Archivio della rubrica ‘Un buon bicchiere’
Friday, May 25th, 2007
Eccomi di nuovo qui, mi scuso della mia assenza. Ed eccomi a parlare di un buon vino estivo, di non grandi pretese ma neppure banale o scontato. Viene dal Garda, dall’azienda Corte Gardoni di Valeggio sul Mincio (Verona): un’azienda dinamica, familiare, “umana”, simpatica fin dal motto che appare sul sito internet: «Nel vino è la verità: ecco perché tanti astemi!».
Nella fattispecie, oggi ho assaggiato questo Garda Chardonnay Vallidium 2004, da uve coltivate nei dintorni di Valeggio. Non conosce affinamenti in barrique: solo acciaio, per 6 mesi. Ed eccolo lì a presentarsi: colore paglierino carico, decisamente brillante all’occhio. Il profumo è quanto di più adatto ci possa essere alla voglia di freschezza che ci attanaglia in questi caldissimi giorni: è netto, di cedro del Garda, mescolato ad altri cenni agrumati decisamente cordiali e coinvolgenti nella loro frizzante asprezza. In bocca è d’una freschezza inusitata, lineare nello sviluppo ma profondo nel carattere, persistente, franco e spontaneo. Lo consiglio nettamente sul piatto con cui l’ho assaggiato oggi: il risotto ai piselli con ragù di tinca di Silvana Ferrari (del Bersagliere di Goito). Decisamente approvato, anche se non può concorrere per il Vino dei blogger #7 perché non ottenuto da vitigni autoctoni.
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Monday, May 14th, 2007
Un lettore palesatosi l’altroieri, Simone, mi ha chiesto se sono sardo. Oltre a ringraziarlo per i complimenti che mi ha fatto, gli rispondo subito: no, non sono sardo. E mi spiace, perché la Sardegna è un autentico serbatoio di tradizione e di bellezza. Recensioni di ristoranti sardi? Ne leggerà una proprio in questi giorni, anche se si tratta di un ristorante sardo a trapiantato a Milano.
Adesso invece voglio raccontare un gran bel vino. Si tratta del Vermentino di Gallura Saraina 2006. Produttore, Piero Mancini di Olbia, Sassari. Un bianco di soddisfazione, ampio come il mare. Il miracolo di questo Saraini è quello di mantenere spalle larghissime senza perdere la freschezza necessaria a non renderlo stucchevole. Piero Mancini, viticultore dal 1965, vinifica in proprio dal 1987, utilizzando i suoi vigneti nelle aree più vocate della Gallura. Chi lo conosce ama i suoi vini, non troppo strombazzati ma di assoluta validità .
Questo Vermentino di Gallura ne è la prova. Comunica freschezza e simpatia fin dal colore verdolino brillante. Profumi? Più larghi e corposi: un po’ di banana, cenni di zucchero di canna, un sottofondo di rosmarino e fiori bianchi, con qualcosa di esotico non facilmente descrivibile. L’assaggio mostra un vino di corpo, dall’estratto secco ben percettibile, caldo ma alleggerito da acidità e, soprattutto, sapidità , che qui diventa quasi salinità : è una caratteristica, quasi un timbro di questi vermentini sardi. Provatelo sul tonno alla carlofortina, o sugli spaghetti alla bottarga.
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Wednesday, April 25th, 2007
Emozioni inattese da una cenetta solitaria serale consumata a tarda ora, dopo il lavoro. Poche ore prima, per cena, a mio padre era venuta l’idea di aprirsi una sua bottiglia, un bel Rosso di Montalcino Fascia Rossa 2002 di Biondi Santi: mai avuto idea più felice, dato che poi ho potuto pure assaggiarla anch’io, al mio ritorno a casa. Che buon Rosso di Montalcino! Non a caso, come sanno i più informati, si tratta di un Fascia Rossa: in Biondi Santi, quando l’annata in corso non è ritenuta all’altezza della fama del loro Brunello, fanno convergere tutto il sangiovese grosso delle vigne più vecchie (quelle dell’arcinoto Brunello) in questa selezione di Rosso di Montalcino, che va sempre a ruba tra gli appassionati per il suo rapporto qualità /prezzo e per la sua schietta, tradizionale bontà . Sulla controetichetta, Biondi Santi afferma che si tratta di un vino che può invecchiare anche trent’anni: come che sia, anche adesso questo Rosso è un gran bel vino, espressione palmare della finezza espressiva dell’uva sangiovese delle colline ilcinesi. L’ho versato in un bicchiere d’una certa ampiezza, sapendo di non sbagliare: ecco il colore rubino non troppo concentrato (niente barrique, quindi niente cromatismi esasperati), limpido. Il profumo è pure lui lineare ed espansivo: anzitutto è floreale intenso, come ogni Sangiovese dabbene. Che finezza, questa rosa appassita, questa violetta, questo fondale di lamponi. E in bocca? Fresco, esagerato, di portamento aristocratico come il suo creatore. Non sarà un Brunello, ma un bicchiere di questo vino E’ Montalcino, E’ Toscana, al di là di ogni possibile dubbio. Se lo vedete da qualche parte, compratelo: è buonissimo, e può invecchiare ancora.
