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	<title>TommasoFarina.com - Un diario di gusto e piacere &#187; Cene in chiaroscuro</title>
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		<title>Roma di Viarigi: fu vera gloria?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2007 13:41:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Farina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cene in chiaroscuro]]></category>
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		<description><![CDATA[Dai che ti dai, è venuta l&#8217;ora di inaugurare anche in questa versione del blog la rubrica dei ristoranti almeno in parte deludenti. E lo faccio, per fortuna, con una delusione solo parziale, che non mi ha levato il sorriso.
Ieri mi sono recato a Golosaria a Vignale Monferrato (Alessandria): preparatevi al resoconto in uno dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dai che ti dai, è venuta l&#8217;ora di inaugurare anche in questa versione del blog la rubrica dei ristoranti almeno in parte deludenti. E lo faccio, per fortuna, con una delusione solo parziale, che non mi ha levato il sorriso.<br />
Ieri mi sono recato a <a href="http://www.clubpapillon.it/index2.php?posizione=1" title="Golosaria su Clubpapillon" target="_blank">Golosaria</a> a Vignale Monferrato (Alessandria): preparatevi al resoconto in uno dei prossimi post. Verso l&#8217;una e un quarto mi sono trovato tra Quattordio e Vignale col desiderio fisiologico di mettere qualcosa di buono sotto i denti. A un certo punto, ho fatto mente locale: sulla mia strada, che nel frattempo ne ha approfittato per &#8220;tagliare&#8221; in provincia di Asti, c&#8217;è Viarigi (Asti), un paesino monferrino che nella mia testa era famoso per un ristorante, il <a href="http://www.romaristorante.com/" title="Ristorante Roma" target="_blank">Roma</a>. Più d&#8217;un amico non &#8220;addetto ai lavori&#8221; mi aveva decantato la carne cruda e, soprattutto, gli agnolotti del Roma, da qualcuno considerati addirittura i migliori del Piemonte. Anche la <a href="http://www.clubpapillon.it/guidapiemonte.php" title="Guida CriticaGolosa Piemonte" target="_blank">Guida CriticaGolosa del Piemonte</a> (un libro che consiglio a tutti di acquistare: è forse il più corposo elenco di ristoranti e, soprattutto, di produttori golosi piemontesi) lo segnala, sia pure tra gli &#8220;Altri locali&#8221;, quelli con la recensione &#8220;corta&#8221;.<br />
Visto che gli amici consiglieri sono persone tutt&#8217;altro che sprovvedute, decido di deviare per il centro di Viarigi. Il ristorante è facilissimo da trovare. Parcheggio la mia Alfa nella piazzetta poco più avanti e mi avvio a piedi all&#8217;entrata. Ancor prima di mettere il naso dentro, si sentono voci alte e rumore di forchette: sarà bello pieno, immagino. Entro, chiedo se c&#8217;è posto per uno. Incredibilmente c&#8217;è un tavolino libero, cui vengo testè condotto. Il locale è semplice: a sinistra entrando c&#8217;è il bancone del bar; a destra, una saletta con tavoli coi coprimacchia color verdino; davanti a me, un gran tavolo ove le cuoche depositano i piatti per il servizio, e dove campeggia una selezione di dolci (tra cui un bonet dal bell&#8217;aspetto); a destra del tavolo, alcuni grandi frigo a vetri, in cui si intravedono grandi caraffe col coperchio di plastica rossa, già riempite di vino bianco; sulla sinistra, ecco l&#8217;ingresso della sala grande: una sorta di veranda di legno a tetto spiovente. I tavoli sono vicini vicini, e quasi tutti pieni di famiglie che mangiano e conversano amabilmente, anche se non certo a bassa voce. Mi accomodo, e il signore apparecchia la tavola, con tre forchette, due coltelli, due bicchieri e il piatto. Mi chiede immediatamente se voglio dell&#8217;acqua, e la porta subito. Peccato che, subito dopo, rilanci con la domanda che non si vorrebbe mai sentire (specialmente in Piemonte): «Bianco o Rosso?». Ho visto scaffali con bottiglie, e la giovane coppia al tavolo lì a fianco sta pasteggiando con una Barbera d&#8217;Asti. Sulla parete di fronte alla mia, spicca