Archivio della rubrica ‘Personale’
Tuesday, January 15th, 2008

«A seguito delle ben note vicende di questi giorni – si legge nel testo del comunicato vaticano – in rapporto alla visita del Santo Padre all’Università degli Studi La Sapienza, che su invito del Rettore Magnifico avrebbe dovuto verificarsi giovedì 17 gennaio, si è ritenuto opportuno soprassedere all’evento». «Il Santo Padre – si conclude il testo – invierà, tuttavia, il previsto intervento».
I cialtroni hanno vinto.
Benedetto XVI non contaminerà con la sua presenza le aule dell’università di Roma, ove si officia la scienza nella sua forma ideal purissima.
Solitamente sono molto restio ad indignarmi, ma questa volta non posso proprio farne a meno.
Ritengo veramente grottesco un simile comportamento da parte di un ateneo pubblico, che si mantiene anche coi soldi che pago allo Stato ottemperando ai miei doveri fiscali. In un luogo di pensiero come l’università, si è deciso che la testa più pensante del nostro mondo non dovesse avere cittadinanza. E questo per cosa? Per le smorfie di un gruppuscolo minoritario di studenti, desiderosi di vestire gli abiti di difensori della libertà di ricerca e della scienza che tutto può. E dalla foto là sopra, potete rendervi conto del gusto di questi paladini della libertà d’espressione.
Si può dire: sono ragazzi, devono studiare, crescere. E invece no. I medesimi ragazzi sono stati seguiti nel loro proposito da qualche decina di cosiddetti “docenti”. Gente che in teoria dovrebbe essere istruita. E mai prima di oggi è stata tanto chiara la distinzione tra istruzione e saggezza. Il mio povero nonno non ebbe un dottorato di ricerca. Lui aveva la terza media (all’epoca era molto, e ne andava fiero), e nonostante questo, poverino lui, ha dato lavoro, nella sua vita, a centinaia di persone. E, intelligente com’era, sapeva sempre riconoscere l’intelligenza altrui. Questi signori, dall’alto delle loro sudate carte, evidentemente hanno preferito non riconoscere l’intelligenza del Papa. Hanno preferito le loro cortine fumogene, e sopratutto l’esaltazione di loro stessi medesimi. Tutti, docenti e studenti, hanno avuto il loro minuto di celebrità, il loro quarto d’ora televisivo. Uno svolazzare compiaciuto di maglioni sdruciti e di capelli e barbe allo stato brado, roba che nemmeno a Woodstock.
E alla fine hanno vinto. Il Papa non verrà. Minacce di turbative di ordine pubblico da parte dei cosiddetti collettivi l’hanno fatto desistere. Questi collettivi, parenti stretti della teppaglia nota per il G8 genovese (abilmente trasformata in parte lesa dalla disonestà di molti giornalisti), nella loro pecoroneria laicista sono riusciti nel loro intento, in tandem con i 67 aspiranti luminari (e molti lo rimarranno per tutta la vita) che gli han dato legittimazione “intellettuale”, per così dire. Del resto, anche Gesù era (ed è) figlio di Dio, ma i dottori della legge e gli scribi del tempio di Gerusalemme non lo vedevano troppo di buon occhio.
Il mondo universitario e scientifico aveva un’occasione per dimostrare che la tanto deplorata “fuga dei cervelli” dal nostro povero Paese non fosse, in realtà, una benedizione per il Paese stesso. Non l’ha fatto. Ma almeno la purezza della scienza è salva. Senza macchia. Del resto, la Verità suprema è quella della scienza, vero?
AGGIORNAMENTO: incredibile ma vero, uno dei commenti con cui più concordo è quello di Antonio Di Pietro: «Un comportamento del genere, già censurabile in generale, diventa particolarmente offensivo sul piano culturale, etico e politico se, ad essere oggetto di tanto ostracismo sono addirittura il Papa e la Chiesa, portatori di pace per definizione. Il fatto che a provocare questa sceneggiata siano stati componenti della comunità scientifica dimostra tutti i limiti e le ambizioni di questi cattivi maestri».
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Tuesday, January 15th, 2008
Il Papa viene invitato alla Sapienza a parlare, ma alcuni non ci stanno e imbastiscono una cagnara laicistica, fomentata non solo dai soliti studenti, ma addirittura da alcuni professori.
