Archivio della rubrica ‘Diritto di replica’
Tuesday, September 11th, 2007
«Ma non è che un Paese dove si radunano in 200mila a venerare e applaudire un clown che si guadagna le prime pagine dei quotidiani nello sparare a vanvera fanfaronate becere e populiste, non è altro che un Paese di merda? Lo sapevano due personaggi politici eccome se diversi tra loro, Camillo Benso conte di Cavour e Benito Mussolini, che gli italiani sono “ingovernabili”, che il problema non era “fare l’Italia” ma “fare gli italiani”, un’impresa impossibile. Lo diceva Carlo Dossi, forse il personaggio più grande della cultura italiana che dall’Ottocento stava saltando a piedi uniti nel Novecento: “Il problema di un Paese non sono i governanti, ma i governati”»
Per me è difficile non sottoscrivere quasi dalla prima all’ultima riga l’articolo che Giampiero Mughini ha scritto oggi su Libero. Mi spiace molto, ma la penso così. Il giustizialismo mi è sempre stato indigesto, così come la retorica dell’ “antipolitica”, del “Parlamento Pulito” e altre paturnie moralistiche che oggi “fanno fine” perché (dicono) sono trasversali agli schieramenti politici.
Posso limitarmi a un trasversale, trasversalissimo, eduardiano pernacchio all’indirizzo di tutto questo?
Grillo è una persona intelligente, e sicuramente in buona fede è buona parte della gente che ne ha seguito il richiamo (per questo, ho detto, condivido “quasi” tutto l’articolo, senza contare la pochissima simpatia che nutro per Mussolini e in parte per lo stesso Cavour). Ciò non toglie che, al pari di Paolo Guzzanti, mi sono stufato di tutto questo pontificare sui politici ladri, privilegi, Caste, pregiudicati (come tali, bollati per l’eternità e nei secoli dei secoli, manco una sentenza di tribunale – magari con la pena già scontata – sia più definitiva del Giudizio Divino) e altro lessico estratto dal carniere giustizialista-qualunquista-forcaiolo-sinistraedestrasonotuttaunaminestra. Quasi quasi, preferivo quando qualche esponente sinistrorso rivendicava la presunzione di correttezza della sinistra medesima.
Potreste dirmi: e chi se ne frega se ti sei stufato?
Risposta: avete tutte le ragioni del mondo, non c’è nessuna ragione per cui debba necessariamente fregarvene qualcosa. Ma ogni tanto mi va di inoltrarmi in questioni di attualità. Lo sbaglio peggiore che può commettere qualcuno è avere paura di quello che pensa.
Tanto vi dovevo, con sincerità.
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Monday, September 3rd, 2007
Internet, come ben sapete, può anche essere utile. Perfino per l’autocoscienza. Oggi per esempio grazie a internet ho scoperto di essere un barbaro, un violento, uno che impronta alcuni suoi comportamenti a ideali lontani dall’etica. Essì, ho la colpa di gradire (e molto) la carne di Dario Cecchini, il grande macellaio di Panzano (Firenze) cui ho dedicato ampi servizi su questo blog.
Il responsabile di questa mia riflessione è Marcello Paolocci, che nel 2004, su Promiseland (la scelta del nome è significativa) fu folgorato dall’idea di produrre qualcosa che sarebbe riduttivo definire semplicemente “articolo”. Nossignori, non si tratta di banale giornalismo di denuncia: siamo di fronte a un autentico manuale filosofico sul vivere umano e sulla corretta etica del giusto e dello sbagliato. Insomma, sui fondamenti morali dell’umanità.
Cercate di ispirarvi al manualetto, e sarete belli, bravi, “etici” e soprattutto buoni. Tanto per non sbagliare, c’è pure l’esempio in negativo, quello cui non ispirarsi. Si tratterebbe nientemeno che di Dario Cecchini, all’epoca all’apogeo della sua popolarità. Secondo il Paolocci, la colpa principale del Cecchini, quella che gli cagiona l’inevitabile scomunica, è quella di essere un macellaio. Per giunta, un macellaio bravo. Per soprammercato, un macellaio intelligente e simpatico, che non ha faticato a diventare popolare.