un&#8217;indicazione che ricorda il fatto che il vino sfuso servito nel locale è un Riesling &#8220;Canneto Oltrepò Pavese&#8221; (ma un Cortese monferrino era così fuori luogo?). Mi limito solo ad abbozzare: «Mah, veramente vorrei un po&#8217; vedere che c&#8217;è da mangiare». Al che, mi arriva il menu. A quel punto, mi ricordo che la scelta è pressoché guidata in un &#8220;Grande menù&#8221; da 30 euro, e leggo i piatti. Dico al signore che si può cominciare, e lui mi porge una carta dei vini più o meno &#8220;in aggiornamento&#8221;. Vedo del Ruché di Castagnole Monferrato di Pierfrancesco Gatto, e chiedo dunque del Ruché, se c&#8217;é. Mi arriva un Ruché del produttore Oreste Caviglia di Viarigi: il signore lo stappa col cavatappi a muro, e mi porta la bottiglia buttandomela là sul tavolo e allontanandosi, senza il minimo entusiasmo. Il vino non reca indicazione d&#8217;annata: ha un bel colore rosso rubino, profumi abbastanza chiusi in cui si sente solo una nota di grafite (ma va detto che il minuscolo, tondeggiante, aperto bicchiere in dotazione non è precisamente l&#8217;ideale per cogliere minuzie olfattive), un sapore stuzzicante, speziato, gradevole.<br />
Aspetto dunque gli antipasti. Arrivano anzitutto salumi anonimi: prosciutto crudo (discreto) e salame crudo (sufficiente, non certo memorabile). Poi, ecco la famosa carne cruda: in effetti è buona, piacevole, ghiotta. Qualche minuto dopo, seguono &#8220;scodelline&#8221; di pasta ripiene di fonduta, roventi al punto da far capire ben poco del loro reale sapore. Nel frattempo, l&#8217;oste, dovendo apportare una correzione a penna sul menu, ne approfitta per utilizzare il mio tavolo come piano d&#8217;appoggio, allontanandosi poi con <em>nonchalance</em>, senza uno «Scusi». E vabbè. Il canovaccio ora prevede un&#8217;insalata russa, un piatto che in Piemonte è quasi sempre golosissimo, molto ma molto meglio della stessa pietanza che si gusta nelle gastronomie milanesi: peccato che questa del Roma sia solo discreta, ricca nella composizione (come vuole la tradizione locale) ma non troppo incisiva. Non lasciano troppo il segno neppure i peperoni al forno con bagna caoda, che costituiscono la portata conclusiva d&#8217;antipasto. Intanto, dal tavolone di servizio vengono smistati i piatti per tutti: si vedono vassoiate d&#8217;agnolotti svolazzare per la sala, portati dalle cameriere con la camicetta bianca.<br />
Di primo, la scelta è tra, appunto, i celebri agnolotti (al sugo d&#8217;arrosto o al burro e salvia) e le crespelle di magro, senonché a un certo punto quest&#8217;ultime vengono sostituite (era quella, la correzione fatta al mio tavolo) da non meglio identificate &#8220;tagliatelle&#8221;. Opto per gli agnolotti al sugo d&#8217;arrosto, e la delusione sarà cocente: ma come fanno ad essere così insipidi? Intendiamoci, non sono certo sgradevoli, ma sembrano quasi ravioli &#8220;di magro&#8221;, e il sugo d&#8217;arrosto non migliora la situazione. Va bene la delicatezza, ma un po&#8217; di grinta, di vita, di speranza, suvvia!<br />
Tuttavia, il pranzo conclude meglio del previsto: come secondo, piuttosto che la faraona o l&#8217;arrosto di vitello, scelgo il bollito misto. Ed è davvero buono: nonostante sia un po&#8217; in formato ridotto (manca la gallina, ci sono solo manzo, lingua e testina), la carne è sapida, compatta, ottima. In particolare, la testina (di cui il ristoratore, visto che sembro gradirla molto, mi porge due pezzi) è eccellente, morbida senza essere stucchevole o pesante. In aggiunta, il <em>bagnèt</em> che mi viene portato al tavolo è davvero buono.<br />
Un po&#8217; rinfrancato dalla gradevolezza dell&#8217;ultima portata, vado a pagare saltando i dolci. Il conto sarà di 28 euro, acqua e vino compresi: uno scherzo, se rapportato a quel che si spende ormai quasi ovunque a Milano. Ciò non toglie che mi aspettavo di più, e che in zona ci siano trattorie in cui, allo stesso prezzo, il trattamento è migliore. Attenuante finale: sono capitato in una domenica decisamente affollata.</p>
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