Archivio della rubrica ‘Diritto di replica’
Thursday, March 27th, 2008
Paolo De Castro, ministro uscente delle Politiche Agricole, pasteggia a Mozzarella di Bufala per rassicurare connazionali e stranieri. In effetti la buriana è di quelle grosse: la paura della diossina e delle contaminazioni dei foraggi si è riversata sulle bufale campane, e sul loro latte che serve per mozzarelle e provole. Un duro colpo dopo i taroccamenti vari che ogni tanto saltano fuori e che purtroppo coinvolgono questo prodotto.
Io, da parte mia, quando mi capiterà continuerò ad assaporare questo latticino assolutamente italiano (benché il mio amico Gigio, trapiantato in terra iberica, assicuri che anche in Spagna hanno iniziato a scimmiottare il prodotto…) e sublime quand’è fatto come Dio comanda.
Da parte mia, però, non posso non aggiungere che la mozzarella non è tutta uguale, eccezion fatta per quella industriale che, pure sanissima e mangiabile, è gessosa, elastica, sabbiosa e ha poco a che vedere con quella “vera”, da consumarsi entro 48 ore dalla filatura. C’è quella casertana, compatta, dal sapore sapido, più pronunciato, più persistente, sfaccettatamente ombroso. E c’è quella di Paestum e della Piana del Sele, impalpabile, leggiadra come una cabaletta verdiana o un cancan di Offenbach, delicatissima, angelica.
Ho già provato a chiederlo in giro. Voi quale delle due preferite?
Quella casertana o quella della Piana del Sele?
Rispondete numerosi.
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Saturday, March 22nd, 2008
Signore e signori, Andrea Celentano pare essere risuscitato, e con qualche giorno di vantaggio su Cristo Signore nostro, che oggi come oggi è ancora nel sepolcro. Ve lo ricordate? Il nostro wannabe cronista sportivo mi tira in ballo sul suo solito blog, in un post nuovo di zecca, sobriamente intitolato La disinformazione mafiosa e sporca de Il Giornale. Se avete la pazienza necessaria a resistere alla gragnuola d’insulti (per non parlare della sintassi), arriverete senz’altro a questo punto:
di blog dedicati esiste solo il mio dove nessuna di quelle idiozie è stata pubblicata, e soprattutto dimentica anzi ignora l’ unica fonte autorevole in merito alla scomparsa di Radio Milaninter, ossia io, che non vengo neanche citato esattamente come accadde con i figli di puttana di Libero nel settembre 2007, in particolare la merda Lorenzo Mottola che mi legge ogni giorno assieme al mafioso camorrista Tommaso Farina che deve stare attento a provocarmi perche se lo becco per strada la sua vita sarebbe a serio rischio dunque che ne tenga conto perchè se mi girano i coglioni prendo e vengo sotto Viale Majno ad aspettarlo e vediamo se mi ripete in faccia tutta la merda che lascia sul mio blog e che io educatamente gli permetto di depositare, ti ho avvisato brutta testa di cazzo ora stai attento figlio di puttana.
Testuale. Provate a passar sopra la grammatica così brutalmente violata da questo aspirante giornalista, e rideteci sopra anche voi come ho fatto io. Mi sembra giusto che voialtri lettori possiate godere anche voi dello spettacolo e concedervi un quarto d’ora di vera ilarità al cospetto di questo curioso individuo.
Per la cronaca, le “provocazioni” da lui lamentate sono le civili difese della giornalista Elena Guarnieri, vittima della furia iconoclasta di questo signore.
E buona Pasqua a tutti. Una Pasqua che, incidentalmente, quest’anno coincide col mio compleanno.
AGGIORNAMENTO: Il gay bastardo raccomandato coglione figlio di puttana Tommaso Farina continua a darmi importanza, legge ogni mia virgola e mi celebra sul suo blog. Dev’essersi accorto della manciatina dei visitatori che gli ho procurato, cosa che solitamente lo mette di buon umore mentre oggi, curiosamente, no… Misteri della personalità umana. Ma perché gay? Raccomandato, coglione, mafioso, figlio di puttana me l’aveva già detto, quindi non mi sorprendo. Ma gay, perché? Oltretutto, nessuno gli ha spiegato che le immagini in formato *.bmp occupano un mare di spazio. Potrebbe anche convertire in jpg lo screen capture del mio blog. Ah: grazie per il link.