Se uno così viene contattato dallo spazio Gusto del Tg5, provate a immaginarvi su che cosa verrà interpellato. Sulla guerra irachena? Sull’oroscopo? Sul taglio delle tasse? O non piuttosto sulla carne, com’è giusto che sia? Ebbene: il Paolocci si è scandalizzato. Come si azzarda Mentana (all’epoca ancora direttore) a mandare in onda nel telegiornale delle 13, dentro una rubrica culinaria che «quasi ogni giorno entra nelle case delle persone», i racconti culinari di Cecchini, che si permette addirittura di spiegare ai malcapitati spettatori (in preda ai brividi evidentemente, dato che le parole del beccaio «fanno rabbrividire») come tagliare la carne per realizzare la sua stupenda, profumata, memorabile arista di maiale in porchetta? Tutto questo è semplicemente, bontà del Paolocci, la spiegazione di «come tagliare il cadavere di un animale».
Perché, se non l’avete capito da soli, siamo al cospetto del vero, unico e infallibile verbo del mangiare eticamente e politicamente corretto: il veganesimo. Quale miglior bersaglio del Cecchini, che oltretutto «parla con un insopportabile accento toscano (pure per me che sono toscano)»?
La nobile arte del Cecchini e il suo bellissimo, incolpevole biglietto da visita, oggetto di una colorita reprimenda dove l’etica trascolora nell’estetica («Secondo me questa ostentazione è veramente di cattivo gusto»), non riceve nemmeno l’assoluzione finale, visto che rappresenta il male.
Il precetto arriva subito dopo: viene proposto addirittura l’antidoto necessario a «chi non si vuole arrendere a questa barbarie culinaria». Testuali parole… Fortuna che esiste il Paolocci, a giovamento di noi balbuzienti enogastronomici che abbiamo l’ardire di consumare ciò che confeziona Cecchini, e magari addirittura di gradirlo. Meglio la cucina vegan che, oltre che buona (nessuno lo discute) è anche giusta. Anzi, Etica, con la E maiuscola.
Stoccata finale: «Essere vegan è uno stile di vita dedicato al rispetto di tutti».
Capito signori? Oltre che barbari ed eticamente peregrini (e censurabili), siamo pure irrispettosi.
Prepariamoci alla pena eterna.
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Saturday, July 21st, 2007
Il compianto Riccardo Riccardi, se fosse ancora tra noi, mi sbranerebbe: ebbene sì, amo le acque minerali, non ritengo fuori luogo una conoscenza acquatica da parte dei sommelier. Le acque minerali italiane sono una diversa dall’altra: è bellissimo assaggiarle in parallelo, trovare le similitudini tra le sensazioni gustative (ricordatevi: l’unica acqua veramente insapore è quella distillata, quelle minerali avranno sempre una minima “traccia” dei sali che contengono) dell’una e dell’altra, vedere quanto un’acqua minimamente mineralizzata (ad esempio, la Lauretana) differisca da una “semplice” oligominerale (la Norda, quella della sorgente Daggio), da una “mediamente mineralizzata” (Fonte Bracca, una delle mie preferite) o da una “ricca di sali” o “iperminerale” (come l’Acqua Santa di Chianciano, ideale in piccole dosi per chi ha problemi al fegato).
Eppure, neppure le acque minerali si sono sottratte alla bizzarra voglia di certe persone di mettere steccati ovunque, fin nel piatto e nel bicchiere. La voglia di vederci crescere a soia, perché mangiare carne “va contro l’etica” (sic). Tra di loro, c’è chi vorrebbe far ingollare acqua d’acquedotto a tutti. Possiamo comprendere, anche se giammai condividere, certe argomentazioni contro il foie gras, la pesca dei bianchetti, l’uccellagione alla bergamasca e alla bresciana: una crociata contro le acque minerali è davvero l’ultima goccia, se mi passate il giuoco di parole.
A reggere i fili della faccenda, guarda caso, Beppe Grillo. Ormai le sue sbrodolate anti-minerale sono note da tempo (basta prendere un link qualsiasi per vedere il video messo in giro dai grillofili, che peraltro sono probabilmente davvero convinti che bevendo acqua dai rubinetti si renda più pulito il mondo).
Ma Grillo, anche se probabilmente ne è l’ispiratore, non è l’unico. E’ griffata Altreconomia, infatti, la campagna “Imbrocchiamola!”, scoperta grazie a Massimo Sozzi: al grido di “Mettiamola fuori legge!”, si può leggere quanto segue:
Oggi le acque minerali sono uno dei maggiori inserzionisti pubblicitari in Italia: per convincerci a comperare “l’acqua da bere” nel 2005 gli imbottigliatori hanno acquistato spazi pubblicitari per 379 milioni di euro.
