Archivio della rubrica ‘Personale’
Monday, July 2nd, 2007

Mi limito ad un unico commento: Adriano Liloni (qui in una foto dell’anno scorso scattata da Aristide) è un grande. Ed essendo lui grande, merita una foto grande. Ha organizzato davvero una gran bella giornata con vista sul Garda, e merita veramente tutti i ringraziamenti del mondo. A breve mi dilungherò maggiormente, ma qui mi limito a un grande grazie.
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Saturday, June 9th, 2007
Ho appreso ieri una notizia molto brutta: uno dei commentatori più acuminati e fumantini della enogastrosfera virtuale non si farà mai più sentire. Valerio, soprannominato Voce di Bologna o Voice, è morto ieri, verso l’una.
Io non ho mai frequentato il forum del Gambero Rosso, però ho sempre letto il blog di Stefano Bonilli, dove voice amava intervenire con una certa verve (vedi ad esempio questo post). Credo di essermici scontrato una volta o due, ciononostante ho anche dichiarato di stare sotto sotto dalla sua parte (quando qualcuno si mette tutti contro, io di solito mi ci affeziono). Non l’ho mai conosciuto personalmente, né mai ho incontrato sua moglie Egle, e mi dispiace. Però mi spiace ancora di più che ora non sia più tra noi. Io non lo dimenticherò.
AGGIORNAMENTO: Lorenzo Cairoli ha dedicato un bel post alla memoria di Valerio.
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Tuesday, March 20th, 2007
Lo so, lo so, non dovrei peccare d’invidia. Peccato che ciò sia veramente difficile quando i propri genitori vanno qualche giorno in Finlandia e, nella Carelia meridionale, mangino il Särän tarina (credo che l’espressione sia quella), il particolare montone arrostito in legno. E per giunta l’hanno mangiato in quello che è il suo sacrario, ossia il ristorante Säräpirtti (peccato che la sezione in inglese si limiti a un triste, scomodo file pdf) di Lemi, nella zona dei laghi, non lontano da Lappeenranta e dal confine russo.
E questo montone, da quel che mi hanno raccontato, è una delizia unica.
Intanto, nei prossimi giorni, assaggerò la zuppa di orso in scatola (non è uno scherzo) che hanno portato, accanto al prosciutto e ai salami di renna e alce. Che la cucina finlandese sia un po’ meglio di quanto molta gente pensi? Io francamente ne sono convinto, anche se, sfogliando una guida turistica (la Lonely Planet, fatta gran bene), colpisce il gran numero di ristoranti spagnoli, messicani, italiani (ovviamente nell’accezione più banale ed “esportabile”, quella della pizzeria), oltre a catene di locali autoctoni ma foggiati, ancora, secondo la cucina internazionale. Come mai i ristoranti locali sembrano così pochi? Come mai così poca fiducia nella propria cucina, tanto che in Lapponia c’è una concentrazione di pizzerie da far impallidire la Brianza?
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Thursday, March 15th, 2007
«Ma chi sei tu, per parlarne?»: questo è solitamente lo starnazzare che alcuni personaggi, che si ritengono depositari unici dell’amicizia di qualcuno ormai scomparso, lanciano quando qualcun altro osa rievocare legami con la stessa persona. Nel mio caso, avrebbero ragione: io Bruno Lauzi l’ho conosciuto per poco tempo, e l’ho incontrato poche volte. Chi sono io per raccontarne? Eppure, il mio incontro con Bruno, adesso che non c’è più, mi sembra ancora più significativo. Mi sembra ieri che lo conobbi, ad Alessandria, nel corso di un evento gastronomico. Eh sì: Lauzi era uno che le cose buone le amava, come rimarca oggi Guido Cuomo, suo fortunato compagno nel terzo corso da sommelier. Si vedeva spesso ai salotti di Papillon, e sua moglie Giovanna Coprani, oltre che sommelier anche lei, era pure produttrice di Barbera nel Monferrato.
Lauzi l’amava davvero, il vino. Il nostro ultimo incontro è stato proprio all’insegna di Bacco, al Wine Sicily 2005 di Trapani. La sua fu una testimonianza simpatica e commovente insieme: oltre ai suoi pezzi “di repertorio”, a colpire gli astanti fu la lunga storia della sua vita. Nemmeno il morbo di Parkinson riuscì a togliergli il contagioso sorriso: «Un bambino un giorno mi chiese cosa avessi alla mia mano. “E’ così perché ho preso una farfalla”, gli risposi», come raccontò. Ma quello dell’incontro fu solo il culmine della giornata. Il viaggio piuttosto lungo tra l’aeroporto di Punta Raisi e Trapani lo feci in pullmino con lui e coi suoi musicisti: gente semplice, simpatica, propensa all’umorismo e alla battuta, le mille miglia lontana da eccessi divistici più o meno americanizzanti. Giornate che passarono in un lampo, ma rimasero impresse nella memoria. Possa tu restare in pace, Bruno.
