Archivio della rubrica ‘Cene in chiaroscuro’

Roma di Viarigi: fu vera gloria?

Monday, March 12th, 2007

Dai che ti dai, è venuta l’ora di inaugurare anche in questa versione del blog la rubrica dei ristoranti almeno in parte deludenti. E lo faccio, per fortuna, con una delusione solo parziale, che non mi ha levato il sorriso.
Ieri mi sono recato a Golosaria a Vignale Monferrato (Alessandria): preparatevi al resoconto in uno dei prossimi post. Verso l’una e un quarto mi sono trovato tra Quattordio e Vignale col desiderio fisiologico di mettere qualcosa di buono sotto i denti. A un certo punto, ho fatto mente locale: sulla mia strada, che nel frattempo ne ha approfittato per “tagliare” in provincia di Asti, c’è Viarigi (Asti), un paesino monferrino che nella mia testa era famoso per un ristorante, il Roma. Più d’un amico non “addetto ai lavori” mi aveva decantato la carne cruda e, soprattutto, gli agnolotti del Roma, da qualcuno considerati addirittura i migliori del Piemonte. Anche la Guida CriticaGolosa del Piemonte (un libro che consiglio a tutti di acquistare: è forse il più corposo elenco di ristoranti e, soprattutto, di produttori golosi piemontesi) lo segnala, sia pure tra gli “Altri locali”, quelli con la recensione “corta”.
Visto che gli amici consiglieri sono persone tutt’altro che sprovvedute, decido di deviare per il centro di Viarigi. Il ristorante è facilissimo da trovare. Parcheggio la mia Alfa nella piazzetta poco più avanti e mi avvio a piedi all’entrata. Ancor prima di mettere il naso dentro, si sentono voci alte e rumore di forchette: sarà bello pieno, immagino. Entro, chiedo se c’è posto per uno. Incredibilmente c’è un tavolino libero, cui vengo testè condotto. Il locale è semplice: a sinistra entrando c’è il bancone del bar; a destra, una saletta con tavoli coi coprimacchia color verdino; davanti a me, un gran tavolo ove le cuoche depositano i piatti per il servizio, e dove campeggia una selezione di dolci (tra cui un bonet dal bell’aspetto); a destra del tavolo, alcuni grandi frigo a vetri, in cui si intravedono grandi caraffe col coperchio di plastica rossa, già riempite di vino bianco; sulla sinistra, ecco l’ingresso della sala grande: una sorta di veranda di legno a tetto spiovente. I tavoli sono vicini vicini, e quasi tutti pieni di famiglie che mangiano e conversano amabilmente, anche se non certo a bassa voce. Mi accomodo, e il signore apparecchia la tavola, con tre forchette, due coltelli, due bicchieri e il piatto. Mi chiede immediatamente se voglio dell’acqua, e la porta subito. Peccato che, subito dopo, rilanci con la domanda che non si vorrebbe mai sentire (specialmente in Piemonte): «Bianco o Rosso?». Ho visto scaffali con bottiglie, e la giovane coppia al tavolo lì a fianco sta pasteggiando con una Barbera d’Asti. Sulla parete di fronte alla mia, spicca un’indicazione che ricorda il fatto che il vino sfuso servito nel locale è un Riesling “Canneto Oltrepò Pavese” (ma un Cortese monferrino era così fuori luogo?). Mi limito solo ad abbozzare: «Mah, veramente vorrei un po’ vedere che c’è da mangiare». Al che, mi arriva il menu. A quel punto, mi ricordo che la scelta è pressoché guidata in un “Grande menù” da 30 euro, e leggo i piatti. Dico al signore che si può cominciare, e lui mi porge una carta dei vini più o meno “in aggiornamento”. Vedo del Ruché di Castagnole Monferrato di Pierfrancesco Gatto, e chiedo dunque del Ruché, se c’é. Mi arriva un Ruché del produttore Oreste Caviglia di Viarigi: il signore lo stappa col cavatappi a muro, e mi porta la bottiglia buttandomela là sul tavolo e allontanandosi, senza il minimo entusiasmo. Il vino non reca indicazione d’annata: ha un bel colore rosso rubino, profumi abbastanza chiusi in cui si sente solo una nota di grafite (ma va detto che il minuscolo, tondeggiante, aperto bicchiere in dotazione non è precisamente l’ideale per cogliere minuzie olfattive), un sapore stuzzicante, speziato, gradevole.
Aspetto dunque gli antipasti. Arrivano anzitutto salumi anonimi: prosciutto crudo (discreto) e salame crudo (sufficiente, non certo memorabile). Poi, ecco la famosa carne cruda: in effetti è buona, piacevole, ghiotta. Qualche minuto dopo, seguono “scodelline” di pasta ripiene di fonduta, roventi al punto da far capire ben poco del loro reale sapore. Nel frattempo, l’oste, dovendo apportare una correzione a penna sul menu, ne approfitta per utilizzare il mio tavolo come piano d’appoggio, allontanandosi poi con nonchalance, senza uno «Scusi». E vabbè. Il canovaccio ora prevede un’insalata russa, un piatto che in Piemonte è quasi sempre golosissimo, molto ma molto meglio della stessa pietanza che si gusta nelle gastronomie milanesi: peccato che questa del Roma sia solo discreta, ricca nella composizione (come vuole la tradizione locale) ma non troppo incisiva. Non lasciano troppo il segno neppure i peperoni al forno con bagna caoda, che costituiscono la portata conclusiva d’antipasto. Intanto, dal tavolone di servizio vengono smistati i piatti per tutti: si vedono vassoiate d’agnolotti svolazzare per la sala, portati dalle cameriere con la camicetta bianca.
Di primo, la scelta è tra, appunto, i celebri agnolotti (al sugo d’arrosto o al burro e salvia) e le crespelle di magro, senonché a un certo punto quest’ultime vengono sostituite (era quella, la correzione fatta al mio tavolo) da non meglio identificate “tagliatelle”. Opto per gli agnolotti al sugo d’arrosto, e la delusione sarà cocente: ma come fanno ad essere così insipidi? Intendiamoci, non sono certo sgradevoli, ma sembrano quasi ravioli “di magro”, e il sugo d’arrosto non migliora la situazione. Va bene la delicatezza, ma un po’ di grinta, di vita, di speranza, suvvia!
Tuttavia, il pranzo conclude meglio del previsto: come secondo, piuttosto che la faraona o l’arrosto di vitello, scelgo il bollito misto. Ed è davvero buono: nonostante sia un po’ in formato ridotto (manca la gallina, ci sono solo manzo, lingua e testina), la carne è sapida, compatta, ottima. In particolare, la testina (di cui il ristoratore, visto che sembro gradirla molto, mi porge due pezzi) è eccellente, morbida senza essere stucchevole o pesante. In aggiunta, il bagnèt che mi viene portato al tavolo è davvero buono.
Un po’ rinfrancato dalla gradevolezza dell’ultima portata, vado a pagare saltando i dolci. Il conto sarà di 28 euro, acqua e vino compresi: uno scherzo, se rapportato a quel che si spende ormai quasi ovunque a Milano. Ciò non toglie che mi aspettavo di più, e che in zona ci siano trattorie in cui, allo stesso prezzo, il trattamento è migliore. Attenuante finale: sono capitato in una domenica decisamente affollata.