Archivio della rubrica ‘Un buon bicchiere’
Monday, June 23rd, 2008

«Provi un po’ questo Dolcetto, le piacerà!»: Gigi Perotti dell’Aurora, a Milano, mi intratteneva mentre ieri aspettavo i miei genitori al suo ristorante, per pranzare tutti insieme. Per ingannare il tempo, decideva di stappare un Dolcetto d’Alba che ancora non aveva inserito sulla sua nuova carta dei vini: io avevo chiesto se fosse disponibile il (Dogliani) San Luigi di Quinto Chionetti per il pasto. Lui mi disse di sì, che c’era, però ci teneva tantissimo a farmi provare una bottiglia-sorpresa, di quelle che costano poco ma che sono sincere, contadine.
Così, tirava fuori dalla cantina un Dolcetto d’Alba Simbiosi 2007 di Giorgio Sobrero da Montelupo Albese, provincia di Cuneo (la foto qua sopra l’ho trovata sul sito istituzionale del Comune, naturalmente sono disponibile a rimuoverla su richiesta).
Non so se i Corsari del gusto, che apprezzano molto il Dolcetto di Mariano Sardo, conoscano anche questo produttore. Io mi sento di consigliarglielo. E’ davvero un produttore di vino contadino nel senso migliore. Lo è pure nella semplicità dell’etichetta, senza decorazioni, lineare e leggibile. Ma soprattutto, lo è nella sostanza. Avete presente il Dolcetto “baroleggiante” in barrique? Ecco, questo Simbiosi non potrebbe esserne più distante. Versandolo nel bicchiere colpisce fin dal colore, che è rubino intenso, carico ma non artificiosamente concentrato. Lascia dei begli archetti sul bicchiere. Il profumo non dà spazio a dubbi: il vinoso prevale, senti proprio la buccia dell’uva schiacciata, assieme al mallo fresco di noce, a un poco di terra bagnata e a un impercettibile sottofondo fruttato che stende su questo insieme ruspante una filigrana d’eleganza. In bocca, il carattere campagnolo irrompe: acidità, acidità e ancora acidità, non allo stato brado ma ben domata. Il corpo boccale è decisamente largo, sostenuto da un titolo alcolometrico di 13 gradi. Un bicchiere irruento ma non scomposto, viceversa scolpito e geometrico, quasi cubista.
Volete poi sapere se ho scelto questo oppure il San Luigi 2006 di Chionetti? Ebbene, con la famiglia li abbiamo bevuti entrambi. Del più famoso collega parlerò in un altro post.
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Tuesday, June 10th, 2008
Altro assaggio quasi casuale, ma ancora una volta gradito e molto ma molto interessante. A dispetto della sua vocazione “bianchista”, il Friuli può vantare una buona tradizione di vitigni a bacca rossa. Oltre a cabernet e merlot (che pure qui ben difficilmente si possono dire “internazionali”, anzi sono quasi figli adottivi), il Friuli è terra di uve rosse più o meno autoctone: anche senza andare a parare su curiosità come il piculit neri, il cjanorie o il forgiarin, abbiamo il tazzelenghe, il refosco dal peduncolo rosso, il pignolo, il franconia (non è proprio friulano, ma anche lui è stato adottato) e lo schioppettino. Quest’ultimo, detto anche ribolla nera, è tipico della zona tra Prepotto (il comune in provincia di Udine, non l’omonima località carsica) e Cividale del Friuli, ed è in grado di dare vini assai variegati nelle caratteristiche, ma comunque originali e piacevoli. Ad esempio, si va dall’appassimento concentrato perseguito da Davide Moschioni, alla linearità di Zof di Corno di Rosazzo, capace di colpirmi nel 2000 con uno Schioppettino 1993 vivido e cordiale.