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Friday, February 16th, 2007
La seconda infornata. Come nel precedente caso, altre frasi che odio e che quasi sempre ho sentito. Voilà .
- «Tre bottiglie? Di questo gliene vendo solo una, e ringrazi il Cielo se la faccio comprare a lei»
- «Se ne vuole una bottiglia deve comprare anche questi altri 12 vini»
- «Ma come fa a non piacerti Blob?»
- «Prima di tirare in ballo Xyz sciacquati la bocca e pensaci non una ma 10 volte»
- «Se ne vuole una bottiglia deve comprare anche questi altri 12 vini»
- «Io sono un giornalista che dice verità scomode e sono fuori dal coro. Tu invece?»
- «I grandi rossi vanno stappati 3 ore prima»
- «Il Vinitaly è una fiera che è arrivata al capolinea»
- «Noi giornalisti gastronomici abbiamo il compito di indirizzare la ristorazione»
- «Tra cinque anni i giornali non esisteranno più, sarà tutto su internet»
- «Ma vuoi mettere le guide di ristoranti su internet? Loro sì che ci vanno, al ristorante!»
- «Guarda che la maggioranza dei giornalisti gastronomici sono magri!»
- «Vuole che glielo decantiamo?» (riferito a un vino del 2001)
- «Ma perché usi quel cavatappi? Non è più comodo quello con le due braccia?»
- «I tappi di silicone sono meglio di quelli di sughero»
- «Il vino si conserva in condizione ottimale nel TetraBrik come nella bottiglia, e direi quasi meglio»
- «I degustatori stranieri sono più bravi e obiettivi di quelli italiani»
- «Il marketing è tutto, perché questo case history relativo al tuo core business deve adattarsi ai needs del mercato. Prova un po’ a ripensare il packaging. Ti serve un senior consultant»
- «Non capisci veramente niente. Come fai a dire che il modo di cantare di Elisa non ti piace?»
- «Sull’insalata il Balsamico di Modena è meglio del Tradizionale»
- «Il marxismo è una scienza»
- «Ma come, non ce lo metti il limone?» (mangiando fritto di pesce o bistecca alla fiorentina)
- «La trippa è roba immangiabile»
- «Ma perché tieni le bottiglie sdraiate?»
- «Ma perché non fai fare il botto allo spumante?»
- «Ma come fai a terminare il pasto con un Moscato d’Asti?»
- «Ma chi te lo fa fare di andare in redazione in giacca e cravatta?»
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Thursday, February 1st, 2007
Cosa volete, sono un po’ sentimentale. Il parlare di Sopressa (o Soppressa) ha risvegliato in me i ricordi d’un viaggio culinario in Veneto, che è stato tra i più belli in assoluto della mia vita.
Era il settembre 2005, ed ero stato contattato da Edoardo Raspelli per partecipare a un evento d’eccezione: una cena benefica ad Isola della Scala (Verona), il cui ricavato sarebbe stato devoluto a don Oreste Benzi e alla costruzione d’una casa della sua Fraternità Giovanni XXIII. Per l’occasione, era andata in scena una delle eliminatorie del Palio del risotto: a Isola, città famosa per il suo vialone nano, una serie di cuochi non professionisti sono usi preparare tutta una serie di risotti, tra cui s’ingaggia una suggestiva gara del gusto. Io facevo parte della giuria di questa serata eliminatoria, assieme a Raspelli, a Stefano Lorenzetto, a Morello Pecchioli e a Nicola Fontana. I concorrenti erano tenuti a presentare un tot di risotti di fantasia, accanto a risotti all’isolana, gloria locale di Isola della Scala. Tra i premiati, ricordo come assolutamente memorabili i Risi e Bisi cucinati da Elisa Barini, una ragazza del paese che, a quanto mi era stato detto, frequentava la scuola alberghiera, e non sarà quindi improbabile, tra qualche anno, rivedere alle cucine di qualche ristorante: cosa che francamente mi auguro, vista la bontà di quel risotto sontuoso, perfetto, che ricordo tuttora come memorabile. Degno complemento d’una gran bella serata, con tanto di Giovanni Rana (cordialissimo, simpatico come nelle pubblicità ) in grande spolvero.
