Archivio della rubrica ‘Un buon bicchiere’
Tuesday, November 6th, 2007

Paolo Massobrio e Marco Gatti, le due colonne del Club di Papillon (la terza è Sandro Bocchio), sono due colleghi che mi hanno insegnato molto al momento di muovere i primi passi nella carriera. Oggi, in Regione Lombardia, hanno presentato l’edizione milanese di Golosaria, la mostra enogastronomica che quest’anno si terrà dal 10 al 12 novembra all’Hotel Melià, in via Masaccio. Molte cose son state dette, molti discorsi interessanti messi in campo da Paolo (tra cui uno sul “Posto a tavola”, cui ho intenzione di dedicare un post al più presto). Qui mi limito a far notare una cosa: ricordo ancora gli stolti che, anni fa, sostenevano che Papillon fosse “lo Slow Food di Comunione e Liberazione”, come se tra le associazioni di Alessandria e di Bra ci fosse una sorta di guerra civile del gusto. Oggi, grazie al cielo, questa canea sta cominciando a tacere, e ci si rende conto di come le associazioni possano davvero contribuire insieme a far crescere il territorio-Italia.
E non è tutto.
Massobrio e Gatti, ogni anno, lanciano un concorso di vini, i cui giudici sono proprio loro due medesimi. E’ l’ormai famosa Top Hundred, i cento vini migliori degustati dai due esperti meneghin-piemontesi.
Questa è la Top 2007.
Leggetevela e arrivate fino in fondo, ho alcune considerazioni da fare.
VALLE D’AOSTA
CAVE DU VIN BLANC DE MORGEX E DE LA SALLE Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de La Salle Rayon 2006
PIEMONTE
ABRATE Nebbiolo “Bricco rotondo” 2003
AZIENDA AGRICOLA BONDI Dolcetto di Ovada Superiore “D’uien” 2003
BOFFA CARLO Barbaresco “Vigna del casot” 2004
TENUTA MIGLIAVACCA Grignolino del Monferrato Casalese 2006
CASCINA BALLARIN Barolo “Vigna Bussia” 2003
CASCINA BRUCIATA Barbaresco “Rio Sordo” 2004
FRANCO MONDO Barbera d’Asti “Vigna delle rose” 2003
GEMMA Barolo “Giblin” 2003
GIULIO COCCHI Oro di Alta Langa “Toto Corde” 1999
MAZZONI Ghemme “dei Mazzoni” 2003
PODERI MARCARINI Barolo “Brunate” 2003
SANT’EVASIO Barbera d’Asti “Rosignolo” 2004
SANTA CLELIA Caluso passito “Dus” 2002
SOBRERO FRANCESCO E FIGLI Barolo 2003
TENUTA CA DU RUSS Brut rosè “Faiv” 2001
LIGURIA
BiO VIO Pigato “Marixe” 2006
COOPERATIVA AGRICOLTORI VALLATA DI LEVANTO Passito bianco 2004
FILIPPO RUFFINO Mataossu 2006
KA MANCINE’ SOLDANO Rossese di Dolceacqua “Galeae” 2006
LA FELCE Redimacchia 2005
M&P Cinqueterre Sciacchetrà “Pria” 2003
LOMBARDIA
ANTICA TESA NOVENTA Botticino “Vigna degli ulivi” 1999
BETTINI Valtellina Sforzato “Vigneti di Spina” 2002
CANTINA COOPERATIVA DI QUISTELLO Rosso del Vicariato 2006
CHIARA ZILIANI Franciacorta Brut “Ziliani C.” 2004
CONTADI CASTALDI Franciacorta Saten 2003
FAUSTO ANDI Pinot nero “La creatura” 2005
IL CALEPINO Spumante Brut “Il Calepino” 2003
IL CIPRESSO Moscato di Scanzo “Serafino” 2003
LE STRIE Valtellina superiore 2004
PERLA DEL GARDA Lugana “Madreperla” 2006
SACRAFAMILIA Astragalo (croatina,ughetta,vespolina) 2004
VILLA Franciacorta Selezione Brut 2000
VENETO
BORIN Cabernet Sauvignon Riserva “Mons Silicis” 2004
EMO CAPODILISTA LA MONTECCHIA Colli Euganei Fior d’arancio spumante 2006
LATIUM Valpolicella Superiore 2003
RUGGERI Prosecco di Valdobbiadene Dry Cartizze
SALVAN Colli Euganei Rosso “Oltre il limite e altro” 2003
TAMELLINI Soave Classico “Le Bine” 2005
TEDESCHI Amarone della Fabriseria 2003
VIVIANI Amarone della Valpolicella Classico “Casa di Bepi” 2003
