Cividale del Friuli (prov. di Udine, loc. Montebello. Via Fornalis 100, tel. 0432716156). Oltre a produrre per autoconsumo una pancetta sensazionale, Roberto ha una ventina di ettari di vigneto, coltivati con le varietà più classiche della zona. Da uve pignolo in purezza viene questo vino, dal colore rubino molto scuro e dai profumi rustici e fruttati, eleganti e imperiosi. In bocca è tipico, sferzante e imponente, adatto con piatti importanti di selvaggina. Molto buono. Altrettanto interessante è lo Schioppettino 2001, densamente profumato di frutta rossa e latore di una bella trama tannica all’assaggio.
Tra i bianchi, oltre al delicato e floreale Tocai, primeggia il Ploe di Stelis, che riunisce chardonnay, sauvignon e riesling: l’annata 2001 ci regala un vino di sottile aromaticità, dai profumi sottili ma non sfuggenti nel loro rincorrersi di fiori bianchi.
Insomma, un’azienda giovane ma tutt’altro che sprovveduta, col valore aggiunto di prezzi assai convenienti.
(da Libero di sabato 29 marzo 2003, pag. 16)
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Monday, February 5th, 2007
Vedi il caso: volevamo assaggiare un prodotto, non l’abbiamo trovato, e quello che abbiamo scelto in sua vece ci è piaciuto molto. Avevamo intenzione di scrivere dell’Asti Camillo Gancia, uno spumante dolce prodotto dalla storica azienda col metodo classico anziché col più usuale charmat: tutto esaurito, un successo senza precedenti. Delle stesse Cantine Gancia di Canelli (Asti, c.so Libertà 66, tel. 01418301) c’erano invece ancora disponibili bottiglie del Carlo Gancia Rosé Integral, spumante metodo classico nuovo di zecca, appena escogitato dagli enologi. Ed è notevole, nient’affatto un ripiego.
Questo bello spumante, dal ricco colore salmonato, nei fatti è un pas dosé rosato: dopo l’operazione della sboccatura, per il rabbocco della bottiglia non viene usato il (o la) liqueur d’expedition, ossia quello sciroppo zuccherino che solitamente viene impiegato per sgrezzare le durezze organolettiche. Il risultato è uno spumante di tutto rispetto, ottima bandiera d’una tipologia, quella rosata, spesso considerata minore: profumi sottili di crosta di pane e ribes rosso, impatto in bocca corposo, freschissimo, intenso, elegantemente solido, abbinabilissimo anche a un bollito misto. E da dove viene? Da uve pinot nero piemontesi e lombarde.
(da Libero di sabato 3 febbraio 2007, pag. 22)
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Monday, January 22nd, 2007
Ci stavo pensando proprio ieri: ma con tutti i club e clubbetti che in Italia tutelano qualsiasi cosa, perché non fondare un’associazione degli amanti del Barbacarlo? Mi è venuto in mente ieri pomeriggio, mentre rievocavo, chissà perché, il mio incontro con Lino Maga a Broni (Pavia), nell’ormai lontano dicembre 2004. Era una mattina lievemente nebbiosa, e avevo appuntamento nella cantina in paese, vecchia, ovattata, piena di ricordi nella sua sala degustazione piacevolmente disordinata, zeppa di foto, lettere, dediche. E, soprattutto, bottiglie. Bottiglie di ogni annata dei vini fatti in casa, il Vigna Barbacarlo, il Vigna Montebuono e il meno conosciuto Vigna Ronchetto. Tutte, o quasi, bevibilissime, una diversa dall’altra.
Era presente Daniele Rancati, amico e lettore, che partecipò al lungo racconto e ai ripetuti assaggi di molte annate. A corredo, salame crudo, coppa e pancetta fatte da un amico di Lino, meravigliosamente ruspanti ed autentici come solo sanno essere i prodotti casalinghi (memorabile sarà poi il ricordo della luganega che Rancati mi diede da portare a casa, e di cui non posso scrivere sui giornali perché chi la fa non la vende, e giustamente le mie rubriche si occupano di indirizzi ove i lettori possano approvigionarsi: ma voi lettori del blog non vi offenderete se vi faccio questi racconti). Subito dopo, Lino Maga mi portò a vedere la cantina più nuova, fuori città. E dimenticatevi il produttore che se la tira, scendendo dalla Mercedes o dall’Audi: il veicolo su cui feci il viaggetto fu una robusta, piccola, vissutissima Volkswagen Polo, evidentemente usata dal Nostro anche per le scorribande nei vigneti.
Ma qui sto esagerando nel raccontare un uomo introverso, il contrario del vignaiolo “che se la tira”, eppure dalle idee chiarissime. Idee che si “sentono” nei suoi vini, che hanno una caratteristica: ogni anno sono diversi, ma non di poco. E’ il concetto più anti-industriale che si possa immaginare: non nel senso di una becera contestazione di stampo politico, ma in quello d’un prodotto che mal s’accorda con le strategie di chi vuole risultati e sapori costanti nel tempo. Così, un Barbacarlo 2003, coi suoi 15° di titolo alcolometrico e il residuo zuccherino robusto, anni fa è dovuto uscire come Provincia di Pavia IGT, anziché come Oltrepò Pavese Rosso DOC: molti in questo hanno visto una voglia di far polemica. In realtà, semplicemente, Maga aveva ritenuto stupido non vendere un vino così concentrato solo per colpa d’un disciplinare restrittivo, e quindi l’aveva declassato senza rimpianti, e soprattutto senza il “tirarsela”, il pensare “Ecco, non mi avete voluto e ora vi snobbo”.
