Category Archives: Un buon bicchiere

Vigna Migliolungo, il lambrusco ibrido delle uve perdute

20130226-174439.jpg
Una foto grande qualità Iphone: questo è ciò che posso offrirvi per farvi “vedere” il Vigna Migliolungo, uno dei migliori lambruschi emiliani.
Il gusto e il profumo, viceversa, posso solo raccontarveli a parole. E la faccenda non è difficile, dato che si tratta di un vino che davvero fa racconti.
Tutto nasce da un sodalizio tra la Cantina di Arceto (la frazione di Scandiano, nel Reggiano) e una scuola professionale, l’Istituto Tecnico Agrario Zanelli, di Reggio Emilia. Grande è la paternità dell’istituto scolastico in questo progetto: in appezzamenti appena fuori città, questa scuola ha tenuto vive non meno di 40 antiche varietà di uva, che stavano scomparendo.
Qualche nome? Lambrusco oliva, amabile di Genova, sgavetta, cornona, filucca, uva della quercia, termarina rossa, fogarina (quella della canzone), covra, covretto, rossara, uva tosca, picol ross, scorza amara, uva bisa, lambrusco nobel, lambrusco viadanese, lambrusco Corbelli… Tutto questo bendiddio un tempo serviva per farsi il vino. Perché dunque non provarci anche oggi? Ecco allora sopraggiungere la Cantina di Arceto: noi ci mettiamo i locali di vinificazione, l’attrezzatura e il nostro “saper fare”. Ed ecco nascere le bottiglie di questa ghiotta meraviglia.
L’annata 2011 mostra un vino rubino tendente al violaceo. Il Lambrusco non è quasi mai un vino da svenimenti olfattivi o profumi ultracomplessi: i sentori sono leggeri, fermentativi e di frutta rossa selvatica che via via viene fuori. Il sapore è secco, sferzante ma composto e non acidulo. Veronelli lo definirebbe “scorrilingua” e lo abbinerebbe alla bagna caoda. Pure io rimango ammirato di fronte ai tannini leggeri ma presenti, che asciugano la bocca senza allappare. Un vino ideale col bollito e la cassoeula, altroché.
Per non saper né leggere né scrivere, aggiungo che della Cantina di Arceto ho provato pure il Niveo, un Lambrusco che ha diritto alla DOC Reggiano (il Migliolungo è Emilia IGT) e nasce da un assemblaggio di lambrusco Maestri, lambrusco Salamino e del sottovalutato malbo gentile. Il colore è più limpido e chiaro, l’olfatto quasi sovrapponibile. La bocca, più semplice, è pure in questo caso cordiale ed espansiva. Un altro vino da tenere a mente.

Cantina di Arceto
via 11 Settembre 2001, 3
Loc. Arceto
Scandiano (Reggio Emilia)
Tel 0522989107