ALTO ADIGE
ABBAZIA DI NOVACELLA A.A. V. Isarco Kerner “Praepositus” 2005
FERRUCCIO CARLOTTO AA Pinot nero “Filari di Mazzon” 2004
KOFELGUT Valvenosta Pinot Nero “Castelbello” 2003
TENUTA WALDGRIES AA Lagrein “Mirell” 2003
TRENTINO
CANTINA BOSSI FEDRIGOTTI Marzemino “Campobove” 2004
CANTINA LA VIS Trentino Muller Thurgau “Simboli” 2006
GINO PEDROTTI Trentino Vino Santo 1996
FRIULI
COLLE DUGA Collio Tocai “Colle Duga” 2006
PICECH Collio Pinot Bianco 2006
RONCO SEVERO COF Merlot “Severo” 2003
EMILIA ROMAGNA
BICOCCHI Lambrusco di Sorbara 2006
BRANCHINI Albana di Romagna passito “D’or luce” 2004
GOLINELLI Sangiovese di Romagna Superiore “Cubera” 2005
IL NEGRESE Gutturnio 2003
TENIMENTI SAN MARTINO Sangiovese di Romagna “Vigna 1922″ 2003
TENUTA PEDERZANA Ubi Major 2004
TOSCANA
ALTURA – CARFAGNA Ansonaco 2005
AVIGNONESI Vino Nobile di Montepulciano Riserva “Grandi Annate” 2003
CAPEZZANA Ghiaie della furba 2000
FATTORIA ISPOLI Chianti classico 2005
PODERE TERENZUOLA Colli di Luni Vermentino “Fosso di corsano” 2006
POGGIO ARGENTIERA Morellino di Scansano “Capatosta” 2005
POGGIO TORSELLI Chianti Classico Riserva 2003
TENUTA DI SESTA Brunello di Montalcino 2002
VILLA CAPRARECCIA Vermentino “Alighino della Vigna di Sopra” 2006
MARCHE
ACCATTOLI Rosso del monte 2006
CANTINA CAVALIERI Verdicchio di Matelica 2006
COLLI DI SERRAPETRONA Serrapetrona Doc “Collequanto” 2005
FIORINI Bartis (sangiovese,cabernet,montep.) 2003
VALLEROSA – BONCI Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore “San Michele” 2005
LAZIO
CANTINE CIOLLI Cesanese “Cirsium” 2003
TENUTA RONCI Lazio “Vigna Manti” 2004
UMBRIA
DOMENICO PENNACCHI Sagrantino di Montefalco “Terre di Capitani” 2002
MADONNA ALTA Colli Martani Grechetto 2006
PARDI Rosso di Montefalco 2005
ABRUZZO
CICCIO ZACCAGNINI Montepulciano D’Abruzzo “San Clemente” 2003
MOLISE
CIANFAGNA Tintilia del Molise “Sator” 2005
CAMPANIA
FONTANAVECCHIA Aglianico del Taburno “Gravemora” 2004
FORESTA Solopaca Aglianico 2004
IOVINE Penisola Sorrentina Lettere 2006
MASSERIA FRATTASI Falanghina del Taburno 2005
REALE ANDREA Aliseo (biancolella, biancazita e pepella) 2005
VILLA DIAMANTE Fiano di Avellino “Vigna della Congregazione” 2005
PUGLIA
CANTINA DUE PALME Salice Salentino Rosso Riserva “Selvarossa” 2003
FEUDI DI SAN MARZANO Primitivo di Manduria “Sessantanni” 2003
BASILICATA
CANTINA DI VENOSA Terre di Orazio Dry Muscat 2005
CALABRIA
CASA VINICOLA CRISERA’ Nerone di Calabria Rosso 2003
TERRE NOBILI Valle del Crati “Cariglio” 2006
ZITO Cirò Rosso Classico Riserva 2002
SICILIA
ALCESTI Sicilia Pignatello 2006
BAGLIO DELLE CICALE Sicilia Syrah 2006
BARONE BENEVANTANO Moscato di Siracusa 2003
CARLO HAUNER Malvasia delle Lipari passito 2005
FORACI Nero d’Avola “Tenute Dorrasita” 2004
PASSOPISCIARO Nerello Mascalese “Passopisciaro” 2004
TENUTA DELLE TERRE NERE Etna rosso “Vigneto Guardiola” 2004
SARDEGNA
CANTINA SOCIALE DI BADESI LI DUNI Vermentino di Gallura “Nozzinnà” 2006
ROCCAVORTE Muscadellu 2006
Beh, che dire? C’è veramente di tutto, in questa lista. Ci sono vini già consacrati, appaiati a bottiglie assai meno note. Questa selezione, che sarà servita in esclusiva all’enoteca di Golosaria dal grande Fabio Scarpitti (il grande talent scout del vino, impareggiabile dissacratore dei paludamenti dei sommelier vecchio stampo), di per sé è intelligentissima, ma è rimarchevole almeno per un’altra ragione. Da una parte, non è la solita “Classifica-fotocopia” coi vini che tutti premiano urbi et orbi ogni anno; dall’altra, non è nemmeno un elenco revanscista, una messinscena del tipo “i vini veri ve li facciamo vedere noi, mica le guide!”. Semplicemente, è la cantina ideale 2007 secondo Gatti-Massobrio, i vini che valgono la pena di essere raccontati e consigliati.