E come sono i vini? Vanno provati anno dopo anno, e non si deve fare l’errore in cui molti cadono: bocciare il Barbacarlo solo per aver avuto la sfortuna di incappare in un’annata minore. Certo, il 2003 era un caso eccezionale: un vino dolce, sugoso, profumato di fragola, corposo in bocca. Un vino da mangiare con le castagne o con un bel ciambellone. Tutt’altra cosa il 2001, che invece è secco e austero: un perfetto esemplare di vino da cotechini o da bolliti misti. Che versatilità, eh? E il bello è che potete cercare il “vostro” Barbacarlo tra molti e molti esemplari: ricordo, in quel dicembre 2004, l’assaggio di un 1986 di bella stoffa, non certo giovanile ma neppure troppo maturo (“un bicchiere sincero, pieno, popolare”, scrissi all’epoca). Il segreto? Maga non ne ha: sulla controetichetta scrive dettagliatamente quasi tutte le componenti chimiche presenti nel vino. Le sue risorse sono vigneti magnifici, con grandi esposizioni e piante anche di cent’anni d’età, col logico corollario di rese basse per natura (35 quintali per ettaro). Certo, da annata ad annata cambia molto. Certo, spesso i tappi giocano brutti scherzi. Certo, alcuni storcono il naso di fronte ai prezzi (ma, chissà perché, non lo fanno di fronte ai vini di Josko Gravner, che costano molto di più ma che, pur nella loro sfumatura che non li rende graditi a tutti, le guide hanno provveduto a sdoganare da tempo). Certo, non sempre il Barbacarlo finisce sulle guide (l’unica “fedelissima” è la Veronelli, che peraltro, proprio qualche anno fa, segnalò una curiosa discrasia, con Gigi Brozzoni che espresse alcune riserve mentre Gino Veronelli, all’epoca ancora fra noi, invece attribuì il “Sole”, il massimo riconoscimento). Eppure, tra Maga e la miriade di vini “contadini” solo a parole, fatti “col bastone”, non abbiamo il minimo dubbio su chi scegliere. Se magari un annata non gli viene bene, lui non si fa venire i grattacapi: a disposizione ne ha almeno altre dieci che invece sono buone, e in ogni caso la natura ha voluto così, e lui fa il vino in vigna, non in cantina.
Mi permetto, dunque, di richiamare qui i bevitori di Barbacarlo, chiedendo loro di segnalarsi, e magari di mandare una e-mail (col racconto dell’esperienza, o di aneddoti, o di quant’altro sia connesso al proprio rapporto col Barbacarlo) al sottoscritto, che avrà il massimo piacere di pubblicarla.
In ogni caso, ecco dove dovete andare: Broni (Pavia), via Mazzini, 50 (tel. 038551212)
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Saturday, December 23rd, 2006
La Puglia, si sa, è quella terra che, in altri tempi (e, qualcuno mormora, sotto sotto anche adesso), forniva vini ben colorati e strutturati con cui “arricchire” le produzioni nordiche, non sempre gagliarde. Con gli anni, aumentato l’amore del mercato per i vini pieni e corposi, i pugliesi si sono resi conto che potevano sfidare la scena con prodotti che queste caratteristiche già possedevano. E spesso ancora oggi si possono cogliere delle autentiche sorprese. Parlo certamente dei rosati, tipologia vocatissima, per tradizione, nel Tacco d’Italia: ma non dimentico certi rossi, non solo a base del “solito” primitivo.
L’ultimo assaggio (recentissimo, di due giorni fa) è stato il Bottaccia, un rosso delle Cantine Torre Quarto di Cerignola (Foggia). Un comprensorio da sempre vocato ai grandi rossi: Gino Veronelli, in un suo vecchio libro anni ’70 (non ricordo se fosse Bere giusto oppure Il vino giusto: sicuramente però uno dei due libri – vai a ricordarti quale – era la versione estesa dell’altro), raccomandava d’abbinare il caciocavallo stagionato al Rosso di Cerignola. Questa DOC, a dire il vero, è ormai praticamente abbandonata: i produttori della zona preferiscono altre denominazioni, oppure la più generica IGT Puglia. Proprio questo fa Torre Quarto con le sue bottiglie: il Bottaccio, da uva nero di troia (o uva di Troia) in purezza, segue la IGT. E fa discretamente il suo dovere. Ho assaggiato il 2003 in un ristorante, come dicevo, alcuni giorni fa: presentava un colore granato molto scuro, che però evidenziava un’unghia tipicamente aranciata. Profumi inizialmente chiusi, poi, dopo breve sosta in calice ampio, via via più espansivi, lasciandosi dietro tracce legnose comunque non eccessive (l’affinamento è in tonneau per 8 mesi), ed evidenziando fragranze dolci di frutta rossa anche molto matura. Al sorso, ecco tutto il calore di questi vini: un tannino ben presente, né levigato né sgarbato; un generale calore alcoolico; un senso di velluto in bocca. Un vino che va benissimo sui formaggi stagionati, magari proprio su un caciocavallo podolico o un ragusano ben stagionati.
E il prezzo è tutt’altro che “svenevole”: al ristorante l’abbiamo pagato 15 euro. Si badi bene, in un ristorante lombardo, un ristorante di una terra che sui ricarichi vinicoli quasi mai ci va giù leggera.
Certo, oggi è in commercio il Bottaccio 2004, ma a parer mio ha fatto bene il sommelier a tener in carta il 2003, che ha forse raggiunto un maggior equilibrio.
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