Archivio della rubrica ‘Boutique del gusto’

Un boccone di freschezza: gli ultimi tre cocomerai di Milano

Thursday, August 2nd, 2007

Anguria e melone al gelo. Alzi la mano chi non si è mai fermato, una sera d’estate, a sedersi in uno di quei rustici, veraci chioschetti, in attesa di una fettona di cocomero o di popone appena usciti dal ghiaccio, la freschezza fatta frutto. Eppure oggi, dei tanti che erano, a Milano ne sono rimasti solo tre. Se n’è accorto perfino il Comune, che li ha inclusi nella sua pratica, utilissima guida della Milano aperta d’agosto. La potete scaricare in formato *.pdf: gli anguriari sono a pagina 66.
Ecco il pezzo che ho scritto su Libero di ieri per parlare di questi pittoresci, provvidenziali, simpatici anfitrioni del cocomero. In foto c’è Franco, imponente anguriaro di piazza Po.

Cocomeraio FrancoEran 50, ora sono solo in tre. Il calore terrestre s’innalza, le temperature sono mediamente più alte di 30 anni fa, ma i più goduriosi dispensatori di frescura oggi sono decimati: in tutta Milano sono rimasti soltanto 3 cocomerai. Tre: si contano su una sola mano.
«E pensare che all’epoca di mio padre erano almeno una cinquantina», confida Giacomo Piccolotto, 56 anni, gestore del chiosco di angurie al gelo in viale Richard, all’angolo con via Cottolengo, a pochi passi dal corso più periferico del Naviglio Grande. Giacomo lo sa bene: taglia e affetta rossissimi cocomeri fin da quando era nato, nel vecchio chiosco paterno in piazza Miani. Suo padre aveva iniziato con le angurie ghiacciate fin dagli anni ’50: oggi lui prosegue la tradizione famigliare in questa zona periferica. La sua, delle tre rimaste, è la cocomereria più spartana, ruspante e popolare: una piccola casetta metallica coi frigoriferi, qualche grande ombrellone e alcuni tavolini, che nelle sere d’estate (l’affluenza è maggiore dopo le 22.30) possono ospitare anche più di 50 persone. L’offerta gastronomica è veramente semplice: la fetta d’anguria al gelo (3,50 euro cadauna), quella di melone giallo o normale (3,50 euro) e il cocomero intero (1 euro al kg, ogni anguria pesa in media 15kg, e ogni settimana Giacomo ne vende 30 quintali, anche se ammette che «una volta 15 quintali andavano via in un giorno»). «Ho clienti abitudinari, talvolta i signori che la sera escono dagli uffici si fermano per una bella fettona», dice Giacomo, che però lamenta la carenza di avventori: «I giovani oggigiorno preferiscono i panini a una bella fetta d’anguria. Questo si somma ai prezzi delle angurie nei supermercati».
Questi li abbiamo constatati di persona in un esercizio di una nota grande catena: c’è un’anguria “Bio” a 0,99 centesimi al kg, e c’è una mini anguria (2 chili e mezzo) a 89 centesimi. Poi, ci sono le angurie low cost: 28 centesimi al kg, ma almeno sono di dimensioni decenti.
«Queste angurie non sono in concorrenza con le mie, che sono le più buone della città»: a vantarsi è stavolta il signor Franco, titolare del chiosco “L’oasi del fresco - Da Franco” in piazza Po, zona San Vittore da 18 anni, ma pure lui debitore di una tradizione di famiglia. Se la clientela di Giacomo è in gran parte formata da sudamericani e nordafricani, qui da Franco si vedono soprattutto italiani, e talvolta persino vip. «Anche Ezio Greggio si fa vedere, e pure Paola e Chiara», dice Franco, che va orgoglioso del suo piccolo tempio dell’anguria, rispettosissimo delle tradizioni. Che ha di così caratteristico? «Franco usa solo ghiaccio autentico», ci dice l’amico Antonio, che gli dà una mano assieme a fratelli e famiglia. Cioè? «Va a comprare il ghiaccio fuori. Cassoni da 30kg, quasi 240kg di ghiaccio al giorno». E’ l’unico modo, secondo lui, di raffrescare decentemente i giganteschi frutti. Qui, vip o non vip, i prezzi sono comunque identici all’altro chiosco: 3,50 euro per la fetta d’anguria o di melone (che vengono servite già parzialmente tagliate), anguria intera 1 euro. In aggiunta, c’è dell’altra frutta esotica. Oppure dell’uva. Tutto rigorosamente al gelo, come le bibite. E in questo chioschetto i cani sono i benvenuti, trattati benissimo. In 50mq, d’estate, dalle 10 di sera in poi (il chiosco apre nel pomeriggio e resta attivo fin oltre l’una), i 12 tavoli sono gremiti. E Franco, mostrando un’immensa anguriona di 95kg fatta arrivare apposta da Novellara (Reggio Emilia), quando sente parlare di supermercati si scalda: «Non siamo in concorrenza. Chi viene da me sa che troverà un certo tipo d’anguria, selezionata in modo particolare. Non trova angurie che dentro sono bianche, come talvolta capita. Se molti cocomerai hanno chiuso, è perché si tratta di un mestiere faticoso: lavori solo 3 mesi, ma non c’è domenica o giorno di riposo che tenga».
Qualche vip si vede anche al terzo chiosco, quello di Luigi Pellegrino in piazzale Brescia, pure lui arciconvinto d’avere la migliore delle angurie, di provenienza rigorosamente mantovana. Ezio Greggio, evidentemente patito della fetta rossa, va anche da lui. «Qualche volta c’è pure Davide Mengacci, e giocatori di calcio come Marco Materazzi», confessa Luigi, che però lamenta: «Ma in questo periodo non fa abbastanza caldo». Prego? «La gente esce a mangiar anguria quando fa caldo da morire. Quest’anno non ha fatto ancora veramente caldo per molti giorni consecutivi». Alla faccia del global warming, i clienti assetati di Luigi, che ha uno spazio di circa 60 metri quadri (per cui deve pagare un’imposta annuale di circa 3500 euro), sono meno assidui. Però, uno zoccolo duro di habituée non manca mai a gustare cocomeri, meloni, bibite e perfino frullati di frutta: «Molti arrivano apposta da fuori Milano, da Baggio, da Settimo Milanese». E della concorrenza della grande distribuzione? «Per loro vendere angurie a meno di 50 centesimi non è un danno. E per noi non lo è la presenza di angurie piccole, che non costano tanto meno delle nostre. La gente, se viene qui a prendere le mie che costano 1 euro, percepisce la differenza al primo assaggio». Luigi rinfresca le angurie in un frigo pieno d’acqua gelata, per far sì che il freddo penetri in profondità. Le vendite? «Sui 20 quintali la settimana, in media molto approssimativa». Manco a dirlo, anche da lui i prezzi sono identici: 3,50 la fetta. Tutti i milanesi, ricchi e poveri, una volta tanto sono uguali al cospetto d’uno spicchio d’anguria gelata, ai tavolini di questi tre appassionati gestori uniti nella lotta contro il caldo. Ma quanti ne rimarranno?