L’assaggio di cui parlerò oggi è quello del Colli Orientali del Friuli Schioppettino 2005 di Vigna Traverso, proprio di Prepotto, azienda legata a una famiglia di produttori veneti di grande professionalità. Lo Schioppettino 2005 passa in barrique nuove e usate per poco tempo (7-8 mesi) prima di finire in bottiglia, e poi essere commercializzato dopo congrua attesa. Il risultato è un vino rosso che risulta piacevolissimo anche con questi climi caldi. Il colore è rosso rubino molto intenso ma non concentrato, decisamente trasparente. Al naso si mostra fruttato, ma non di quel fruttato “da barrique”: è selvatico, delicato nei suoi sentori di lampone che finiscono per chiudere su una nota di rabarbaro, china e menta davvero rinfrescante. In bocca corrisponde. Ha una polpa non dirompente ma movimentata, poco tannica, d’una scorrevolezza ammandorlata che appaga e, caso più unico che raro in un vino, addirittura stronca la sete. Buona la persistenza. Accostamenti? A parte le solite carni (bianche, direi), non mi sembra una bestemmia berlo su un boreto alla graesana, la corposa zuppa di pesce della laguna di Grado.
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Monday, June 9th, 2008
Nel pranzo (o cena) domenicale, la sorpresa vinicola è sempre in agguato. E una volta di più viene dal vituperato Oltrepò Pavese. Aziende che magari si conoscono nella loro sostanza qualitativa, sono capaci di colpi d’ala ancora più inattesi se solo ci si azzarda a far riposare i loro vini.
E’ il caso dell’Azienda Agricola Bellaria. Paolo Massone, il nume tutelare di questa realtà di Casteggio (Pavia), è un vero innamorato del suo territorio. Nelle manifestazioni dedicate all’Oltrepò Pavese, oltre che in numerose interviste, lui sempre sottolinea e difende le potenzialità vinicole della sua zona. E non si limita alle parole: i suoi vini fanno parte a buon diritto di quel bouquet di etichette che l’appassionato deve conoscere per farsi un’idea decente del triangolo oltrepadano.
Massone è un grande sostenitore del vitigno bonarda, uno dei simboli della zona. Ciononostante, il vino che ieri sera ho stappato era un Bricco Sturnèl 2001, che tenevo in cantina già da qualche tempo, e che si è rivelato ottimo sopra il semplice filetto di bue alla piastra. E’ un uvaggio di cabernet sauvignon (80%) e barbera. Il vino, subito dopo la vendemmia, è stato messo nelle botti di legno piccole, dove è rimasto due anni, per poi farsi un altro anno di bottiglia.
Uva straniera e italica danno luogo a un intrigante matrimonio, un accoppiamento proprio solido. Cabernet e barrique, certo, hanno influito sulla veste: un rosso rubino di rara intensità, senza cedimenti a unghie granate nemmeno a sette anni dalla raccolta. I profumi emergono con la dovuta calma: si percepisce un poutpourri di fiori secchi ed erbe aromatiche, senza scordare l’albicocca secca, un poco di fieno tagliato e persino una nuance di borotalco e sapone di Marsiglia, molto gradevole. Il tutto immerso nell’inevitabile, gradevole fruttato rosso di fondo.
Sapore armonico, senza scompensi, composto nel tannino, ricco nella personalità, lievemente sapido, ben persistente. Col filetto è andato benissimo.
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Thursday, May 8th, 2008
Pranzi casalinghi, ossia la gioia della scoperta. Domenica scorso, con la mia famigliola, ho avuto il piacere di abbinare un magnifico roast beef all’inglese ad un vino altrettanto memorabile. Un vino lasciato invecchiare in cantina, e delibato al momento giusto. Questo vino è stato il Fatila 1998 di Vercesi del Castellazzo di Montù Beccaria (Pavia), Oltrepò Pavese pieno. Un vino di pura bonarda, bevuto a dieci anni dalla vendemmia, si è rivelato una cannonata. Una vera e propria lezione per chi asserisce, senza bere, che la Bonarda per l’invecchiamento non va bene. E che i tannini della Bonarda non vanno mai d’accordo col legno. Beh… Provate anche voi a mettere via una bottiglia di Fatila in una buona cantina, e a riberla dieci anni dopo la vendemmia.