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Tuesday, April 24th, 2007
Dopo l’Excelsus e la sua tonda, avvincente bontà , rieccomi a parlare del sangiovese e dei suoi numeri. Nella mia sortita toscana di quasi due settimane fa, ho visitato alcune aziende vinicole. Per mia scelta, ho optato per alcuni produttori un po’ fuori dal gruppo, meno strombazzati di altri ma capaci di exploit di livello altissimo per chi ami davvero il vino toscano.
Che dire di Vecchie Terre di Montefili, retta dal 1979 da Roccaldo Acuti, industriale tessile di Prato innamorato del vino? E’ un posto incantevole, sulle colline tra Panzano e Mercatale in Val di Pesa. Attorno alla grande casa padronale c’è un vero e proprio anfiteatro collinare impiantato a sangiovese, con un colpo d’occhio davvero invidiabile. Oltretutto, l’altitudine abbastanza elevata delle vigne ha consentito maturazioni giuste anche nel torrido 2003. Che umanità trasuda da Roccaldo Acuti e sua moglie Franca, che ti accompagnano volentieri a vedere cantine e vigneti assieme al genero Tommaso, enologo (e la supervisione è affidata a Vittorio Fiore). E che bontà i loro vini, assaggiati in una saletta discreta, accogliente, che non sarà la solita cattedrale ma è ospitalissima.
Mi manca, devo dire, la prova del Vigna Regis, il bianco aziendale a base di chardonnay, sauvignon e gewürztraminer, che sembra interessante. Mi sono consolato coi vini rossi. Il vino più stimato è il Bruno di Rocca, sangiovese e cabernet, affinato in carati da 350 litri (fu forse uno dei primi in zona, nel 1979). Il 2003 è ricco al naso, profumato di frutta rossa, caffè ed eucalipto. Stesse impressioni in bocca, dov’è fresco nella sua morbidezza, cordiale. Un gran bel vino. Ancora migliore però, a mio giudizio, si è rivelato l’Anfiteatro 2003, tutto sangiovese di quel bellissimo vigneto. Profuma in modo avvincente di more di rovo e mirtilli, col floreale elegantissimo sullo sfondo, quasi in filigrana. Pure in bocca è di una compostezza, una femminilità senza pari, col frutto che prevale su qualsiasi sensazione data dal legno. Un grande, grandissimo sangiovese.
Lo è anche il Chianti Classico 2004, che davvero profuma di sangiovese e di territorio. Roccaldo Acuti si era stufato che fosse considerato come “vino di base”, quindi, a mo’ di sberleffo, da qualche tempo ha creato un nuovo rosso. Uva? Cabernet sauvignon. In quest’azienda s’invertono i rapporti di forza normalmente vigenti: il Cabernet diventa vino di beva facile, mentre i piani alti della gamma sono riservati al Sangiovese. E a questo Chianti Classico, puro sangiovese anch’esso: è affinato in botti da 30 ettolitri, e si sente. Il profumo è un bouquet di fiori ove prevale, com’è giusto, la violetta del pensiero. In bocca è espansivo, di beva trascinante. Un grande Chianti Classico, davvero.