Evidentemente, quella volta che vennero i raeliani non c’era nulla di così squallido. La scelta (legittima) di invitare costoro non era “inopportuna e vergognosa”, come un firmatario dell’appello ha bollato invece quella di Benedetto XVI.
Per quello che mi riguarda, è semplicemente la conferma di quello che ho sempre pensato sull’ambiente universitario italiano (specialmente quello cosiddetto “scientifico”) e della repulsione che mi suscita. Questa gente faccia un po’ di ricerca, anziché rompere le scatole al Papa. Se loro hanno il diritto di esternare la loro cialtroneria ed ignoranza, a maggior ragione ha il diritto di farlo il Papa, che è qualcosina più di loro.
AGGIORNAMENTO: ho ricevuto una email perplessa, che mi spinge a fare precisazioni. Non ho nulla contro gli ambienti universitari, non ho detto che sono il male o che chiunque ci abbia a che fare sia cattivo. Ho solo detto che non mi piacciono affatto. So benissimo che lì dentro c’è tanta brava gente. Ma la brava gente non è altrettanto brava a farsi sentire.
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Saturday, January 5th, 2008

Eh no, a casa Farina per quest’anno niente horror per i polli, hanno dovuto ripiegare su altro. Proprio così: niente cappone per Natale. Abbiamo mangiato altro, tanto per cambiare un po’.
Non vi dico della Vigilia, una giornata molto semplice e fortunatamente festiva anche per me. La mattinata l’ho allegramente passata tra gastronomie e macellerie, a ritirare gli ordini culinari. Da Trezzi di Giussano, oltre a un salsiccione (il salame tipo Felino, insaccato in budello gentile), ho ritirato le pietanze fredde con cui solitamente santifichiamo il 24 dicembre: insalata russa; insalata di nervetti, cipolle e fagioli (strepitosa, fatta come una volta); cocktail di gamberi (alla Vigilia di Natale è doveroso); insalata di pollo, maionese e tartufo nero; mousse di prosciutto in gelatina; aragosta in bellavista; il paté della casa, irrinunciabile: mezzo stampo normale (di vitello), mezzo stampo al fagiano, tartufi e pistacchi.
A sera, ancora le stesse cose, più tortellini (di pastaio artigianale) malauguratamente preparati da mio padre in un brodo da lui pudicamente definito “leggero” (non sapeva di nulla).
Fortuna che si è rifatto il giorno dopo, a Natale, cucinando uno strepitoso risotto al mascarpone con la luganega (cucinata alla monzese, e proveniente dal Minimarket Viganò): memorabile. Papà, il riso ti viene decisamente meglio dei ravioli… Ma questa è solo una delle portate. L’inizio è stato tutto per gli antipasti fatti dalla zia: insalata russa, lingua salmistrata (un classico preteso da mio nonno buonanima), alici in salsa piccante (come sopra), salmone affumicato, salami e capocolli calabresi regalati a mio zio da un dipendente (ottimi) e ancora il paté di Trezzi. Poi, il risotto. Indi, un gran buon roast beef cucinato dallo zio, ben riuscito. Bere? Champagne Pommery e Veuve-Clicquot base, poi un Roccato 1999 di Rocca delle Macie in magnum, strepitoso nella sua stoffa elegante e nella vigoria del sorso, anche originata dallo smaltimento pressoché totale degli influssi delle barrique garantito dall’invecchiamento.
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Thursday, January 3rd, 2008
Rieccomi di ritorno.
Stupiti dai link in entrata?
Ebbene, qualcuno in vena di grande bontà ecumenica ha pensato di confezionare un brindisi in ASCII art, in cui ogni carattere è un link a un blog particolare. C’è davvero di tutto: da personaggi della gastrosfera come me, Franco Ziliani o Burde, a giornalisti come Vittorio Zambardino. C’è anche roba che non linkerei nemmeno per errore, ma visto che è arrivato l’anno nuovo ve lo propino.

Ovviamente ho fatto del mio meglio onde renderlo presentabile sul mio blog, sennò, a postare il codice nella sua versione originale (che peraltro ho ricavato curiosando nell’html altrui) è ancora più brutto di così. Su Pigrecoemme ho trovato un’immagine accettabile. Per aver idea di come dovrebbe essere, guardate sul blog di Batsceba. A lei è venuto bene, a me no…
Comunque auguroni.
