Archivio della rubrica ‘Personale’
Monday, November 19th, 2007

Sono molto, molto orgoglioso di essere uno dei dedicatari del nuovo libro di Renato Farina, Maestri. Vi consiglio di acquistarlo, o almeno di leggerlo. Il capitolo su Oriana Fallaci va conosciuto assolutamente.
Postato in Personale | 13 Commenti »
Tuesday, November 6th, 2007
E’ tornato Luttazzi, il martire, la vittima sacrificale della malvagia censura del “regime berlusconiano” (così vuole sempiternamente, anche a fine regime, la vulgata inane dei robot portabandiera di un certo tipo di “informazione”). E il risultato era quello che mi aspettavo: triviale volgarità, tante fandonie a ruota libera, e poco umorismo, concentrato negli ultimi dieci minuti. Del resto, le offese alla Chiesa cattolica sono così originali…
Leggetevi questo, così capite più o meno come la penso. Eh signori, sicuramente il medico di Santarcangelo sarà un genio, sarà tanto impegnato, sarà senza peli sulla lingua. Però tempo fa me lo ricordavo almeno più divertente.
Postato in A ruota libera, In edicola, Personale | 7 Commenti »
Saturday, October 20th, 2007
Il risotto, che splendore italiano! Debbo essere assai grato con Carlo Zaccaria, che ha avuto il piacere di invitarmi oggi a Vercelli, a un piccolo ma dovizioso pranzo della curmaja: ossia, il banchetto che celebra il momento in cui la campagna viene messa a riposo. Attorno al tavolo, oltre all’organizzatore (che ne parla sul suo blog) e a me, c’erano pure Liborio Butera (siciliano d’origine ma biellese d’elezione), Edoardo Bresciano (un altro che conoscete tutti) e Luca Ripellino, sovversivo del gusto onorario, vecchia conoscenza sui blog gastronomici. Teatro dell’evento? Il ristorante risotteria dell’Hotel Cinzia di Vercelli. Qui lavorano due fratelli chef, Christian e Manuel, che si imporranno nella grande ristorazione di domani. In particolare, Christian, leader della cucina, ha una mano sapiente ed estrosa nel risotto, piatto principe della grande pianura vercellese (e della baraggia biellese). Le sue ricette sono curiose, rispettose della tradizione ma anche capaci di grandi idee. Paolo Massobrio, mesi fa, magnificava un Carnaroli al limone, vaniglia ed erbe fini mantecato al Fiore Sardo, nonché un risotto al Martini bianco e un intrigante riso Baldo con cannella e foie gras in scaloppa, che conto di provare quanto prima. Dal canto suo, Claudio Sacco è rimasto entusiasta di un non meno invogliante risotto con coniglio, foie gras e riduzione di barbera. Ma questo è niente: per il cliente, anche solitario e non solo in coppia, Christian prepara tutti i giorni 25 tipi di risotti espressi, su quest’andazzo.
Ma questo è niente. Prima del risotto, potreste comunque assaggiare pregevolissimi stuzzichini e antipasti. Un codicillo a parte lo merita il pane. Ti aspetteresti la sarabanda, ormai consueta nei locali con pretese gastronomiche, di paninetti insaporiti con ogni possibile ingrediente terrestre. Invece no: c’è il caro, vecchio, buonissimo pane con la crosta, croccante fuori e morbidissimo dentro. Un pane perfetto per far scarpetta (senza farvi vedere) con questo:

La foto l’ha scattata il sempre professionalissimo Viaggiatore Gourmet. Si tratta dei piccoli bocconcini di tonno in carpione, incrocio tra il Mediterraneo e la più genuina tradizione piemontese e campagnola. Un aperitivo dolcissimo, che si è sposato alla grande col fresco, esuberante metodo classico Arunda. Di gran livello un’altra chicca: la carne cruda piemontese trota battuta a coltello servita dentro una scatoletta di vetro con una base di riso venere nero, e una ciotolina di gazpacho a corredo. Per il secondo antipasto (e per il prosieguo), ci viene portato invece il Cinerino di Marziano Abbona, annata 2005: un Langhe Bianco da uve viognier in purezza, setoso, di corpo, inebriante nei profumi di anice, rosmarino e cioccolato bianco. Perfetto per una portata come il carpaccio di fassone con bagna caoda. E qui, tutto il tavolo ha esclamato: «Vivaddio, la bagna caoda senza panna!». Ossia, come piaceva a Riccardo Riccardi, tradizionalista mai pentito.
