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Pasqua e agnello: siamo davvero dei novelli Erode?

E pure quest’anno, gli animalisti tornano alla carica: noi, divoratori d’agnello (nel mio caso, non solo a Pasqua) saremmo nientemeno che assassini. E come tale, andremmo fermati da quelli buoni e giusti. Quest’anno c’è una novità: le parole di un papa, da strumentalizzare.
Ecco l’incipit del mio articolo in merito. Lo potete leggere tutto su Tempi.

I Santi Innocenti, ossia i bambini trucidati in Giudea da re Erode il Grande nella speranza che Gesù, re dei Giudei secondo le profezie, fosse tra loro, si festeggiano il 28 dicembre. O meglio, si festeggiavano. Il calendario liturgico è obsoleto, probabilmente. Pare molto più vivace il calendario animalista-sentimental-umorale. Ma che innocenti, ma che Erode. I veri assassini siamo noi. Noi che a Pasqua mangiamo l’agnello, e a volte pure il capretto. Una colpa quasi imperdonabile, qualcosa di meno dell’Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale. I giudici in questo caso sono gli animalisti più integrali, quelli capaci di plaudire con fragore all’aborto libero e di invocare la pena di morte per gli stupratori, e viceversa scandalizzati, quando non lacrimanti, per una zanzara inavvertitamente uccisa. Hanno preso in prestito dalla Bibbia persino il loro grido d’allarme: “Strage degli innocenti”. Ogni anno, da almeno dieci, lo esalano, sempre uguale, più immutabile delle liturgie pasquali: non obbedite a bieche e decotte tradizioni, non mangiate l’agnello a Pasqua, non comportatevi da assassini senza coscienza, da novelli Donato Bilancia del desco mangereccio.

Il resto dell’articolo è qui.

Le brochure e il territorio

20130320-123309.jpgMa li voglio vedere a una degustazione alla cieca, quelli che ciancicano di “territorio” ogni cinque secondi. Li voglio vedere, senza pararsi il didietro con la brochure del produttore appoggiata di fianco: “Osiride Gaspare Scaccoletti è tornato alla terra, vinificando il micro ettaro che il suo biscugino trilaterale di quarto grado gli ha lasciato in eredità, proprio adesso e per puro caso. Si tratta di impianti rarissimi di sbucciaverga del monte Boletto (secondo alcuni autori, Bolettone o Bollettone), arrivati qui in epoca prefilosserica e precambriana. La vite più giovane ha solo 307 anni (si chiama Guja Immacolata Incoronata), figuratevi le altre. Scaccoletti in cantina fa tutto lui, non ha dipendenti oltre a quella dozzina che paga in nero. Non usa chimici, e quando ha la febbre non prende l’aspirina, ma il preparato biodinamico 501. In vigna solo sovescio; peraltro si mormora che, in momenti di particolare distrazione, Scaccoletti si metta il maglione a rovescio, e che lo faccia per rimarcare la sua diversità dal mondo corrotto che lo circonda. Lieviti assolutamente autoctoni, anzi usa solo lievito madre che gli ha prestato di nascosto un garzone di Bonci, con la mediazione di Roscioli. Niente filtraggio, anche perché Scaccoletti guida una macchina senza climatizzatore. L’affinamento avviene in botti alte 18 metri, messe insieme con legni provenienti da botti usate di Cappellano, di Soldera e di Bartolo Mascarello, ottenuti dopo paziente pellegrinaggio e omaggi deferenti ai tre maggiori vignaioli mai esistiti sulla faccia della Terra. In queste botti, il vino rimane almeno 8 anni. In caso di annate particolarmente buone, anche 20 (ma si vedrà, l’azienda è nata solo l’altroieri, anche se questo non impedirà a Scaccoletti di far uscire domani la selezione affinata). Il costo finale, 90 euro franco cantina, tiene conto delle particolarità e delle cure produttive, nonché l’amore per la terra di Scaccoletti, che si intuisce dalle mani piene di calli. Il risultato? Anzitutto, un vino che rispecchia il territorio: il vetro delle bottiglie è lucido e riflette quello che ha attorno. Poi, un vino digeribile: una multinazionale è preoccupata, pare farà concorrenza all’Effervescente Brioschi e al Digerselz. Una posizione di cui Osiride si gloria: lui è contro la logica massificante dell’industria”.

