Category Archives: A ruota libera

Gli errori delle guide: Bolasco risponde

Lorenzo Cairoli, giornalista e autore televisivo veronese, penna piena di sentimento e di umanità, sul suo blog (intitolato Un posto dove appendere il cappello: parola d’onore, un giorno il cappello lì lo appenderò anch’io), che secondo me è stata la novità più ghiotta di questi ultimi mesi, si è occupato ieri delle guide gastronomiche.
Materia del contendere: il rapporto qualità/prezzo, così come lo intende la guida del Gambero Rosso. Cairoli mette in luce quelli che probabilmente sono veri e propri refusi: il San Domenico di Imola con rapporto qualità/prezzo svantaggioso, ad esempio, mentre la storia del locale e la qualità delle portate (anche quelle più semplici: ricordo, nel 1997, un piatto di tagliolini ai funghi galletti che, portato in sostituzione d’un piatto del menu degustazione “Della coppia” – e quindi approntato estemporaneamente -, s’era fatto caldissimamente apprezzare), con un prezzo di 120-130 euro a cranio, farebbero presupporre quantomeno un “corretto”.
Ne parlo perché proprio in questi giorni Marco Bolasco, curatore di quella guida, ha aperto il suo blog a critiche e suggerimenti per la prossima edizione. Mi sembra una cosa assolutamente lusinghiera, oltre che un atto di fiducia nei confronti dei lettori. Ora, mi interessa sapere quanti di questi rapporti qualità/prezzo sbagliati sono refusi (comunque molto meno plateali di quelli della pur bella Guida dell’Espresso) oppure no.

ERRATA CORRIGE: Lorenzo mi fa notare di essere nato in Svizzera e d’essere varesino d’adozione. Quindi, non veronese. Chiedo venia, non sapevo.

Manzoni, la merda e la creatività: così parlo Perotti

Quello che segue è uno sfogo, pubblicato da Walter Perotti sulla mailing list dell’Associazione Osterie Italiane di cui è presidente. Certo, alcuni toni e alcune considerazioni sono lievemente esagerate. Cionondimeno, vorrei sapere qual è la vostra opionione in merito.

Piero Manzoni, artista nato a Soncino, espose, credo nel 1961, delle scatolette di merda d’artista con tanto di peso e confezionamento, non c’era ancora l’obbligo della data di scadenza!
Molti anni prima l’artista francese Marcel Duchamp si limitava a firmare un orinatoio e a chiamarlo “fontana”!
Al museo della grande mela c’è esposta la mitica poltrona-sacco di fantozziana memoria, pochi la comprarono e ancor meno la usano!
Che cosa hanno inventato questi artisti?
Sicuramente le poltrone esistevano anche prima, come gli orinatoi, senza parlare della cacca che è veramente nata con l’uomo…
Dobbiamo a questi artisti il modo di vedere diversamente le cose di tutti i giorni e il fatto di guardare il mondo rompendo schemi fissati da regole statiche.
I nostri grandi chef pluristellati e osannati sono come questi artisti, per questo dobbiamo loro rispetto e gratitudine.
Noi Italiani siamo sempre bambini quando andiamo fuori casa a mangiare, è sempre un po’ epifania e carnevale.
Restiamo sempre stupiti davanti alla novità, piatti speciali decorati come quadri, burro cesellato degno del Cellini, nodi di besciamella che, come per il ripieno delle caramelle, ci lasciano con l’eterna domanda: ma come avranno fatto???
Seguendo la moda dei primi anni settanta, ho frequentato, più assiduamente di adesso, locali speciali e osannati dove presentano piatti-capolavoro talmente elaborati che mi sorge sempre il dubbio che siano commestibili e poi un senso di colpa per aver divorato cotanto capolavoro.
Ho sempre un tarlo che mi rode, ammetto la mia ignoranza nel non riuscire a capire le sottili differenze gustate, o forse come tanti, non condivido il conto stratosferico ma lo giustifico al 99% dal fatto di poterne raccontare l’esperienza!
Cercherò di spiegarmi meglio; sono un enologo, nato in un’osteria e cresciuto nella cantina paterna, mi è sempre piaciuto bere e bere bene, sono però convinto che pochissime persone al mondo (qualche decina) siano in grado di capire le sfumature dei più blasonati vini della stessa annata e territorio, tutti si piccano da sapientoni e grandi conoscitori, come un mio ex-amico enologo, che beve un prosecco schifoso con soddisfazione, solo perché riesce a venderlo!
Mi sento come un pusher quando trovo e compro un burro d’affioramento eccezionale e vietato, mentre corre l’obbligo, da parte delle Istituzioni, di premiare chi ancora ci permette di gustare tanta prelibatezza.
Per favore torniamo alle cose semplici e naturali, torniamo con i piedi per terra, salviamo il possibile di cui è rimasto ben poco, semplifichiamo e non complichiamo, diciamo pane al pane e vino al vino.
Ben vengano la creatività, ma non l’originalità, la sperimentazione ma non la scenografia, la ricerca ma non l’imbonimento!
Personalmente gli scampi con il cioccolato del noto chef, li lascio agli “intenditori”, io li mangio alla griglia e basta, a casa mi siedo su una vecchia e comoda poltrona e alle pareti ho rilassanti quadri ottocenteschi, l’unico cruccio è quello di non trovare più la vera osteria o meglio, la sua calda e rassicurante atmosfera amica, ma questa è un’altra storia!