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Monday, March 10th, 2008
Cari amici, Fabrizio Gabbrielli, uno degli editor di Peperosso, mi ha citato in un suo elzeviro dedicato all’abbinamento pizza-birra di cui abbiamo già parlato su questi monitor.
Le sue posizioni, bene o male, sono quelle, rispettabilissime, già espresse in un commento al mio articolo. Il pezzo scritto su Peperosso va letto perché esprime con grande chiarezza una visione non totalmente sovrapponibile alla mia, ma assolutamente plausibile e ricca di spunti. Fabrizio, per esempio, condivide l’assunto di fondo del mio post: anatema assoluto alle pizze mal lievitate e alle birre mediocri (industriali e non). Queste ultime, in particolare, danno un’immagine sbagliata di una bevanda che sa conferire vette sublimi di piacere a chi l’assapora.
Senza andare a parare sui numerosi microbirrifici italiani, citerò un capolavoro assoluto proveniente dal Belgio: la birra Deus Brut des Flandres di Bosteels, fattami conoscere dall’enotecario Redento Picello e stupefacente per complessità, ricchezza aromatica, persistenza gusto-olfattiva. Un capolavoro, una specie di Dom Perignon del malto. Questa più che alla pizza (con cui sono sempre scettico abbinatore d’ogni tipo di birra) va bene con un bollito misto, o con una lonza di maiale arrosto alle mele. Ma sto divagando
Tornando a bomba, è un peccato che i commentatori al post di Fabrizio abbiano equivocato un po’ di tutto, partendo per una crociata a testa bassa contro i gastrosnob che hanno la colpa di non gradire le loro usanze vespertino-sabatane.
Ecco una piccola antologia.
vino con la piiiizza???
davvero terribile..
un bel birrone è un vero must da rispettare
Boh, chissà perché è terribile, secondo il commentatore Pecchia.
Un altro commentatore, Manua74, vede invece presunte campagne denigratorie contro la birra (che a dire il vero ho elogiato nel mio vecchio post):
MI SEMBRA SOLO UN MODO PER SCREDITARE UNA BEVANDA DALLE ORIGINI ANTICHISSIME E CHE ACCOMPAGNA SPESSO I MOMENTI PIU’ PIACEVOLI DELLA NOSTRA VITA !!! INOLTRE CREDO CHE L’ABBINAMENTO SIA TRA I PIU’ RIUSCITI PER GUSTO E PREZZO.
Ecco l’uovo di Colombo: il prezzo. Si abbia il coraggio di dire, una volta per tutte, che l’abbinamento di pizza e birra, nella stragrande maggioranza dei casi, è unicamente debitore d’un discorso economico. Le birre buone si pagano (abbastanza) care.
Ma qui siamo nel consueto.
Più avanti fa capolino tale rosy, che coram populo dichiara:
Ma questi “gastronomi” o presunti tali non hanno niente di meglio da fare? Non sarebbe meglio che ognuno abbinasse alla pizza quello che meglio crede senza che venga Tizio o Caio a dire che è una pessima accoppiata?
Guarda caso, il mio lavoro, quello meglio del quale niente ho da fare (anche perché è l’unica cosa che so fare…), è quello di fare un po’ di informazione enogastronomica, spiegando il percome e il perché degli abbinamenti. C’è gente che sugli abbinamenti ci fa corsi su corsi, non è così peregrino discuterne. Poi non lamentiamoci se un sacco di gente ancora beve spumante secco sul panettone.
Glissando su altri interventi divertenti (ben due, addirittura, rifiutano la birra innalzando la Coca Cola ad abbinamento supremo), c’è un bel commento di un esperto di birra che suggerisce con criterio i suoi accostamenti birrari. Peccato che subito dopo un presunto amante della birra, certo Ba (Ibrahim?) se ne esca così:
chi dice che la pizza con la birra non va bene,penso seriamente che non capisca niente a tale proposito!!!!!!!!!!!!!!!! non a caso esistono tanti tipi di birra che si abbinano perfettamente non solo alla semplice pizza, ma anche a formaggi, pesce,carni di tutti i tipi,dolci, sto parlando di birre artigianali d’ abazia belghe,e tante altre….!!!!!!!!!forse sarebbe meglio che si leggesse la rivista “il mondo della birra” prima di ………..