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Monday, April 23rd, 2007
Ho commesso un peccato mortale. O, quantomeno, l’ho commesso sicuramente al cospetto dei fanatici col monocolo, della critica enologica tifosa, divisa in bande peggio che i supporter di Milan e Inter (a proposito, complimenti per lo scudo). Sono stato felice, ieri, mangiando (in piccole dosi) la Bistecca Panzanese di Dario Cecchini (cui dedicherò un post, giacché i miei racconti della gita toscana sono appena a metà): cuore di coscia di manzo (spagnolo) cotta cinque minuti per lato e altri 15 all’impiedi, tenerissima, esagerata, leggerissima (qualità ancor più interessante, visto che mi sono rimesso a dieta). In abbinamento, ecco il peccato mortale: Banfi Excelsus 1998.
Perché peccato mortale, mi potreste chiedere? Potreste anche ricordarmi che i vini del Castello Banfi sono sempre suadenti, ben fatti, apprezzati in Italia e in tutto il mondo: insomma, sono ottimi vini in tutta la vasta gamma produttiva, ciò di cui un’azienda deve andare orgogliosa. E allora, perché sarei nel peccato? Perché nel mondo del vino c’è tanta, tanta gente che i vini li giudica a seconda di chi li produce, non di quel che s’assaggia nel bicchiere. Ricordo ancora un pittoresco personaggio, che, incontrato per caso a una cena, mi disse, restando serio: «I vini degli Antinori non li potrei mai giudicare bene: sono dei latifondisti!».
Sul Castello Banfi, il discorso è diverso: semplicemente, secondo alcuni giornalisti del settore (non li ho ancora contati tutti, ma di tanto in tanto se ne sente qualcuno a dirlo), quelli di Banfi sono vini su cui è elegante non sbilanciarsi. E Banfi non è la sola azienda ad aver diritto a questa sorta di superciliosa censura minimizzatrice ad personam (anzi, forse sarebbe meglio dire ad villam, intendendo villa come “fattoria, azienda agricola”). Ne cito altre in ordine sparso: Elio Altare, Michele Chiarlo, Feudi di San Gregorio (quest’ultima suscitatrice di commenti astiosi e particolarmente ridicoli nella loro bizzosa, acidula albagia), Caprai, Planeta, La Spinetta, Nino Negri. Colpe di queste aziende? Nessuna, secondo i consumatori normali e chi ama i vini fatti bene (sfido chiunque a dimostrare che queste aziende non producano grandi vini). Una sola, e capitale, secondo la rumoreggiante, ringhiosa assemblea di cui parlavo prima: avere buone recensioni in certe guide, e specialmente in una in particolare. Anzi, un’altra ancora: essere fatti da enologi inseriti nella loro immaginaria blacklist, una specie di lista dei cattivi. Se un vino è stato fatto da uno di questi bravi professionisti (perché lo sono davvero), anche se buono, dev’essere bocciato, o almeno equamente sbeffeggiato. Poco importa quel che effettivamente si assaggia.
Presentazione doverosa, giacché ieri ho deciso, come faccio sempre, di fregarmente altamente del piagnucolio cacofonico dei tromboni saccenti dall’ego ipertrofico. Sicché, dalla mia cantina, ho preso una bella bottiglia di Excelsus del 1998, forte di un lungo riposino. E ho bevuto benissimo. «Ma che dici!! In quel vino c’è del cabernet e, raccapriccio massimo, del merlot!!!», rumoreggia l’assemblea sindacale (sparuta ma casinista) dei sentenziatori occhiuti, in agitazione perenne. Eppure, quel vino aveva un colore rubino-violaceo intenso; profumi coinvolgenti di menta piperita e di frutti rossi; un corpo boccale morbido, svenevole senza ruffianerie, cui la sosta prolungata in bottiglia ha conferito equilibrio e sgrossato l’apporto delle botticelle francesi. Una goduria, quel sorso succoso, con le bisteccone tenerissime del Cecchini. Un abbraccio, una stretta di mano. Certo, non era sangiovese. Ma il fatto che un vino non sia di sangiovese non implica a priori che non sia buono, che sia robaccia imbevibile, che dal suo abbinamento non si possano trarre emozioni.
Quindi, se non avete pregiudizi, sappiate che l’Excelsus potrà piacervi molto, ancor di più se potrete lasciarlo in cantina.
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Friday, April 6th, 2007
E continua, chiotto chiotto, il mio reportage sui buoni bicchieri provati al Vinitaly. Se pensavate di scamparla, avevate capito male. Ecco pure oggi altre belle note di degustazioni dalla più grande fiera vinicola italiana.