Una birra da vietare ai minori?

Che si fa, si scimmiotta il neo-proibizionismo salutista degli americani? C’è un birrificio, Q Beer, che fa delle buone birre ottenute da malto rigorosamente italiano (coltivato a Settala, se può interessare), e ha un sito internet bello e ben fatto. Ebbene, provate ad aprirlo: “Hai più di 18 anni?”, ci chiede il monitor? Se si risponde di sì, si viene catapultati sulla pagina principale. E se invece si dice di no? “Attenzione, il sito è riservato ad utenti maggiorenni”. Birra vietata ai minori?
Qualcuno mi farà notare che è storia vecchia, che il sito web di Moët & Chandon pone lo stesso quesito. Eppure, credo sia la prima volta che vedo una cosa simile in Italia.
Indipendentemente dal sito web dell’ottima birra Q Beer, che consiglio a tutti, siamo sicuri di non stare un po’ esagerando? Francamente la cosa non mi stupisce: a sentire le esternazioni di un ministro del Governo sulla tossicità degli spinelli, non dobbiamo meravigliarsi se la demonizzazione degli alcoolici si tagli col coltello.

A ruota libera, anzi liberissima: Franco Trincale

Franco Trincale, cantastorieChi oggi ha comprato Libero (edizione Milano) potrà leggere, a pagina 48, un vasto servizio, firmato da me, relativo al cantastorie Franco Trincale, un personaggio che, ne sono sicuro, piacerebbe moltissimo ad Adriano Liloni (a proposito: buon compleanno!) o Lorenzo Cairoli, fresco detentore di blog.
Da una vita a Milano (dal 1960 o giù di lì), Trincale ha appena venduto tutto il suo “Archivio Storico” a una Provincia. Non la Provincia di Milano, come si potrebbe supporre, ma quella di Catania. In cambio, ha ricevuto centomila euro: quel che gli serve per campare, visto che coi suoi 432 euro di pensione (e coi 290 della moglie) non è esattamente facile tirare avanti, e a Milano ancora di più.
Franco Trincale, cantastorieIo ammiro Franco Trincale. La sua onestà intellettuale è qualità di pochi. Le nostre posizioni sui temi politici sono molto, molto distanti, ma una qualità fondamentale dell’uomo intellettualmente onesto è anche quella di passar sopra questo genere di divergenze. La provincia di Catania è amministrata dal centrodestra, e Trincale, negli anni, non aveva lesinato corrosive critiche a Berlusconi e Tremonti (sempre tramite le sue ballate, naturalmente). «Non mi sono mai venduto a nessuno, quella di Lombardo e di Catania è una proposta squisitamente culturale, non politica. E poi, se proprio devo sbilanciarmi, i primi fischi per Prodi sono quelli della classe operaia. Non è questione di destra o sinistra», mi ha detto ieri al telefono: un atteggiamento che dovrebbe far scuola.
Vi omaggio, intanto, di una delle sue canzoni, anche se nella forma abbreviata. Si intitola E’ meglio. Qui sotto, il testo.