Dimostrando di non aver letto il post originale, e di non aver capito il discorso, visto che non si parlava dell’abbinamento birra-cibo (che nessuno contesta, come dico per l’ennesima volta), ma di quello con la pizza, non dettato da plausibili ragioni gastronomiche.
E, sul versante opposto, ecco Claudio:
FINALMENTE qualcuno che ha buon gusto..pizza e birra fanno a pugni..mangiare la pizza con un buon vino da abinare in base al tipo di pizza e una delizia per pochi intelliggenti..peronalmente la birra mi disgusta e poi non ha nulla di italiano mentre la pizza…se potessi metterei una tassa altissima sulla birra e la vieterei abbinata alla pizza e poi che dire degli amanti della birra??gli uomini li trasferirei in germania le donne in afganistan..VIVA IL VINO E LA SUA ELEGANZA ITALIANA….
Da un estremo all’altro, svisando totalmente la discussione.
Io volevo semplicemente aprire una riflessione sulla mediocrità dell’80% delle pizzerie italiane, e dell’80% delle birre vendute in Italia, e sul fatto che tutto questo costituisca un cocktail mefitico.
Vi lascio, con simpatia, a una chicca finale che, come dice l’editor del blog, si commenta da sé…
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Thursday, March 6th, 2008
Lo sapevo che sarebbe riaccaduto. Il Raspa (copyright by Bonilli), ossia Edoardo Raspelli, è tornato in Spagna. La sua vittima sulla rubrica culinaria de La Stampa è stata il Celler de Can Roca, a Gerona (o Girona). Vittima fino a un certo punto: il locale si è beccato 19/20.
Impossibile non citare il divertente incipit raspelliano:
Ferran Adrià ha finito di fare danni; sono rimasti solo gli italiani (ristoratori chef e critici o presunti tali) a rimanere a bocca aperta alle gastro-cavolate, spesso non edibili, del più celebre cuoco spagnolo nel mondo.
Et voilà, altra guerra gastronomica in arrivo.
Non so a voi, ma a me queste simpatiche prese di posizione fanno solo piacere.
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Monday, March 3rd, 2008
Ricevo adesso dal collega Attilio Scotti.
Dilaga la moda dei “falsi d’autore” ed i “taroccamenti “di grandi pittori, tele di Monet, Picasso, Lutrec, abiti e borse di Armani, Dolce & Gabbana, La Coste ecc. grandi prodotti come il Parmigiano Reggiano, il Chianti,il Brunello ecc. ecc. oggi sono di moda i falsi piatti d’autore inventati da grandi stellati chef italiani. Sentite questa : il ristorante BIRILLI di Torino ( cucina dal 1929, sito in Strada San Martino 6, telefono 011.819.05.67, fax 011.660.40.60 www.birilli.com e-mail: info@birilli.com chiuso la domenica ) ha in lista, tutte le sere i “nuovi falsi d’autore”: ecco il menu’
Tartara di tonno con avocados ai crostini di pane e crema fredda di finocchi
d Luisa Valazza del ristorante al Soriso di Soriso ( No) euro 38
da Birilli euro 12.00
Risotto ai gamberi rossi, zafferano e zucca gialla
di Luisa Valazza del ristorante al Soriso di Soriso (No) euro 36
da Birilli euro 9.50
Filetto di triglia con scaloppa di fegato grasso e purea di topinambur e carciofi fritti
di Anna Fèolde dell’Entoteca Pinchiorri di Firenze euro 40
da Birilli euro 20
Interpretazione della cassata con cioccolato al ginepro
di Luisa Valazza del ristorante al Soriso di Soriso (No)
Menu’ completo “falsi d’autore” euro 38.00 bevande escluse.
Nota: non conosciamo dei “falsi vini di accostamento” ai cibi, sappiamo che il locale è pieno tutte le sere. Ci andremo a riferiremo. No comment.
Non ho capito se il no comment di Scotti voglia esternare scandalo o ironia.
Io non sono mai stato a questi Birilli, che sembrano far parte di un giro di locali “giovanilisti” di Torino.
Qualcuno che ci è stato, può raccontarmi se i piatti “falsificati” dai birillanti richiamano almeno in parte gli originali di Annie Féolde e di Luisa Valazza? E magari, il fatto di prendere di mira queste due cuoche, che più d’un personaggio ha definito (bontà sua) “sopravvalutate” (va da sé che non sono minimamente d’accordo, i sopravvalutati in cucina sono ben altri) non è una scelta deliberata?