(da Libero dell’1 agosto, pagina 44 Milano)

E fu enoteca…

Wednesday, July 4th, 2007

Enoteca Dalpiano
Vi ricordate di Patrizia, l’acuminata, pugnace commentatrice che tanto spesso capitava di leggere sul vecchio Peperosso (a proposito, i migliori auguri al nuovo corso)? Ebbene, Patrizia, signora Tombolini nella vita, assieme a sua sorella Fabiola inaugura finalmente l’Enoteca Sorelle Dalpiano, che si avvale del medesimo Antonio come buyer d’eccezione. L’appuntamento è previsto per sabato 14 luglio, a Osimo (Ancona), località San Biagio, via Parini 1-5. C’è pure un invito. Accorrete numerosi.

Formaggi non delocalizzati

Friday, June 1st, 2007

Mentre si parla tanto dei cinesi e della loro “delocalizzazione”, in via Sarpi a Milano ci sono negozi italiani che di delocalizzarsi non si sognano nemmeno. C’è un posticino che si chiama La Baita del Formaggio. Nonostante il nome identico, non ha legami col negozio di via Vincenzo Foppa. L’unica cosa che li lega è il vero e proprio affollamento di cose buone.
In questa micro-bottega c’è la mortadella di Bologna al tartufo nero, lo speck d’oca di Jolanda de Colò, il Parmigiano Reggiano Bio Hombre, il Taleggio di Grotta, il Tipico Lodigiano, il Bleu d’Auvergne. La prossima volta, giuro, vado là e provo per voi il Gran Moravia.