L’anno scorso ricordo benissimo di aver avuto ampie riserve sull’inserzione di un vino come il Magma di Frank Cornelissen, che sarà stato naturale, “vero” e tutto quello che volete, ma che francamente non mi aveva convinto proprio (anche se probabilmente l’assaggio del novembre scorso era fin troppo prematuro). Quest’anno ho poco da dire, per ora, sui vini che non ho mai provato: ve ne parlerò dopo Golosaria. Sul resto, posso dire che son contento per la premiazione del Rayon della Cantina di Morgex, un bianco che veramente merita ampie lodi e che, quest’anno, è l’unica bottiglia valdostana “nominata”; per il Piemonte, la passione di Massobrio per la tradizione ben giustifica la scelta del Grignolino della Tenuta Migliavacca; “fuori dal coro” la citazione del Mataossu, lo stuzzicante brut di uva lumassina che Filippo Ruffino trae in Liguria. Altri vini “simpatici” e inattesi tra le nomine? Il Rosso del Vicariato di Quistello, il Lambrusco di Sorbara Bicocchi, il Lettere di Iovine: i vini di questa tipologia hanno sempre cittadinanza in questa hit parade.
Abbastanza risicati i riconoscimenti per Alto Adige e (ma non è una novità) Friuli: che la vocazione “rossista” dei due moschettieri abbia fatto capolino? Che altro dire? Arrivederci a Golosaria.
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Saturday, November 3rd, 2007
Vi propongo oggi un “inedito”. Si tratta dell’ampio servizio che, su Libero, il luglio scorso ho dedicato al vino da Messa. Cari amanti del vino vero e naturale, a me gli occhi: se davvero esiste un vino naturale e incorrotto, è proprio quello da Messa. Nell’infografica, due dei più famosi esemplari: quello della Pellegrino e la Malvaxia Sincerum di Bava.
Si può sempre fare a meno del vino in qualsiasi contesto? Molta gente è pronta a dire di sì. Peccato che non sia così. C’è un’occasione precisa in cui il vino non può tassativamente mancare, né sostituire con acqua o altre bevande: si tratta della Santa Messa cattolica, che prevede la consacrazione di pane e vino e la loro transustanziazione nel corpo e nel sangue di Cristo.
E qui, non c’è sostituzione che regga. Il diritto canonico, nel codice 924, si esprime con chiarezza: “Il sacrosanto Sacrificio eucaristico deve essere offerto con pane e vino, cui va aggiunta un po’ d’acqua [...] Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato”. Quindi vero vino, non si scappa: non birra, né bibite gassate.
Ma cosa finisce davvero nelle ampolline delle chiese di oggi? La produzione del vino da Messa, attualmente, segue due filiere produttive: la prima è quella legata a vigneti e cantine legate ad ordini religiosi. La seconda è quella che invece fa capo ai produttori consueti, quelli “laici”: nel qual caso, il loro prodotto, per apparire sugli altari ecclesiastici nelle celebrazioni eucaristiche, deve essere stato preventivamente autorizzato dalle autorità religiose. In parole povere, il loro vino deve sottostare ai duri dettami del diritto: “Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato”.