Perché tanto sforzo? L’acqua in bottiglia ha un concorrente formidabile, che è l’acqua degli acquedotti: buona (poche le eccezioni), controllata (più dell’acqua in bottiglia, come hanno dimostrato diverse inchieste), comoda (arriva in casa), e poco costosa.
Se le acque minerali non fossero sostenute da una pubblicità martellante, nessuno o pochi sentirebbero il bisogno di comperarle.
Di fatto l’acqua in bottiglia fa concorrenza a un bene comune, lo ha riconosciuto anche l’Antitrust nel 2005 nel caso “Mineracqua contro Acea”. Solo che le forze in campo sono impari: contro i 379 milioni di euro che l’industria spende per sostenere l’acqua in bottiglia, gli acquedotti non investono una lira per pubblicizzare il proprio servizio.
Senza pensare di ridurre la libertà di produrre e vendere acqua minerale, non si potrebbe invece legittimamente pensare di limitarne l’invadenza pubblicitaria?
Simpatici, questi paladini della libertà. In nome della libertà di ognuno di bere acqua d’acquedotto (libertà che nessuno si è mai sognato di contestare), si suggerisce di porre restrizioni alle aziende imbottigliatrici di minerale, in modo tale da rimpicciolire le loro campagne pubblicitarie. Neppure li sfiora l’idea che magari qualcuno beva acqua minerale perché gli piace di più. Vale anche per me: bevo una minerale in bottiglie di vetro che mi arriva a casa e che non fa pubblicità in televisione. Spero di non venir iscritto d’ufficio nel grande calderone dipinto dagli altreconomi, quello di italiani da italietta, plagiati dai media e praticamente costretti a mineralizzarsi dal Grande Fratello Orwelliano.
Ma questo è solo un aspetto del sito. La vera e propria campagna “Imbrocchiamola!” è più semplice. In buona sostanza
chiede di segnalare i ristoranti, i locali, le pasticcerie, i bar che servono l’acqua di rubinetto e di indicarci quelli che non lo fanno.
Carino, e anche giusto: ognuno ha i gusti che ha, ed è suo diritto inalienabile preferire le acque di acquedotto. Peccato che ai gestori del sito sfugga un dettaglio: tanti e tanti ristoranti offrono già l’acqua del rubinetto, e solo quella. Si tratta della cosiddetta acqua microfiltrata o purificata. E’ acqua che arriva dagli acquedotti ma che, nella stragrande maggioranza dei casi, è ben lungi dall’essere “poco costosa” come dicono: più spesso ha prezzi decisamente elevati rispetto ai costi reali, anche tenendo conto dell’ammortamento del costo dell’addolcitore-depuratore. E in questi casi, di solito, non è neppure possibile chiedere una “minerale” in sostituzione. Se devo pagare qualche euro per dell’acqua, preferisco spenderli per una bottiglia di sorgente piuttosto che per questa geniale trovata di marketing.
Quindi, per cortesia, non siate cattivi con le acque minerali. Semmai (questo sì che si potrebbe fare) si potrebbero lanciare campagne a favore delle autentiche acque di sorgente (mentre molte minerali vengono “pescate” dalle falde tramite pozzi, anche alcune di quelle più pubblicizzate…) e, soprattutto, a favore della bottiglia di vetro. Questo sì che sarebbe giusto: riciclo totale dei contenitori in modo più semplice di quanto avvenga per la plastica, nonché grande miglioria della bontà dell’acqua medesima, che tende a perdere le sue qualità salienti più lentamente sottovetro che nei contenitori in Pet. E infine, una bella campagna di vera conoscenza di quel che si beve: proprietà dei sali contenuti, criteri d’uso delle cinque tipologie d’acque in commercio. Se vi interessa, c’è un bel sito che riporta tutte le acque d’Italia con le loro caratteristiche (se note): è molto interessante, anche perché riporta le etichette delle bottiglie e le caratteristiche anche di molte acque ormai fuori produzione.
Eddai, lasciateci bere!