Il fascino del negozio antico e moderno

Monday, March 19th, 2007

Anche se la mia rubrica “Cose buone” langue sulle pagine milanesi di Libero, ciò non toglie che qualche pezzo gastronomico riesco a piazzarlo pure nelle pagine locali, specialmente quella degli appuntamenti. Questo è appunto un pezzo che ho redatto per quella pagina: parlo di un simpatico giornalista, Matteo Polenghi, e del suo sogno realizzato di aprire un piccolo sacrario delle cose buone. E poi date retta a me: se volete mangiare il cassoulet alla francese, un giro da Polenghi è quasi obbligato.

Tutti i negozietti di quartiere chiudono? E lui, tetragono, ne apre uno. Non ha avuto il minimo dubbio Matteo Polenghi, grande appassionato di cose buone e, soprattutto, animatore della rivista Made in Italy, una testata di promozione del prodotto italiano d’alto livello all’estero: il suo hobby sono le squisitezze e le golosità , quindi perché non provare a far conoscere agli altri la sua passione?
Ecco dunque Polenghi aprire, prima dello scorso Natale, il piccolo emporio Art&Food, nella centralissima via San Maurilio, al numero 24. Una scelta, in un certo senso, rispettosa d’una storia antica: da quelle parti, vicino via Torino, una volta non c’erano negozi su negozi d’abbigliamento come oggi, ma salumerie e piccole botteghe alimentari.
Questa di Polenghi ha ancora pochi mesi di vita, ma sta bruciando le tappe con convinzione. I pochi metri quadrati dell’impresa sono letteralmente stipati di preziosità gastronomiche. Anzitutto, tartufi e compagnia: Polenghi ha tutta la linea gastronomica della famosa, ottima azienda Tartuflanghe di Piobesi d’Alba (Cuneo). Il che significa ampia disponibilità di salse, sughi, creme, paté impreziositi dal prelibato tubero, senza contare chicche come il miele al tartufo, e i vari tipi di tajarin (tagliolini piemontesi) più o meno arricchiti di trifola. Del resto, la pasta qui è elemento assai amato e proposto in copiose varianti: andiamo dai sostanziosi paccheri del Pastaio di Gragnano ai “tacconi” toscani del Pastificio Conforti di Ripafratta (Pisa).
Ma non è tutto. Matteo è importatore praticamente unico di alcune ghiottonerie francesi già pronte: da lui potrete trovare grandi vasi di cassoulet, il grande piatto unico popolare comprensivo di fagioli, salsicce, oca. In aggiunta, c’è pure il più consueto ma eccellente foie gras in arrivo dal Périgord. E non è ancora finita: tra le sfiziosità , non mancano l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia, i sottoli siciliani, grandi marmellate, il vero pomodoro pelato di San Marzano, gli oli extravergine di bella selezione, il riso da coltivazione biologica. E poi, il bere: una scelta interessante di vini, nonché le famose, ricercate birre Baladin in tutte le loro varianti.
Desideri di Matteo? «Ampliare la scelta, includendo formaggi e salumi. Per settembre conto di farcela, intanto per Natale ho fatto un bel numero di cesti pieni di squisitezze non molto note». Il bello è che Matteo, nonostante il suo lavoro d’ufficio gli porti via molto tempo, riesce sempre a scegliere personalmente i suoi prodotti: quando siamo andati in negozio, era intento a parlare con un produttore di olio extravergine incontrato pochi giorni prima in occasione di una manifestazione.

(da Libero di domenica 11 marzo, pag. 55 Milano)