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Friday, February 29th, 2008

Quella che vedete qua sopra (grazie a Paolo Marchi, che spero non abbia nulla in contrario se gli “rubo” la fotina) è la pasta alla carbonara nell’interpretazione di Massimo Sola, in arte Massisol, anema e core del ristorante Quattro Mori di Varese (anzi, di Calcinate del pesce, frazioncina defilata). E non è il solo grande chef ad essersi misurato con questo piatto saporosissimo del centro Italia: carbonare che andrebbero assaggiate tassativamente sono quelle di Riccardo De Prà del Dolada di Pieve d’Alpago (Belluno), e quella di Marco Sacco del Piccolo Lago di Verbania. E, tra quelle tradizionali, si va sul sicuro su classici romani come Checco er Carrettiere, oppure su locali-sorpresa come Al 59, consigliatomi l’anno scorso quasi per caso da Fabio Turchetti del Messaggero.
Ma nella carbonara ci vuole la cipolla? Io dico di no, e la maggioranza sta con me. C’è tuttavia chi non è d’accordo, e sembra ratificare quella che è diventata una vera e propria variante. Cosimo Torlo, collega piemontese molto simpatico, rubricista per l’inserto torinese settimanale della Stampa, parla proprio di carbonara nel Ghiottone Errante di questa settimana, come sempre di lettura assai piacevole (ma perché Chianti scritto con la maiuscola da chi ha titolato?). Ebbene, Torlo consiglia le penne (che a me non sono mai piaciute molto, ma chi se ne frega), e suggerisce l’impiego di pancetta e cipolla. Sulla pancetta si entra in un campo minato: c’è chi non la vuole in nessun caso, e chi invece (Raspelli, Buonassisi) l’ammette, tirando in ballo la tendenza dolce e la morbidezza della salsa. Morbidezza che, “temperando” il gusto complessivo, consentirebbe l’impego della pancia di maiale, più piccante del guanciale viceversa tassativo e insostituibile nell’amatriciana. Io penso che sia opportuno il guanciale, lo ritengo più ruspante e caratteristico. Però Cosimo fa notare che la sua è una ricetta “d’emergenza”, da praticarsi «nella situazione di avere all’improvviso ospiti a cena e il frigo quasi vuoto»: e il guanciale normalmente in frigo chi ce l’ha?
Diverso il caso della cipolla: Cosimo la mette a imbiondire all’inizio, secondo una prassi che in certe case si è consolidata. Voi che dite? Io la carbonara non la faccio con la cipolla. Voi?
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Friday, December 14th, 2007
Una volta tanto (capita, no?) non son d’accordo con l’amico Paolo Massobrio di Papillon.
Il motivo? Il suo MANIFESTO DI PAPILLON CONTRO LO STRESS DI FINE ANNO. Una sorta di decalogo secondo lui fondamentale per fruire alla meglio del pranzo natalizio.
Eccolo qui.
1) Non sia la quantità a ispirare un pranzo: lo fai solo per ostentazione, ma il dopoguerra è ormai lontano. Allora si doveva esorcizzare la fame; oggi siamo tutti ipernutriti e accanto a noi c’è sempre qualcuno che ha patologie legate all’alimentazione. Perché metterlo a disagio? Già la festa… per chi?
2) La donna di casa non stia più relegata tutto il tempo in cucina. Per celebrare il dio cibo, lui e lei si fanno in quattro, ma chi è venuto a casa nostra vuole stare insieme con noi, non con il bicchiere di vino in mano e la faraona in tavola, mentre chi ci ospita è in ritardo con i contorni o i dolci.
3) Abolire una volta per tutte il menu italiano (così detto “menu alla russa”) con la sequenza di portate: antipasti, primo, secondo, dessert (comprensivo di formaggi e dolci).
4) Mettere in tavola in due sequenze, come fossero due quadri, le pietanze. Prima scena con antipasti e assaggi vari di cui ognuno possa servirsi a piacimento e in quantità desiderata. E anche i padroni di casa non siano impegnati a cuocere. Secondo scena, con zuppe, insalate varie e piatti di sostanza.