Del Fatila 1998 avevo già parlato anni fa su Libero: scrissi un pezzo addirittura nel 2002, a commento di una bottiglia di quell’annata 1998, uscita da poco. Rilevai un vino già apprezzabile, ma indubbiamente ancora molto giovane, irruente, forse impulsivo. Del resto, 18 mesi di barrique con il vitigno croatina (per giunta raccolto surmaturo) non si smaltiscono dall’oggi al domani. In quel luglio 2002 scrivevo: “In bocca è potente e damascato, e sarà ancor più fine dopo qualche anno di bottiglia”. Ecco, ora ci siamo: la prova del nove.
A sei anni da quell’articolo, e a dieci dalla vendemmia, eccomi a stappare un’altra bottiglia di Fatila. Il colore nero, inchiostroso del 2002 è diventato un rubino intenso e compatto. Il naso, ancora ricco di visciole sotto spirito, ha emendato la speziatura insolente della gioventù, per aprirsi a tratti più floreali, femminili, carezzevoli. In bocca, lo stallone ombroso del 2002 è diventato un cavallo di razza completamente domato e docile, senza perdere i suoi guizzi. I 15 gradi alcoolici sono ben portati da una struttura di peso, sostenuta da un tannino che ormai il tempo ha provveduto a sgrossare, a smussare nelle sue asperità. Uguale a se stessa, viceversa, la lunga persistenza, che l’invecchiamento ha reso semmai più sottile e avvincente. Col roast beef ci sta alla grande, ma non avrei timore ad accostarlo anche a qualche piatto di maggior tonnellaggio. Morale della favola: aspettate i vini giovani. La sorpresa è in agguato.
Oltretutto, quest’azienda è davvero un porto sicuro per il bevitore oltrepadano in cerca di curiosità. Oltre ad altri rossi impegnativi, si segnala la versione più spensierata della Bonarda, il Luogo della Milla. Menzione speciale anche per il Marghe, uno dei pochi Pinot nero vinificati in bianco (non spumante) che ricordi con piacere.
Prosit.
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Tuesday, May 6th, 2008
Lo scorso primo maggio mi sono concesso con la famiglia un buon pranzo all’Osteria della Buona Condotta di Ornago (Milano), meritatissimo 14,5/20 dell’Espresso 2008. A corredo della cucina di Matteo Scibilia e del suo staff, ho fatto cosa assai gradita scegliendo un vino di Michele Moio da Mondragone (Caserta).
In provincia di Milano i prodotti della famiglia Moio non sono sempre diffusissimi, e ciò è un male. Michele, Bruno e Luigi hanno con gli anni maturato uno stile di vinificazione gagliardo, imperniato su frutto e potenza. E questo, udite udite, mantenendo tecniche tradizionali, con macerazioni molto lunghe e affinamenti in botti grandi di rovere di Slavonia. Tutto per ricreare lo spirito del Falerno che tanto piaceva a Orazio. E’ anche grazie ai Moio se nel 1989 è nata la Doc Falerno del Massico, a codificare vini bianchi di falanghina, vini rossi a base aglianico, e soprattutto vini rossi a base primitivo.