Cascina I Carpini: non solo Timorasso per la pasta alle acciughe

Cascina I Carpini
Considero Paolo Carlo Ghislandi una persona d’oro, in un mondo del vino dominato dai parolai e dai teorici più spregiudicati. Lui, piemontesemente, alle parole preferisce i fatti. Non pontifica, non si crede superiore al mondo intero. Lui sta NEL mondo, e al mondo offre il suo vino: il vino di Cascina I Carpini, l’aziendina che manda avanti sui suoi colli tortonesi.
Colli tortonesi vuol dire Barbera, ma non solo: vuol dire Timorasso. Un vino che nasce dal vitigno omonimo testardo, difficile da allevare e diventato raro decenni fa. Alcuni valorosi produttori decisero di recuperarlo, per valorizzarne le caratteristiche di struttura e anche di longevità. Bene: Paolo Carlo produce inebrianti bottiglie di Timorasso. Queste saranno oggetto di altri racconti.
Qui vi parlo del Rugiada del Mattino 2010, che Timorasso non è. Per essere chiari, il timorasso c’è, ma in percentuale minima, diciamo da comprimario. I deuteragonisti sono due: cortese e favorita. Sì, la favorita, quell’uva bianca diffusa nelle Langhe e nel Roero, che dà normalmente vini bianchi semplici e non troppo complessi. E certo questo Rugiada non insegue i fantasmi di una concentrazione fuori dal comune. Anzi, vuole porsi come un bianco simpatico, alla mano, senza tomi di filosofia tra le mani ma con molte cose da dire.
Svelto nel suo color paglierino chiaro e nei suoi profumi sottili di camomilla e fiori bianchi, in bocca è dritto, movimentato”, fresco, agile, scattante. Perché non abbinarlo allora a una particolare ricetta che ho scovato su un libro di Vincenzo Buonassisi?
Salsa di acciughe al vino bianco, con cui condire la pasta.
Gino Veronelli, su alcuni vecchi testi, ammetteva testardo di amare l’abbinamento del Cortese con la bagna caoda, contro tutto e contro tutti, ossia contro chi preferisce la Barbera. Trovava che la simpatia del Cortese fosse ideale con aglio e acciughe, e rilevava come chi usasse la Barbera di solito in questi casi adoperava una Barbera giovane, frizzante, spesso mossa, capace di pulire la bocca: in poche parole, chiosava Gino, con caratteristiche sovrapponibili, o quasi, al Cortese.
E allora, ho, usato questo bianco dei Carpini sia nella preparazione che nella bevuta a cena.
Per 500 g di pasta, ho rassodato quattro uova, le ho sgusciate, ho estratto i tuori e li ho battuti assieme a circa 15 filetti d’acciuga sott’olio. Ho iniziato a incorporare olio extravergine mescolando sempre, poi ho unito un terzo di bicchiere di Rugiada del Mattino. Ancora altre mescolate, un goccio ulteriore di olio ed ecco pronta la salsa, con cui ho condito tagliatelle Cavalier Cocco di farro. Una cosa da niente, ma poeticissima. E perfetta da gustare con quel vino.

OltreLaStoria: la riscossa dell’Oltrepò Pavese parte da Monsupello

Marco Bertelegni
L’Oltrepò Pavese, lo sappiamo tutti, è forse il più importante comprensorio vinicolo della Lombardia, eppure soffre tuttora di problemi d’immagine. Non sono bastati ancora venticinque anni di rinascita, con bottiglie sempre più ambiziose e interessanti: l’Oltrepò continua a soffrire del complesso della damigiana. Era in Oltrepò che i milanesi, fin da epoche paleocristiane, si recavano per procacciarsi vini a costo basso e in grande quantità. Con un simile mercato assicurato, parecchi produttori certo non avevano interesse a far qualcosa di meglio. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: ci sono viticoltori che faticano a vendere il loro prodotto al prezzo che merita. Non si contano le aziende chiuse, che dopo fuochi d’artificio effimeri si sono ridotte a vendere uve senza più vinificare.
A questo, Roger Marchi, Matteo Berté e l’amico gamberista Francesco Beghi non ci vogliono stare. E si sono inventati il progetto OltreLaStoria: serate conviviali all’insegna della bevuta oltrepadana, con sfoggio di vini di annate inaspettate. E questo per dimostrare che anche negli anni più bui c’era anche qui chi voleva sfidare i grandi mercati della qualità.
L’anno scorso ho avuto il piacere e l’onore di presenziare a uno di questi consessi. Al Prato Gaio di Montecalvo Versiggia (Pavia), grande ristorante della Valle Versa, ha avuto luogo la presentazione di succose bollicine del Monsupello, un’azienda che, senza esagerare, per la sua costanza qualitativa spalmata su un numero addirittura eccedente di etichette è da annoverare tra le più interessanti non solo della Lombardia ma di tutt’Italia.
Lassù vedete Marco Bertelegni, enologo di casa Boatti, alle prese con uno di questi spumanti. Pinot nero in grande prevalenza, con un saldo di chardonnay: questo è il Nature Pas Dosé della famiglia Boatti, una bollicina di razza e struttura, perfetta da tutto pasto per la sua pieghevole versatilità, idonea all’abbinamento coi piatti di Giorgio Liberti e con molto altro. Risalimmo fino all’annata 2002, scoprendo un bicchiere potente, fresco, esagerato.
Col passare del tempo, gli amici hanno organizzato altre occasioni d’incontro, e altre ancora ne sono in programma. Basta tener d’occhio il blog. Uomo avvisato…

[Foto: Marco Bertelegni per OltreLaStoria]