5) Durante i festeggiamenti sia uno il piatto importante che segni quella festa, il resto siano assaggi di contorno. Se è una faraona ripiena, si celebri la faraona con i contorni rinfrescanti di almeno tre verdure (una cotta e due fresche), e i vini adeguati. Ma non si ceda a far diventare importante anche il primo, che forse è un piatto in più nell’economia del menu.
6) A Natale e a Capodanno si uccidano i tempi morti a tavola con questo esempio di menu alla francese, già in uso alla corte dei Savoia nell’Ottocento.
7) Si aboliscano le paste ripiene. Anche perché la farcia nasce come recupero – il giorno dopo – del piatto importante della festa, avvolto nella pasta. Quindi rimandiamo questo piatto al suo posto: il giorno dopo.
Che in casa quando si fa festa ci sia musica (e anche musicanti), possibilità di giocare insieme, spazi socializzanti per i fumatori (almeno una volta l’anno facciamo loro un regalo), che non condizionino gli altri.
9) Il vino sia dosato al massimo in spumante come apertura, ma lasciando la possibilità a chiunque di concederselo a tutto pasto. Quindi un vino bianco e un vino rosso (importante quanto l’importanza del piatto) e infine si chiuda con un vino dolce leggero, un Asti, un Fior d’Arancio, una Malvasia, un Brachetto. Qualcuno può avere anche il disagio di mettersi in auto; in ogni caso aboliamo i vini passiti a fine pasto (si chiamano infatti – secondo Veronelli – “vini da conversazione” o “vini da meditazione”, non da fine pasto). Questi, alla fine, non fanno altro che appesantire un lauto pranzo.
10) Se con il panettone e i dolci vanno bevuto vini e spumanti dolci (errore e gusto stridente mettere un brut con un dolce), a Capodanno non fate il botto sciocco, ma per augurare ogni bene a chi vi sta accanto aprite la miglior bottiglia della vostra cantina. Non farà il botto, ma almeno sarà memorabile.
Beh, che dire? Hanno già aderito Giorgio Calabrese e altri personaggi importanti.
Cionondimeno, io non ci sto. O quantomeno, non del tutto.
La stampa gastronomica, ultimamente, sembra aver innalzato la bandiera del minimalismo. Si leggono ovunque elogi al pasto veloce di mezzogiorno, ai piatti unici, al mangiare una sola portata, al non abbinare più d’un vino durante il pasto. Dobbiamo essere costretti a subire la supponenza di ristoratori che a mezzodì sono schiavi del menù ridotto, e che lo impongono a tutti i commensali come scelta obbligata (altra cosa, si capisce, la possibilità di sceglierlo in alternativa ai piatti alla carta). Una volta, in un ristorante che dovevo provare per la guida a cui collaboro, mi dissero: «Se vuole, qui a cento metri c’è un ristorante col menù a prezzo fisso». Testuale. Risposta: «No. Sono venuto proprio da voi». Ma s’è mai visto un ristorante che rinuncia a un cliente per mandarlo da un concorrente? Forse l’abbigliamento cravattato mi ha penalizzato, facendomi assumere le sembianze di uno di quei manager mordi e fuggi, quelli che con le loro abitudini alimentari hanno dato origine a questa barbarie gastronomica devastante. Loro facciano quello che gli pare, a tavola: il problema insorge quando le loro abitudini rischiano di contaminare invasivamente il pranzo altrui. Non si può livellare tutto verso il basso, uniformare la propria offerta alle esigenze di chi corre in continuazione. Si dia almeno un po’ di soddisfazione anche a chi decide di non correre!
Un lungo preambolo per arrivare a questo manifesto. Cose condivisibilissime ci sono: la necessità di prodotti di qualità e di stagione, la riprovazione del “botto sciocco”, la sottolineatura di quel non-abbinamento che sono i vini secchi coi dolci. Altre cose, viceversa, convincono meno: che male hanno fatto le paste ripiene? Non è forse vero che il pomeriggio della Vigilia le cascine emiliane e romagnole erano un vero subbuglio di parenti, fratelli, cugini tutti intenti a tirare la sfoglia e a foggiare il “loro” tortellino o il “loro” cappelletto che, come dice Michele Marziani, ognuno invano tenterà di ritrovare in mezzo a tutti gli altri dopo la cottura in brodo? E perché abolire il “pranzo all’italiana”? Che male hanno fatto gli antipasti, se buoni e tradizionali? L’insalata russa che mia nonna ha insegnato a fare alle zie non è un semplice “riempitivo”: è un simbolo. E così la lingua salmistrata fatta in casa e le acciughe piccanti che mio nonno pretendeva. Da me si facevano i ravioli quadrati di carne, poi è entrato in auge il risotto con la luganega fatto da mio padre. E nessuno è rimasto stressato, o ha avuto l’impressione che la tavola monopolizzasse la giornata. E la faccenda della donna che non deve barricarsi ai fornelli? Ci si scandalizza giustamente se le abitudini moderne hanno visto il dimezzarsi dell’impegno femminile ai fornelli a favore di piatti sempre più risparmiosi e “sveltini”, e poi l’unica volta che la mamma ha tempo di dedicarsi al pranzo con l’attenzione necessaria dobbiamo tarparle le ali?