Dopo la nottata in un alberghetto locale, il giorno dopo dovevo recarmi a Cortina d’Ampezzo entro la serata, per un evento alla Prosciutteria Dok Dall’Ava, ove sarebbe stato presentato il nuovo prosciutto a base di maiale nero dei Nebrodi. Ne approfittai per andare a Pastrengo, a cercare la Macelleria Gemmo Aldrighetti, da tutti indicatami come somma. Trovatala (con fatica), il simpatico titolare mi vendette quello che gli chiesi, ossia la Soppressa, assai buona, pur avvertendomi che il prosciutto crudo per cui andava famoso non era disponibile, in quanto la sua attività era ufficialmente chiusa. Mi consolai con un bel pranzo alla succosa Taverna Kus di San Zeno in Montagna, ove assaporai una cucina di corpo, dominata dal profumato tartufo del Monte Baldo. Pagai un conto onestissimo (ovviamente in incognito), poi mi misi al volante e raggiunsi, con la dovuta calma, Cortina d’Ampezzo.
A Cortina, mi aspettava una serata all’insegna del prosciutto, con la presenza di numerosi simpatici colleghi, tra cui il giuliano Baldovino Ulcigrai, e un sacco di simpatici siciliani, giunti per presentare il Parco dei Nebrodi e il suo prezioso maiale nero. Dopo il dolce, una sorpresa: un cotechino friulano (anzi, musett) caldo, straordinario nella sua vellutata pienezza.
Nonostante la gran copia di leccornie, la notte trascorse tranquilla, lasciandomi libero per la follia da me escogitata per l’indomani: un pranzo al mitico Dolada di Pieve d’Alpago (Belluno). Una meraviglia, particolarmente grande nella carbonara “alla casalinga”, con uova di galline allevate in proprio, e la pancetta (non guanciale) fatta dal padre: un’interpretazione simile, nelle intenzioni, al celeberrimo Cacio e Pepe di Antonello Colonna. E che spettacolo il “Kebab della regina Cornaro”, ricetta originaria della Repubblica Veneta, che non aveva nulla a che fare con i doner assassini che vengono propinati a Milano: era basato sul celebre, stupendo agnello dell’Alpago, cotto lentamente sullo spiedo, che girava sopra brace di legno di nocciolo. A corredo, salsine varie più o meno esotiche. Che grande cucina, quella della famiglia De Pra: dopo quasi due anni, ne carpisco ancora le fragranze.
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Wednesday, January 31st, 2007
Ecco una raccolta delle frasi che più odio sentirmi dire.
Sono quasi tutte vere, purtroppo.
- «Ma com’è che non hai l’iPod?»
- «Il prosciutto Pata Negra è il migliore del mondo»
- «Perché quel fumatore ti dà fastidio? Stiamo mangiando all’aperto, lui può fumare!»
- «Il sigaro puzza»
- «Il bollito misto è grasso»
- «I canditi/le interiora/l’aglio/i funghi/le lumache mi fanno schifo!»
- «Se mangi la neonata/le beccacce/gli uccellini/i datteri di mare sei un criminale»
- «Mi diresti un ristorante di pesce a Milano con conto da 25 euro?»
- «Arriva il dolce, stappiamo un bel Prosecco!»
- «A Milano si mangia male»
- «Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale»
- «ArPePe chi? Io non scrivo di produttori che fanno solo 15mila bottiglie»
- «Dei vini di Antinori e di Frescobaldi non posso parlare bene: erano latifondisti»
- «I blog creano un disservizio»
- «Ma perché non ti compri un Macintosh?»
- «Il futuro è l’open source»
- «Proudhon aveva ragione: la proprietà privata è un furto»
- «Come diceva Sartre/Adorno/Horkheimer…»
- «Ho iniziato a fequentare il Sorriso nel 1983»
- «Ma perché non ti sei ancora laureato?»
- «Il cà bernet è un vitigno americano»
- «Il giornalismo estero sì che è una cosa seria»
- «Guardati un po’ Report/Fabrizio Gatti/Marco Travaglio, quello si che è giornalismo vero!»
- «Ma come fai a lavorare per Libero?»
- «Ma come fa a piacerti Camillo Langone?»