Ma tutto questo era un sipario, una preparazione. Il piatto principe, quello dell’amore professatissimo di Carlo Zaccaria, è lui, il risotto con le rane, pietanza nazionale delle risaie. Che bontà, che tripudio, che perfezione di mantecatura ci ha regalato Christian, che ha apportato marginali varianti alla ricetta più classica. Oltre alle rane giuste, quelle locali, piccolette, una diversa dall’altra (altro che le cosce jumbo delle più svariate provenienze), cotte nel solito modo, il cuoco ci ha piazzato un’altra rana fritta. Altro tocco magico: una bella macinata di profumatissimo pepe di Sarawak, quello che piaceva a Sandokan e che un sacco di chef hanno scoperto.
E poi? Se si è in ballo, tanto vale ballare. Sotto quindi con una cascata di rane fritte caldissime e leggerissime, immerse in un miscuglio di farina di riso e farina 00, poi buttate nel padellone. Luca Ripellino e Carlo Zaccaria, fedeli alle loro origini campagnole, le hanno divorate gagliardamente intere. Io, che ho poca simpatia per le spine dei pesci e gli ossicini delle rane, le ho spolpate: ma c’era poco da spolpare, erano piccole ma carnose e saporite. Chapeau.
Purtroppo, incipienti impegni di lavoro mi hanno impedito di trattenermi fino al dessert, appannaggio del più giovane manuel. Spero che i presenti ne parlino. Intanto, questo evento era stato annunciato nel blog dei Sovversivi del Gusto, nel quale conto di entrare a breve con qualche intervento. Il fatto è che tradizione, campagna, amicizia e gola, uniti assieme, formano un miscuglio esplosivo. Grande giornata, davvero.
Postato in Patrimoni golosi, Personale, Ristoranti | 16 Commenti »
Tuesday, September 11th, 2007
«Ma non è che un Paese dove si radunano in 200mila a venerare e applaudire un clown che si guadagna le prime pagine dei quotidiani nello sparare a vanvera fanfaronate becere e populiste, non è altro che un Paese di merda? Lo sapevano due personaggi politici eccome se diversi tra loro, Camillo Benso conte di Cavour e Benito Mussolini, che gli italiani sono “ingovernabili”, che il problema non era “fare l’Italia” ma “fare gli italiani”, un’impresa impossibile. Lo diceva Carlo Dossi, forse il personaggio più grande della cultura italiana che dall’Ottocento stava saltando a piedi uniti nel Novecento: “Il problema di un Paese non sono i governanti, ma i governati”»
Per me è difficile non sottoscrivere quasi dalla prima all’ultima riga l’articolo che Giampiero Mughini ha scritto oggi su Libero. Mi spiace molto, ma la penso così. Il giustizialismo mi è sempre stato indigesto, così come la retorica dell’ “antipolitica”, del “Parlamento Pulito” e altre paturnie moralistiche che oggi “fanno fine” perché (dicono) sono trasversali agli schieramenti politici.
Posso limitarmi a un trasversale, trasversalissimo, eduardiano pernacchio all’indirizzo di tutto questo?
Grillo è una persona intelligente, e sicuramente in buona fede è buona parte della gente che ne ha seguito il richiamo (per questo, ho detto, condivido “quasi” tutto l’articolo, senza contare la pochissima simpatia che nutro per Mussolini e in parte per lo stesso Cavour). Ciò non toglie che, al pari di Paolo Guzzanti, mi sono stufato di tutto questo pontificare sui politici ladri, privilegi, Caste, pregiudicati (come tali, bollati per l’eternità e nei secoli dei secoli, manco una sentenza di tribunale - magari con la pena già scontata - sia più definitiva del Giudizio Divino) e altro lessico estratto dal carniere giustizialista-qualunquista-forcaiolo-sinistraedestrasonotuttaunaminestra. Quasi quasi, preferivo quando qualche esponente sinistrorso rivendicava la presunzione di correttezza della sinistra medesima.
Potreste dirmi: e chi se ne frega se ti sei stufato?
Risposta: avete tutte le ragioni del mondo, non c’è nessuna ragione per cui debba necessariamente fregarvene qualcosa. Ma ogni tanto mi va di inoltrarmi in questioni di attualità. Lo sbaglio peggiore che può commettere qualcuno è avere paura di quello che pensa.
Tanto vi dovevo, con sincerità.
Postato in A ruota libera, Diritto di replica, Personale | 11 Commenti »
Saturday, September 8th, 2007
Del rugby non me ne frega niente.