In ogni caso, sgomberato il campo degli equivoci sul Vin Santo (che si chiama così non perché fosse destinato alle Messe – o almeno non solo -, ma perché ricordava i vini nati sull’isola greca di Xantho), la domanda che scatta è una: bianco o rosso? Chi non abbia fatto il chierichetto in gioventù, spesso si stupisce del fatto che nei calici delle chiese il vino è soprattutto bianco. La ragione è squisitamente d’opportunità: non richiedendo il Codice Canonico un vino di particolare colore, solitamente si opta per il vino bianco perché lascia macchie meno visibili su corporali, purificatoi e altri parati bianchi eucaristici da altare.
E chi lo produce? Nel cuore di Gino Veronelli (e di numerosissimi parroci del nord Italia) si era stampato indelebilmente il buono, dolce, leggero Moscato vinificato a Santo Stefano Belbo dalle monachelle dell’Ordine delle Figlie di San Giuseppe. Abbiamo più volte assaggiato questo prodotto, e mostra i pregi e i difetti di quello che è, sostanzialmente, un Moscato d’Asti a tappo raso. Tra i pregi: i profumi delicati di fiori e lavanda, il sapore dolce e fresco, la gradazione leggera. Sull’altro piatto della bilancia, va detto che, come ogni Moscato d’Asti, anche quello delle suorine dà il meglio di sé relativamente in epoche relativamente prossime a quella della vendemmia. Spesso, basta qualche mese per vederne modificare le caratteristiche, con la freschezza (data dall’acidità) che si “siede”, e il sapore che diventa stucchevole.
Certo non corre questo rischio la produzione della Carlo Pellegrino di Marsala (Trapani), che stilisticamente sta sull’altra faccia della luna: vini densi, liquorosi, di elevata gradazione. Fanno un vino da Messa bianco, e uno Rosso che abbiamo avuto occasione di provare spesso. Nei fatti, si tratta di un vero e proprio Marsala Rubino: colore violaceo scuro, profumi densissimi di ciliegia sotto spirito, sapore avvolgente, carico, imponente. Se c’è da credere a chi dice che i vini rossi all’epoca di Gesù fossero possenti e “graduati”, questo rosso di Pellegrino, che ci è capitato di rinvenire persino in una parrocchia brianzola, ne rende bene l’immagine.
Un altro che nel vino da Messa ha investito risorse e tempo è Roberto Bava di Cocconato (Asti). Anni fa lui e il giornalista Paolo Massobrio lanciarono persino i Seminari Internazionali sul Vino da Messa, intitolati Il Vino sull’Altare. In uno dei possedimenti dell’azienda, la Casa Brina, è stato allestito una sorta di piccola cantina-museo con una bella raccolta dei vini da Messa da tutto il mondo. Non a caso, in questa che è chiamata Terra dei Santi, nacque un certo San Giovanni Bosco: non tutti lo sanno, ma il prete dei giovani scrisse un libretto, L’Enologo Italiano, riguardante il mondo del vino. Come che sia, Roberto Bava è pure produttore: per le chiese di tutto il mondo realizza il Malvaxia Sincerum , un passito tratto dall’uva malvasia rossa di Schierano, che inalbera tanto di etichetta in latino, autorizzazione del Vicario Foraneo e timbro della Curia Vescovile di Casale Monferrato. Dalla mente di Bava è uscito anche un altro vino, l’Alleluja, svenevole e barocco Moscato liquoroso. Anche qui l’etichetta parla chiaro: Ex genimine vitis, impollutum (vino naturale, incorrotto, nato dalla vite).
(da Libero di sabato 21 luglio 2007, pag. 21)
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Monday, September 24th, 2007
Si può nascondere così bene la barrique da renderla quasi inavvertibile, ossia riconducendola alla sua funzione originaria di “mezzo” dell’affinamento, e non di “fine” necessario a dare quel timbro gusto-olfattivo che qualsiasi consumatore un po’ scafato riesce subito a focalizzare? Evidentemente sì. E alla Cascina Orsolina di Moncalvo (Asti) lo sanno fare. Non a caso, possono avvalersi di un enologo competente e abile come Donato Lanati.