Camana Veglia e critici da teleobiettivo (non necessariamente in quest’ordine)

Un buon ristorante a Livigno, e una riflessione divertita sui critici gastronomici da fotografia, quelli che Antonio Scuteri chiama degustatori di pixel.
Questo è ciò che ho pubblicato finora nella mia rubrica su Tempi.

Camana veglia, Livigno (So). Ricette estrose e intriganti dal piccolo Tibet

I trucchetti dei critici gastronomici visuali che criticano senza mangiare

Per legittima difesa

Ci metto la faccia
E allora, dopo ormai qualche anno di silenzio, rieccomi qui.
Devo riprendere a scrivere qui. Non posso non farlo.
Non posso restare con la penna in mano e il calamaio disseccato.
Riprendo a bloggare per legittima difesa. Ci deve essere ancora posto per un giornalista, nella blogosfera.
Vedete, il mestiere del giornalista è un poco fuori moda. Il giornalista dovrebbe stare nella carta stampata. Dicono.
I giornalisti che bloggano non vanno di moda, appunto. Io non seguo la moda neanche nel vestire. Chi mi conosce sa che prediligo uno stile estremamente classico, quello che alcuni definiscono “elegante”. Le scarpe sneakers, le pettinature giovaniloidi, lo stile spettinato e frizzante (o presunto tale) lo lascio ad alcuni di quelli che nel mondo blog sono venuti alla ribalta. Correttezza dell’informazione? E’ demandata al singolo. E molti, nel mondo del blog (ma anche in quello del giornalismo, ed è ciò che preoccupa), preferiscono la pseudo informazione. L’inciucio tra giornalismo, sponsorizzazione, ufficio stampa quando non spudorata pubblicità vera e propria, si è metastatizzato su larghe fasce di blogosfera.
Mi sono detto: se questo mondo di, per chiamarli col loro nome, marchettari, prospera, perché devo tacere io? Il modo migliore per esprimere la propria logica è propugnarla coi fatti, non solo con alti o bassi lai. Quindi, voglio riprendere a fare onestamente informazione gastronomica su questo blog. Raccontando, semplicemente, quel che più mi piace. O che mi dispiace, a seconda.
Facendo questo, però, voglio nel contempo spezzare una lancia per molti blogger non marchettizzati (la maggioranza, ma come sempre le minoranze organizzate sono più chiassose delle maggioranze oneste) che tuttora tengono banco. Alcuni li vedete linkati lì, in basso a destra. Molti altri non li ho inseriti in lista per semplice distrazione, credo che li aggiungerò via via che li rimembrerò. A loro va la mia stima più sincera, per il piccolo (anzi, nemmeno troppo piccolo) ruolo che ricoprono nel rendere il web un posto tutto sommato meritevole di frequentazione.

Qual è la vostra cucina regionale italiana preferita?

Visto che riordino le idee per buttarvi in faccia un bell’elenco di post succosi, ora rompo le scatole a voi, con un bel quesito: avete una cucina regionale italiana che vi piace più delle altre? Perché? Scrivete tutto qui.

Dario Cecchini a domanda risponde

Dario Cecchini, il più famoso macellaio di Panzano, non si nasconde dietro un dito. Non è un carbonaro, un reticente, uno che “se la tira”. Se gli fai una domanda, non ha paura di rispondere, anzi lo fa per un dovere di trasparenza nei confronti dei suoi clienti.
Sapete tutti chi è Gigio. Gigio, diminutivo di Giuliano, è un professore veneto-berico-euganeo (va bene la definizione?) che lavora in Spagna. E’ un fine gourmet, conoscitore di salumi e formaggi come non troppi nostri connazionali. Lui ha sempre avuto voglia di chiedere al Cecchini come mai faccia uso di carne spagnola. E un giorno l’ha fatto.
Ecco il suo quesito.

da italiano che vive in Spagna da 10 anni, sposato con spagnola ecc. ti dico:

La questione non é chianina o non chianina…é che si fa pubblicitá gratis a un paese concorrente, che mai e poi mai farebbe altrettanto con i nostri prodotti e che se ci deve criticare e fare pubblicitá negativa lo fa senza pensarci due volte. E piano piano ci sta facendo neri in tutti i campi, a colpi di orgoglio, patriotismo culinario e pregiudizi antiitaliani. Trova un allevatore toscano serio e spiegali cosa fa il tuo amico spagnolo, se é varo che la razza non conta nulla come dici tu e c’entra solo il benessere animale (non vorrai dirmi che i pascoli spagnoli sono piú verdi di quelli italiani…).

