Archivio della rubrica ‘Formaggi’
Thursday, November 15th, 2007
Domenica, a Golosaria, ho toccato con mano per l’ennesima volta il problema dell’utilità del mio lavoro giornalistico. A che serviamo noi giornalisti gastro? A diffondere un certo tipo di cultura, in modo tale che possano beneficiarne i lettori, ma anche noi stessi. Perché dico questo? Perché a Golosaria, domenica, mi sono fermato al delizioso stand di Garziano. E’ uno stagionatore-affinatore-selezionatore di Mazzarino (Caltanissetta), che merita veramente attenzione (lo ritroverete da domani alla veronese Agrifood, dove farò una capatina). Sulla rutilante pila di salumi e formaggi, adocchio immediatamente un Maiorchino, come dire uno dei formaggi di pecora più rari (e, a mio sommesso parere) buoni d’Italia. Chiedo immediatamente, conscio della sua rarità, di poterne avere un grosso spicchio da portare a casa. «Mi dispiace, sono desolata. Nelle fiere lo portiamo solo per esposizione. Purtroppo, è stato sfortunato: ho anche dimenticato il piccolo spicchio che di solito portiamo per far fronte al caso in cui qualcuno come lei ce lo chieda. Però stavolta…». Stavolta? «Non ci è servito. Lei è il primo a chiederci del Maiorchino in questi giorni, anzi a sapere che esiste». Orpo. Peccato, niente Maiorchino. E perché? Perché la signora di Garziano sa che molta, troppa gente non lo conosce, e probabilmente non è nemmeno interessata a conoscerlo. A che servo io, nella fattispecie? A far sapere ai milanesi che il Maiorchino è cosa buona e giusta, e non è precisamente il pecorino anonimo da supermercato. E se i milanesi sanno che il Maiorchino è buono, alcuni di loro finiranno per cercare di procurarselo (succede sempre, coi miei articoli, che almeno una decina di lettori li sfruttino sul serio). E se alcuni se lo procurano, sarà più facile averlo per tutti. In buona sostanza, l’ignoranza va sempre combattuta. E quando dico ignoranza, parlo proprio del suo significato etimologico: “non sapere, non conoscere”. Facendo sì che la gente sappia e conosca, può anche essere che la prossima volta troverò il Maiorchino.
Anche perché Garziano ha prodotti coi fiocchi: a cominciare dai caci di latte di vacca modicana di Rosario Floridia di Ispica (Ragusa), forse il più grande produttore del Ragusano. Ma c’è anche dell’altro: il salame, la coppa e il prosciutto di suino Nero dei Nebrodi; il Pecorino Vulcano (ricoperto di polvere di peperoncino) e il Pecorino Nero (col pepe); la Tuma Persa (a pasta dura di pecora, dolce e persistente); il Piacentinu di Enna. Dio quest’ultimo ne ho portato a casa un piccolo spicchio, che s’è rivelato eccellente. Domani non vedo l’ora di andare a Verona, anche solo per riassaggiare queste prelibatezze.
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Friday, October 19th, 2007
Qui a destra potete vedere uno dei piatti più poveri ma gustosi dell’inverno napoletano: salsiccia e friarielli. Che sono i friarielli? Fatto presente che in certe zone della Campania con questo nome si chiamano i friggitelli (peperoncini verdi lunghi), i friarielli propriamente detti sono di fatto cime di rapa. I napoletani, con un pizzico d’orgoglio, dicono che fuori da Napoli è impossibile mangiarli. Errore: i napoletani, fuori Napoli, se li fanno spedire. A Milano, in viale Sarca, la pasticceria Achille, al venerdì, confeziona le sfogliatine ai friarielli. E voltato l’angolo, la mia amata pizzeria Fermata fa la pizza Malafemmena, con salsiccia e friarielli, mentre l’annessa friggitoria Vachepress propina il panozzo. Che è? Sarebbe un pane fritto, tagliato a metà e riempito, indovinate un po’, di salsiccia e friarielli, che peraltro sono venduti pure sfusi.
E di che sanno, questi friarielli? Il loro tratto saliente è il gusto amarognolo, avvincente, ombreggiato, da pietanza “povera”. Il retrogusto, chissà perché, comunica suggestioni di menta piperita e anice stellato. Con belle salsicce campane a pasta grossa, sono davvero una elementare ghiottoneria. Volete sapere un sacco di cose sui friarielli? Ecco un bel sito, esaustivo e simpatico.