Bando alla ciance: la Barbera d’Asti Superiore Bricco dei Cappuccini 2003 va provata. L’uso della barrique per la Barbera, come molti, sanno, è stato introdotto tra i primi da Giacomo Bologna: vedendosi bocciare la sua adorata Monella (Barbera vivace del Monferrato) dai degustatori francesi, scelse di sposare le loro tecniche e i loro gusti, introducendo la piccola botte a Rocchetta Tanaro con risultati encomiabili. Ed encomiabile è anche questa Barbera di Moncalvo, dove la barrique è talmente giudiziosa che non si sente neanche, specialmente in bocca. L’etichetta della 2003 è un po’ diversa da quella che vedete in immagine, ma per il resto il Bricco dei Cappuccini è esattamente come lo descrivo io: un vino color rosso scuro, con consistenza sensibile ma non marmellatosa. Al naso, fruttato tondo di amarene e mirtilli, con un che di floreale sullo sfondo: forse è proprio questa relativa rotondità dell’espressione fruttata a tradire in qualche modo l’impiego di carati piccoli. Anche perché in bocca avrete la vera sorpresa: un’acidità sontuosa, magnificamente in evidenza, equilibrata e raffinata, ma percettibilissima e rinfrescante. Il corredo tannico è sicuramente buono, e in ogni caso non c’è la minima traccia della mollezza che caratterizza il cattivo uso dei piccoli carati. E’ un vino che lascia la bocca perfettamente pulita, non zuccherosa, vanigliosa o comunque appesantita. Abbinamento? L’oca ripiena arrosto.
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Friday, August 31st, 2007
Quando Aristide ieri ha riportato un bel racconto di degustazioni della manifestazione Vinea Tirolensis, la “mostra” dei vini prodotti dai più piccoli vignaioli altoatesini, mi è sovvenuto un ricordo piacevole. Ho partecipato a tre edizioni di questa rassegna (2003, 2004 e 2005), serbando il gusto e il profumo di quei vini grandiosi, espressivi di un territorio come pochi altri. Ho ancora nel naso il Traminer 2002 di Andreas Widmann (minerale, terso, perfettamente armonizzato con un palato viceversa grasso) e 2003 (più rotondo). Mantengo ancora un vivo piacere nella memoria per il Pinot Bianco di Falkenstein, così possente e robusto.
Che bei ricordi.
E pure i ricordi gastronomici. A Bolzano, il negozio Seibstock, sotto i portici, è forse più fascinoso della sua “casa madre” di Merano: paste secche dei migliori produttori italiani; speck altoatesino “vero” (ossia non carne praticamente fresca e insapore, ma stagionata e giustamente sapida, anche se sicuramente non proveniente da animali locali); un rotolo di spinaci ripieno da leccarsi i baffi.
Un grande speck si può mangiare anche a Terlano, nella macelleria Theo Nigg (piazza Karl-Atz 3, tel. 0471257128). La visitai nel 2005, quando Vinea ebbe luogo a Merano, e mi innamorai subito di quello speck eccezionale. Quanto sia difficile trovare uno speck dell’Alto Adige fatto coi maiali del posto, l’ho scritto più e più volte. Allora tanto vale affidarsi a macellai che scelgono le cosce migliori e le stagionano adeguatamente. Questo di Nigg è maturato per 9 mesi (normalmente, è già tanto trovarne uno di 6 mesi), e la differenza si sente. Pure i wurstel sono casalinghi, al pari della testina di vitello bollita, pronta da tagliare e da mangiare, come usa qui, con anelli di cipolla. Poi c’è il bauernschinken, saporoso prosciutto cotto fatto in casa, simile al Praga. E non mancano i formaggi, primo tra tutti il simpatico, ombreggiato, enigmatico Graukäse. Merita una visita.
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Wednesday, July 25th, 2007


Finalmente, una controetichetta che parla chiaro. Quante volte i retri delle bottiglie di vino sono altrettanti “bugiardini” con consigli di abbinamenti e sciatte descrizioni organolettiche? Invece, il Salvino 2004 del Podere Erbolo di Gaiole in Chianti (Siena) dice pane al pane, e soprattutto vino al vino.