Queste domande Gigio le ha poste a Cecchini lo scorso febbraio. Cecchini, sempre superimpegnato, dopo qualche mese ha risposto:

Caro Gigio,
Se io vedo passare per la strada una bella ragazza, faccio un fischio d’apprezzamento. Mi piace meno se mi dicono che è spagnola o inglese o greca?
Tu un a spagnola l’hai felicemente sposata.
Mi sottoponi un a questione di patriottismo, di nazionalismo. E’ vero, nessuno ci tratta con i guanti, ma l’Unione europea che l’abbiamo fatta a fare?
So, purtroppo, cha hai ragione tu, c’è ancora diffusa quella rivalità campanilistica, direi tribale, che cerca di far prevalere il “nostro” su “l’altrui”.
Il discorso che vorrei fare, che faccio malgrado tutto, ha ancora molta strada da percorrere.
E’ certo, non ho la pretesa di vendere il “meglio”, sennò gli altri macellai cosa vendono? E’ certo che mi guardo attorno e col tempo selezionerò volentieri carne italiana, toscana. Lo già fatto tanti anni. E’ un percorso lungo, come lo è stato per il vino italiano.
La mia ambizione è di mantenermi “artigiano”, un artigiano del mondo che ricerca la qualità.
Vengono spesso a trovarmi a Panzano, famiglie di artigiani macellai da tutte le latitudini. Ultima in ordine di tempo una famiglia di arabo-cristiani dal cognome impronunciabile, macellai da cento anni a Tel Aviv, sono veramente molto bravi. Non so dove prendono la “ciccia” che appaga la loro clientela, ma credo non si facciano scrupolo di acquistare la migliore.
Sarà forse che i macellai sono una categoria più di altre aperta.

Ti ringrazio per i tuoi simpatici rilievi. Sono considerazioni sulle quali rifletterò.

Questo si può leggere qui. Nessuna reticenza, nessuna altezzosità, nessuna ipocrisia furbesca. Il Cecchini la pensa così, non si vergogna ad ammetterlo.

Grillo urla? Voi non fatevi intimidire, vi abbiamo eletti per questo

Ho già parlato di Beppe Grillo qui. Non lo ritengo pericoloso come fanno altri, semplicemente lo reputo insopportabile, sia per quello che dice sia per il suo modo di dirlo.
Oggi il barbuto ex comico genovese alfiere dell’antipolitica ha fatto irruzione in uno di quelli che della politica dovrebbero essere i templi: Palazzo Madama, sede del Senato. Doveva presentare le sue fantomatiche proposte referendarie, quelle naufragate dopo le elezioni del 2008 (le elezioni che secondo lui dovevano dimostrare la disaffezione del popolo italiano nei confronti della politica, lo ricordiamo). Non si è limitato a questo: ne ha approfittato per fare il consueto comizio-show. Non che abbia sconsacrato Palazzo Madama, già testimone di spettacoli come quello visto alla caduta del governo Prodi II, con i vari “Checca squallida”, “Pezzo di merda” e altre amorevoli e oxoniane esternazioni tra i nostri eletti. Però Grillo irrita. Irrita nella sua prosopopea moraleggiante, nel suo sentirsi migliore degli altri. Irrita nel cercare di fare graduatorie di purezza. Irrita per i suoi giudizi volgari e sprezzanti. Credo di non far torto a nessuno esprimendo il mio fastidio.
Sicché, mi sento di dire due parole: senatori di destra e di sinistra, non fatevi intimidire. Non fatevi intimorire da chi usa toni e argomenti da inquisizione non esattamente Santa. Qualche tapino come me, che non vuole sostituirsi al buon Dio nel separare le pecore dai (supposti) capri, c’è ancora. Sono orgogliosamente garantista, orgogliosamente scettico sull’uso politico dei guantoni più o meno giudiziari, e soprattutto credo che chi ha fatto un errore, se l’ha pagato, abbia il sacrosanto diritto di fare quello che vuole. Il giustizialismo è un atteggiamento da avvoltoi pusillanimi. L’avere un cuore grande, l’essere magnanimi, vuol dire anche non condannare moralmente gli altri, anche quando non ti piacciono. Non fare campagne di delegittimazione a mezzo stampa. Credo di non sbagliare se, una volta tanto, sono troppo buono. Il buono non è mai troppo. Mi consola pensare che parecchi elettori, dal PdL al Pd, in questo senso la pensino come me. Ma anche se rimanessi il solo a pensarla così, non avrei problemi.