PILLOLA GASTRONOMICA: se siete in viale Sarca e volete entrare al negozio Torricelle, sappiate che in questi ultimi tempi si è arricchita di alcuni ghiottissimi formaggi. Ossia, quelli de Caseificio Lo Conte di Ariano Irpino: il Caciocchiato (stupendo caciocavallo con pasta dalle grandi occhiature), il Burrino al prosciutto (che nel nucleo centrale di burro vede amalgamato del prosciutto tritato) e il Roulé al prosciutto crudo (arrotolato di pasta filata e prosciutto). Ottimi, da conoscere.
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Tuesday, October 9th, 2007

Giorni fa, come il lettore Paolo (che conosco bene…) ha ricordato, ho partecipato alla bella manifestazione Franciacorta in Bianco: ho moderato un interessante convegno dedicato al latte crudo, ai suoi distributori, alle sue qualità salienti, con partecipazione di fior di medici ed esperti (tra cui Alessandra Lazzari, anima dell’Azienda Agricola Ca’ De Alemanni, abilissima realizzatrice di prodotti eccellenti in quel di Malagnino, nel cremonese). Convegno a parte, a Castegnato si sono date appuntamento le aziende più svariate nel campo caseario-artigianale. Raccontarle tutte sarebbe doveroso. A colpirmi maggiormente, tuttavia, è stata De Gust. Sicuramente, i formaggi affinati da Hansi Baumgartner a Varna (Bolzano) sono ben noti ai buongustai più incalliti. Io ancora non li avevo assaggiati, e ne sono rimasto sconvolto. A Baumgartner il soprannome di “orafo dei formaggi” calza a pennello: è un artista del latte, un cesellatore di gioielli caseari.
Il cacio che vedete qui a sinistra è una sua creazione particolarmente allettante: l’Orsino. E’ un formaggio a pasta molle e crosta fiorita, stagionato almeno 6 settimane, avvolto in una guaina di foglie di aglio orsino, di cui la montagna altoatesina (e anche trentina) è molto ricca. Il risultato è aromatico, profondo, pungente, coinvolgente, persistentissimo, senza sgarbate chiusure troppo piccanti. Più ancora che col Sylvaner consigliato in azienda, lo vedo benissimo con un brut altoatesino ben freddo (ad esempio, le bottiglie di Kössler – Praeclarus, oppure il mirabile Comitissa di Lorenz Martini). Ma ci sono altri fiori da cogliere. La foto in cima al post ritrae il Carublù: un insolito, originale erborinato, affinato con rum e fave di cacao. Provatelo. A dire il vero, in tutta la produzione ci si perde facilmente. Il meno che si possa dire è che è tutta di grande interesse.
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Thursday, September 27th, 2007
Alla giornata di via Spallanzani, come anticipato, non c’erano solo macellai e norcini. C’era una certa rappresentanza anche di casari. Tra loro, l’Agriturismo Paros di Angolo Terme (Brescia), all’imbocco della Val di Scalve, è ospite fisso, e non è infrequente trovarlo anche in altre occasioni di sagra. Avevo già assaggiato in passato i prodotti caseari dei Manenti, ma sinceramente non li ricordavo così buoni e vari come quelli che ho provato domenica, sotto lo sguardo di Angelo, apostolo del latte rigorosamente crudo. Qui ci sono bellissime, pelose capre camosciate delle alpi, ma per certe produzioni i padroni di casa vanno anche a prendere il latte delle mitiche Bionde dell’Adamello, nel medesimo parco. Da esse traggono il Fatulì: è alto, con lo scalzo di almeno 4 centimetri (Angelo ci tiene molto, a questo particolare), e profumatissimo, saporito e pregevole nella sua stagionatura. Ma questo è niente: provate la robiola di capra, sublimemente ruspante e popolare. Oppure il caprino duro erborinato con le vinacce di Marzemino di Capriano del Colle, di rara dolcezza. O ancora, il Cadolet de Cavra, caratterizzato dalla forma triangolare. Ma i formaggi, anche di mucca, sono almeno una trentina. Il mio preferito, senza tema di smentita, è stato il Silter, che col Bagoss si disputa la supremazia dei formaggi bresciani: il Silter d’alta montagna del Paros, stagionato 18 mesi, libera un’aromaticità dolce e modulata, morbida e calda in bocca. Un grande formaggio
Agriturismo Paros
Angolo Terme (Brescia)
Tel. 0364548235 – 0364548020
Cell. 3487657872
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Monday, September 24th, 2007
Propongo qui il pezzo che su Libero ho dedicato a un grande produttore di mozzarella di bufala, stimato anche da Diodato Buonora (che ne ha parlato sul sito dell’amico Luciano Pignataro). Insomma: plurireferenziato. Non perdetevi la mozzarella, e guai a metterla in frigo.