- «Quotidiano, signore?» «Qualcosa da bere, signore?» (detto ad altissima voce dagli addetti dell’Eurostar Milano-Roma delle 5.30, mentre stai cercando inutilmente di dormire)
- «Quando dimagrisci?»
- «La cucina italiana è ingessata sulla tradizione»
- «Ma perché te la prendi tanto se uno porta il cane al ristorante?»
- «Mozart e Fabri Fibra fanno la stessa cosa, solo in modo diverso»
- «I produttori di Brunello taroccano tutto»
- «Il mercato vuole i vitigni internazionali»
- «Il vino non deve piacere: deve essere naturale»
- «Il vino buono è quello che non fa male allo stomaco»
- «Il vino buono si fa solo nelle anfore di terracotta»
- «Raspelli non capisce nulla»
- «Ferran Adrià è il miglior cuoco del mondo»
- «Ferran Adrià è come Picasso»
- «Tu sei giovane. Ma i giovani di solito non sono rivoluzionari?»
- «Cambia lavoro, io in quel ristorante ci ho sempre mangiato benissimo»
Ce ne sono sicuramente molte altre che dimentico.
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Friday, January 19th, 2007
Visto che questo blog è mio e ci faccio quello che mi pare, ne approfitto per fare i complimenti a Magdi Allam per il suo pezzo giornalistico di qualche giorno fa, in cui ha fatto conoscere a migliaia di lettori una storia brutta, forse minore ma meritevole di essere raccontata. Il giornalista del Corriere, a quanto mi risulta, sarebbe stato querelato dai personaggi citati nel pezzo. Da parte mia, massima solidarietà: i guantoni giudiziari contro i giornalisti, francamente, non mi sono mai piaciuti.
Magari la vita di Allam non cambia nel sapere che un piccolo (non fisicamente) enogastrowriter si sia messo dalla sua parte. Io glielo faccio sapere lo stesso, con in più un bell’in bocca al lupo.
AGGIORNAMENTO: nei blog si è formata una specie di cupola anti-Allam, che usa il consueto linguaggio dei blogger (che alcuni definiscono eufemisticamente “diretto”) per invocare sanzioni sommarie e per insegnare il giornalismo al vicedirettore del Corriere della Sera. Qui ne abbiamo un esempio. Ho anche provato ad intervenire nella discussione (vedere i commenti), facendo notare l’assurdo d’un anonimo (il gestore del blog, tale Suzukimaruti) che sale in cattedra a dare lezioni di giornalismo a chiunque, manco fosse la reincarnazione di Montanelli. La risposta al mio dissenso era prevedibile: insulti (”Nutri troppo la panza e trascuri un po’ il cervello”) e altre lezioni di giornalismo, che il tipo ha deciso di darmi per evitarmi “figuracce”. Lo rassicuro in tal senso, visto che il suo software ha qualche problema a pubblicare i miei commenti: il primo giorno che mi preoccuperò di fare “figuracce” al cospetto di un anomimo conosciuto su internet, invito i presenti a schiaffeggiarmi, ma schiaffeggiarmi sul serio. Insomma, un blogger, si chiami esso SuzukiMaruti o MercedesBenz, ha tutto il diritto, se vuole, di insegnare giornalismo ai giornalisti con le sue teorie fantasiose: però noi abbiamo tutto il diritto di protestare.
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Monday, January 15th, 2007
Questo post l’avevo scritto un paio di giorni fa, l’ho tenuto visibile per qualche minuto e l’ho nascosto. Adesso che sono tornato operativo ve lo ripropongo.
Sarò forzatamente breve perché sono a casa per malattia (piccola colica renale il sabato notte, dagli esami risulta che è tutto normale e che, probabilmente, i miei acidi sono elevati per motivi familiari: ciò comporta, almeno per questa settimana, una dieta monastica e tant’acqua): voglio anch’io partecipare al meme che sta girando sull’enogastrosfera. Me l’ha rilanciato Maricler, ma è stato portato avanti anche da altri, che non vi lino perché, come ho detto, sono lievemente debole.
Cinque cose che non sapete di me
- Sono alto 1,79 e decisamente pesante, sia per costituzione che per la mia propensione mangereccia non sempre morigerata. Inoltre, anche se non sembrerebbe, sono quasi astemio. No, non abbiate paura: semplicemente vivo in una situazione tale che a pranzo non bevo, e a sera sono comunque stanco per farlo. Va a finire che un bicchiere di vino a pasto riesco a berlo solo la domenica (nemmeno sempre) oppure lavorando, ossia visitando aziende, conducendo o partecipando a degustazioni e banchi d’assaggio, o andando al ristorante.