Un Salone del Gusto vero e vitale

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L’immagine più incisiva del trascorso Salone del Gusto: la farcitura del pani ca’ meusa ad opera dello staff della palermitana Antica Focacceria San Francesco. Una manciata di bontà pura, delicata come solo sa essere la milza. Sfortunato chi non lo sa.

Mangiare il risotto di Enrico Bartolini nei piatti del Savini

E non è un’illusione ottica. Ieri a pranzo Enrico Bartolini ha cucinato al Savini, per una stretta platea di giornalisti, il suo famoso risotto mantecato al gelato di rape rosse e salsa di Gorgonzola. Si presentava il Festival dell’Alimentazione, legato all’Expo 2015. L’organizzazione ha chiamato tre chef a imbandire una “cena low cost” di alta cucina: grandi piatti, materie prime povere. Bartolini ha partecipato con il suo proverbiale risotto, già assai noto a chi frequenta questo blog.
Gli altri “intervenuti”?
Anzitutto, il “padrone di casa” Cristian Magri.

Prima, il preantipasto, i classici stuzzichini da aperitivo che al Savini si gustano sempre volentieri: patate viola, rivisitazione dello gnocco fritto, croccante di Parmigiano…
Poi, un miniassaggio della cassoeula, che stupidamente non ho immortalato.
Dopo Magri, ecco irrompere Matteo Pisciotta, anima dell’amena Osteria del Sass, di Besozzo (Varese).

Il piatto è il baccalà revolution: una variazione sul baccalà, unico pesce di mare consumato nella provincia lombarda prima della seconda guerra mondiale. La più sorprendente? Quella con l’arcaica, meravigliosa zucca-spaghetto.
Dopo questo sostanzioso antipasto, è arrivato il risotto di Bartolini.
Poi, per il piatto forte, la palla è ritornata a Magri.

Manzo all’olio con verdure autunnali e mirtilli. Il classico bresciano completamente rivisto ma assai gustoso, rimarchevole per la tenerezza burrosa della carne e per la dolcezza equilibrata della salsa.
Finito qui? Non proprio. Magri ha tirato fuori un pre-dessert di tirmaisù caldo-freddo, poi è arrivato il vero dolce.

Per questo piatto, come per il precedente, non ho potuto usare la macchina fotografica “vera” come avrei voluto, accontentandomi del cellulare e del ritocco di Picasa. Però si trattava comunque d’un gran bel dolce. Era il piatto meno “low cost” del novero, comprendendo pure le mandorle d’Avola. Un dessert espansivo e amichevole, materno e femminile.
Potrei anche parlare dei vini, ma qui ho preferito parlare dei piatti. Anzi: far parlare i piatti.
In Lombardia abbiamo davvero dei giovani chef che fanno ben sperare per il futuro.

La crisi incalza, ma resta la voglia di bollicine. Aumentano le importazioni di Champagne

Dovremo tirare la cinghia, ma allo Champagne difficilmente sappiamo rinunciare. Bello no? Ogni anno vogliamo sempre più scoppiettanti bottiglie del re degli spumanti.
Ne parlo da Gabriele Mastellarini, dove riporto un articolo che è stato pubblicato da Libero venerdì scorso, con richiamo in prima pagina.
Leggete e commentate, è tutto qui.