Giorgio Sobrero: un produttore contadino per un Dolcetto cubista

Giorgio Sobrero

«Provi un po’ questo Dolcetto, le piacerà!»: Gigi Perotti dell’Aurora, a Milano, mi intratteneva mentre ieri aspettavo i miei genitori al suo ristorante, per pranzare tutti insieme. Per ingannare il tempo, decideva di stappare un Dolcetto d’Alba che ancora non aveva inserito sulla sua nuova carta dei vini: io avevo chiesto se fosse disponibile il (Dogliani) San Luigi di Quinto Chionetti per il pasto. Lui mi disse di sì, che c’era, però ci teneva tantissimo a farmi provare una bottiglia-sorpresa, di quelle che costano poco ma che sono sincere, contadine.
Così, tirava fuori dalla cantina un Dolcetto d’Alba Simbiosi 2007 di Giorgio Sobrero da Montelupo Albese, provincia di Cuneo (la foto qua sopra l’ho trovata sul sito istituzionale del Comune, naturalmente sono disponibile a rimuoverla su richiesta).
Non so se i Corsari del gusto, che apprezzano molto il Dolcetto di Mariano Sardo, conoscano anche questo produttore. Io mi sento di consigliarglielo. E’ davvero un produttore di vino contadino nel senso migliore. Lo è pure nella semplicità dell’etichetta, senza decorazioni, lineare e leggibile. Ma soprattutto, lo è nella sostanza. Avete presente il Dolcetto “baroleggiante” in barrique? Ecco, questo Simbiosi non potrebbe esserne più distante. Versandolo nel bicchiere colpisce fin dal colore, che è rubino intenso, carico ma non artificiosamente concentrato. Lascia dei begli archetti sul bicchiere. Il profumo non dà spazio a dubbi: il vinoso prevale, senti proprio la buccia dell’uva schiacciata, assieme al mallo fresco di noce, a un poco di terra bagnata e a un impercettibile sottofondo fruttato che stende su questo insieme ruspante una filigrana d’eleganza. In bocca, il carattere campagnolo irrompe: acidità, acidità e ancora acidità, non allo stato brado ma ben domata. Il corpo boccale è decisamente largo, sostenuto da un titolo alcolometrico di 13 gradi. Un bicchiere irruento ma non scomposto, viceversa scolpito e geometrico, quasi cubista.
Volete poi sapere se ho scelto questo oppure il San Luigi 2006 di Chionetti? Ebbene, con la famiglia li abbiamo bevuti entrambi. Del più famoso collega parlerò in un altro post.

Lo Schioppettino d’estate è una schioppettata

Schioppettino Vigna TraversoAltro assaggio quasi casuale, ma ancora una volta gradito e molto ma molto interessante. A dispetto della sua vocazione “bianchista”, il Friuli può vantare una buona tradizione di vitigni a bacca rossa. Oltre a cabernet e merlot (che pure qui ben difficilmente si possono dire “internazionali”, anzi sono quasi figli adottivi), il Friuli è terra di uve rosse più o meno autoctone: anche senza andare a parare su curiosità come il piculit neri, il cjanorie o il forgiarin, abbiamo il tazzelenghe, il refosco dal peduncolo rosso, il pignolo, il franconia (non è proprio friulano, ma anche lui è stato adottato) e lo schioppettino. Quest’ultimo, detto anche ribolla nera, è tipico della zona tra Prepotto (il comune in provincia di Udine, non l’omonima località carsica) e Cividale del Friuli, ed è in grado di dare vini assai variegati nelle caratteristiche, ma comunque originali e piacevoli. Ad esempio, si va dall’appassimento concentrato perseguito da Davide Moschioni, alla linearità di Zof di Corno di Rosazzo, capace di colpirmi nel 2000 con uno Schioppettino 1993 vivido e cordiale.
L’assaggio di cui parlerò oggi è quello del Colli Orientali del Friuli Schioppettino 2005 di Vigna Traverso, proprio di Prepotto, azienda legata a una famiglia di produttori veneti di grande professionalità. Lo Schioppettino 2005 passa in barrique nuove e usate per poco tempo (7-8 mesi) prima di finire in bottiglia, e poi essere commercializzato dopo congrua attesa. Il risultato è un vino rosso che risulta piacevolissimo anche con questi climi caldi. Il colore è rosso rubino molto intenso ma non concentrato, decisamente trasparente. Al naso si mostra fruttato, ma non di quel fruttato “da barrique”: è selvatico, delicato nei suoi sentori di lampone che finiscono per chiudere su una nota di rabarbaro, china e menta davvero rinfrescante. In bocca corrisponde. Ha una polpa non dirompente ma movimentata, poco tannica, d’una scorrevolezza ammandorlata che appaga e, caso più unico che raro in un vino, addirittura stronca la sete. Buona la persistenza. Accostamenti? A parte le solite carni (bianche, direi), non mi sembra una bestemmia berlo su un boreto alla graesana, la corposa zuppa di pesce della laguna di Grado.