- Pievalta. Quest’azienda di Maiolati Spontini (Ancona) fa parte di una vasta galassia di investimenti operati dai bravissimi proprietari della Barone Pizzini, azienda franciacortina votata al biologico e produttrice di grandi spumanti. Ha ricevuto qualche buon riconoscimento da parte delle guide, ma qui la ricordiamo per un vino particolarissimo: il Curina 2005. Si tratta d’un passito di uve verdicchio in purezza, prodotto in modo insolito. Il 15% dell’uva (appassita in pianta e poi in graticcio) viene infatti vinificato nelle famose (o famigerate, visto l’uso non sopraffino che alcuni produttori ne fanno) anfore di terracotta, con tanto di macerazione per 6 mesi. Il resto, vinificazione in bianco. Risultati? Color oro antico. Profumi arcani di incenso e salvia. Bocca golosa, stuzzicante, grassa e polposa, d’acidità ben sostenuta, equilibrata. Per chi ama il genere, è una chicca da non perdere. Un bravo dunque ad Alessandro Fenino, che tra l’altro legge pure questo blog.
- Michele Satta. Ora è ben noto, ma anni fa Michele Satta, varesino trapiantato a Castagneto Carducci (LIvorno) ha dovuto faticare per mettersi in luce. Fatica premiata: i suoi vini bolgheresi sono apprezzatissimi in Italia e all’estero. Anche da me. Una volta tanto, partiamo con un vino bianco, nato da pochi anni ma ora (secondo me, che l’ho assaggiato in tutte le annate in cui è stato prodotto) tra i primi 5 bianchi toscani: il Giovin Re 2005. Bello il nome, vero? E’ un anagramma. Provate a farlo al contrario, e avrete la soluzione: viognier. E questo (o questa) Viognier in purezza, affinato in barrique e in bottiglia, si offre cordiale, profumato di miele d’acacia e di pesca gialla, con qualche nota affumicata data dalla tostatura (che tra qualche tempo si armonizzerà ). Costa 27 euro, ed è decisamente buono. E il Piastraia 2003? Lo storico taglio bolgherese di casa si offre ruffiano ed elegante, con una piacevolezza e una placidità di beva senza trucchi, davvero appagante. E il Cavaliere 2001? Il sangiovese non è mai stato uva davvero di tradizione a Bolgheri. Michele Satta è da sempre il suo alfiere in zona, e il Cavaliere è il vino che ha sempre amato di più. Questa annata 2001, reduce da un robusto riposo in bottiglia, ha l’apertura alare dei grandi vini, senza strombazzamenti caricaturali tanto tipici della “California d’Italia” (come qualcuno si ostina a chiamare questa zona italianissima); anche i profumi fanno udire bene la viola mammola e il floreale tipico del vitigno. Buonissima pure l’ultima annata del Castagni, benché fosse imbottigliata da pochissimo: il “gran vino” di casa proviene da un unico vigneto, impiantato a densità di 6200 piante per ettaro. Uve? Cabernet, syrah e teroldego, per un vino di potenza rimarchevole, che con adeguata sosta in vetro si armonizzerà , ma che già adesso tradisce una potenziale longevità decisamente allettante.
- Podere dal Nespoli. Molto interessanti i vini di questa realtà di Civitella di Romagna (Forlì-Cesena). Fabio Ravaioli è un produttore capace e amorevole, capace di trarre delle gran buone cose dai suoi vigneti. Un’anteprima del suo Prugneto 2006, sangiovese in purezza, ha mostrato un vino ancora “verde”, ovviamente, ma già ben provvisto di polpa. E il Borgo dei Guidi 2004, forse il primo vino in Romagna ad essere stato affinato in barrique (è nato più o meno nel 1980), è pure lui gagliardo, in formazione. Questa è la tipica azienda per cui il Vinitaly arriva troppo presto. Perfettamente a punto è invece l’avvincentissimo Bradamante 2005, che fino a non molto tempo fa era un passito di pura albana, mentre adesso contempla la presenza del sauvignon: è finissimo, dolce e morbido, profumato delicatamente di cioccolato bianco. Buonissimo.
Questo è quanto. Tenetevi forte, perché le sorprese non sono ancora finite. Siete come sempre invitati a dire la vostra.