Podere Erbolo, per chi non lo sapesse, è l’azienda oli-vinicola di Filippo Cintolesi, noto commentatore di questo ed altri blogg, blogger lui stesso, faccia da bravo ragazzo, laureato in fisica (o chimica, non ricordo bene), legato alla sua terra come l’ostrica allo scoglio. Nella sua piccola azienda senese produce anzitutto un notevole olio extravergine d’oliva, l’Erbolo, che commercializza sotto la Denominazione d’Origine Protetta Chianti Classico, ed è una sintesi di perfetta tipicità della cultura olearia toscana. Alla giornata dei sovversivi del gusto di Gavardo l’ho provato, e ho avuto modo di assaggiarlo assieme al vino bandiera dell’azienda, che è appunto il Salvino 2004: Igt Toscana, di fatto è un Chianti Classico “all’antica”, che sagacemente l’etichetta definisce “espressione del precedente stile locale”. L’uva è quella di viti di sangiovese di trent’anni, mescolata al classicissimo canaiolo nonché ad uve bianche (trebbiano, malvasia) in piccole quantità: una prassi consolidata molti anni fa, che da tempo è in decadenza. I produttori preferiscono “riscaldare” i vini con le uve rosse anche internazionali ammesse dal disciplinare, anziché “rinfrescarlo” con i grappoli bianchi: sicché, all’uopo sono state escogitate Doc “di riciclo” (Val d’Arbia) o autentiche operazioni di marketing come il Galestro (che si autodefinisce così nel suo sito web), per gestire in qualche modo il trebbiano e la malvasia destinate a rimanere sui tralci e non più utilizzate per il Chianti e gli altri rossi, oltre che troppo abbondanti per diventare Vin Santo nella loro totalità. Cintolesi opera in controtendenza: con i vitigni bianchi nel Chianti, e un affinamento in botti grandi e piccole, in ogni caso usate, ci dà un vino simpatico, privo di fronzoli com’è il suo creatore e come sono i “toscanacci” della zona. Data l’occasione, non ho potuto degustarlo con calma e approfondimento, ma i tratti salienti si sono imposti nella memoria. Il profumo è elegantemente floreale (violetta), mentre il sapore è pieno, pieghevole, sostenuto da un’acidità rinfrescante, che davvero spinge a berlo facilmente anche d’estate e anche in bicchieri di plastica, benché preferisca ovviamente un bel calice di vetro non troppo ampio. Fresco di cantina (15°-16°) può essere un grande accompagnamento a un barbecue domenicale (che non manchi il manzo, mi raccomando), o magari anche solo a una panzanella.
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Monday, July 16th, 2007
W la Barbera, e chi la sa aspettare. Ha ragione Paolo Massobrio, quando asserisce che dal vitigno più bistrattato del Piemonte possono uscire vini assai forieri di sorprese anche nel lungo e nel medio periodo, e non solo nell’immediato. Col tempo, la Barbera mantiene le sue caratteristiche, e anzi affina ancor più la sua piacevolezza, se chi l’ha fatta ha saputo farla bene. E gente che la sa fare c’è.
Ci sa fare Giorgio Cappricci, industriale milanese che da qualche anno, a Nizza Monferrato (Asti), manda avanti la Cascina Sant’Anna, una piccola realtà ben poco conosciuta al grande pubblico (non sono riuscito a trovare nemmeno una foto) ma nota ai bevitori più attenti. Ebbene, Giorgio fa una Barbera d’Asti Superiore, la Tredici Lune, che può sfidare gli anni senza problemi. Sono reduce dalla sorseggiata di un 2000: che gran bel vino! Questo 2000 si presenta oggi con una veste color rubino scuro, cui gli anni e la permanenza in bottiglia hanno conferito una bell’unghia granata. Al naso? Dategli tempo qualche minuto, o magari qualche ora, senza usare il decanter ma versandolo in bicchieri di adeguata ampiezza. All’inizio ha ovvi cenni di chiusura, ma l’apertura che seguirà vi mostrerà un mirtillo nero inequivocabile, oltre alla marasca sotto spirito e a sentori terziari ed eterei. In bocca invece si paleserà fin da subito: un sorso galoppante, non statico, retto dalla spada d’acidità che è tipica del vitigno e che questa bottiglia non rinnega. C’è acidità, ma c’è anche velluto, stoffa, corpo, pulizia, sostanza e, soprattutto, una lunghissima PAI (tanto per usare la terminologia tecnica AIS). Un vino di equilibrio esemplare. Morale di tutto: aspettate la Barbera, chi va piano va sano e va lontano.