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Wednesday, July 18th, 2007
Il caro vecchio Avvocato Agnelli, in altri tempi, disse che ad attaccare le banche si ottengono soltanto applausi. Nel campo della ristorazione e dell’enogastronomia funziona pressapoco così. Solo che l’oggetto da battimani sono le guide. Pare che a parlar male delle guide (possibilmente generalizzando e facendo d’ogni erba un fascio) si faccia sempre bene.
Queste considerazioni mi sono venute spontanee dalla lettura di un articolo pubblicato ieri dalla testata online Ilmangione.it, che da un po’ di tempo, ormai, oltre alle recensioni “dal basso” (scritte da utenti non professionisti, peraltro dalle capacità valutative molto variegate), ha iniziato a includere contributi di tipo prettamente giornalistico. Il 17 luglio, appunto, è apparso un pezzo intitolato Milano, costi troppo! firmato dal direttore della testata, Andrea Guolo. Già il catenaccio è tutto un programma: “L’offerta eno-gastronomica del capoluogo lombardo ha perso credibilità. E la colpa è soprattutto dei ristoratori. Parola di Marcello Forti, imprenditore della ristorazione”.
Chi è Marcello Forti? Trentaquattro anni, laurea in giurisprudenza, patron di locali a Milano: questo è il grintoso Forti, che può ben vantarsi d’avere come fiore all’occhiello della sua scuderia il ristorante Rosa al Caminetto, sicuramente uno dei deschi migliori a disposizione di chi voglia cenare il più vicino possibile al Duomo. E’ il classico caso di un ristorante che non è “d’albergo”, ma “nell’albergo”, e da quando Forti l’ha preso in mano la qualità è letteralmente decollata. Marcello possiede anche altri locali (potete leggerlo nel pezzo).
Ieri, sul Mangione, Forti ha trovato ospitalità in un’intervista di Guolo. Temi trattati? La ristorazione d’albergo, i costi di gestione del ristorante, i dipendenti (e dobbiamo ringraziarlo, davvero, perché si preoccupa pure della loro salute: «Oggi si è persa la visione tradizionale del cameriere. Serve sempre di più una figura come lo chef de rang, dal fisico curato, tonico e giovanile. Non è più ammissibile una persona trascurata, in sovrappeso. Ed è ancora più difficile trovare uno che sia in possesso di tali caratteristiche». Già, come fare a tirare avanti se il cameriere non ha almeno un abbonamento alla palestra…).
E alla fine, la stoccata finale: i prezzi. A un certo punto, Guolo torna alla carica: “Assieme ai prezzi, sostiene Forti, è saltata la stessa credibilità di una certa ristorazione milanese”. Quest’affermazione, quella sulla “credibilità” (del cui calo, francamente, non ci eravamo accorti), non appare in nessun virgolettato attribuito all’imprenditore. Ma non c’è problema: il meglio deve ancora arrivare, ed è opera di Forti, che si addentra in un tentativo d’analisi della situazione dei prezzi del mangiare meneghino: «Se io un prodotto da 30 euro lo vendo a 70, stravolgo il mercato. E la gente non sa più di chi fidarsi. Quando uno prende la fregatura, se ne resta a casa propria. La causa prima di questa situazione siamo noi ristoratori. La seconda sono le opinioni che compaiono nelle guide, nei siti: non corrispondono alla verità e così la gente non sa più di chi potersi fidare. È importante un sito come il vostro, dove si trovano le opinioni della gente che paga di tasca propria». Il “sito come il vostro” sarebbe, appunto, Ilmangione.it, prontuario della verità rivelata che viene colpevolmente nascosta da quegli imbroglioni cacciaballe e inaffidabili del Gambero Rosso, dell’Espresso, del Touring, della Michelin. Sarebbe interessante sapere che ne pensano, nel merito, Paolo Marchi, Stefano Bonilli, Marco Bolasco, Marco Gatti (autore, su una delle vituperate guide, di una recensione giustamente molto positiva del Rosa), Paolo Massobrio, Edoardo Raspelli, Paola Gho, Gigi Cremona e tutti gli altri (che non elenco per brevità) a vario titolo coinvolti nella realizzazione delle guide. Dobbiamo davvero (e uso la prima persona per essere impegnato come collaboratore alla Guida Critica e Golosa di Massobrio, e per aver in passato collaborato anche per le due edizioni finora uscite della piccola, bella Guida Gastronomica della Brianza di Bellavite Editore, nonché per tre edizioni – 2001, 2002, 2003 – della Guida dei Ristoranti dell’Espresso, sotto la cura di Raspelli prima e di Vizzari poi) chiudere baracca e burattini e lasciar il campo libero unicamente al web più o meno casereccio, ove, per carità, «la gente paga di tasca propria» (notoriamente chi visita i ristoranti per le guide non paga mai, e sottolineo MAI)? Dopotutto, la gente non si fida di noi. Quelli che continuano a comprare le guide cartacee lo fanno per sovvenzionare le case editrici (non è forse vero che in Italia non legge nessuno?) o, se si sentono cattivelli, per depauperare la foresta amazzonica alimentando il consumo di carta. Pazienza se talvolta anche quelli che “pagano di tasca propria” scrivono qualcosa di negativo: in tal caso, una bella letterina (peraltro pacata e, per quanto mi concerne, assolutamente nel giusto per quel che concerne il contenuto della recensione incriminata, che menziona persino un inesistente “Ca’ del Bosco rosso di Uberti” e che, comunque, è visibile solo dopo la registrazione al sito, che vivamente consiglio) et voilà, todos caballeros.