Radrizzani, la drogheria dei milanesi

Saturday, February 10th, 2007

Drogherie a Milano? Stanno scomparendo: al loro posto, i negozi organizzati della Gdo, che non sono esattamente la stessa cosa. Il negozio di quartiere se la passa male un po’ in tutta Italia, ma nella capitale lombarda la situazione è particolarmente esiziale.
Fortuna che ci sono ancora personaggi alla Gianfausto Radrizzani, che resistono contro tutti e contro tutto. E sì che la sua non è proprio una “resistenza”: il suo negozio di 200 metri quadrati in viale Piave è frequentatissimo, e con grande ragione.
C’è veramente di tutto, in questo antro con le insegne color verde pastello. Anzitutto, la simpatia di Gianfausto e del figlio Emilio, che governano da par loro uno staff di 14 dipendenti, e fanno sentire ogni cliente come in casa propria. Poi, la varietà delle cibarie: tonno di Carloforte, pasta Caponi, Cocco, Spinosi e soprattutto Maroni & Marilungo di Campofilone (Ascoli Piceno), che da almeno un paio d’anni è assurta alla vetta delle mie preferenze per porosa corposità e imponenza. E poi cioccolati Steiner, Slitti, Gobino, Domori; un delirio di creme spalmabili, che cambiano a rotazione: attualmente hanno, tra le altre, la Majani di Bologna, un nome che agli amanti dei cremini e delle praline suscita grandi emozioni e ricordi (rimembrate i Fiat?). E poi, i formaggi, selezionati da Cibus Memoriae: segnatevi l’erborinato al Passito di Pantelleria, oppure la Robiola appassita della Valsassina.
Ma la cosa bella, qui, sono le degustazioni del sabato. In fondo al negozio c’è un fornito angolo enoteca, che espone solo una minima parte delle bottiglie in dotazione (oltre mille etichette), oltre a centoventi whisky e molti altri distillati. Bottiglie di tutti i tipi e per tutte le tasche, spesso cercate con passione: accanto al Sagrantino di Montefalco del ben noto Caprai figura quello, certamente non inferiore (anzi, forse più affascinante anche se meno “mediatico”), di un vignaiolo come Paolo Bea, un produttore fin troppo trascurato (a torto). Dicevo: il sabato, in quest’enoteca, va in scena la degustazione. Un tavolo ospita una piccola selezione di bottiglie che cambia sempre, mentre un altro accoglie chicche gastronomiche. Oggi, tanto per dire, è stato il turno dei vini regali di Corte Sant’Alda di Mezzane di Sotto (Verona): mi sono fermato, e ho gustato, tra le alternative, l’Amarone 2001 (ovviamente il “base”), espansivo, profumato di ciliege nere e frutta sotto spirito, calmo e placido al gusto, di quella calorosa cordialità che di questa tipologia straordinaria è caratteristica tra le più succose. Una bottiglia viene 43 euro (per il più quotato Mithas ce ne vogliono 88). E tra le chicche gastronomiche? C’era il Gorgonzola di Castelli, poco conosciuto ma meritevole. Quella da Radrizzani è una visita che è sempre bello fare.

Drogheria Radrizzani
Viale Piave, 20 (Milano)
Tel. 0276023119

Bazzone e cinta senese in autostrada: la gola va in scena a Lucignano Est

Tuesday, December 19th, 2006

Da qualche hanno, ha fatto il passaparola tra gli esperti la segnalazione di alcune Aree di Sosta lungo le autostrade, diverse da quelle solite: offrirebbero prodotti da leccarsi i baffi. Che ci risulti, di questi grill ce n’è uno in Liguria e (credo) uno in Calabria. E anche uno sulla A1, tra Firenze e Roma: anzi, tra Roma e Firenze, dato che si trova sulla carreggiata est. E’ l’area di servizio Lucignano Est, dotata d’un bel negozietto di golosità.
A dire il vero, chi voglia mangiare qualcosa a Lucignano Est ha solo l’imbarazzo della scelta. Appena si esce dall’autostrada, sulla destra, c’è la rotonda che immette al Fini Grill bar e ristorante: un dignitoso self service con tortelliname vario, e un bar con alcuni paninazzi più buoni della media autostradale. Gli stessi panini si possono mangiare poco più avanti, in un’emanazione del bar Fini che occupa una stanza nella costruzione del distributore.
Ma qui si tratta pur sempre degli autogrill Fini: buoni, ma presenti anche in altre aree autostradali, non solo a Lucignano. A noi interessa il negozietto ancor più avanti, quasi sotto la tettoia della benzina. E’ uno scrigno di prelibatezze gastronomiche. Ci sono buoni vini rossi, una gran quantità di salse e sottoli, le birre Baladin. Il punto di maggior attrattiva, però, è il banco frigo dei salumi: finocchiona, salame toscana e tante altre prelibatezze firmate Belsedere. Poi, prosciutto di cinta senese, e chicche come la mortadella Favola, e il prosciutto Bazzone della Garfagnana, uno dei miei preferiti. Che altro dire? Una sosta è d’obbligo. Io ci sono passato alcuni giorni fa.