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Monday, July 9th, 2007
Sabato la pagina gastronomica settimanale su Libero ha avuto, nella mia rubrica, un protagonista speciale: il Morellino Capatosta 2005 di Poggio Argentiera. Personalmente lo consiglio a tutti, ed è piaciuto moltissimo pure a mio padre. Gianpaolo Paglia, il produttore, considera il 2005 come la versione forse migliore di sempre della loro etichetta più importante.
La costa toscana, si sa, da lungo tempo è terra di vini che piacciono molto, agli italiani e non solo. Dopo la vera e propria ubriacatura scaturita a Bolgheri attorno allo stupendo Sassicaia, con tutta una serie di aziende agguerrite e vogliose di sfruttare al meglio un terroir generoso come pochi, le attenzioni si sono rivolte a zone più meridionali della Maremma. Da qualche anno, soprattutto, la gente si è accorta che più giù, vicino Grosseto, si produce un grande vino rosso: il Morellino di Scansano.
Se gente come la famiglia Biondi Santi ha ritenuto di dover investire in quest’area (vedi Castello di Montepò), se ne possono intuire perfettamente le potenzialità. Pensate a una Montalcino che abbia in più la benigna presenza del mare: il paragone l’ha suggerito anni fa al collega Paolo Massobrio la produttrice Elisabetta Geppetti, altro nome di spicco della denominazione (che dalla vendemmia 2007 sarà DOCG). A noi spetta oggi però il compito di raccontarvi di un altro vignaiolo capace di far meraviglie col Sangiovese (uva di base del vino) e con le viti: si tratta di Gianpaolo Paglia, mentore dell’azienda Poggio Argentiera, di Grosseto (loc. Banditella di Alberese, tel. 0564405099). La sua bravura si intuisce fin dal caldo Morellino Bellamarsilia, profumato e lineare. Ma col Morellino Capatosta 2005 vi leverete il cappello fin dal color rosso granato. Sentite il profumo: l’influenza del mare si sente con chiarezza, accanto al fruttato di fondo. In bocca è vivido con ampiezza, di falcata possente, con un tocco d’acidità e freschezza che lo rende non ponderoso ma imponente. Provatelo con la ricca cacciagione che si mangia in zona e anche più su (cinghiale, colombaccio al pentolo).
(da Libero di sabato 7 luglio, pagina 20)
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Monday, July 2nd, 2007
Rivedere la famiglia Parona, anima e cuore dell’Azienda Agricola La Basia di Puegnago del Garda (Brescia) mi ha fatto davvero molto, molto piacere. Conobbi la signora Elena alcuni anni orsono, quando un mio amico di vecchissima data tentò la strada del rappresentante di vini: ricordo la gentile personalità delle loro bottiglie gardesane.
Ieri, alla giornata pensata genialmente dal furetto Adriano Liloni a Gavardo, è stato appunto un gradito ritrovo, quello dei nettari di Elena Parona: e un ritrovo il cui piacere è stato vieppiù accresciuto da un sensibile aumento della personalità dei prodotti. «Da allora abbiamo fatto molta strada», dice Elena, ed ha ragione: nuova cantina, nuovi vigneti, un bel po’ di esperienza in più.
Il re della giornata è stato il Chiaretto del Garda La Moglie Ubriaca 2006. Già Paolo Massobrio, giovedì scorso, nella sua rubrica sulla Stampa ne aveva giustamente tessuto le lodi. E a ragione. Questo Chiaretto è uno dei grandi vini rosati italiani, in grado di guardare senza rossori anche le più blasonate bottiglie pugliesi o calabresi. Del resto, è o non è il Garda il più “mediterraneo” dei laghi italiani? Il colore è un rosa salmonato intenso, luccicante, coinvolgente. E il profumo? Sembra un rosato del Salento: la nuance intensa di caramella dura inglese (vero e proprio marchio di quasi tutti i grandi rosé italiani) e di smalto per unghie si mescola con armonia alle percezioni di banana matura, menta e rosmarino. La complessità olfattiva si ripete, senza peraltro farsi invasiva, pure al gusto. In bocca questo Chiaretto è elegante ma di solida struttura, rinfrescante ma “importante”. Lo immagino in abbinamento alla zuppa di pesce del Giardino degli Aranci di Ostia.
In ogni caso, pare non sia vero che non si possa avere la moglie ubriaca e la botte piena: la Basia ci offre anche quest’ultima, nelle sembianze di un bel Garda Groppello.