E’ MEGLIO UNA PROTESTA SORRIDENTE
CHE DARE UN PUGNO IN FACCIA AL PRESIDENTE
E’ MEGLIO LA IRONIA DI UNA CANZONE
CHE SPARARE A UN SERVO DEL PADRONE

E’ MEGLIO UNA PIAZZA DI BANDIERE
CHE LE BRIGATE ROSSE O PURE NERE
MEGLIO I ROSSI FIOR DI PRIMAVERA
CHE LA PAZIENZA DI CHI ASPETTA E SPERA

MEGLIO LA UNIONE DEI LAVORATORI…
…LA GIOIA DI LOTTARE CON AMORE
MEGLIO UN’IDEALE DENTRO IL CUORE
CHE UNA STAGIONE DI ODIO E DI TERRORE

MEGLIO UN GIROTONDO INTORNO AL MONDO
SENZA PRIMI ATTORI E NE GIULLARI
MEGLIO UN CANTASTORIE ANCORA ILLUSODI POTER CANTARE A PUGNO CHIUSO

MEGLIO UNA PASQUA DI RESURREZIONI
CHE GUERRE PER LA PACE DEI PADRONI

Buon ascolto dunque.

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Non è il caso di darsi, un po’ tutti, una calmata?

Il mio intervento di ieri ha suscitato qualche reazione in giro per la rete. Un frequentatore abituale di it.discussioni.ristoranti, James P. Sullivan, ha riportato il mio intervento, seguito dal commento del Viaggiatore Gourmet, defininendomi “critico e giornalista professionista” (ciò che mi fa onore, perché, pur essendo senz’altro un “critico” di professione – ma non solo -, non sono ancora diventato giornalista professionista: svolgo tutte le funzioni e le mansioni di giornalista di professione, ma, oltre a essere giornalista pubblicista, per ora sono un modesto praticante che non ha ancora finito i canonici 18 mesi) dichiarando poi di non aver letto nulla di scandaloso nelle mie parole, ma di essersi invece inalberato per le parole di Claudio.
Apriti cielo!
Il dibattito s’è infuocato. Il punto più ghiotto è senz’altro coinciso con l’ingresso di un “senatore” del gruppo come JFSebastian, noto anche ai lettori del fu Peperosso. Autore di interessanti e puntigliose recensioni gastronomiche, palato fino, attento conoscitore di ristoranti, JFSebastian è però, a parer mio, uno dei simboli della seriosità di cui parlavo, e senza offesa. E’ senz’altro positivo trattare di gastronomia come se fosse politica, attualità o comunque un argomento “alto”, ossia affrontare le tematiche di ristorazione con passionalità e intensità (un po’ come fa Franco Ziliani, e non solo lui), come si fa con le cose importanti. Però talvolta si esagera, si trascende la dimensione virtuale, ci si dimentica che davanti si hanno solo dei byte battuti sulla tastiera. JFSebastian, talvolta, ne è un esempio: si perita di usare espressione irridenti con chi non conosce, fa valere la sua superiore esperienza in qualsiasi cosa, mostra insomma di prendersi terribilmente sul serio, difettando talvolta di autoironia. Per carità, ne ha tutto il diritto, ed è in assoluta buona fede.
Però anch’io ho il diritto di replicare, e mi piacerebbe tanto sapere perché, a suo giudizio, il sottoscritto avrebbe “un’idea di Internet men che nulla…”. Sul serio, vorrei davvero saperlo. Sicuramente IDR non ha “consuete sembianze” per una scelta deliberata: non è un forum soggetto a moderazione, ma un gruppo usenet. Il fatto è che, tenendo conto (come mi fa notare Sebastian, ma come in realtà sapevo bene) che IDR non è un corpus organico ma la summa degli interventi di ciascuno, leggendolo noto comunque che questa summa (ossia quel che il newsgroup appare nella sua totalità, all’esterno, come una serie di interventi uno in fila all’altro anche se indipendenti tra loro) mi lascia la sensazione che ho esposto ieri: tante cose interessanti, belle discussioni ma anche, in qualche caso, una torre d’avorio di altezzosità, specialmente negli argomenti non strettamente “topici”. Ho lurkato a lungo, ma mi vengono in mente certi grotteschi litigi tra alcuni partecipanti (chi vuole se li guardi su google gruppi, spulciandosi a ritroso tutto il newsgroup: in certi casi sono addirittura implicati dei ristoratori), veramente degni dell’Asilo Mariuccia di antica memoria (peraltro nobile istituzione, ancor oggi esistente a Milano). Oppure, i pesci in faccia che si beccò ViaggiatoreGourmet per il suo approccio “goliardico”, che gli procurò accuse di “classismo” e altre stralunate assurdità . Chi si prende così sul serio ed è incapace di cazzeggiare mi fa sempre un po’ di paura. Un po’ di tranquillità, una volta tanto! Sembra che per alcuni, là dentro, tutto possa diventare, da un momento all’altro, l’inizio di una crociata. Mi schiero quindi con Paolo Marchi il quale, durante uno scambio vivace di opinione con la commentatrice Patrizia su Peperosso (sempre lui! E mai che ci si lascino disponibili almeno i vecchi archivi!), le spiegò che talvolta, specialmente su internet, si può “cazzeggiare”, prendere le cose meno “di petto” rispetto al mondo reale.
Quanto alla godibilità del Pidocchio, penso che la sua sciatteria ortografica fosse in parte voluta a bella posta. Certo, non mi riferivo alla finezza stilistica (il pezzo di Michele Serra citato da James P. Sullivan è certamente su un altro pianeta), ed è evidente che essere “giornalista professionista” (che comunque non sono) non c’entri proprio un fico con tutto questo.
Il resto è rivolto a Claudio-Viaggiatore, e lui risponderà, se lo crede. Non me ne voglia JFSebastian, non me ne voglia nessun altro, ma le mie impressioni sono quelle di cui ho parlato, e sono personali, non certo universali: non pretendo che qualcuno le condivida