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Monday, November 19th, 2007

Sono molto, molto orgoglioso di essere uno dei dedicatari del nuovo libro di Renato Farina, Maestri. Vi consiglio di acquistarlo, o almeno di leggerlo. Il capitolo su Oriana Fallaci va conosciuto assolutamente.
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Tuesday, November 6th, 2007
E’ tornato Luttazzi, il martire, la vittima sacrificale della malvagia censura del “regime berlusconiano” (così vuole sempiternamente, anche a fine regime, la vulgata inane dei robot portabandiera di un certo tipo di “informazione”). E il risultato era quello che mi aspettavo: triviale volgarità, tante fandonie a ruota libera, e poco umorismo, concentrato negli ultimi dieci minuti. Del resto, le offese alla Chiesa cattolica sono così originali…
Leggetevi questo, così capite più o meno come la penso. Eh signori, sicuramente il medico di Santarcangelo sarà un genio, sarà tanto impegnato, sarà senza peli sulla lingua. Però tempo fa me lo ricordavo almeno più divertente.
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Saturday, October 20th, 2007
Il risotto, che splendore italiano! Debbo essere assai grato con Carlo Zaccaria, che ha avuto il piacere di invitarmi oggi a Vercelli, a un piccolo ma dovizioso pranzo della curmaja: ossia, il banchetto che celebra il momento in cui la campagna viene messa a riposo. Attorno al tavolo, oltre all’organizzatore (che ne parla sul suo blog) e a me, c’erano pure Liborio Butera (siciliano d’origine ma biellese d’elezione), Edoardo Bresciano (un altro che conoscete tutti) e Luca Ripellino, sovversivo del gusto onorario, vecchia conoscenza sui blog gastronomici. Teatro dell’evento? Il ristorante risotteria dell’Hotel Cinzia di Vercelli. Qui lavorano due fratelli chef, Christian e Manuel, che si imporranno nella grande ristorazione di domani. In particolare, Christian, leader della cucina, ha una mano sapiente ed estrosa nel risotto, piatto principe della grande pianura vercellese (e della baraggia biellese). Le sue ricette sono curiose, rispettose della tradizione ma anche capaci di grandi idee. Paolo Massobrio, mesi fa, magnificava un Carnaroli al limone, vaniglia ed erbe fini mantecato al Fiore Sardo, nonché un risotto al Martini bianco e un intrigante riso Baldo con cannella e foie gras in scaloppa, che conto di provare quanto prima. Dal canto suo, Claudio Sacco è rimasto entusiasta di un non meno invogliante risotto con coniglio, foie gras e riduzione di barbera. Ma questo è niente: per il cliente, anche solitario e non solo in coppia, Christian prepara tutti i giorni 25 tipi di risotti espressi, su quest’andazzo.
Ma questo è niente. Prima del risotto, potreste comunque assaggiare pregevolissimi stuzzichini e antipasti. Un codicillo a parte lo merita il pane. Ti aspetteresti la sarabanda, ormai consueta nei locali con pretese gastronomiche, di paninetti insaporiti con ogni possibile ingrediente terrestre. Invece no: c’è il caro, vecchio, buonissimo pane con la crosta, croccante fuori e morbidissimo dentro. Un pane perfetto per far scarpetta (senza farvi vedere) con questo:

La foto l’ha scattata il sempre professionalissimo Viaggiatore Gourmet. Si tratta dei piccoli bocconcini di tonno in carpione, incrocio tra il Mediterraneo e la più genuina tradizione piemontese e campagnola. Un aperitivo dolcissimo, che si è sposato alla grande col fresco, esuberante metodo classico Arunda. Di gran livello un’altra chicca: la carne cruda piemontese trota battuta a coltello servita dentro una scatoletta di vetro con una base di riso venere nero, e una ciotolina di gazpacho a corredo. Per il secondo antipasto (e per il prosieguo), ci viene portato invece il Cinerino di Marziano Abbona, annata 2005: un Langhe Bianco da uve viognier in purezza, setoso, di corpo, inebriante nei profumi di anice, rosmarino e cioccolato bianco. Perfetto per una portata come il carpaccio di fassone con bagna caoda. E qui, tutto il tavolo ha esclamato: «Vivaddio, la bagna caoda senza panna!». Ossia, come piaceva a Riccardo Riccardi, tradizionalista mai pentito.