E ne vado molto, molto orgoglioso.
Postato in Personale | 8 Commenti »
Tuesday, August 28th, 2007

Domenica sera, che peste mi colga, ho visto al cinema 4 mesi 3 settimane 2 giorni. Lo so, il fatto che abbia avuto la Palma d’Oro a Cannes 2007 avrebbe dovuto farmi capire qualcosa fin da subito, e indurmi a non entrare in sala. Eppure, come spesso accade, sono stato troppo buono e ottimista.
E’ (o sarebbe) un film sull’aborto. Nel 1987, nelle disagiate lande della Romania ancora comunista, due amiche vivono in uno scalcinato pensionato universitario. Una delle due è incinta, ma per un motivo o per un altro il bambino non le va giù, e vuole sbarazzarsene (cosa giustamente illegale in Romania). Decide di rivolgersi a un abortista clandestino, di quelli di cui amano cianciare gli abortisti nostrani più invasati, quelli che «Se non ci fosse una legge ci sarebbero solo aborti clandestini» oppure, a scelta, «Sì, ma come la metti con le mammane?» (”Mammane”, ecco la parola che non manca mai nelle argomentazioni di costoro).
Orbene, le due balde giovinotte si rivolgono al preteso facitore di aborti, tale Bebe, un energumeno borgataro in giubbotto di finta pelle, al volante di una tossicchiante auto rossa (una Dacia? Non me ne intendo molto, ma c’erano solo quelle all’epoca). Coi suoi modi spicci, viene a sapere che il bambino nella pancia di Gabita (la ragazza incinta) è di 4 mesi, cosa che rende l’aborto più difficile e pericoloso…
Non vi rivelo il finale (che a dire il vero offre un piccolo excursus sulle cibarie rumene), ma dirò che il tutto si trascina tra pullman macilenti, periferie urbane fosche e popolate da mute di cani, alberghi in stile sovietico, presidiati da maleducati portieri; inutili nel loro bozzettismo, ma perfette per allungare il pur sempre immangiabile brodo, le scene in cui la sodale di Gabita, l’antipatica Otilia (una frigida Anamaria Marinca), va a far visita all’azzimato fidanzatino nella casa di famiglia, popolata da sgangherati amici dei genitori (docenti universitari) in occasione del compleanno della mamma di lui.
Fa bene il Cairoli a lodarne alcuni particolari atmosferici (dal punto di vista cinematografico, la fotografia non manca di suggestione, nel suo insistere su colori grigiastri, cupi, spesso oppressivi, a delineare l’atmosfera di desolata drammaticità immaginata dal cineasta), ma il vero pepe che il regista ha sparso a piene mani nel suo film, finendo per contaminarne il sapore, è quello del cinismo. Un cinismo subdolo, per giunta, perché ammantato di pietismo per la condizione delle due povere ragazze. E il bambino (anzi, pardon, il feto: così vuole la vulgata abortista) che fine fa? Il preteso genio della macchina da presa ha in qualche momento empatia per lui? Ben poca. E’ sempre trattato come un fastidio, come spazzatura da buttar via: non a caso, il borchiato abortista spiega tutte le possibili strategie per sbarazzarsene, con i relativi “effetti collaterali” (chiamiamoli così, è appropriato al contesto).
Morale della favola: chi ha voluto vedere una polemica contro l’aborto in questo film, è completamente fuori strada. C’è solo una polemica verso chi osa non concederlo a chi voglia, bontà sua, sbarazzarsi del nascituro.
In ultima analisi, un film brutto, pretenzioso, squallido, tribunizio, cinico, ipocrito nel suo rancido moralismo di facciata. Fate una sintesi di tutto ciò.
Spero non passi inosservato a Massimo Bertarelli, il cattivissimo critico che in materia cinematografica personalmente prediligo.
POSCRITTO: ho scoperto di essere in sintonia con Gian Filippo Belardo, giornalista dell’Osservatore Romano. Leggete un po’ cosa ha scritto del film. Capziosa però l’allusione finale: che gli hanno fatto, a Belardo, le frattaglie e le interiora?
Postato in A ruota libera, Personale | 9 Commenti »
Wednesday, July 18th, 2007

Libero, il giornale per cui ho l’onore di lavorare, festeggia oggi i suoi primi sette anni di pubblicazioni. Con un buon bicchiere di prosecco Foss Marai Dry Millesimato 2006, i prodotti di Zoppi e Gallotti e una bellissima torta con un grande, ciclopico “7″, abbiamo fatto festa, alla faccia di chi, negli anni, da sindacalisti di secondo piano a politicanti di terzo e giornalisti di quarto, ci hanno detto le cose peggiori, magari augurandoci una rapida chiusura.