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Tuesday, April 3rd, 2007
Cari amici e lettori, eccoci alla seconda parte dello speciale sul “mio” Vinitaly. Anche oggi, una breve selezione dei vini degustati con grande voluttà . E, come vedrete, grandi risultati e grande personalità sono arrivati da alcuni vitigni considerati né più né meno che il simbolo dell’omologazione vinicola. Ecco dunque il paniere odierno di “buoni bicchieri”, tutti assaggiati a Verona.
- Il Filò delle vigne. Quest’azienda di Baone (Padova), nel pieno dei Colli Euganei, mi era nota da quasi dieci anni per l’assaggio di un soavissimo Fior d’Arancio Spumante fattomi conoscere dai fratelli enotecari Redento e Dino Picello. Eppure, da questi terreni vulcanici viene pure un cabernet da far girare la testa (nel senso buono). Tale è stato l’assaggio del Cabernet Riserva Vigna Cecilia di Baone 2002, semplicemente memorabile. Proveniente da viti trentenni di cabernet franc e sauvignon in parti uguali, questo rosso, che costa 8 euro a bottiglia, si offre con un caldo color rubino, profumi di ciliegia e una bocca corposa senza pesantezze, elegante e popolare in una sintesi autorevole. Affinamenti? In acciaio e vetroresina. Niente barrique. Mi viene ancora in mente un signore che, qualche anno fa, diceva «Il Cabernet vuole la barrique per forza!»: si assaggi il Cecilia di Baone (che costa un terzo di certe blasonate bottiglie assai meno interessanti) e si ricreda. Non a caso, i veneti con quest’uva hanno un rapporto particolare: più che “internazionale”, la considerano cosa loro. E finché ci sarà gente che la tratta così, ne avranno ben donde. Ma debbo dire che quest’azienda fa pure il Cabernet barricato: è il Borgo delle Casette 2003, imponente per virtù intrinseche e territoriali e non per un surrettizio body building. E costa anche lui non troppo: 13 euro. In ogni caso, il Borgo delle Casette dimostra come la barrique possa far uscire un vino buono (anzi, molto buono) senza peraltro essere indispensabile. E che dire poi del Luna del Parco 2004, svenevole Fior d’Arancio passito? Il moscato giallo, qui chiamato per tradizione fior d’arancio, sembra fatto apposta per vini così. E allo stand del produttore, assaggiato per caso a confronto con un Sauternes (di cui non vi rivelerò il nome, anche perché l’ho dimenticato. Chi è senza peccato…), stravinceva al confronto, con la sua autentica, dirompente, dongiovannesca sensualità ad annichilire il pur onorevole vino francese appesantito dai solfiti. Tenete davvero d’occhio questa azienda, ci sanno fare sul serio.
- Ca’ Lustra. Se i Cabernet del Filò delle vigne sono stati una bella sorpresa, il Sassonero di Ca’ Lustra, altra realtà dei colli vulcanici mantovani (è di Cinto Euganeo, frazione Faedo) si è confermato bottiglia interessantissima nell’annata 2004. Per chi non lo sapesse, si tratta di un Merlot, affinato in botti di rovere da 500 litri. Costa 11 euro. E piace. Piace perché è un vino che parla di territorio. E’ pigmentato di intenso rosso rubino, profumato di frutta rossa sotto spirito ed in bocca è corposo, tornito, elegantemente solido. Stesse piacevoli sensazioni per il Roverello 2005, Chardonnay passato in legno (anche qui, barili da 500 litri, per il 60% di secondo passaggio), armonico, cremoso, ben sostenuto dall’acidità , avvincente. E che dire del Marzemino passito 2005, 900 bottiglie (ma col 2006 saranno il doppio) di vellutata dolcezza, di tocco quasi mozartiano? Fortuna che c’è ancora chi fa i vini così. Vini fatti apposta per degustatori e bevitori che non si lasciano troppo suggestionare dai luoghi comuni sui vitigni cosiddetti “internazionali”.