I Moio sono dei veri draghi del Primitivo. Provate il Falerno del Massico Primitivo 2004, accostatelo a un cinghiale, a un fagiano in umido. E’ un vino di stoffa imponente, aristocratica, quasi d’altri tempi. E’ concentrato nel color rosso rubino intensissimo senza cedimenti. Va dritto al naso con la rotondità della prugna secca, del fico d’India, dell’uva passa, di un pizzico di cuoio molto stagionato (non confondetelo con il cuoio delle barrique). In bocca si sviluppa lungo i quattro punti cardinali, ampio, largo e persistentissimo, tecnicamente inappuntabile, pieno di calore e di emozione, senza tannini grezzi ma con una vellutata placidità che s’impone. Un vino da consigliare anche per il rapporto qualità/prezzo assolutamente straordinario. Pochi altri grandi rossi (io senza timore annovero non solo questo Falerno ma anche il Gaurano e il Moio 57 tra i grandi rossi italiani)) sono così convenienti: al ristorante, la bottiglia l’ho pagata circa 24 euro. E un po’ mi viene da sorridere, al pensare che un illustre vino bianco passato in anfora ne costa 12. Al bicchiere.
PS: in tema di mondo del vino campano, segnalo il blog di un’enoteca dell’isola di Procida. Molto ma molto ben fatto.
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Tuesday, April 29th, 2008
Ho avuto la fortuna di bere oggi una rinfrancante mezza bottiglia di Monella 2006 di Braida (Rocchetta Tanaro, Asti), l’azienda fondata da Giacomo Bologna. La Monella, stando a quello che mi ha raccontato mesi fa la sua Anna, era il vino-feticcio di Giacomo. Il vino della vita. Il vino da cui cominciò la rinascita della Barbera. Ora qualche amico impugnerà la penna rossa e mi dirà: «La rinascita della Barbera ebbe inizio col Bricco dell’Uccellone». Verissimo. Però Giacomo il Bricco dell’Uccellone non l’avrebbe fatto se non si fosse visto bocciare la “sua” Monella da un manipolo di pignoli degustatori francesi. Allora, per vini come l’umanissima, espansiva Barbera del Monferrato vivace non c’era grande apprezzamento all’estero. I vini frizzanti o erano spumanti o niente. Sicché, Giacomo decise di “barricare” la Barbera, escogitando il tornito, potente Bricco dell’Uccellone, che s’impose su mercati ben diversi da quelli rionali.
Però la Monella è la Monella. Una Barbera senza grandi pretese strutturali o d’importanza, eppure fascinosa. Il 2006 coinvolge fin dall’inizio col colore violaceo intensissimo, molto brillante. Al naso, siamo lontani dal vino da damigiana: pulizia assoluta, quasi leggiadra, con toni vinosi in evidenza, mischiati al solito frutto rosso (Fabio Rizzari, perdonami). Similari le sensazioni boccali, anzi la gaudiosa bevuta: anidride carbonica equilibratissima, tannini raschianti ma compostissimi, un pizzico d’abboccato ad affascinare ulteriormente. Sul bollito, la lingua in salsa verde, il salame crudo. O, perché no, sul risotto alla milanese.
W la Barbera. Specialmente quando la Barbera è la summa di tutta una vita. Io non ho conosciuto Giacomo, ma bevendo questo vino mi si disvela subito la sua pirotecnica personalità.
Ai suma.
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Wednesday, April 16th, 2008

E le elezioni sono passate, si può tornare a parlare tranquillamente dei grandi piaceri della vita.
Tra questi, è indubbio, c’è anche il Lambrusco, purché buono e non, come dicono gli americani, un’Italian Coca-Cola. I litri e le bottiglie di Lambrusco pessimo sono fortunatamente in diminuzione, ma restano tanti e tanti e tanti bicchieri di Lambrusco mediocre, senza personalità né attrattiva. Onore quindi ai molti che si sono messi di buzzo buono per ridare lustro al vino di Guareschi, di Peppone e di don Camillo.