Un uvaggio dell’Oltrepò ben longevo

Bricco SturnèlNel pranzo (o cena) domenicale, la sorpresa vinicola è sempre in agguato. E una volta di più viene dal vituperato Oltrepò Pavese. Aziende che magari si conoscono nella loro sostanza qualitativa, sono capaci di colpi d’ala ancora più inattesi se solo ci si azzarda a far riposare i loro vini.
E’ il caso dell’Azienda Agricola Bellaria. Paolo Massone, il nume tutelare di questa realtà di Casteggio (Pavia), è un vero innamorato del suo territorio. Nelle manifestazioni dedicate all’Oltrepò Pavese, oltre che in numerose interviste, lui sempre sottolinea e difende le potenzialità vinicole della sua zona. E non si limita alle parole: i suoi vini fanno parte a buon diritto di quel bouquet di etichette che l’appassionato deve conoscere per farsi un’idea decente del triangolo oltrepadano.
Massone è un grande sostenitore del vitigno bonarda, uno dei simboli della zona. Ciononostante, il vino che ieri sera ho stappato era un Bricco Sturnèl 2001, che tenevo in cantina già da qualche tempo, e che si è rivelato ottimo sopra il semplice filetto di bue alla piastra. E’ un uvaggio di cabernet sauvignon (80%) e barbera. Il vino, subito dopo la vendemmia, è stato messo nelle botti di legno piccole, dove è rimasto due anni, per poi farsi un altro anno di bottiglia.
Uva straniera e italica danno luogo a un intrigante matrimonio, un accoppiamento proprio solido. Cabernet e barrique, certo, hanno influito sulla veste: un rosso rubino di rara intensità, senza cedimenti a unghie granate nemmeno a sette anni dalla raccolta. I profumi emergono con la dovuta calma: si percepisce un poutpourri di fiori secchi ed erbe aromatiche, senza scordare l’albicocca secca, un poco di fieno tagliato e persino una nuance di borotalco e sapone di Marsiglia, molto gradevole. Il tutto immerso nell’inevitabile, gradevole fruttato rosso di fondo.
Sapore armonico, senza scompensi, composto nel tannino, ricco nella personalità, lievemente sapido, ben persistente. Col filetto è andato benissimo.

Fatila 1998, o della sorpresa della Bonarda invecchiata

FatilaPranzi casalinghi, ossia la gioia della scoperta. Domenica scorso, con la mia famigliola, ho avuto il piacere di abbinare un magnifico roast beef all’inglese ad un vino altrettanto memorabile. Un vino lasciato invecchiare in cantina, e delibato al momento giusto. Questo vino è stato il Fatila 1998 di Vercesi del Castellazzo di Montù Beccaria (Pavia), Oltrepò Pavese pieno. Un vino di pura bonarda, bevuto a dieci anni dalla vendemmia, si è rivelato una cannonata. Una vera e propria lezione per chi asserisce, senza bere, che la Bonarda per l’invecchiamento non va bene. E che i tannini della Bonarda non vanno mai d’accordo col legno. Beh… Provate anche voi a mettere via una bottiglia di Fatila in una buona cantina, e a riberla dieci anni dopo la vendemmia.
Del Fatila 1998 avevo già parlato anni fa su Libero: scrissi un pezzo addirittura nel 2002, a commento di una bottiglia di quell’annata 1998, uscita da poco. Rilevai un vino già apprezzabile, ma indubbiamente ancora molto giovane, irruente, forse impulsivo. Del resto, 18 mesi di barrique con il vitigno croatina (per giunta raccolto surmaturo) non si smaltiscono dall’oggi al domani. In quel luglio 2002 scrivevo: “In bocca è potente e damascato, e sarà ancor più fine dopo qualche anno di bottiglia”. Ecco, ora ci siamo: la prova del nove.
A sei anni da quell’articolo, e a dieci dalla vendemmia, eccomi a stappare un’altra bottiglia di Fatila. Il colore nero, inchiostroso del 2002 è diventato un rubino intenso e compatto. Il naso, ancora ricco di visciole sotto spirito, ha emendato la speziatura insolente della gioventù, per aprirsi a tratti più floreali, femminili, carezzevoli. In bocca, lo stallone ombroso del 2002 è diventato un cavallo di razza completamente domato e docile, senza perdere i suoi guizzi. I 15 gradi alcoolici sono ben portati da una struttura di peso, sostenuta da un tannino che ormai il tempo ha provveduto a sgrossare, a smussare nelle sue asperità. Uguale a se stessa, viceversa, la lunga persistenza, che l’invecchiamento ha reso semmai più sottile e avvincente. Col roast beef ci sta alla grande, ma non avrei timore ad accostarlo anche a qualche piatto di maggior tonnellaggio. Morale della favola: aspettate i vini giovani. La sorpresa è in agguato.
Oltretutto, quest’azienda è davvero un porto sicuro per il bevitore oltrepadano in cerca di curiosità. Oltre ad altri rossi impegnativi, si segnala la versione più spensierata della Bonarda, il Luogo della Milla. Menzione speciale anche per il Marghe, uno dei pochi Pinot nero vinificati in bianco (non spumante) che ricordi con piacere.
Prosit.