- Ca’ de’ Medici. E qui cambiamo completamente zona, trasvolando fino a Reggio Emilia, località Cadè. E’ lì che ha sede l’azienda di Regolo Medici e famiglia (da cui il nome), specializzata nei briosi vini che lì van per la maggiore. Piace molto il Terra Calda, uvaggio di lambrusco e cabernet sauvignon sottoposto alla tradizionale fermentazione: rossissimo, quasi violaceo agli occhi, regala un profumo vinoso, invitante, con un che di buccia d’uva e di fragola. Le promesse sono mantenute all’assaggio: una tannicità carezzevole unita alla sensazione piacevole dell’anidride carbonica compongono un vino secco ma morbido, gentile, ideale col maiale e coi piatti locali. Ma la vera sorpresa è un altra: il Renzo, lambrusco in purezza fermentato a lungo e in bottiglia. Regolo lo paragona a una birra Weizen ad altissima fermentazione: e ho provato in effetti a immaginarlo sui ricchi, fastosi insaccati tedeschi (bratwurst, leberkase…), oppure su una (o uno) choucroute alsaziana. Intanto, si presenta con un colore rosso granato lieve, somigliante alla fragola. E che profumi: ancora fragola fresca, ma anche zenzero e chinotto. In bocca è sferzante, acido, secchissimo, rinfrescante, molto piacevole. Come dicevo, lo vedo bene sulle vivande germaniche, ma ovviamente è perfetto con la mariola, lo zampone, il cotechino, il prete, il cappello da prete, il bollito, la cassoeula. Costa poco più di 4 euro a bottiglia.
E anche per oggi abbiamo finito. Spero, come sempre, di suscitare commenti e opinioni sui miei assaggi.
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Monday, April 2nd, 2007
Un buon bicchiere? Tanti buoni bicchieri, quelli del Vinitaly di quest’anno, che ho visitato per una sola giornata, anche se intensissima. Un piccolo sunto (anche se non troppo completo) delle mie degustazioni l’avete trovato su Libero di ieri.
Ciononostante, ho intenzione di omaggiarvi di una piccola carrellata (a puntate) delle esperienze degustative maggiori di questa rassegna 2007.
- Strade Vigne del Sole. Era parecchio tempo che, incuriosito da articoli di Paolo Massobrio e dalle degustazioni di Maurizio Taglioni su Lavinium volevo assaggiare i vini di Antonio Cugini e di suo figlio Alessandro, che vinificano tra Marino, Albano e Grottaferrata, in provincia di Roma. Avete presente i classici vini “de li Castelli”? Ebbene, dimenticateveli. Qui, il cavalier Cugini ha messo a dimora più di 70 (diconsi settanta) varietà di uve autoctone e dimenticate, tanto da suscitare l’attenzione dei ricercatori di Conegliano Veneto e da ricevere lo status di azienda sperimentale. Sentite, tanto per dire, il Kadrai 2005, da uve malvasia rossa e albana (non è quella di Romagna, è la versione laziale, che pare prenda il nome proprio da Albano). Sentite i profumi dirompenti che, più che un vino bianco, ricordano un rosato: banana, caramella inglese, perfino una nuance di smalto per unghie (gradevolissima). E che grinta in bocca, che personalità, che diversità da certe slavate produzioni della zona! Uno spettacolo, condiviso anche da Andrea Sturniolo, incontrato casualmente allo stand e, come me, rapito da questo bianco straordinario. Ma prima di lui, m’aveva coinvolto il Torre dei Frangipane, nuovo bianco aziendale da uve pecorino e cesanese bianco: così strutturato e solido da non sembrar quasi un vino castellano. E che dire dell’Alba Rosa 2004, dall’omonima uva, che porge profumi volpini misti a simpatici bouquet di sottobosco e piccoli frutti? E il Morato 2002, così possente ed elegante, proveniente da un’uva che, a sentirla nominare, vien da sorridere (tor dei passeri) ma è antichissima e, soprattutto, autoctona? E il Niveo 2003, che è praticamente un Frascati Cannellino di sola malvasia rossa (pur avendo vigneti iscritti alla Doc, Cugini preferisce la Igt, perché i disciplinari, dice, sono troppo restrittivi nell’imporre l’uso di certe uve tutte insieme) e porge fragranze di anice stellato e menta piperita (sembra un mazzetto di pianticelle aromatiche), svelandosi poi in bocca nervoso, non troppo dolce, piacevolissimo? Azienda non globalizzata? Potrebbe benissimo essere questa. Un particolare: nessun vino arriva a costare 10 euro.