AGGIORNAMENTO: s’è fatto vivo un frequentatore del gruppo, tale Il cuggino di Nico, che ha ipotizzato addirittura che lo scritto di Pidocchio potesse essere opera mia, non si sa in base a quale percorso sinaptico o associazione di idee. Anzi, glielo chiedo proprio: cosa ti fa supporre che io abbia scritto questa recensione fasulla?

Una cena da brivido

Una volta tanto, il newsgroup it.discussioni.ristoranti abbandona la consueta sembianza un po’ paludata (quella, a volte gradevole a volte meno, d’una consorteria piena di gente che emette sentenze storiche e si prende dannatamente sul serio: o almeno, così appare a uno che la guarda da fuori, un cosiddetto lurker, come si dice) e propone qualcosa di davvero godibile da leggere: la recensione d’una inesistente “Locanda del morto”, scritta da tale Pidocchio.

sta locanda e’ uno dei posti piu’ belli del mondo, con i tavoli giustamente
distanziati e le tovaglie, diciamo cosi’, maculate come che fossero dei
veri leopardi ma e’ stoffa eh
Il patron, Pier Belini, e’ uno grasso e sudato con la canottiera e
l’ombelico di fuori, ma tutto sommato e’ piuttosto piacevole.
come saluto dalla cucina ci arriva subito un risotto con su delle robe che
sembrano creikers ma si rivelano a una piu’ attenta analisi cardellini
fritti, ottimi e croccanti
il vino e’ un bianco secco fermo e frizzante, che in pratica ci sbronza
subito per via del metanolo ma pasienza
l’antipasto e’ rappresentato da gamberetti in salsa rosa deliziosi e
un’insalatina di rucola e maionese cotta nella sua acqua
seguono poi tre salsicce al sugo di pesci vari, credo pescati nelle limpide
acque del lago artificiale della locale raffineria.
i camerieri sono cortesi e solerti, anche se uno di essi per via del caldo
suda direttamente dentro i piatti e questo non e’ bello
come antipasto chiediamo anche un assaggio di tonno in scatola buonissimo,
servito su una salsa a specchio credo di spinaci o forse pomodoro, non
saprei
il primo è rappresentato da un piattone di penne panna e salmone pero’
piccanti come che fossero all’arrabbiata, e qui si vede l’abilita’ del
cuoco che fa finta che sia un’arrabbiata rosa ed e’ divertentissimo e tutta
la tavolata ride come dei cretini per mezz’ora, diosanto!!!
di secondo c’e’ del pesce, ma poi si capisce subito all’assaggio che deve
trattarsi di qualcosa altro, ma quello e’ il bello e il mistero
s’infittisce
dopo sto pesce che pero’ forse non e’ pesce arriva un arrosto di tacchino
che quando il cameriere lo punge con uno spiedo esso si alza e scappa via
come un forsennato, e infatti questo e’ indice di freschezza estrema eh
arrivano quindi i cosiddetti piccioni all’ostrica, che sarebbero poi dei
piccioni (cioe’ le quaglie) vivi che il cameriere taglia a metà di fronte a
noi, li spruzza di succo di limone e ci invita a suggerli seduta stante:
una vera delizia per gli occhi e per il palato, diosanto!!!
alla fine arriva la piccola pasticceria, che sarebbe come la casa delle
bambole ma rappresenta appunto una pasticceria
dentro ci sono i dolcini, ma sono di legno e allora ci facciamo portare una
bombola d’elio e ci divertiamo a parlare come paperelle mentre facciamo
scoppiare palloncini e ridiamo ancora come matti
insomma ci torneremo presto e devo dire che la visita e’ valsa la trasferta
di mille chilometri anche se diosanto c’era un po’ troppa puzza di fritto,
di trippa lessa e di cavolo, ma a parte queste veniali imperfezioni e un
conto un po’ caro (diecimila euro in 4) l’esperienza e’ stata positiva

La Locanda del Morto
Strada vicinale di Senseto 21, Borgiosbaruffo (CE)
Tel. 0932 – 7132567
Chiuso dal Lunedì mattina alla Domenica sera

Elogio del panettone industriale? Facci, raccontala giusta

E’ ben strana la scarsa eco che nel mondo dei blog golosi ha avuto questa notizia: martedì, Filippo Facci, notista giudiziario de Il Giornale, su uno dei blog più letti d’Italia si è buttato a capofitto nella critica gastronomica. Sissignori, potete vederlo voi: Facci è alla ricerca del panettone perduto, che per lui non è quello di pasticceria.
La sua argomentazione?

Quelli delle più mitiche pasticcerie milanesi li ho provati tutti e delusione totale, compreso quello di Peck

Ma questo è niente. Subito dopo, Facci cala l’asso:

E allora io ho da anni il sospetto, più volte verificato, che i panettoni più buoni si celino dietro marche industriali talvolta semisconosciute o modeste, e magari costino pure due lire.

Proprio così, papale papale. Dopo il Club del Tavernello fondato da Paolo Granzotto (anche lui del Giornale) dobbiamo aspettarci un’associazione carbonara del panettone sottocosto?
Pare proprio di sì: lo stesso Facci, commentando il suo scritto, che ha suscitato numerose reazioni, rincara la dose:

State sul pezzo, niente variazioni.
Questa sera ho avuto l’ennesima riprova che i panettoni di pasticceria sono molto meno buoni di quelli industriali. Quelli di pasticceria sono sempre troppo secchi e affidano la dolcezza solo ai canditi, oltrechè essere immangiabili dopo ventisette secondi.
Quelli industriali vengono preparati più di un anno prima (giuro) e sono aborriti dai fighetti di pasticceria per le stesse ragioni per cui agli altri piace: la morbidezza garantita, la pasta che se la schiacci si compatta anzichè essere elastica. E’ lo stesso ragionamento per cui i cornetti freschi sono immangiabili dopo un’ora e quelli confezionati no, ma il paragone comunque non regge perchè il panettone industriale è più buono sin dal principio.
Viva il panettone economico dei lavoratori!
Abbasso il panettone di merda delle finte pasticcerie meneghine piene di vecchi!
A morte i pandoristi austriaci!