Ma detto fra noi: anche se una volta tanto si resta a tavola, che male c’è? Se togliamo il Natale e il Capodanno, quali altri momenti di convivio rimangono? La gioia della tavola non uccide la condivisione fraterna delle persone. Altrimenti detto: gli affettati non soffocano gli affetti, secondo me. Paolo, teniamoci stretto il pranzo della tradizione. Non è giusto che si perda, non ti pare?
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Thursday, November 29th, 2007
Le mille e mille potenzialità della rete. Guardate cosa scrive di me tale Andrea Celentano (nessuna parentela col cantante), aspirante giornalista sportivo, nel suo blog dedicato a RadioMilaninter (a me nota per lo spazio di Siro Tifoselli, un comico con cui sono apparso sugli schermi all’epoca della mia collaborazione a PlayTv): leggete con calma, è spettacolare. Volendo essere originale nelle sue argomentazioni, tira in ballo nientemeno che mio padre… E tutto perché ho difeso dalle sue offese due colleghi giovani come me ma di rara bravura: Lorenzo Mottola (che ho pure ospitato sul mio blog) e Massimo Costa.
Io l’ho linkato perché, a quanto sembra, gli piace vedere impennarsi il contatore di visite shinystat.
Giudicate voi…
AGGIORNAMENTO: c’è un sacco di gente che è andata là da Celentano a dirgli che il suo modo di fare non è il massimo… Per giunta ha detto la sua un altro mio collega di Libero, Marco Gorra, che nell’ultimo post, quello più in alto, ha usato toni lievemente meno forbiti dei miei… Suvvia, limitatevi a fargli salire i contatti, fatelo contento no?
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Thursday, November 22nd, 2007
Non è compito mio, soprattutto in questa fede, difendere colleghi che so essere capaci di farlo da soli. Ad esempio, Luciano Pignataro. Attenzione, adesso tutti penserete che io mi stia riferendo a una serie di domande fattegli da Franco Ziliani giorni fa, relative alla natura del suo sito web, e che le ritenga impertinenti. E invece no. Penso che i quesiti di Ziliani siano assolutamente legittimi, composti, nell’alveo della buona educazione, e soprattutto onesti nel riconoscere la gran qualità del lavoro del giornalista campano. E’ il prosieguo della discussione ad essere degenerato, anche se in silenzio. Ciò di cui Franco non ha colpa alcuna.
Consentitemi intanto una digressione sul contenuto del post, prima di venire al dunque. E’ interessante specialmente il discorso sui commenti: spesso ho chiesto a Luciano di implementarli onde vivacizzare un sito che viene aggiornato anche spesse volte in un giorno. Si può discutere se i commenti rappresentino una conditio sine qua non per definirsi blogger: a mio parere, sì e no. I commenti sono molto, molto importanti: cionondimeno, i blog sono nati senza commenti. Agli albori della “disciplina” (2001-parte del 2002), il caro vecchio Blogspot, ancora non controllato da google, non offriva la possibilità di commentare. Chi voleva aggiungere questa feature, doveva giocoforza rivolgersi a servizi esterni tipo Enetation (ma non era l’unico), che offrivano uno speciale script da richiamare all’interno dei propri post, e che consentiva di aggiungere i contributi. Ancora oggi alcuni blog (anche molto frequentati, tipo Camillo di Christian Rocca) sono senza commenti. Io francamente non saprei rinunciarvi.