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Wednesday, June 20th, 2007
Che buoni i vini bianchi della Valle Isarco! Il comprensorio vinicolo più a nord di tutta Italia è in grado di emozionare davvero, grazie a una manipolo di produttori con gli attributi, che sanno valorizzare al meglio un territorio che riesce a dare il meglio con certe uve. Il mio consiglio è di farci un giro: andate a Bressanone, ammirate questa stupenda cittadina così antica e montana, poi puntate diritti su Varna, verso l’Abbazia di Novacella. Rimarrete rapiti dalle bellezza del luogo, dalla chiesa affrescata che rievoca analoghe abbazie austriache (Melk, St. Florian) e, non ultimo, dallo spaccio dei prodotti abbaziali. E qui sta il punto: l’Abbazia, come molti ben sanno, è un produttore di vino, tra i migliori dell’Alto Adige. Dai suoi vigneti trae in pratica tutte le tipologie più tipiche dell’enologia sudtirolese. C’è la linea Praepositus, che è un po’ quella delle “selezioni”, delle bottiglie importanti: ciononostante, anche i vini “di base” possono dare soddisfazioni rilevanti all’appassionato bacchico.
Ad esempio, il Kerner 2006, provato sabato. Da quest’uva-incrocio così tipica e fortunata nella zona, la kellerei abbaziale trae un vino dal colore paglierino delicato, brillantissimo. Il profumo è inequivocabile nei suoi ricordi agrumati e nei buffi di rosmarino, salvia ed erbe aromatiche che fanno da filigrana. E che sapore! Sapido, elegante, alto di portamento come un’intrigante modella teutonica dallo sguardo complice. Un vino fresco, invogliante nella sua acidità che stuzzica, e probabilmente anche piuttosto serbevole. Il problema è che, buono com’è adesso, non vien voglia di starlo ad aspettare.
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Monday, June 11th, 2007
Mirco Mariotti di Argenta (Ferrara) è un personaggio molto interessante. In rete è conosciuto per il suo Blog&Wine, intitolato con grande orgoglio ai vini delle sabbie della campagna ferrarese: è non è un caso. Non per niente, si tratta di uno dei non molti vignaioli che perpetuano la tradizione del vin d’uva d’oro: un vino rosso decisamente secco e simpatico, originario della zona del Bosco Eliceo. Chiunque faccia un giro da quelle parti passando per la Strada Romea potrà capire un po’ le particolarità di questa terra a cavallo delle foci del Po. Naturalmente, è d’obbligo poi un pranzo da Igles e Pia alla Locanda della Tamerice di Ostellato, oppure alla Capanna da Eraclio di Codigoro.
Intanto, gustatevi il pezzo uscito sabato per Libero, e dedicato al vino gustoso e gradevolissimo che Mariotti ottiene tutti gli anni dalle sue affezionate vigne.
Semplice, virile e spontaneo: abbiamo pensato a questi aggettivi assaggiando qualche giorno fa un vino assai particolare, la Fortana del Bosco Eliceo 2005 di Mirco Mariotti di Argenta (Ferrara), nata tra le sabbie del litorale ferrarese. Si dice che il vitigno fortana, noto anche come uva d’oro, arrivò da queste parti nel tardo ’500, addirittura dalla Borgogna, in Francia.
Come che sia, quest’uva s’è acclimatata benissimo in questo lembo di terra sabbiosa, famosa per l’abbazia di Pomposa e per il bosco della Mesola. Già negli anni ’70 Gino Veronelli magnificava la ruspante contadinità del vino rosso che ne scaturisce tuttora. Mirco Mariotti ha imparato il mestiere da suo padre Giorgio, fondatore nel 1976 dell’Azienda Agricola Mariotti – La Bottega del Vino, in quel di Argenta (via Circonvallazione 10, tel. 0532804134), e da un antico vigneto in mezzo alle dune, la vigna Fondo Luogaccio, trae la sua Fortana, vinificata ferma (esiste pure la frizzante). L’annata 2005 ha regalato un nettare color rubino intenso, dai profumi soprattutto vinosi e franchi, con un lieve fruttato di fondo. In bocca è decisamente secco, austero, dai tannini percettibili, ben armonizzati, perfetto sull’anguilla alla brace, o sulla locale salama da sugo.
(da Libero, sabato 9 giugno 2007, pag. 23)
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