Sarebbe interessante sapere quale panettone abbia provato, il Facci, tale da suscitargli tanta riprovazione. Ma forse il Facci non sa che nei suoi amati panettoni industriali (prodotti assolutamente mangiabili, e che non fanno assolutamente male, ma su un altro pianeta rispetto agli artigianali) vengono impiegati semilavorati in quantità, uova disidratate, additivi vari.
Io francamente non ci sto, anche a prescindere dalla ridicolaggine di definire “merda” il panettone degli artigiani. E il simpatico commentatore, di nome Gianni, che definisce “quasi immorale” lo spendere 30 euro per un panettone di pasticceria? Lo invito a venire qui, e a spiegarmi cosa avrebbe di immorale questa scelta. Certo, il Gianni poi dà a Cesare quel che è di Cesare, e loda giustamente il panettone superlativo di Cova: ma al Facci piacerà, questo atto proditorio di render merito al “panettone di merda delle finte pasticcerie meneghine piene di vecchi”?
Facciamo una colletta e compriamogli un panettone di pasticceria da 10kg.

AGGIORNAMENTO: invitato qui ad esprimere le sue ragioni, il Facci ha declinato. Motivazione? “Non me ne frega un cazzo”. Contento lui…

I Natali golosi della mia vita (e un bonus musicale)

In onore del Natale che arriva, come vedete, questo blog ha scatenato una piccola tempesta di neve. Del resto, per me il Natale ha sempre avuto un significato particolare.
TortelliniDal punto di vista gastronomico, storicamente è il giorno del grande pranzo natalizio a casa dei nonni materni: insalata russa fatta dalla nonna “con le sue manine” (così amava ripetere), lingua salmistrata fatta in casa, acciughe sotto sale (di cui il nonno si faceva vanto), alici piccanti arrotolate di Rizzoli (entrate nel mito), salmone affumicato. Indi, i ravioli fatti in casa dallo zio, il cappone, la mostarda coi formaggi, il panettone. La sera, vitello tonnato, gli antipasti rimasti dal mezzodì, il risotto con la salsiccia fatto da mio padre. Ad annaffiare tutto, i vini più svariati, in anni più recenti procacciati da me: non manca mai il brindisi iniziale con Champagne o Franciacorta, mentre a pranzo scorrono Brunello di Montalcino o Barolo. Un appuntamento che è rimasto fascinoso e atteso, nonostante mio nonno ci abbia lasciato ormai da sei anni, e mia nonna non sia più in grado di cucinare (si fanno sotto mia mamma e le mie zie).
Alla Vigilia, nulla di particolarmente rutilante: cena casalinga a base dei nervetti, dell’insalata di pollo e delle altre ghiottonerie che ci prepara la Salumeria Trezzi di Giussano, oltre alle prelibatezze che mio padre reperisce da Peck o da Radrizzani.
Il Santo Stefano, 26 dicembre, è la volta del pranzo a casa del fratello di mia madre (mio zio) che ha una moglie (mia zia) di origini calabresi. Qui, mia zia e, soprattutto, sua madre, salgono in cattedra e propongono antipastini vari, un primo che cambia tutti gli anni (a base di pasta al forno) e, soprattutto, una sontuosa faraona disossata e ripiena in crosta, che non cambia mai. La sera, è la volta dei “polpettoni”, megapolpette ripiene di uova, immerse nel sugo di pomodoro, che fin da piccolo adoravo.
Zampone e lenticchiePoi, quiete prima della tempesta: cioè, Capodanno. Da noi, niente cenoni: la sera prima, cenetta in casa a base di prodotti gastronomici selezionati (salmone, caviale autentico) come alla Vigilia di Natale. Il giorno 1, siamo noi a invitare tutti a casa nostra: a me è demandato il compito di selezionare i salumi, i formaggi (solitamente reperiti da Roberto Rusconi, alla Baita del Formaggio di via Foppa a Milano) e i vini, almeno 3. Il menu cambia tutti gli anni, ma i punti fermi sono le lenticchie con lo zampone (quello casalingo del citato Trezzi di Giussano, che fa un prodotto superlativo) e, chissà perché, la buonissima insalata di sedano di Verona.