L’ultima emozione in tal senso mi è arrivata subito dopo il Vinitaly. Sono finalmente riuscito a metter bocca sui Lambruschi di Sorbara vinificati da Gianfranco (o meglio, Alberto) Paltrinieri. Paolo Massobrio, nei suoi libri e nelle sue rubriche sulla Stampa, ne ha sempre detto gran bene, e francamente trovo che ha ragione. Mio padre è riuscito a conoscere Alberto, che continua l’opera di suo papà Gianfranco, e me l’ha descritto come persona umanissima, di gran passione e simpatia. Sabato sera mi sono perso nella bella bevuta del Leclisse 2007, un Lambrusco di Sorbara in purezza a tappo raso di travolgente gradevolezza, di cui il sito web non parla. Nessuna ruffianeria in questo calice fresco. Richiama alla mente certi Scherzi delle sinfonie di Shostakovich (specialmente l’Allegretto della Sinfonia n. 5, cliccare per sentirne un estratto di una trentina di secondi), vivaci, sardonici, ironici.
Versatelo in un bicchiere non troppo stretto: scende che è un piacere, lasciando un piccolo zoccolo di spuma. Il colore è un rosso fragola lievemente aranciato, con unghia vagamente rosacea. Al naso, il profumo corrisponde: fragola purissima, sembra di essere di fronte a una ciotolina delle fragole al limone e zucchero come le faceva la nonna. Il sottofondo è fermentativo e vinoso. In bocca è vivacemente acido e rinfrescante senza banalità, con una chiusa ammandorlata che lo rende addirittura dissetante. Quale vino migliore, d’inverno, per cotechini, zamponi, preti (coi relativi cappelli) e vescovi? Ora che le giornate si scaldano, spendetelo su coppa, prosciutto crudo, salame, cicciolata tagliata fine. O su una pasta al sugo o al ragù. O anche da solo, prima di pranzo.
Tra qualche giorno proverò l’altro Lambrusco, il Selezione, quello col tappo a gabbietta che campeggia nella foto là sopra. Intanto, segnatevi questo Leclisse, esempio probante di Lambrusco vero e ben fatto.
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Monday, April 14th, 2008

Inevitabile, nel Vinitaly 2008 già abbondantemente archiviato, andare a trovare Gianpaolo Paglia, produttore e, ormai, amico. Lui e i suoi vini maremmani si sono rivelati più in forma che mai, inanellando una degustazione di grande piacevolezza e di interesse assoluto.
Però Gianpaolo mi perdonerà se, per una volta, oriento i riflettori su Antonio Camillo (solo per ora). Antonio, collaboratore storico, da tempo esce con una linea di vini “autoprodotti”. Sono un bianco e un rosso, e li ho provati a Vinitaly, pur avendone a casa alcune bottiglie.
Il bianco è l’Alture 2007, sauvignon in purezza. Si sa, la Toscana nel sentire comune non è esattamente una terra di vini bianchi. Però è altrettanto assodato come le migliori bottiglie in tal senso arrivino quasi sempre dalla costa: i Vermentini del nord, il Giovin Re (viognier) e il Costa di Giulia di Michele Satta, il Bugia di Bibi Graetz, il Fonte 40 e il Guazza dello stesso Gianpaolo, i vini bianchi della Parrina rappresentano alternative consigliabili e pregevoli su una tavola estiva. A essi ora si aggiunge questo Alture, da uve sauvignon d’un vigneto tra Pitigliano e Sorano (Grosseto). Chiaramente, non dovete aspettarvi un Sauvignon all’altoatesina. In Sudtirolo è la montagna a conferire ritrosia, acume, un pizzico di glacialità. Qui la presenza del mare veste il vino di cordialità e calore, oltre che di un’inattesa sapidità. Ecco dunque un nettare color giallo intenso. Il profumo è inequivocabilmente tipicissimo: la classica nuance di foglia di pomodoro, o mandarino amaro, o pipì di gatto, a seconda della sensibilità di ciascuno. E’ un Sauvignon, che diamine. A poco a poco, i toni citrini e agrumati hanno il sopravvento. In bocca colpisce per la grassezza avvolgente che non pregiudica la freschezza. Certo, ad alleggerire l’insieme contribuisce la sapidità. In ultima analisi, una bottiglia da conoscere assolutamente se non avete pregiudizi, e da stappare con letizia sopra un branzino al sale.