Ma tutto questo era un sipario, una preparazione. Il piatto principe, quello dell’amore professatissimo di Carlo Zaccaria, è lui, il risotto con le rane, pietanza nazionale delle risaie. Che bontà, che tripudio, che perfezione di mantecatura ci ha regalato Christian, che ha apportato marginali varianti alla ricetta più classica. Oltre alle rane giuste, quelle locali, piccolette, una diversa dall’altra (altro che le cosce jumbo delle più svariate provenienze), cotte nel solito modo, il cuoco ci ha piazzato un’altra rana fritta. Altro tocco magico: una bella macinata di profumatissimo pepe di Sarawak, quello che piaceva a Sandokan e che un sacco di chef hanno scoperto.
E poi? Se si è in ballo, tanto vale ballare. Sotto quindi con una cascata di rane fritte caldissime e leggerissime, immerse in un miscuglio di farina di riso e farina 00, poi buttate nel padellone. Luca Ripellino e Carlo Zaccaria, fedeli alle loro origini campagnole, le hanno divorate gagliardamente intere. Io, che ho poca simpatia per le spine dei pesci e gli ossicini delle rane, le ho spolpate: ma c’era poco da spolpare, erano piccole ma carnose e saporite. Chapeau.
Purtroppo, incipienti impegni di lavoro mi hanno impedito di trattenermi fino al dessert, appannaggio del più giovane manuel. Spero che i presenti ne parlino. Intanto, questo evento era stato annunciato nel blog dei Sovversivi del Gusto, nel quale conto di entrare a breve con qualche intervento. Il fatto è che tradizione, campagna, amicizia e gola, uniti assieme, formano un miscuglio esplosivo. Grande giornata, davvero.
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Tuesday, September 11th, 2007
«Ma non è che un Paese dove si radunano in 200mila a venerare e applaudire un clown che si guadagna le prime pagine dei quotidiani nello sparare a vanvera fanfaronate becere e populiste, non è altro che un Paese di merda? Lo sapevano due personaggi politici eccome se diversi tra loro, Camillo Benso conte di Cavour e Benito Mussolini, che gli italiani sono “ingovernabili”, che il problema non era “fare l’Italia” ma “fare gli italiani”, un’impresa impossibile. Lo diceva Carlo Dossi, forse il personaggio più grande della cultura italiana che dall’Ottocento stava saltando a piedi uniti nel Novecento: “Il problema di un Paese non sono i governanti, ma i governati”»
Per me è difficile non sottoscrivere quasi dalla prima all’ultima riga l’articolo che Giampiero Mughini ha scritto oggi su Libero. Mi spiace molto, ma la penso così. Il giustizialismo mi è sempre stato indigesto, così come la retorica dell’ “antipolitica”, del “Parlamento Pulito” e altre paturnie moralistiche che oggi “fanno fine” perché (dicono) sono trasversali agli schieramenti politici.
Posso limitarmi a un trasversale, trasversalissimo, eduardiano pernacchio all’indirizzo di tutto questo?
Grillo è una persona intelligente, e sicuramente in buona fede è buona parte della gente che ne ha seguito il richiamo (per questo, ho detto, condivido “quasi” tutto l’articolo, senza contare la pochissima simpatia che nutro per Mussolini e in parte per lo stesso Cavour). Ciò non toglie che, al pari di Paolo Guzzanti, mi sono stufato di tutto questo pontificare sui politici ladri, privilegi, Caste, pregiudicati (come tali, bollati per l’eternità e nei secoli dei secoli, manco una sentenza di tribunale – magari con la pena già scontata – sia più definitiva del Giudizio Divino) e altro lessico estratto dal carniere giustizialista-qualunquista-forcaiolo-sinistraedestrasonotuttaunaminestra. Quasi quasi, preferivo quando qualche esponente sinistrorso rivendicava la presunzione di correttezza della sinistra medesima.
Potreste dirmi: e chi se ne frega se ti sei stufato?
Risposta: avete tutte le ragioni del mondo, non c’è nessuna ragione per cui debba necessariamente fregarvene qualcosa. Ma ogni tanto mi va di inoltrarmi in questioni di attualità. Lo sbaglio peggiore che può commettere qualcuno è avere paura di quello che pensa.