BONUS NATALIZIO: questo blog supporta le tradizioni canore natalizie. Quella degli zampognari è una delle usanze che si va perdendo. I Pedra, un gruppo di zampognari di Miradolo Terme (Pavia), non ne vogliono sapere di riporre i loro strumenti. Tra loro c’è un musicista, Alberto Bertolotti, che suona alla grande la zampogna e la cornamusa e, curiosamente, collabora come cameriere presso la Trattoria Righini di Inverno e Monteleone (Pavia), un locale grande in un paese piccolo piccolo, una trattoria autentica mandata avanti con passione commovente da Battista Forni e dalla sua mamma Ines.
Vi propongo quindi i Pedra nella loro “Piva di Miradolo”, che potete ascoltare cliccando qui sotto.

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Ma siamo davvero così fuori dal mondo?

L’aver ieri assaporato il sublime panettone milanese della Pasticceria Cova (uno spettacolo, e pure quello all’ananas), nonché un post recente di Franco Ziliani relativo al panettone di Loison, ricco di discussioni e di battaglie sui panettoni più buoni, mi hanno suscitato un amaro pensiero. Mentre noi “gastronomi” stiamo qui a baloccarci con queste ghiottonerie splendide, ci sono milioni di persone in Italia che discutono solo dei panettoni della pubblicità, e solo tra essi fanno classifiche e graduatorie. Il lavoro di un giornalista conta davvero di meno di una campagna pubblicitaria televisiva piena di musichette e di ammicchi?
Noi “critici”, “scrittori di gola”, “cronisti delle tagliatelle”, siamo davvero così fuori dal mondo, così lontani dalla gente “comune”?

Artigiano in Fiera: fin qui tutto bene

Artigiano in FieraA quasi una settimana dalla conclusione, si può azzardare un verdetto sull’edizione 2006 di Artigiano in Fiera, la consueta kermesse che allieta i milanesi nella prima settimana di dicembre. Orfani dell’Expo dei Sapori (staremo a vedere, il prossimo anno, cosa ci darà il nuovo evento cibario in programma, credo, a marzo), è stato inevitabile girare approfonditamente i reparti gastronomici di una manifestazione che molto si è giovata del trasferimento ai più nuovi padiglioni del Portello, più facilmente percorribili.
Certo, il carrozzone di paccottiglia, che non manca mai, anche quest’anno è stato gloriosamente presente all’appello: ma misto (anche in questo caso, come sempre), a cose del massimo interesse. E non solo gastronomiche: nel padiglione 6, sono andato come di consueto a sbavare allo stand delle Confezioni Weiss Giovanni di Tesero (Trento), fine confezionatore di loden e di altro abbigliamento similare, per il quale vado matto. Peccato solo per la mancanza della taglia adatta a me, cosa che mi costringerà a far visita al loro negozio per una confezione su misura.
E la gastronomia? Anche qui, a stand ordinari, di banali venditori ambulanti, erano mescolati grandi artigiani. Ad esempio, Domenico Di Fusco, simpatico napoletano che, col progetto Altri Sapori, spedisce in tutt’Italia la sublime mozzarella di bufala del caseificio Ponte a Mare di Castelvolturno (Caserta); Emilio Bolciaghi, che insacca salami meravigliosi; i Colombo, che stanno portando avanti un discorso interessantissimo sui salumi tradizionali varesini; i Marabissi di Chianciano Terme (Siena), che fanno un panforte da urlo, letteralmente; i fratelli Pugliese di Calimera Calabra (Vibo Valentia), pontefici della ‘nduja calabra; Nando Vitali, di cui abbiamo già parlato. E poi, lo stand dei formaggi trentini, col vero Puzzone di Moena di malga, il Vezzena di Lavarone, il Formae Val di Fiemme e, dulcis in fundo, il Trentingrana, formaggio splendido e sconosciuto ai più (di questo parlerò in un prossimo post).
Insomma, una gitarella che non è passata invano.