Ma dopo il bianco, c’è il rosso: il Principio 2007. Qui Gianpaolo ne racconta la genesi: proviene da un vigneto abbandonato di ciliegiolo, varietà gettonata sulla costa toscana. Le viti hanno quasi cinquant’anni, e prosperano su un declivio dalle parti di Manciano (Grosseto). E com’è, il ciliegiolo di Antonio Camillo? E’ quasi un anti-vino: laddove i produttori “laureati” puntano su concentrazioni e consistenze, Antonio e Gianpaolo preferiscono la bevibilità quasi spensierata, pur senza perdere di vista la struttura necessaria. Il Principio è rosso rubino carico senza stanchezze. Profuma di ciliegia spaccata, facendo fede al suo nome. In bocca è tranquillo, senza sussulti, gioiosamente beverino, sul giusto mezzo tra espansività e peso. E’ come le ciliegie: una tira l’altra, un bicchiere tira l’altro. Gianpaolo lo raccomanda anche su piatti di pesce, magari sul cacciucco che si fa a Livorno e dintorni.
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Saturday, April 12th, 2008
Non poteva finire così il mio resoconto delle bontà sorseggiate a Verona. Dovendo purtroppo stringere coi tempi, a Vinitaly ho potuto fare un solo assaggio nel padiglione dedicato alla Campania. E, dopo una breve riflessione, ho deciso di fermarmi a Terre del Principe, un’azienda di Castel Campagnano (Caserta) dedita all’utilizzo e alla valorizzazione delle uve autoctone.
Si tratta di un assaggio dedicato al mio amico e collega Luciano Pignataro, che ha editato una guida che è una vera enciclopedia del vino campano. Ben segnalata è Terre del Principe, tra l’altro guidata da una donna, Emanuela Piancastelli, che ha fatto per anni la giornalista professionista. Ora col marito Peppe Mancini (legato alla campagna da lontanissimi ricordi, specie quello del nonno) si dedica a tempo pieno alla vinificazione. E con risultati tutt’altro che peregrini.
Prendiamo per esempio il Fontanavigna 2007, a base di pallagrello bianco. Ora, tutti gli appassionati di vino, bene o male, hanno imparato negli ultimi anni cos’è il pallagrello, grazie anche al successo dell’azienda Vestini Campagnano, altra portabandiera delle usanze locali. Il Fontanavigna è un bel bianco sapido e invitante, molto saporito, perfetto da bere sopra un bel sauté di vongole. Con il Serole 2007, altro Pallagrello bianco stavolta elevato in barrique, si sale di grado. E’ un vino di maggior impegno e corpo. Il colore è giallo più carico. Il profumo inalbera note di saponaria, camomilla e ginestra. La bocca è più tonda, senza che la botticella francese invada più di tanto.
Ma in azienda non si fanno solo bianchi. Che dire dell’Ambruco 2006, puro pallagrello nero, maturato in rovere? Fa dell’immediatezza e della travolgenza di beva la sua leva d’Archimede. Ha un olfatto di mora, mirtillo e pesca gialla, e in bocca è vellutato, di soddisfazione. Il Centomoggia 2006 viene da un altro vitigno riscoperto, il casavecchia. E’ meno espansivo, più chiuso specialmente all’olfatto, ma comunque assai avvincente nel suo carattere lievemente più ombreggiato e ambiguo. Per finire, il Vigna Piancastelli 2005, 70% pallagrello nero e il resto casavecchia, rese per ettaro di 60 quintali (500 piante) affinato 12 mesi in barrique e 18 in bottiglia. Ecco un vino invitante già dall’etichetta, colorata come tutti gli anni da un quadro d’autore. Il vino si presenta con un colore profondo, rubino/granato. Profuma spiccatamente di spezie mediterranee e frutta rossa. In bocca è ancora speziato, ma anche largo, “cantabile” come tempo lento di Bach, rilassante, compiuto. Questi sì che sono vini.