Intanto vi anticipo che domani andrò via, e non avrete mie notizie fino a mercoledì pomeriggio.
I veri intenditori, i patiti dell’autentica Mozzarella di Bufala Campana, sanno distinguere con precisione le zone in cui viene prodotta semplicemente con un assaggio. Ad esempio, la Mozzarella del Casertano avrà una più marcata tendenza alla sapidità, mentre quella prodotta nella piana del Sele, tra Battipaglia e Paestum (in provincia di Salerno) spiccherà per l’intensa, avvolgente dolcezza. A noi, salomonicamente, piacciono tutte e due.
Dalla piana del Sele arriva l’ultimo nostro gaudioso assaggio: la Mozzarella di un produttore famoso per la sua qualità, il Caseificio Cooperativo Rivabianca di Paestum (sulla Statale 18 al km 93, tel. 0828724030). Rivabianca è nata anni fa dal sodalizio di un manipolo di allevatori bufalini del circondario di Capaccio, vogliosi di mettersi in squadra per far crescere tutti assieme un prodotto che dà lustro a questo territorio in tutto il mondo. Provate la loro mozzarella con uno o due giorni di vita (e senza far l’errore di metterla in frigo: la rendereste irriconoscibile): materna, cordiale, sensuale, dolcissima, traboccante di latte. Mangiatela così, senza aggiunte: un boccone angelico.
(da Libero di sabato 22 settembre, pag. 26)
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Wednesday, September 12th, 2007
Affinatori veneti? Chi non pensa ad Alberto Marcomini e al suo simpatico volto visto più e più volte in tv? Eppure, Alberto e tutta la sua bravura non sono soli. La famiglia Carpenedo, trevigiana, è bravissima nel difficile lavoro dell’affinamento.
Ecco l’articolo che ho dedicato loro su Libero dello scorso sabato. In foto, il Caciobirraio affinato alla birra belga.
Il ruolo dell’affinatore, nel mondo dei formaggi, è spesso banalizzato o sottovalutato: «L’affinatore? Ma il formaggio non l’ha fatto già il casaro?». Eppure, provate a pensare al lavoro di un affinatore bravo, una persona che ci mette davvero del suo per rendere ancora più buoni formaggi che magari lo sono già, tramutandoli in piccoli capolavori. Gente come Antonio, Ernesto ed Alessandro Carpenedo, veneti col pedigree, sono senza dubbio degni di entrare nel pantheon degli stagionatori più bravi degli ultimi tempi. La loro azienda si chiama La Casearia ed è sita a Povegliano, in provincia di Treviso (via Santandrà 17, loc. Camalò, tel. 0422872178): come dire, la zona ove è nato uno dei caci “affinati” più celebri di tutti i tempi, il Formaggio Ubriaco. Abbiamo fatto un salto nello stand dei Carpenedo l’anno scorso al Salone del Gusto di Torino, rimanendo catturati da queste preziosità: anzitutto, l’Ubriaco al vino del Piave, una grossa forma “bagnata” nelle vinacce di Merlot e Cabernet. Poi, l’Ubriaco al Prosecco: stesso discorso, ma col bianco vino coneglianese. E una chicca: il Pecorino ubriaco, prodotto da un casaro toscano e “ubriacato” dai Carpenedo in Veneto. Il resto della produzione è ricco e variegato, ma va menzionato almeno il Caciobirraio, formaggio molle affinato con una forte birra belga. Telefonate in azienda per farvi dire dove vendono.
(da Libero di sabato 8 settembre, pag. 21)
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Monday, July 16th, 2007
Propongo qui il pezzo che ho scritto su Libero lo scorso mercoledì, dedicato ai piccoli caseifici cittadini che si fanno la mozzarella “in casa”. L’ho “tagliato” un po’ sui prodotti di bufala, perché il mio caposervizio mi ha chiesto di mettere in risalto questo particolare, ma i prodotti di mucca di questi due piccoli casari sono ugualmente meritevoli.