Il Primitivo di Michele Moio è un grande rosso italiano. Ecco, l’ho detto

Felerno del MassicoLo scorso primo maggio mi sono concesso con la famiglia un buon pranzo all’Osteria della Buona Condotta di Ornago (Milano), meritatissimo 14,5/20 dell’Espresso 2008. A corredo della cucina di Matteo Scibilia e del suo staff, ho fatto cosa assai gradita scegliendo un vino di Michele Moio da Mondragone (Caserta).
In provincia di Milano i prodotti della famiglia Moio non sono sempre diffusissimi, e ciò è un male. Michele, Bruno e Luigi hanno con gli anni maturato uno stile di vinificazione gagliardo, imperniato su frutto e potenza. E questo, udite udite, mantenendo tecniche tradizionali, con macerazioni molto lunghe e affinamenti in botti grandi di rovere di Slavonia. Tutto per ricreare lo spirito del Falerno che tanto piaceva a Orazio. E’ anche grazie ai Moio se nel 1989 è nata la Doc Falerno del Massico, a codificare vini bianchi di falanghina, vini rossi a base aglianico, e soprattutto vini rossi a base primitivo.
I Moio sono dei veri draghi del Primitivo. Provate il Falerno del Massico Primitivo 2004, accostatelo a un cinghiale, a un fagiano in umido. E’ un vino di stoffa imponente, aristocratica, quasi d’altri tempi. E’ concentrato nel color rosso rubino intensissimo senza cedimenti. Va dritto al naso con la rotondità della prugna secca, del fico d’India, dell’uva passa, di un pizzico di cuoio molto stagionato (non confondetelo con il cuoio delle barrique). In bocca si sviluppa lungo i quattro punti cardinali, ampio, largo e persistentissimo, tecnicamente inappuntabile, pieno di calore e di emozione, senza tannini grezzi ma con una vellutata placidità che s’impone. Un vino da consigliare anche per il rapporto qualità/prezzo assolutamente straordinario. Pochi altri grandi rossi (io senza timore annovero non solo questo Falerno ma anche il Gaurano e il Moio 57 tra i grandi rossi italiani)) sono così convenienti: al ristorante, la bottiglia l’ho pagata circa 24 euro. E un po’ mi viene da sorridere, al pensare che un illustre vino bianco passato in anfora ne costa 12. Al bicchiere.

PS: in tema di mondo del vino campano, segnalo il blog di un’enoteca dell’isola di Procida. Molto ma molto ben fatto.