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Wednesday, April 9th, 2008
Mauro Mascarello non pigia le uve coi piedi, eppure è un esempio fulgido del più grande artigianato italiano, checché possano pensarne alcuni commentatori passati da queste parti ultimamente. Sono andato a trovarlo al Vinitaly, rimanendo prevedibilmente appagato dalla bontà della batteria dei vini presentati.
Mascarello vuol dire anzitutto Barolo. E Barolo storico. Mauro, seguendo il solco di papà Giuseppe, potrebbe venir definito “tradizionalista” da chi vuol sempre tracciare caselle e tessere. E invece non è un tradizionalista, ma un amante della tradizione. Lui non è uno che disprezza chi ha idee diverse dalle sue, o che ritiene di fare il vino più buono del mondo. E’ un produttore che ha un credo, e lo persegue indefessamente, sapendo che troverà sempre qualche estimatore (per inciso, parecchi) sia oggi che in futuro.
Provo il suo vino attorno alle 10 di mattina di venerdì scorso. Certo, vorrei gustare anche Barbera e Dolcetto, ma il tempo è tiranno. Mi limito quindi ai Barolo, provenienti da vari cru di Castiglione Falletto e di Monforte d’Alba.
Mentre degusto (senza sputarlo: il secchiello per questi vini lo lascio perdere, non deve perdersene nemmeno una stilla) il Villero 2003, dall’omonimo vigneto, ascolto Mauro: «Il Barolo non dev’essere inteso come un vino dai tannini duri». E il Villero corrisponde: floreale, profumato, placido nel tannino, molto ampio. Con il Santo Stefano di Perno 2003 (cru di Monforte), meno squillante all’olfatto ma comunque piacevole da aspettare qualche attimo nel bicchiere, viene voglia di schioccare la lingua: è un vino che si mastica, non per la concentrazione ma per l’importanza dei polifenoli e delle “durezze” presaghe di una lunga logevità. Del cavallo di razza, il Monprivato 2003, colpisce l’estrema rotondità ed eleganza gustativa, nonché il profumo netto di violetta e rosa appassita. Del resto, il nebbiolo con un terreno calcareo così ci va a nozze. La vigna magnifica e la mano giudiziosa dei Mascarello fanno il resto.
Di grande emozione la chicca della riserva, il Ca’ Morissio 2001, un vino che si fa rispettare, e che chiede di essere accostato imperativamente alla lepre in civet. Dopo le macerazioni lunghe di rito (25 giorni), questo Barolo finisce in botti grandi per 45 mesi. Eccolo lì: profumi eterei e impalpabili, fruttato leggerissimo di ciliegia, cenni floreali e di terra bagnata. Persistenza stratosferica in bocca, roba di decine e decine di secondi.
Roba che non ti vien più voglia di assaggiare nient’altro. E invece no. Da autentico patito della tipologia, mi faccio versare un calice di Langhe Feisa Toetto 2004, ferma, maturata in botte grande. E qui, scappa davvero l’applauso per la caparbietà dei Mascarello nel proporre un vino da un’uva considerata di basso lignaggio, eppure popolarissima in Piemonte. E il risultato li premia: colore rubino brillante, profumi di fragola e lamponi con alcuni ricordi di vinosità. E che impatto in bocca. Sentite i tannini, come grattano piacevolmente la lingua senza esagerare troppo nell’amaro. E’ una bottiglia fatta apposta per grandi piatti di carne abbondantemente salsati o, perché no, con un grande Parmigiano Reggiano di lunga stagionatura.
Complimenti alla mamma, al papà, al bisnonno e a tutta la generazione che li ha messi al mondo.
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