In ogni caso, mi interesserebbe molto (dico davvero) l’elencazione di quelli che, secondo Forti, sono i posti di Milano dove si pagano 70 euro per una cena da 30.
AGGIORNAMENTO: se non si fosse capito, se la mia ironia fosse risultata troppo ambigua ed impermeabile, sono in completo dissenso col Forti-pensiero. Intanto le risposte migliori le ho già ricevute. Marco Bolasco ha spiegato che a fare una guida ci vuol tempo, energia e molto impegno. Spero che, in futuro, si eviti di sentire dire, così alla leggera, che i giudizi sono privi di verità.
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Tuesday, June 19th, 2007
Mi auguro per voi che non vi siate persi il Corriere della Sera di oggi. Mariolina Iossa ci parla dell’idiosincrasia per l’aglio da parte di Carlo Rossella, che addirittura stila una sorta di scherzosa lista di proscrizione dei ristoranti che, ahiloro, continuano a farne vigliaccamente uso.
Stimo Rossella, lo considero un grande giornalista e capisco anche che la sua è una provocazione e nulla più. Paolo Marchi ha anche lui commentato la notizia, mettendo in evidenza i ristoranti da cui l’aglio sarebbe stato bandito. Io mi limito a una sola domanda: il pesto senz’aglio, che ci azzecca? E’ da lodare o biasimare l’onesto pudore dei cuochi che propinano paste al “pesto leggero”, che poi sarebbe il pesto senz’aglio? O ancora: è possibile che pure in Valtellina ci sia gente che ammannisca i pizzoccheri con poco o niente aglio, e che addirittura qualche critico gastronomico si lamenti (l’ho letto su non so più che guida, comunque minore) della presenza, nei medesimi pizzoccheri, di “rondelle d’aglio”? Già che c’è, perché non propone ai cucinieri di togliere anche il formaggio, tanto per stare più leggeri?
Tanto per essere propositivi, vi segnalo un’azienda ove potrete comprare un aglio tra i migliori che possiate immaginare: l’Azienda Agricola Paolo e Marco Daccordo di Menà di Castagnaro (Verona). In tempi ove l’aglio cinese o egiziano impera nella Gdo, questa famiglia continua indefessamente a coltivare le sue terre, vendendo l’odoroso bulbo già imbustato e pelato, oppure sott’olio, anche nei gusti alle erbette, al peperoncino e (novità assoluta) all’aceto balsamico. Li ho provati due anni fa ad Agrifood, e ne ho un ricordo eccellente. Assaggiateli anche voi.
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Wednesday, June 13th, 2007
Ricevo e volentieri pubblico una email di Edoardo Raspelli, in cui racconta la sua assoluzione dalla querela sportagli da un noto ristoratore partenopeo. Non è la prima volta che Raspelli esce del tutto pulito da controversie del genere: a parte i casi che cita lui stesso, molte altre volte i giudici hanno rimandato al mittente le querele sporte, riconoscendo al giornalista il pieno esercizio del suo diritto di critica, senza alcuna diffamazione.
Prima aveva chiesto un miliardo di danni;poi,passando il tempo e cambiando la moneta,aveva domandato una condanna a 50 mila euro,ma il celebre ristoratore è stato sconfitto ed ha perso la causa:il critico non aveva offeso né lui né il suo lussuoso ristorante.