A mio avviso, più ancora che questa faccenda dei commenti, la non-blogghità del web-Pignataro risiede più che altro nella struttura “editoriale”: niente post ordinati cronologicamente (questa è l’essenza del weblog), ma una serie di rubriche in pagine diverse (solo una appare in homepage).
Fin lì niente di male.
Peccato però che un commentatore, un bel dì, decida di alzarsi dal letto e di corredare il pezzo di Ziliani con alcune righe molto penetranti:
Visto che ci siamo sarebbe interessante anche capire meglio il senso della sua ultima scheda pubblicata - venerdì scorso - sul Mattino (riproposta come sempre anche sul sito http://www.lucianopignataro.it/articolo.php?pl=3582)in cui con oltre 250 cantine campane a disposizione (e qualche migliaio in tutto il sud) decide, in prossimità del Natale, di dare visibilità ad un amarone (con la a minuscola, penso che sia il caso) imbottigliato da&per, nientepopodimeno, un commerciante (www.terredieno.it) del centro direzionale di Napoli specializzato in “regalistica aziendale”… un marchio distribuito in franchising che rappresenta la “divisione agroalimentare” di una società di “arredamenti & contract”… sto ancora ridendo!
Il cuor di leone che ha proclamato tutto ciò ha nome e cognome. Si chiama Free. Sponsor free. Facile capire che non si tratta di un lettore anglosassone, ma di qualche burlone in vena di astruserie. Ma se questo non si firma, se lancia le sue cortine fumogene in maniera così insinuante, a chi può interessare il fatto che stia ancora ridendo? Perché un giornalista, nello scegliere un vino da recensire su un importante quotidiano, dovrebbe tener conto delle risate di uno che non ha nemmeno il fegato di assumersi la responsabilità delle fantasticherie che scrive, oltretutto ricorrendo a giochi di parole già vecchi all’epoca dei Ragazzi della via Pàl? Quale dovrebbe essere il senso recondito e profondo dell’articolo di Pignataro, secondo questo grazioso individuo?
Questo genere di rompiscatole (ringrazio Fulvia Leopardi per l’immagine) mi è personalmente odioso. Va da sé, non quando se la prendono con la mia persona: anche se non è mai accaduto, credo che mi farei semplicemente quattro risate. Ma quando il bersaglio delle loro frustrazioni è un professionista abile e capace, inattaccabile sotto questo profilo, mi viene solo da chiedermi come mai tanta gente abbia tutto questo tempo da perdere e tutto questo inchiostro nella penna. Va da sé, sto parlando dell’anonimo.
AGGIORNAMENTO: l’anonimo, questa volta firmandosi sponsor sì! (l’esclamativo è suo) mi ha risposto, non qui ma su Vinoalvino. Francamente, penso che il tono che aveva usato precedentemente fosse fin troppo irridente. Adesso si spiega civilmente, ma ribadisco che secondo me non è strana la scheda di Luciano. Per Natale, perché no, può darsi abbia voluto citare un vino più “esotico” rispetto a quelli della sua regione, solitamente protagonisti della rubrica.
PS: più d’un commentatore iha ipotizzato che dietro il commento anonimo possa esserci “Fabio” (Cimmino, è evidente), protagonista tempo fa di un diverbio con Luciano. Mi sembra strano, poiché Fabio ha l’abitudine di firmarsi sempre quando interviene.
PPSS: si è fatto rivivo lo sponsor sì, ancora una volta non qui ma là. Visto che la discussione l’ho lanciata qui, e là è arrivato solo il trackback, non capisco quest’atteggiamento. Cimmino non è mai stato oggetto di disistima da parte mia. Non è che se stimo Pignataro allora devo avere in uggia Cimmino. Questi sono comportamenti da bambini dell’asilo, da “chi non è con me è contro di me”. In ogni caso, Luciano sarà grande e grosso, ma io lo sono molto di più.
In buona sostanza, vorrà dire che la prossima volta Luciano (o, perché no, io stesso) prima di scrivere una rubrica consulteremo l’oracolo del signor sponsor sì (o free), che ci dirà se il vino recensito è di suo gradimento. Quante alle accuse di ingenuità, poco me ne cale: se le ignoro quando me le fa Ziliani, dovrebbero forse impensierirmi se a farle è uno pseudonimo? Comunque, se hai qualcosa da dirmi, vieni pure qui. Non mi metti certo soggezione o paura. Anzi, accetterò anche un commento firmato col tuo consueto pseudonimo. Saluti e baci. Anzi, per stare in tema, salumi e caci.