Tanto vi dovevo, con sincerità.
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Saturday, September 8th, 2007
Del rugby non me ne frega niente.
E ne vado molto, molto orgoglioso.
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Tuesday, August 28th, 2007

Domenica sera, che peste mi colga, ho visto al cinema 4 mesi 3 settimane 2 giorni. Lo so, il fatto che abbia avuto la Palma d’Oro a Cannes 2007 avrebbe dovuto farmi capire qualcosa fin da subito, e indurmi a non entrare in sala. Eppure, come spesso accade, sono stato troppo buono e ottimista.
E’ (o sarebbe) un film sull’aborto. Nel 1987, nelle disagiate lande della Romania ancora comunista, due amiche vivono in uno scalcinato pensionato universitario. Una delle due è incinta, ma per un motivo o per un altro il bambino non le va giù, e vuole sbarazzarsene (cosa giustamente illegale in Romania). Decide di rivolgersi a un abortista clandestino, di quelli di cui amano cianciare gli abortisti nostrani più invasati, quelli che «Se non ci fosse una legge ci sarebbero solo aborti clandestini» oppure, a scelta, «Sì, ma come la metti con le mammane?» (“Mammane”, ecco la parola che non manca mai nelle argomentazioni di costoro).
Orbene, le due balde giovinotte si rivolgono al preteso facitore di aborti, tale Bebe, un energumeno borgataro in giubbotto di finta pelle, al volante di una tossicchiante auto rossa (una Dacia? Non me ne intendo molto, ma c’erano solo quelle all’epoca). Coi suoi modi spicci, viene a sapere che il bambino nella pancia di Gabita (la ragazza incinta) è di 4 mesi, cosa che rende l’aborto più difficile e pericoloso…
Non vi rivelo il finale (che a dire il vero offre un piccolo excursus sulle cibarie rumene), ma dirò che il tutto si trascina tra pullman macilenti, periferie urbane fosche e popolate da mute di cani, alberghi in stile sovietico, presidiati da maleducati portieri; inutili nel loro bozzettismo, ma perfette per allungare il pur sempre immangiabile brodo, le scene in cui la sodale di Gabita, l’antipatica Otilia (una frigida Anamaria Marinca), va a far visita all’azzimato fidanzatino nella casa di famiglia, popolata da sgangherati amici dei genitori (docenti universitari) in occasione del compleanno della mamma di lui.
Fa bene il Cairoli a lodarne alcuni particolari atmosferici (dal punto di vista cinematografico, la fotografia non manca di suggestione, nel suo insistere su colori grigiastri, cupi, spesso oppressivi, a delineare l’atmosfera di desolata drammaticità immaginata dal cineasta), ma il vero pepe che il regista ha sparso a piene mani nel suo film, finendo per contaminarne il sapore, è quello del cinismo. Un cinismo subdolo, per giunta, perché ammantato di pietismo per la condizione delle due povere ragazze. E il bambino (anzi, pardon, il feto: così vuole la vulgata abortista) che fine fa? Il preteso genio della macchina da presa ha in qualche momento empatia per lui? Ben poca. E’ sempre trattato come un fastidio, come spazzatura da buttar via: non a caso, il borchiato abortista spiega tutte le possibili strategie per sbarazzarsene, con i relativi “effetti collaterali” (chiamiamoli così, è appropriato al contesto).
Morale della favola: chi ha voluto vedere una polemica contro l’aborto in questo film, è completamente fuori strada. C’è solo una polemica verso chi osa non concederlo a chi voglia, bontà sua, sbarazzarsi del nascituro.
In ultima analisi, un film brutto, pretenzioso, squallido, tribunizio, cinico, ipocrito nel suo rancido moralismo di facciata. Fate una sintesi di tutto ciò.
Spero non passi inosservato a Massimo Bertarelli, il cattivissimo critico che in materia cinematografica personalmente prediligo.
POSCRITTO: ho scoperto di essere in sintonia con Gian Filippo Belardo, giornalista dell’Osservatore Romano. Leggete un po’ cosa ha scritto del film. Capziosa però l’allusione finale: che gli hanno fatto, a Belardo, le frattaglie e le interiora?
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