Due i protagonisti della vicenda:da una parte Giorgio Rosolino,patron della famosa Cantinella,a Napoli( zio del campione di nuoto Massimiliano Rosolino) e dall’altra il critico gastronomico e conduttore di Melaverde Edoardo Raspelli.
I fatti risalgono a vari anni fa quando Edoardo Raspelli era il curatore della Guida dei Ristoranti dell’Espresso.
Nell’edizione 2000 della Guida erano apparse critiche negative sul servizio e sull’insieme della Cantinella,di via Nazario Sauro,di fronte al borgo di Santa Lucia cui, a quell’epoca,oltre tutto,la Michelin assegnava una stelletta di buona cucina(!).
L’Editoriale L’Espresso durante il dibattimento si era chiamata fuori,sostenendo che quale curatore e supervisore della Guida,la responsabilità di quanto pubblicato era solo di Edoardo Raspelli.
Difeso dall’avvocato Orazio Savia del Foro di Roma,il conduttore di Melaverde è stato assolto dalla Prima sezione del Tribunale Civile di Roma(giudice unico la dottoressa Marta Ienzi) per aver correttamente svolto il diritto dovere di cronaca e di critica.
E’ l’ennesimo processo che si risolve nell’assoluzione di Edoardo Raspelli.Nel passato,sempre rimanendo in Campania,ci fu quella nella causa intentatagli dallo staff del celebre albergo Luna Convento di Amalfi di cui aveva criticato duramente la fatiscente struttura e,più di recente, quella di Luigi Veronelli,che Raspelli aveva criticato per aver condotto una pura operazione commerciale nel promuovere l’olio denocciolato.Querelato da Veronelli,anche in quel caso Edoardo Raspelli era stato pienamente assolto.
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Saturday, May 5th, 2007
Perché i blog hanno la meravigliosa caratteristica di attirare pure visitatori sgradevoli, che esprimono opinioni con voluta sgradevolezza? Qui da me, ne avete avuto prova col bannato infestatore degli interventi su Stefania Nobile, uno le cui proteiformi e fasulle identità avrebbero fatto impallidire Fregoli e Alighiero Noschese sommati insieme.
Ora anche Elisabetta “Lizzy” Tosi ha avuto la gratificazione del primo disturbatore, non si sa se in buona o cattiva fede. Dopo aver parlato da par suo (ossia con la consueta poesia e professionalità) di un vino, la Molinara dell’azienda Le Salette, nell’ambito della sesta edizione del Vino dei Blogger (cui non ho potuto partecipare perché Giampiero l’ha fissata in un giorno che per me si è rivelato problematico), alle 18:18 ora locale si è materializzata tale Anna Maria, che ha vergato un penetrante commento, che merita di essere riportato integralmente:
In questo blog usate il vino per fare della promozione COMMERCIALE? Non credo sia informazione ma solo promozione e di maniera. Complimenti signora Tosi, Lei promuove bene e con passione…
Anna Maria
E’ un commento molto tipico in questo genere di blog (li ho beccati pure da Bonilli, e si trovano dappertutto): insinuazioni, calunniette, irritante sarcasmo. Solitamente, quando qualcuno di questi intellettuali mette piede qui da me, perdo la mia abituale discrezione e gli indirizzo gli epiteti che merita.
Ricordo ancora anni fa, quando non avevo ancora il blog, l’email di un nauseante mentecatto che si firmò Paxa (non riporto l’indirizzo, perché mi sembra eccessivo infierire oggi su un minorato di tal fatta), che commentò un mio articolo (l’avevo dedicato all’eccellente salame Felino di Ronchei, Sala Baganza) con lo stile delegittimatorio che solitamente utilizzano miserabili del genere: mi chiese ironicamente la differenza tra giornalismo e pubblicità, e chiuse la breve missiva con un “Complimenti per la marchetta”. Non ho mai capito chi fosse, quel ridicolo Paxa, perché quando gli risposi (peraltro educatamente) non mi scrisse mai più. Io credo che nel mondo dei blog ci siano tanti Paxa, tanta gente sfrontata e incivile che pretende di dare lezioni al prossimo e di insegnargli il suo mestiere. Di questa gente ne ho davvero le tasche piene.
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Tuesday, March 27th, 2007
Avrei voluto rispondere con un commento ai tanti interventi che sono nati dal mio post di ieri, ma è più comodo e visibile, in ultima analisi, farlo da qui.