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Thursday, October 11th, 2007
Quelli del Mangione saranno contenti: una volta tanto, il web ha vinto sulla carta stampata. Tempo fa i ristoratori operanti a Brescia e nei dintorni (una zona che, secondo Paolo Massobrio, nel settore della buona cucina non è seconda a nessuna altra in Lombardia) si sono riuniti in un’associazione, che poi ha messo online Bresciaatavola: un sito-portale-motorediricerca di ottima qualità, chiaro nella grafica e preciso nel contenuto informativo. Chi va lì, digitando il nome del comune e altri parametri del genere (anche il numero di coperti), può accedere a un ampio prospetto di locali ove mangiare. Alcuni di essi hanno addirittura messo a disposizione una minuta col menù stagionale del momento, liberamente e facilmente consultabile. Beh, chapeau a Massimo Marcocchi, presidente dell’associazione.
Ma ai ristoratori non bastava. Così, grazie anche alla Provincia di Brescia (che ha un assessore al Turismo, Riccardo Minini, molto appassionato della buona tavola), ecco che è uscita una guida cartacea. Ne ha parlato anche Gustoblog. Prezzo? Nove euro e novanta. Io personalmente l’ho comprata a Franciacorta in Bianco, ove era venduta in uno stand che proponeva del ragguardevole Bagoss di malga (quello che piace al Liloni). Centonovantadue pagine, bella copertina che riprende la grafica del portale, buona carta, schede dei ristoranti con foto e traduzione inglese a fronte.
Però c’è un bel “ma”. La guida propone “Le migliori tavole bresciani”, suddivise in zone. Bene. Vado nella sezione “Pianura bresciana”, puntando il comune di Calvisano. A Calvisano che c’è? La segnalazione di un ristorante, uno solo. Peccato che in paese, evidentemente, i ristoranti da segnalare siano almeno due. Uno è quello già riportato (che non conosco), e l’altro è il Gambero (anzi, Al Gambero), che, assieme a Calvisius, è uno dei motivi di notorietà gastronomica della cittadina. Perché non c’è il Gambero? Preso da una strana sensazione, corro subito alla sezione Val Trompia. Cosa pensate possa esserci come referenza, nel comune di Concesio? Quattro ristoranti. Provate a indovinare: tra questi quattro non c’è Miramonti l’Altro. Però potete stare tranquilli: all’appello mancano pure il Volto di Iseo, il Capriccio di Manerba del Garda, il Villa Fiordaliso di Gardone Riviera, il Leon d’Oro di Pralboino, Gualtiero Marchesi a Erbusco, nonchè, a Brescia, il Lorenzaccio. Ora: come si può dire di far la guida delle “Migliori tavole di Brescia” prescindendo da questi indirizzi, tra cui ce n’è almeno un paio che sono tra i top di tutto il nord Italia? Fortuna che la guida, accanto a un numero forse smodato di pizzerie e locali per ricevimenti, non dimentichi di schierare il Carlo Magno di Colle Beato, il Gelso di Cazzago San Martino (oltre alla doverosa segnalazione di uno dei migliori locali di pesce di tutta la provincia, il sorprendentemente sconosciuto Città di Rimini di Maurizio “Mauri” Manfroni), il Castello Malvezzi e la Piazzetta a Brescia, il Tortuga di Gargnano, il Porto e la Quintessenza a Moniga, il Due Colombe di Stefano Cerveni a Rovato (ma non, sorprendentemente, l’Antica Cucina De Biagi nello stesso comune), l’Artigliere di Gussago.
In ogni caso, non disperate. Tornate sul sito web di Bresciaatavola, e digitateli nel campo “Nome”, iniziando la ricerca: tutti i locali omessi dalla guida cartacea sono presenti, con numeri di telefono, giorni di chiusura, persino la citazione delle segnalazioni sulle guide gastronomiche nazionali. Allora, perché questa discrasia? Non c’era spazio sulle pagine per questi pezzi da novanta, che danno lustro alla provincia bresciana nel cuore dei buongustai? La cosa mi incuriosisce, e se qualcuno ne sa di più, mi spieghi il perché di queste mancanze. Dopotutto, la guida, così com’è, è sicuramente utile e molto interessante, anche se le schede sono un po’ stringate.
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