Un bicchiere di Monella ti presenta Giacomo

Ho avuto la fortuna di bere oggi una rinfrancante mezza bottiglia di Monella 2006 di Braida (Rocchetta Tanaro, Asti), l’azienda fondata da Giacomo Bologna. La Monella, stando a quello che mi ha raccontato mesi fa la sua Anna, era il vino-feticcio di Giacomo. Il vino della vita. Il vino da cui cominciò la rinascita della Barbera. Ora qualche amico impugnerà la penna rossa e mi dirà: «La rinascita della Barbera ebbe inizio col Bricco dell’Uccellone». Verissimo. Però Giacomo il Bricco dell’Uccellone non l’avrebbe fatto se non si fosse visto bocciare la “sua” Monella da un manipolo di pignoli degustatori francesi. Allora, per vini come l’umanissima, espansiva Barbera del Monferrato vivace non c’era grande apprezzamento all’estero. I vini frizzanti o erano spumanti o niente. Sicché, Giacomo decise di “barricare” la Barbera, escogitando il tornito, potente Bricco dell’Uccellone, che s’impose su mercati ben diversi da quelli rionali.
Però la Monella è la Monella. Una Barbera senza grandi pretese strutturali o d’importanza, eppure fascinosa. Il 2006 coinvolge fin dall’inizio col colore violaceo intensissimo, molto brillante. Al naso, siamo lontani dal vino da damigiana: pulizia assoluta, quasi leggiadra, con toni vinosi in evidenza, mischiati al solito frutto rosso (Fabio Rizzari, perdonami). Similari le sensazioni boccali, anzi la gaudiosa bevuta: anidride carbonica equilibratissima, tannini raschianti ma compostissimi, un pizzico d’abboccato ad affascinare ulteriormente. Sul bollito, la lingua in salsa verde, il salame crudo. O, perché no, sul risotto alla milanese.
W la Barbera. Specialmente quando la Barbera è la summa di tutta una vita. Io non ho conosciuto Giacomo, ma bevendo questo vino mi si disvela subito la sua pirotecnica personalità.
Ai suma.

Un Lambrusco alla Shostakovich per la cucina di Verdi

Lambrusco Paltrinieri

E le elezioni sono passate, si può tornare a parlare tranquillamente dei grandi piaceri della vita.
Tra questi, è indubbio, c’è anche il Lambrusco, purché buono e non, come dicono gli americani, un’Italian Coca-Cola. I litri e le bottiglie di Lambrusco pessimo sono fortunatamente in diminuzione, ma restano tanti e tanti e tanti bicchieri di Lambrusco mediocre, senza personalità né attrattiva. Onore quindi ai molti che si sono messi di buzzo buono per ridare lustro al vino di Guareschi, di Peppone e di don Camillo.
L’ultima emozione in tal senso mi è arrivata subito dopo il Vinitaly. Sono finalmente riuscito a metter bocca sui Lambruschi di Sorbara vinificati da Gianfranco (o meglio, Alberto) Paltrinieri. Paolo Massobrio, nei suoi libri e nelle sue rubriche sulla Stampa, ne ha sempre detto gran bene, e francamente trovo che ha ragione. Mio padre è riuscito a conoscere Alberto, che continua l’opera di suo papà Gianfranco, e me l’ha descritto come persona umanissima, di gran passione e simpatia. Sabato sera mi sono perso nella bella bevuta del Leclisse 2007, un Lambrusco di Sorbara in purezza a tappo raso di travolgente gradevolezza, di cui il sito web non parla. Nessuna ruffianeria in questo calice fresco. Richiama alla mente certi Scherzi delle sinfonie di Shostakovich (specialmente l’Allegretto della Sinfonia n. 5, cliccare per sentirne un estratto di una trentina di secondi), vivaci, sardonici, ironici.
Versatelo in un bicchiere non troppo stretto: scende che è un piacere, lasciando un piccolo zoccolo di spuma. Il colore è un rosso fragola lievemente aranciato, con unghia vagamente rosacea. Al naso, il profumo corrisponde: fragola purissima, sembra di essere di fronte a una ciotolina delle fragole al limone e zucchero come le faceva la nonna. Il sottofondo è fermentativo e vinoso. In bocca è vivacemente acido e rinfrescante senza banalità, con una chiusa ammandorlata che lo rende addirittura dissetante. Quale vino migliore, d’inverno, per cotechini, zamponi, preti (coi relativi cappelli) e vescovi? Ora che le giornate si scaldano, spendetelo su coppa, prosciutto crudo, salame, cicciolata tagliata fine. O su una pasta al sugo o al ragù. O anche da solo, prima di pranzo.
Tra qualche giorno proverò l’altro Lambrusco, il Selezione, quello col tappo a gabbietta che campeggia nella foto là sopra. Intanto, segnatevi questo Leclisse, esempio probante di Lambrusco vero e ben fatto.