Una precisazione: la Latteria Pugliese l’ho scoperta grazie al Massaio Pino, che ringrazio. Del resto, è un negozio che, come leggerete nel pezzo, ha solo due anni di vita. Tra i loro prodotti, che ho dovuto sintetizzare per ragioni di spazio, ci sono pure le mozzarelle ripiene di gorgonzola (il proprietario dice che ha voluto riprendere la tradizione meridionalissima dei “ripieni”, rivisitandola con ingredienti lombardi), davvero da assaggiare. In foto, il mastro casaro Mario Capozzi, intento a “filare” la pasta.
Che mangiare mozzarella di bufala di gran qualità all’ombra della Madonnina fosse ampiamente possibile già si sapeva. Lo sapevate però che si può gustarne una appena fatta, magari cinque minuti dopo che il casaro l’ha “filata”?
Proprio così: accanto a consolidate realtà che si fanno arrivare quotidianamente dal sud mozzarelle gustosissime (ad esempio, La Contadina di corso Sempione, o l’eccezionale Cooperativa Torricelle di viale Sarca), nella nostra città ci sono piccoli caseifici che consentono al goloso d’addentare una bella “bufala” quand’è ancora “calda”.
Il più recente di questi artigiani del formaggio trapiantati in città è Enrico Primignano, un signore che tre anni fa è arrivato da Gioia del Colle (in provincia di Bari) e che da due anni, in via Tolstoj, ha aperto la Latteria Pugliese. Il civico 53 di questa strada tra via Lorenteggio e via Giambellino inalbera l’insegna giallo scuro di questo negozietto senza trucchi e senza inganni: a destra, protetto dalla vetrina ma ben in vista, c’è il laboratorio ove l’esperto casaro Mario Capozzi “fila” 200kg di mozzarella al giorno. «Produciamo sia mozzarella di latte vaccino, sia di bufala», ci dice orgoglioso Enrico, che racconta: «Il latte delle mucche arriva tutte le mattine da fornitori del lodigiano, mentre quello delle bufale dalla campagna cremonese». Abbiamo provato in incognito, prima di intervistarlo, le bontà di Primignano, e vi assicuriamo che si tratta di prodotti di prim’ordine: la bufala è morbida, burrosa, invitante, e pure la mozzarella vaccina, proposta in varie pezzature, è pure essa golosa. «Ho trasferito a Milano le peculiarità culinarie della mia terra. La mozzarella di bufala ho deciso di farla perché in questa zona ci sono almeno 40mila persone originarie del meridione. Tra i miei clienti ci sono parecchi napoletani e aversani che vogliono gustare il sapore della nostalgia». E le cose sono andate tanto bene che Primignano ha aperto una succursale in via Giulio Romano, al 23. Ci vende pure gli altri prodotti: burrata (strepitosa), scamorze (anche modellate artisticamente), caciocavalli e provoloni stagionati, pecorini (li fanno una volta la settimana, col latte che arriva dai colli piacentini).
Dalla Lucania è arrivato invece Enrico Carretta, classe 1975: voleva laurearsi alla Bocconi, e l’ha fatto. Nel frattempo, però, ha aperto il Centro della Mozzarella, in via Benaco, accanto allo Scalo di Porta Romana. «Avevo nostalgia di mozzarella, me la facevo mandare da mio padre e la gustavo coi miei amici nei collegi universitari. A un certo punto ho pensato: “Perché non produrla qui?”. Così ho iniziato tutto, e da qualche anno faccio pure quella di bufala». E l’ha fatto. Oggi ha tre negozi: oltre allo storico di via Benaco, ove c’è il laboratorio produttivo (circa 150kg al giorno), c’è un punto vendita in via Teodosio e un altro in via Lomellina, e ce n’è in previsione anche uno nuovo in via Lamarmora. Da dove viene il latte? «Da una stalla di Peschiera Borromeo, che alleva mucche e bufale». Cioè, meno di 10km dal laboratorio ove viene lavorato. Oggi la mozzarella di bufala, graditissima dai milanesi che il sabato affollano i negozietti, rappresenta circa il 30% del venduto. Il resto sono prelibatezze di mucca: in primis la burrata, setosa, angelica, di grande bontà. «Sergio Mei, lo chef del Four Seasons, va pazzo per i nostri formaggi», confessa Enrico, che ci rivela che anche il Bulgari si fa regolarmente rifornire. Ma questa mozzarella di bufala prodotta a Milano, cos’ha in più di quella campana? «Nulla. Semplicemente, è possibile gustarla quando è ancora calda e appena fatta. Sembra davvero un’altra cosa».
