Giornalismo gastronomico: non solo ristoranti, anche prodotti
July 23rd, 2008 | by Tommaso Farina |Alcuni commenti letti in questi ultimi tempi mi hanno stimolato numerose riflessioni. Come mai sui giornali non specializzati ci sono tante rubriche dedicate ai ristoranti, mentre quelle dedicate ai prodotti sono molto meno? Non si dica che i lettori sono meno interessati, perché non è affatto vero, e so quello che dico.
La verità è che parlare di ristoranti è più comodo.
Sviluppo diffusamente questo punto di vista in un pezzo sul blog di Gabriele Mastellarini.
Leggete e commentate.











Di giovanni gagliardi il Jul 23, 2008
Io ritengo che non ci siano dubbi sul fatto che ci sono molte più persone interessante al ristorante piuttosto che al prodotto. In fondo, tutti senza bisogno di sentirsi gourmet prenotano un ristorante romantico o alla moda per il week end, ma fare 50 km. per un salame è ben più impegnativo. Io lo faccio da tempo perchè adoro il rapporto umano con i 1000 grandi artigiani del nostro Paese. Mi piace guardare, toccare, capire. E’ per me uno dei grandi piaceri della vita. Persino Eataly (che tutto sommato mi piace molto) mi dà un pò fastidio concettualmente perchè porta da me quello che io voglio andare a vedere in loco.
Però capisco che non è per tutti. E’ capitato che al ritorno da una giornata in giro per cantine a comprare vino un amico mi dicesse: ma sei pazzo? Ce l’ha uguale l’enoteca sotto casa…..
Ad Majora
Di Tommaso Farina il Jul 23, 2008
Altro che 50 km. Il fatto è che spesso uno non sa che il buon salame magari ce l’ha a 500 metri, perché nessuno l’ha mai informato. E’ questo il gap da colmare.
Di Gigio il Jul 23, 2008
Ma te li immagini i grandi Soloni della gastronomia nostrana in coda con il numero in una macelleria di paese o bussare alla porta dell’artigiano della nudja? Tu sei tra i pochissimi che fa tutto ció, e questo ti va riconosciuto. Secondo me in una cucina di prodotti piú che di tecniche e di mille regionalismi e tradizioni locali é molto piú utile questo tuo lavoro o quello di Massobrio e Pignataro che quello di uno che mi va a un tristellato e mi parla di piatti all’azoto liquido. Concordo con Gagliardi ma a volte bisogna scendere a compromessi per cui anche se mi piacerebbe recarmi in loco a comprare i prodotti, mi sbizzarrisco con Internet: esperya, mangibene, gusto lucano, boutique del gusto (e mille altri che proveró al piú presto) offrono notevoli contentini. É qualcosa di magico pensare che con un click di mouse in 2 giorni mi bussano alla porta per consegnarmi un capocollo grecanico o un pezzente o la mitica e inarrivabile torta del Pistocchi.
Di liloni adriano il Jul 23, 2008
gigio per il culatello un bagoss vero od una bresaola di asino puoi bussare anche ai sovversivi… :-O)
Di Gigio il Jul 23, 2008
Vendete su Internet??? Sarebbe bello, anche perché il bagoss si trova solo e raramente su mangibene, mai su Esperya e il culatello di Esperya non so di che produttore sia, ma di certo non é al livello di quello del buon Carretti. Per la bresaola d’asino non sapevo manco che esistesse ( da veneto, di salumi d’asino, pardon de musso, me ne intendo
e trovo molto buono il salame de musso, cosí come quello di cavallo e puledro…
Di liloni adriano il Jul 23, 2008
gigio ce l’hai il mio numero?
Di Gigio il Jul 23, 2008
No peró ne riparliamo in Settembre perché lunedí parto per le vacanze. Davvero sono interessato…tommaso Farina ha il mio email, anzi cerco di inviartelo tramite il tuo blog e se vuoi mandarmi un email, a settembre ci risentiamo. Grazie davvero
Di liloni adriano il Jul 23, 2008
tommaso ha i miei referenti…
Di marco bolasco il Jul 24, 2008
Perdonami Tommaso ma queste cose Slow Food le dice da anni. Non è qualcosa di particolarmente nuovo. Per la mia esperienza posso dirti che non è un problema di facile o difficile piuttosto, come dice Giuseppe, di “popolarità”. Voglio dire che riviste, giornali, tv (e quindi il loro pubblico), sono purtroppo più interessate al “cibo spettacolo” che non al “cibo cultura”. E che una certa parte dell’opinione pubblica che non considera ancora la cultura materiale (e che tutti noi stiamo cercando di convincere con il nostro lavoro) riesce, ahimé, a dare più peso ad un grande chef che non ad un salame. Anche perché (questo è il grande problema) il salame “lo da per scontato”, in qualche modo insomma la cultura materiale più popolare (chiamiamola così per convenzione) è qualcosa che ancora sentiamo “di casa” e quindi snobbiamo. Un po’ come la cucina della mamma quando siamo giovani salvo rimpiangerla da vecchi. Ed ecco perché le guide che esistono sul fronte prodotti (lo dico conoscendo il lavoro fatto dal Gambero tanti anni fa con l’Almanacco dei Golosi, pubblicazione pioneristica, e le vendite di Slow Food su questi temi) vendono purtroppo molto (ma molto molto) meno di quelle dei ristoranti.
Il problema, dunque, è forse interrogarsi meglio su come raccontarlo questo nostro patrimonio. E’ più una difficoltà semiotica e di linguaggio che non di lavoro “on the road”, credo…
Di Tommaso Farina il Jul 24, 2008
Ricordo bene quell’Almanacco: ce l’ho in casa.
Senz’altro, la ristorazione e la cucina “pura” fanno più presa: basta vedere quanti commenti riescono ad avere i blog dedicati alle ricette, anche i più semplici.
La mia esperienza è che per raccontare al meglio il nostro patrimonio, occorra far capire al lettore che l’esperienza gustativa che sta per fare è rimarchevole. In parole molto povere: bisogna fargli venire fame, fargli capire perché la cosa è piaciuta a chi scrive.
Di marco bolasco il Jul 24, 2008
Come fa Annibale..?!

Di Tommaso Farina il Jul 24, 2008
Più o meno.