- Azienda Agricola Gulfi. Altra azienda fuori dagli schemi, questa volta in Sicilia, a Chiaramonte Gulfi (Ragusa), cittadina dove “si magnifica il porco”, famosa per i salumi e la gelatina di maiale. Ebbene, qui c’è la famiglia Catania, che si dedica anima e corpo alla valorizzazione del nero d’avola. Una valorizzazione attuata in modo diverso rispetto ad altri colleghi: i Catania puntano su vigne uniche, veri e propri cru, da cui traggono selezioni differenti, ma tutte col comun denominatore di ricercare purezza, autenticità ed eleganza espressiva, anzichè le eccessive concentrazioni cui più di un siculo ha deciso di indulgere. Così, il Nerosanlore’ 2003 si porge con un bel color rubino senza troppi riflessi bluastri, e con una grazia femminilissima di dolci note di fragola e liquirizia, poi replicate in un sorso gentile, materno, espansivo. Per ammissione degli stessi viticoltori, il Neromaccarj 2002 è viceversa un po’ “verde”: ciononostante, coinvolge coi suoi sentori di arachidi e di mallo di noce (con un po’ di lampone sul finale) e col corpo piuttosto acido, ma importante. E la visita allo stand Gulfi mi ha riservato una grande, grande sorpresa: ci ho trovato Raffaele Catania, membro della famiglia, laureato in legge a Milano e, soprattutto, frequentatore della mia stessa scuola in Brianza. Mai e poi mai mi sarei aspettato di rivederlo là, in quest’azienda che tanto mi era piaciuta al Wine Sicily di Trapani Birgi nel 2005.
- Cantine Buffa. Un nome che è imprescindibile annotarsi se si vuol toccare con mano quanto può essere grande un vino come il Marsala. Provate il loro Marsala Vergine: non ha assolutamente nulla di cui vergognarsi al cospetto di un grande Sherry, a cominciare dai profumi eterei, floreali, persino con un che di capperi (ma Domenico Buffa, che me l’ha fatto assaggiare, non era tanto d’accordo), per finire con il sorso di persistenza interminabile, secco ma setoso, equilibratissimo. Imperdibile è anche il Marsala Oro dolce Riserva, fragrante di fichi secchi, mandorle e miele, invitante nei coloriti caldamente ambrati e latore d’una sorsata potente, avvolgente, polposa, con un che di salino. E la Malvasia liquorosa vi manderà aux anges: non si finisce più di annusarla, sembra offrire un bouquet di delicatissimi fiori secchi. E in bocca? Dolce, sensuale come poche. Un azienda da segnarsi sul taccuino.
E questo è solo l’aperitivo. Sentirete poi gli altri miei assaggi.
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Saturday, March 24th, 2007
Mentre non c’ero, mi è arrivato via email un messaggio della mailing list di Guido Porrati. Guido Porrati, per chi non lo sapesse, è quello di Parlacomemangi di Rapallo, altrimenti detta Bottega dei Sestieri (via Mazzini 44, tel. 0185230530): una delle più belle boutique del gusto d’Italia. E’ lui l’autore del Trarcantu, un formaggio San Sté (della valle d’Aveto) ubriacato doviziosamente nelle vinacce dello Sciacchetrà, unico; è da lui che potete trovare il pecorino profumatissimo del Parco del Beigua, quello che caseifica con amore Pasquale Usai; è da Porrati che potrete gustare la Zerarìa, particolare e delicatissima versione ligure della testa in cassetta.
Guido è animatore di una bellissima, divertente mailing list, ove presenta le novità del suo negozio in modo oltremodo simpatico, con un gusto ironico nell”abbinamento delle immagini e nella scelta delle parole che si rinverrebbe invano nel grigiore delle newsletter consuete. Vi consiglio caldamente di iscrivervi dal suo sito.
L’ultima novità della Bottega è l’arrivo dei vini georgiani. Proprio così: dallo scorso 21 marzo sugli scaffali della Bottega di Guido quattro vini molto curiosi. Si tratta del Chardakhi 2004 dalla valle del Mukhrani; del Rkatsiteli 2005 dalla regione del Kakheti; dei vini della gran vigna Tsarapi 2005 di Kardanakhi (Kakhuri Mtsvane e Rkatsiteli). Curiosi è dire poco: sono ottenuti con la “tecnologia” delle anfore di terracotta, che qui ha avuto origine, e che qualcuno in Italia ha cercato di scimmiottare con risultati a parer mio alterni e, tutto sommato, non esaltanti. Altro discorso per la Georgia, paese di lunghissima tradizione enoica: lì da loro, il vino in anfora si usa da sempre, e può essere di grande interesse assaggiarlo. Spero di poter andare in Liguria a provarlo.