(da Libero di mercoledì 11 luglio, pagina 46 Milano)
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Saturday, July 7th, 2007
Vi propongo il pezzo che ho scritto su Libero martedì 3 luglio, nella pagina degli appuntamenti. Qualora vogliate andare a farvi un giro in Brianza, sapete dove trovare i prodotti più interessanti. Non dite che non vi ho avvisato…

Estate, tempo di gite? Decisamente sì. E dove andare, milanesi, se non in Brianza, quella zona collinare ormai più famosa per le industrie e le fabbrichètte che per le sue particolarità naturalistiche, tradizionali e, non ultimo, gastronomiche? Eppure in Brianza c’è fior di scorci mozzafiato (la bellissima Montevecchia), di ville maestose, di chiese antiche, spesso lasciate andare ma belle da vedere. E c’è chi fa onore a una tradizione culinaria forse povera ma di grande fascino.
Ad esempio, col salame. In Brianza non si usava fare il prosciutto, a causa delle lunghe stagionature e del relativo immobilizzamento di “capitale” carneo. Sicché, chi insaccava il salame (o se lo faceva insaccare a domicilio da uno di quei salumieri che c’erano una volta) ci metteva dentro anche la carne pregiata della coscia. Solo la coscia, addirittura, utilizza uno dei più bravi artefici brianzoli, Carlo Casati di Sartirana di Merate (tel. 0399902798), da segnalare anche per la bresaola di buoi allevati nella bergamasca, e per il sublime lardo lavorato a caldo. A Giussano, località Paina, stanno poi i fratelli Trezzi (tel. tel. 0362861814): dal loro papà, decenni fa, hanno imparato a fare il “salsiccione”, sorta di controparte briantea del salame di Felino. Eccezionale pure la loro mortadella di fegato e, d’inverno, lo zampone. Pure la Brianza lecchese-comasca ha un salumiere d’eccellenza: si tratta di Italo Ratti di Camisasca, frazione di Costamasnaga (tel. 031869023), che, come facevano i nostri bisnonni, al macinato di maiale aggiunge una piccola parte di carne bovina, ottenendo un prodotto di qualità encomiabile.
Dicevamo prima del prosciutto crudo: in Brianza non si faceva, ma c’è una brava eccezione. Si tratta del prosciuttificio Marco d’Oggiono, appunto a Oggiono, vicino Lecco (tel. 0341576285): i fratelli Spreafico, fin dal 1946 fanno un prosciutto finissimo, senza conservanti (come il più famoso Parma), d’una dolcezza avvincente, venduto disossato o con osso nello spaccio aziendale.
Non si può poi, finendo la carrellata dei salumi, non citare la luganega monzese col formaggio grattugiato: la fa Gigi Viganò nel suo Minimarket di Verano Brianza (tel. 0362903839), proponendo inoltre carni eccezionali e stupendi “spiedini alla messinese”, ripieni di pangrattato e formaggio.
E i formaggi? Montevecchia era famosa per i suoi “caprini” di latte vaccino, meglio noti come formagitt: l’indirizzo d’elezione è la Latteria Amabile Maggioni (tel. 0399930382), che fa pure buonissime formaggelle all’erba cipollina. E c’è pure un posto ove trovare il famoso (un tempo) vino brianzolo: l’Azienda Agricola La Costa (tel. 0395312218), che a Perego fa un formidabile Pinot Nero, il Sangiobbe. La Brianza è servita.
(da Libero di martedì 3 luglio, pagina 49 Milano)
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Friday, July 6th, 2007
Sabato scorso ho riassaggiato una delle mozzarelle vaccine più buone che conosca. E’ quella della famiglia Carretta e del loro Centro della Mozzarella di Milano, in via Benaco, a fianco dello scalo merci di Porta Romana: lo vedete nella piccola mappa (scusate la scarsa qualità della freccetta, ma è quanto di meglio le mie limitate risorse grafiche consentano). Ne ho scritto su Libero più volte, e l’hanno fatto pure Licia Granello su Repubblica e Paolo Marchi: e tutti e tre (oltre a qualche migliaio di altri clienti) concordiamo sulla bontà di quelle mozzarelle fresche, esagerate, strepitose.
