Archivio della rubrica ‘Il graffito’

L’Atlante dei Parchi rimandato a settembre: formaggini di Montevecchia

Wednesday, May 28th, 2008

Formaggini MontevecchiaSo bene che è un peccato fare le pulci a un’iniziativa meritoria, ma in questo caso non si può proprio tacere la topica in cui è incorso l’Atlante dei prodotti tipici dei Parchi italiani, un progetto informativo nato dalla sinergia tra Slow Food, Federparchi e Legambiente. Una topica evitabile, con un minimo di documentazione.
Occupandosi del brianzolissimo parco di Montevecchia e del Curone, è inevitabile che l’estensore di questa parte del sito tiri in ballo i formaggini di Montevecchia, prodotto famosissimo in Brianza, obiettivo delle scampagnate sabatane dei nostri nonni e dei nostri papà. E che si dice sui piccoli caci?

La tecnica di lavorazione dei caprini di Montevecchia non è cambiata nel corso degli anni. Si tratta di formaggi freschi a latte crudo e a pasta cruda prodotti esclusivamente con latte di capra. La lavorazione è “lattica”: quindi al latte si aggiunge pochissimo caglio e poi si lascia fermentare naturalmente, dalle 18 alle 24 ore. I caprini di Montevecchia hanno forma cilindrica (diametro 5, 8 centimetri, altezza 3, 5 centimetri), ma esistono anche pezzature diverse, ad esempio il cilindretto lungo 10, 12 centimetri (tipo Saint-Maure).
Quando sono molto freschi (entro i 5, 6 giorni) hanno una pasta bianchissima, aroma delicato e gradevolmente acidulo, e sapore latteo. Con la stagionatura aumenta la complessità dei sapori ed è più evidente il tipico gusto di latte di capra. Pur essendo un prodotto storico di quest’area, oggi, nel parco, soltanto un’azienda produce caprini in purezza. Inoltre, purtroppo, spesso si trovano sul mercato prodotti denominati “tipo caprino” fatti con latte vaccino pastorizzato, che confondono il consumatore.

Soffermatevi sulla frase finale che ho evidenziato. Bene: da brianzolo, e da brianzolo che queste cose le mastica, che conosce tradizioni e anche alcune fonti storiche, mi permetto di dire che è questa frase a confondere il consumatore. E confonde anche l’appassionato di formaggi di qualche parte d’Italia, che è indotto a credere che i formagitt di Montevecchia si facessero col solo latte di capra. Il che non è affatto vero.
Basta prendere un libro ben documentato, come il Vecchia Brianza in cucina della Perna Bozzi, per rendersi conto del contrario. Anzitutto, i formaggini non si chiamavano caprini, ma semplicemente formagitt, sia che fossero di latte di capra, sia che invece fossero bovini. Sì, perché i formaggini di Montevecchia hanno una lunga tradizione basata pure sul latte di vacca. Ed è un grave sbaglio appaiare i formaggini brianzoli di mucca alle produzioni industriali e insignificanti di “caprini” di latte vaccino: sono cose completamente diverse.
La Perna Bozzi nel suo libro dedica ai formaggi brianzoli (non solo formagitt, ma anche stracchini, formaggen e formaggelle più grosse) ben dieci pagine. Pagine in cui si diffonde sulla cultura del latte brianzolo sia vaccino che caprino. La Perna Bozzi spiega (pag. 402, edizione 1975) anche come si mangiavano i formaggini di mucca: “Nell’Alta Brianza si mangiano dopo averli impastati con olio, pepe e sale. A Monza si preparano su un piattino con sale e pepe, cipolla affettata sottilmente, e vi si versa sopra dell’olio [...], si impasta e si mangiano con la polenta. A Calco si mischiano con fettine sottilissime di aglio e, se si vuole, si aggiunge un po’ d’olio. A Sirtori e Montevecchia si cospargono di prezzemolo freschissimo tritato finemente, di un filo d’olio e pepe in polvere“.
Come potete vedere, non solo i formaggini vaccini di Montevecchia storicamente esistono, ma hanno anche precise modalità di consumo. Chiaramente, nella pagina seguente si prosegue con le usanze dedicate ai formaggi di capra. Però questi ultimi non sono gli unici tradizionali in zona, come sembra asserire chi ha scritto quelle parole sull’atlante dei parchi (che peraltro mi ha messo da tempo gran voglia di provare l’azienda segnalata, ove non ho ancora avuto occasione di andare).
A Montevecchia c’è tuttora un’azienda che fa i formagitt di mucca, col latte di animali allevati nei dintorni. E’ la Latteria Amabile Maggioni (via Alta Collina 27, sul limite dell’abitato, tel. 0399930382), retta dalla discendenza: fa prodotti ottimi, dai formaggini freschissimi a quelli mezzani, fino a quelli decisamente maturi, sapidi, piccantini, anche nella versione sott’olio. In aggiunta, formaggelle all’erba cipollina, all’aglio e prezzemolo, al rosmarino; robiola di Montevecchia; ottimo burro e ricotta. Visto che l’Atlante non cita quest’azienda che opera con onestà da quasi 90 anni, ve la segnalo io, invitandovi a provarla.
Ciononostante, la mia macchina fotografica non ha potuto fare a meno di immortalare la solita opera d’imbrattamento di aspiranti writer, che però nella sostanza hanno ragione. Ed ecco servito il secondo Graffito.

Graffito sui formaggini

Riesling spumante coi dolci al cucchiaio: abbinamento di stile?

Wednesday, April 30th, 2008

Oggi mi sono capitate due cose.
Anzitutto, ho dovuto dare ragione a Beppe Grillo in modo totale: questa cosa è una vera porcheria.
La seconda è che mi sono imbattuto in una pagina tratta da Cosacucino, la rubrica culinaria di Style.it, il sito legato a Vanity Fair, Glamour, Vogue e via dicendo. Una pagina che parla del Peu Moussant di Le Fracce. Uno spumante da uve riesling italico e renano, che conosco bene per averlo assaggiato più volte. E’ un vino piacevole, estivo, rinfrescante, color giallo paglierino molto chiaro, profumato lievemente di sedano, secco e acido in bocca: un aperitivo quasi perfetto. Peccato che l’autore di questa scheda abbia un’altra opinione. Per lui, il momento ideale di gustare questo spumante è il fine pasto. E fin qui niente da obiettare, se si tratta proprio del finale: ossia del momento in cui non si mangia più niente, e ci si dedica magari a un brindisino in compagnia. E invece no: è suggerito col dessert. Per la precisione, con dessert al cucchiaio e torte alla frutta. Un abbinamento da bocciatura immediata non solo in qualsiasi esame AIS, ma anche al semplice assaggio. Che c’entra la dritta acidità, il sapore secco senza concessioni, coi dolci al cucchiaio? Quanto rimarrà delle qualità salienti del vino con questo accostamento? E di quelle del dolce? Credevo che una rivista “di stile” si discostasse dai luoghi comuni, dalle consuetudini ignorantotte in voga presso gran parte dei bevitori. Invece no: per una volta, i maestri dello stile sono saliti sulla stessa barca della “gente sempliciotta” che vorrebbero indottrinare.
Così, in questa nuova rubrica che ho chiamato Il Graffito, affido la parola agli imbrattatori da strada. Nemmeno loro hanno tanto stile, ma stavolta hanno ragione.

Graffito