Ma Guido non ha finito. La chiusa della lettera è tutta per il faccione sorridente e baffuto di Sacha Baron Cohen, e per i convenevoli: “MOLTO TANTO BUONI,
ONORE DI BORAT! BRINDO AL NASO TUO”. Non c’è che dire, la mailing parlacomemangi non è proprio il solito scarno bollettino.
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Wednesday, March 21st, 2007
L’avevo già detto: quando trovo qualcosa di buono in denominazioni poco note al pubblico grande o grandissimo, sono sempre contento. Qualcuno in questo caso potrebbe contestarmi, dire che il Penisola Sorrentina Gragnano non è affatto un vino ignoto: tanti e tanti personaggi lo hanno amato e apprezzato negli anni. Ma vedi il caso: si trattava quasi sempre di uomini più o meno legati a Napoli, la terra che da sempre è il più tradizionale “bacino d’utenza” di questo vino simpatico, franco, beverino. Contrariamente alla scheda di Wikipedia che ho linkato, non lo vedrei benissimo con la mozzarella di bufala (cui semmai si abbina un altro mio pallino sconosciuto ai più, l’Asprinio di Aversa), ma col capitone di Natale e con la pasta al ragù.
Vi propongo ora un mio pezzo dell’agosto 2005, documentante un mio sostanzioso, graditissimo assaggio: quello del Gragnano delle Cantine Caputo, mandate avanti a Teverola e poi a Carinaro (Caserta) da Corrado, Nicola e Mario Caputo (nella foto). Il vino l’assaggiai meno di un mese prima, in compagnia dell’amico Matteo Riboldi (grande musicista all’organo e al clavicembalo), a Candelo (Biella), da Angelo Antonio Angiulli, che poi avrebbe chiuso (ahinoi) i battenti. Ricordo ancora la carezza sottile di quel Gragnano avvolgere come un guanto lo spettacolare, rude, popolare, ghiottissimo “marro” di capra cucinato da Tonino. Che grande abbinamento.
Ecco il pezzo. Ovviamente, come tutti i miei pezzi per Libero, è rivolto ai lettori di un quotidiano generalista, non di una rivista di settore. Tenetene sempre conto.
C’è un vino così famoso ma così negletto come il Gragnano ? Benché, oggi come oggi, si tratti d’una sottozona della DOC Penisola Sorrentina, il Gragnano per i Napoletani è Gragnano e basta, e si accompagna meravigliosamente alla pasta (ovviamente gragnanese) col ragù alla partenopea, quello ottenuto dal grosso pezzo di carne. È un simpatico vinello, che s’ottiene dalla vinificazione vivace di uve come il piedirosso, lo sciascinoso e l’aglianico: eppure non è cosa da poco. Tra i suoi estimatori illustri c’era Totò, il principe della risata, che ne gradiva il simpatico pizzicore; oppure, Mario Soldati, pure estimatore del vino Lettere, prodotto poco lontano; o ancora, Eduardo De Filippo. Ma dove lo trovate il Gragnano, al nord Italia? Lì preferiscono vini frizzanti piacentini o pavesi, non sempre buoni. Se avete coraggio, cercate il Gragnano della Cantina Caputo di Teverola (Caserta, via Garibaldi 64, tel. 0815033955), che oltre ai vini della sua zona fa anche il Lettere e, appunto, il Gragnano. L’Azienda vanta oltre cento anni d’attività , ed è oggi condotta da Mario e Nicola Caputo. Tra i vini di punta c’è il bell’Aglianico Zicorrà , ma noi vi segnaliamo il delizioso Gragnano, assaggiato da Angiulli a Candelo (Biella). Rosso rubino, ha un profumo dolce e piacevole di fragola e lampone maturo, freschissimo. In bocca è simpatico, asciutto ma non amaro, semplice, espansivo come un napoletano verace, e si adatta alla carne di maiale e a tutto quello che mangereste col Lambrusco.
(da Libero di sabato 20 agosto 2005, pag. 18)
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