Cercherò di dare un minimo di risposta alle questioni fondamentali che sono venute fuori.
1) Giovy ha pienamente centrato il punto, usando un quarto delle parole che ho usato io. Rileggetevi il suo commento un centinaio di volte, così potete comprendere meglio la mia visione della cosa.
2) Gigio: la discussione (interessante) sul predicare bene e razzolare male non l’ho iniziata io (che poi la condivida o no, è un altro discorso). Così come non ho mai messo le mani su Veronelli, che ho conosciuto (seppur superficialmente) e che mi ha insegnato molto. D’altronde credo che la sua adesione a questa rassegna non tolga né aggiunga molto a tutto quello che ha fatto nell’oltre mezzo secolo della sua militanza critica.
3) stefano: mi dispiace, ma temo di risultare superficiale anche con questa mia risposta. Nel mio post, ho parlato di cose specifiche: nella fattispecie, di un “manifesto” lungo, arzigogolato, semanticamente e sintatticamente improbabile, con alcuni passi che sembrano nati dopo che chi l’ha scritto ha rovesciato un sacchetto contenente termini aulici, o che semplicemente non vogliono dire nulla (a meno di non stipendiare un esegeta o un ermeneuta a mezzo servizio, cosa che non tutti possono fare). Ho altresì parlato di un invito che non può essere tenuto sotto silenzio: quello a dare fuoco ai campi e a iniziare altre azioni di “disturbo”. Ho parlato solo di questo, e di nient’altro, chiedendomi a cosa serva una rassegna che parta da simili presupposti. Senza contare che lo “spazio recuperato” in realtà è semplicemente occupato abusivamente.
4) filippo cintolesi: la critica, come giustamente fai notare, è il sale dell’uomo e del mondo. Se la realtà non fosse problematica (=non ci spingesse ad interrogativi e prese di posizione) non sarebbe reale. Ciononostante, la chiusa del tuo commento mi sembra un po’ criptica, e mi piacerebbe, se ne avessi voglia, che tornassi qui a spiegarla.
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Monday, March 26th, 2007
Anche quest’anno, a Verona, ci sarà un’anti-Vinitaly. Un anti-Vinitaly che andrà in scena in un cosiddetto “centro sociale”, e che, come sottotitolo, promette addirittura “Terre Ribelli”. E’ il Critical Wine, evento che si svolge ormai da quattro anni, forte dell’inspiegabile adesione di un grande come Gino Veronelli, quand’era ancora in vita.
Ogniqualvolta mi sovviene l’esistenza di questa kermesse, non posso fare a meno di pensare a un delizioso pezzo scritto dal compianto conte Riccardo Riccardi su un vecchio numero di Papillon. S’intitolava “Che sapore ha un vino noglobal?”. In esso, il grande conte prendeva garbatamente ma duramente in giro don Vitaliano della Sala, il prete giottino che aveva deciso di produrre un vino dall’etichetta reboante (Don Vitaliano Doc-G8/Rosso a divinis), stigmatizzandone l’evidente adesione a una moda. E modaiolo, fin troppo, è questo Critical Wine, che venne salutato da qualche ingenuo con grandi clamori, cantando lo sdoganamento del vino anche negli ambienti underground.
Una buona comunicazione, si sa, è fondamentale, e per una buona comunicazione serve chiarezza e capacità di andare al punto delle cose. Proviamo ad analizzare il pomposo “Manifesto” di Critical Wine, in cui vengono proposti nientemeno che “12 atti di sensibilità planetaria” (sic). Diamo un occhio al secondo punto:
2. PER LA RIAPPROPRIAZIONE SENSORIALE E RAZIOCINANTE
Il secondo atto della sensibilità planetaria è stato quello di concepire l’insensatezza della realtà, non più come deficit di raziocinio di menti peregrine ma come deprivazione sensoriale, come difficoltà o impossibilità di esperire nella socialità planetaria la nostra sfera sensitiva. Sensibilità planetaria è dunque atto di resistenza contro la distruzione dei sapori, contro l’annichilimento dei saperi ma anche contro la deprivazione sensoriale che ci porta all’ottundimento della nostra facoltà di udire, di vedere, di tastare, di gustare e di annusare. Tra i non sense dell’umanità contemporanea non vi è soltanto la produzione di un esercito infinito di miopi della vista. La miopia dell’udito, la miopia del palato, la miopia dell’olfatto, la miopia del tatto sono tanto e forse ancor più preoccupanti della miopia della vista. La vita insensata non afferisce solo alla perdita di senso del nostro agire ma anche all’affievolirsi della capacità sensitiva. Il senso dell’agire non può non avere relazione con i sensi tramite i quali si agisce. Si smarrisce il senso perché si perdono i sensi. La deprivazione sensoriale è aspetto cruciale e paradigmatico della perdita di senso dell’agire. La sensibilità planetaria è dunque riaffermazione della centralità sensoriale e nel contempo ricentralizzazione del senso dell’agire.