Enrico Carretta è arrivato anni fa dalla Lucania per laurearsi in Bocconi: nostalgico dei sapori di casa, ha deciso prima di tutto di portarsi dalla sua terra formaggi e salumi. Poi, trascinato dalla passione di papà Pasquale, ha iniziato a venderli, e poi a farli in proprio (i formaggi). Sicché, eccolo qui (o negli altri due punti vendita di via Teodosio e via Lomellina) a filare e caseificare ogni giorno il latte freschissimo che arriva da stalle della cintura milanese (nel 2005, mi dissero che si trattava di un allevatore di Peschiera Borromeo), con un brevissimo tragitto di trasporto che non ne compromette la qualità. Da qui, ecco la mozzarella. Quella di grossa pezzatura si chiama Campagnola: addentatela avidamente, sentite il sapore del latte (quello che in certe mozzarellacce industriali quasi si stenta a percepire), lasciatevi invadere la gola dai suoi sensuali umori. Uno spettacolo. E miracolo anche maggiore è la Burrata stile Andria: il fatto che sia freschissima (oltre che priva degli additivi che spesso vengono aggiunti per preservarla) ha la sua importanza, e qui gioca un ruolo fondamentale il fatto che venga fatta in loco, e non debba subirsi un intero viaggio dalle Murge alla Lombardia. Che bontà, che tripudio di avvolgente cremosità. senza le disturbanti sensazioni acidule che spesso si percepiscono.
Morale della favola, andateci. Il numero di telefono è 02 55219286. Oltretutto, come si desume da questa pagina, sembra che venda pure i prodotti del Caseificio Caggiano, grande artefice di pecorini deliziosi.
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Tuesday, July 3rd, 2007
Era da parecchio tempo che lo volevo conoscere, e a Gavardo finalmente è accaduto: ho incontrato Francesco Travaglini e la sua famiglia. Francesco Travaglini, per chi non lo sapesse, vuol dire Parco dei Buoi (il sito è attualmente in manutenzione, come tutti gli altri su Simplicissimus), azienda agricola a Larino (Campobasso), nella zona più pastorale che possiate immaginare: per averne un’idea, rileggetevi un po’ i sempre immortali Pastori d’Abruzzo dannunziani, anche se qui siamo in Molise (ma all’epoca del Divin Gabriele si parlava semplicemente di “Abruzzi”, senza troppe sottigliezze). Francesco, che ha una bellissima famiglia, si è reso noto anni fa con il suo “abbonamento”: pagando un tot, si ha diritto a forniture regolari dei suoi prodotti.
E di che prodotti si tratta? Anzitutto, il pecorino: un semplice, elementare pecorino molisano, dalla pasta bianca e friabile, e dal sapore dolce, equilibrato nelle sue componenti sapide. Esiste anche nella versione “sott’olio”, ossia con la crosta trattata con l’olio d’oliva: ed è pure questo buono, sorprendente, da assaggiare. E poi, l’olio. Francesco l’ha battezzato Tratturello. Il tratturello, nella lingua locale, sarebbe semplicemente il sentiero che collega due tratturi, ossia due sentieroni prediletti per il passaggio delle pecore durante le transumanze. Amore per la tradizione pastorale anche qui: e ricordo benissimo quando Nando Fornaro, abruzzese trapiantato a Casteggio, ex gestore di una delle migliori trattorie dell’Oltrepò, Cavaliere della Repubblica, oggi produttore di dolci unici (tel. 0383804083), raccontava che nella sua terra l’olio era un bene preziosissimo, e veniva centellinato e talvolta addirittura utilizzato come merce di pagamento. E il Tratturello di Travaglini è davvero prezioso, delicatamente profumato e con un corpo di suggestiva ampiezza.
Prossimamente gli farò un bell’ordinativo.
E prossimamente parlerò anche degli altri sovversivi, tra cui si sono annidati altri due produttori di olio (Filippo Cintolesi e Piergiovanni Cristiano).
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