- Sono un fanatico inesauribile della montagna. Quando i miei colleghi pregustano settimane di ferie in località esotiche (rigorosamente da soli), io gli rispondo con la mia rituale settimana a La Thuile (quest’anno non fatta per ragioni varie), con il mio amore per Valle d’Aosta e Valtellina, con la mia passione per l’Alto Adige. Non sono “cittadino”, prediligo luoghi isolati e ho il ribrezzo più assoluto per posti “da giovani” (Formentera, isole greche).
- A differenza della maggioranza dei giornalisti che conosco, mi piace molto vestirmi bene. E’ raro vedermi in redazione senza una cravatta, o comunque un elemento di distinzione nel mio vestiario, che comunque è squisitamente classico. Mi piace anche mettermi il cappello, e d’estate sfoggio un magnifico Panama di Borsalino, regalo di compleanno dei miei genitori due anni fa.
- Uso internet dal 1997, e dal 1998 ho cominciato a imparare i primi rudimenti di HTML. Ora, ahimè, l’epoca in cui si facevano layout molto complessi con le famigerate tabelle è definitivamente tramontata: ora impera il tableless, la dittatura dei CSS, il contenuto separato dalla presentazione. Cose giustissime, bellissime, utilissime, ma chi ha il tempo di imparare a usare il posizionamento coi css? Io al massimo ci so formattare i link, oppure fare effettacci vari su testo e parole. Magari un giorno imparerò, chissÃ
- Ultima e più importante: io non dovevo fare il giornalista. Studiavo canto lirico con Patrizia Zanardi, e volevo debuttare nel professionismo da baritono. Poi, finii nel giro delle collaborazioni, con la Guida dell’Espresso e Papillon. Se mi avete tra i piedi, è solo colpa di Giuseppe Braga, che attualmente dirige la rivista Volare. All’epoca (2001), era caposervizio della cronaca milanese su libero, e mi lanciò l’idea di due rubriche fisse, una sui prodotti e una sui ristoranti. Libero allora era molto più piccolo di oggi, non aveva una gastropenna “di ruolo” (oggi invece ci sono parecchi che telefonano e offrono in tal senso la loro collaborazione) e mi sembrò una buona opportunità . Le mie rubriche ebbero subito successo, e ciò mi fece molto ma molto piacere.
E anche questa è fatta.
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Saturday, January 6th, 2007
Talvolta è davvero bello poter dire «C’ero anch’io». Era il novembre 1994, e Paolo Massobrio, nel suo libro Il tempo del vino, rievoca l’episodio in un capitolo: a Vignale Monferrato (Alessandria), in un Piemonte devastato dall’alluvione, andò in scena una particolare “Giornata di resistenza umana” organizzata dal Club di Papillon, una delle primissime. Fu il Rito della Cassoeula.
Si fecero le cose in grande, quel giorno: fu chiamato Luca Doninelli, ma anche Paolo Frola, il medico-cantautore di Rocchetta Tanaro (Alessandria), Raspelli ed altri, per un bel talk show, seguito da una cena sontuosa il cui fulcro fu la cassoeula cucinata da Ezio Santin, anima dell’Antica Osteria del Ponte di Cassinetta di Lugagnano (Milano).
La cosa bella è che io c’ero, assieme a mio padre. Ebbi modo di assistere alla declamazione, da parte di Doninelli, di un breve monologo dedicato al caco, icasticamente definito “figa d’Italia”; ascoltai cantare Paolo Frola, e il signor Piccolo suonare la fisarmonica. Assaggiai (e portai a casa) un vaso della mostarda di uva fragola che già allora Frola produceva amorosamente.
E poi, la cena, consumata nella saletta piccola, d’onore, assieme a Doninelli, Raspelli, Frola, Piccolo, Massobrio e altri. E la cassoeula di Santin, che prima aveva anche preso la parola, me la ricordo ancora: uno spettacolo.
Non manca un particolare curioso. Subito dopo la cassoeula fu presentato un Castelmagno non erborinato, bianco, giovane. L’implacabile Raspelli lo impallinò subito: «E’ gessoso!». Già allora era in voga questa tipologia semplicistica e riduttiva di Castelmagno, buona fin che volete ma assolutamente inconfrontabile con quella “vera”, con le venature verdognole.
Non so perché quella bellissima serata mi sia venuta in mente proprio oggi.
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