Chiarissimo, no? Il redattore del manifesto sembra aver scartabellato un desueto vocabolario di italiano onde spulciarne le parole più astruse possibili, per indorare la pillola di un comunicato fumoso e incomprensibile. A che serve fare proclami del genere? E a che serve farli proprio in un centro sociale?
Ma c’è di meglio. Forse ricordandosi del pubblico a cui si rivolge, il settimo punto del manifesto propone persino l’azione:
Gli Ogm sono i mostri dell’agricoltura: a parte le rilevantissime questioni riguardanti gli esiti della modificazione genetica delle piante su di esse e sugli uomini, che già ci impone di combatterli, gli Ogm concentrano l’industria agricola in poche mani, impoveriscono la terra, distruggono la contadinità, eliminano o omogeinizzano il gusto. Gli Ogm costituiscono oggi la più grande minaccia alla sensibilità planetaria. Contro di essi non c’è tempo da perdere né alcuna possibilità di mediazione. La ricerca, la sperimentazione, le legislazioni permissive, l’uso degli Ogm costituiscono un crimine contro la terra e contro l’umanità. Occorre fare di tutto perché ciò non accada. Ma dove la coltivazione, seppur sperimentale, è consentita, bisogna con ogni mezzo distruggere gli Ogm. L’obiettivo minimo della sensibilità planetaria è distruggere le legislazioni a favore degli Ogm, distruggere le coltivazioni Ogm, distruggere i prodotti Ogm in tutta la loro filiera, dalla ricerca alla vendita. Se vuoi fare una buona azione, distruggi gli Ogm. Basta andare al supermercato più vicino e aprire, rendendole invendibili, le confezioni che li contengono. Basta bruciare i campi in cui vengono coltivati.
Distruggere le coltivazioni ogm. Rendere invendibili le confezioni. Bruciare i campi in cui vengono coltivati. Testuale. Apologia di reato. Ma si sa, per certa gente “la proprietà privata è un furto”. Cosa vuoi che sia, dar fuoco a due campetti che magari sono tutta la vita di chi li coltiva: la proprietà privata è un furto, e cosa vuoi che sia un bel falò rispetto alla possibilità che l’agricoltore possa mettere in commercio (o conferire alle odiate multinazionali, che sono risaputamente il cancro della società) il mais ogm, crimine contro l’umanità, aberrazione al cospetto del Cielo?
Va bene prendersela quando Umberto Veronesi, con argomentazioni non sempre convincenti, difende gli ogm a spada tratta. Ma se gli oppositori sono così grottescamente livorosi, se cianciano senza il minimo senso del ridicolo di “crimini contro l’umanità”, se invocano piromani e distruttori di proprietà viene voglia di farlo anche a me. Poi non prendetevela, se la gente sdogana gli ogm.
Intendiamoci, ognuno ha il diritto di esprimere il suo pensiero come meglio crede. Ma ognuno è anche libero di esprimere il proprio pensiero sul pensiero degli altri, qualora sia in disaccordo.
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Wednesday, March 7th, 2007
Elena Pasquini, direttrice responsabile del godibile giornale enogastronomico online Arcimboldo, ha appena pubblicato una lunga requisitoria sull’ “Incoerenza delle recensioni”: la potete leggere qui. Elena ha fatto delle telefonate a parecchie pasticcerie di Roma segnalate da una nota guida del settore, appurando che per gran parte di esse il burro sarebbe più o meno un oggetto misterioso, sostituito da margarina e da altri surrogati. «Secondo noi la prima scrematura dovrebbe essere fondata sugli ingredienti, poi sul gusto», dice Elena nel suo pezzo.
E voi, che ne dite? Prima la bontà gustativa di una torta, o prima lo sguardo all’etichetta degli ingredienti?
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