Anche a queste cassandre starnazzanti va un bel saluto: cin cin.
Postato in In edicola, Personale | 3 Commenti »
Wednesday, July 11th, 2007
Oggi sul Foglio Camillo Langone ha scritto un gustoso pezzo: nientemeno che il suo testamento librario e spirituale, in cui l’amico scrittore-giornalista lucano-parmigiano decide di lasciare in eredità la sua fornitissima biblioteca a un ristretto novero di persone. Immaginate la sorpresa che ho avuto nel vedermi beneficiato dal lascito. Camillo (che Kelablu ha pure intervistato) ha deciso di omaggiarmi di Il critico maccheronico, scritto dal collega Antonio Fiore del Corriere del Mezzogiorno. Oltre al volume, che non ho mai letto ma che a questo punto assaporerò, mi viene assegnato un piccolo mandato: quello di diffondere «la notizia che non la migliore musica né la migliore letteratura ma il miglior cibo e il miglior vino e la migliore critica gastronomica d’Italia allignano nella Campania per altri versi non troppo felix».
Che dire? Non conosco personalmente Antonio Fiore, ma ho avuto il piacere di leggerlo nella felice e purtroppo breve avventura di Buffet, ove ha firmato da par suo le schede di ristoranti e buoni prodotti della sua regione. Sulla bontà del giornalismo gastronomico campano concordo pienamente: ho già parlato più e più volte di Luciano Pignataro, che ha messo su un vero e proprio hub goloso che sviscera non solo Napoli e dintorni, ma un po’ tutto il sud Italia con l’aiuto di collaboratori di grande bravura. Oppure Fabio Cimmino, che ogni giorno rende conto delle sue degustazioni in Euthymia. Pure la gastronomia campana, che qualche ignorante vorrebbe banalizzare a pizza, pasta e pummarola (che banali non sono per null’affatto, ma lo sono diventati nell’immagine distorta, commerciale, americanizzante di cui hanno dovuto farsi carico) ha le qualità per imporsi tra le migliori, e lo stesso discorso mi sento di farlo per l’enologia, anche senza nominare le numerosissime aziende meritevoli di segnalazioni.
Che dire, Camillo? Mi assegni un compito importante. Mi limiterò a fare il mio lavoro di sempre, raccontando ai miei lettori quello che provo e che assaggio, senza trascurare il Golfo di Napoli. Le armi saranno le solite: la mia competenza, la mia indipendenza e la mia mancanza di pregiudizi gastronomici. I lettori che ho, del resto, sembrano apprezzarle.
ERRATA CORRIGE: Luciano Pignataro mi ha fatto notare l’errore più idiota che potessi fare: quello nel titolo. Ora l’ho corretto…
Postato in In edicola, Personale | 7 Commenti »
Monday, July 2nd, 2007

Mi limito ad un unico commento: Adriano Liloni (qui in una foto dell’anno scorso scattata da Aristide) è un grande. Ed essendo lui grande, merita una foto grande. Ha organizzato davvero una gran bella giornata con vista sul Garda, e merita veramente tutti i ringraziamenti del mondo. A breve mi dilungherò maggiormente, ma qui mi limito a un grande grazie.
Postato in Personale | 16 Commenti »
Saturday, June 9th, 2007
Ho appreso ieri una notizia molto brutta: uno dei commentatori più acuminati e fumantini della enogastrosfera virtuale non si farà mai più sentire. Valerio, soprannominato Voce di Bologna o Voice, è morto ieri, verso l’una.
Io non ho mai frequentato il forum del Gambero Rosso, però ho sempre letto il blog di Stefano Bonilli, dove voice amava intervenire con una certa verve (vedi ad esempio questo post). Credo di essermici scontrato una volta o due, ciononostante ho anche dichiarato di stare sotto sotto dalla sua parte (quando qualcuno si mette tutti contro, io di solito mi ci affeziono). Non l’ho mai conosciuto personalmente, né mai ho incontrato sua moglie Egle, e mi dispiace. Però mi spiace ancora di più che ora non sia più tra noi. Io non lo dimenticherò.
AGGIORNAMENTO: Lorenzo Cairoli ha dedicato un bel post alla memoria di Valerio.
Postato in Personale | 4 Commenti »