Il re del Ghetto ha la sua Taverna: sua maestà il carciofo
January 24th, 2008 | by Tommaso Farina |
Rieccomi a pieno servizio. Il fatto d’aver dovuto fare l’esame di giornalismo a Roma mi ha consentito alcune sapide escursioni nel mondo gastronomico capitolino. L’Ordine dei Giornalisti si trova sul Lungotevere de’ Cenci, il che significa anzitutto una cosa: si trova in pieno Ghetto, a due passi dalla monumentale sinagoga. Il Ghetto è un quartiere molto suggestivo. Alloggiando qui, per andare alla sede dell’Ordine a sentire gli esami (e a fare il mio) l’ho attraversato quasi tutto alcune volte, inebriandomi di quell’atmosfera che si può trovare soltanto a Roma, tra vecchie case, vicoli, chiese annose. Nel Ghetto ci ho anche mangiato. Invece che al Piperno (peraltro chiusissimo il lunedì) o al Giggetto (turisticamente molto inflazionato), la sera prima dell’esame mi sono concesso una saporosa cenetta nella Taverna del Ghetto. Mi è venuta in mente subito perché sul newsgroup it.discussioni.ristoranti (che leggo molto spesso pur non scrivendovi) ricordavo un thread ove un utente magnificava l’onestà di questo indirizzo, anche nei prezzi.
Devo dire che “il cuggino di nico” ha ragione quando parla bene della cucina di questa simpatica tavernetta (che piace pure al giornalista Antonio Scuteri, nonché a Lorenzo Cairoli). Ci ho trovato piatti sapidi e concreti della tradizione giudaico-romana, senza pesantezze di sorta. Ci sono andato sul presto, attorno alle 19.30: ebbene, anche a quell’ora c’erano clienti. Soprattutto ebrei stranieri, ed è facile intuire il perché: la cucina della Taverna segue alla lettera i dettami kosher (o kasher), vini compresi (una lista non lunghissima e senza annate, ma neppur malvagia). Il locale è carino, né antico né moderno, con volte mattonate, tavoli un po’ troppo vicini e quadri d’ambientazione ebraica misti a foto della vecchia Roma. Il servizio si è dimostrato cordiale e simpatico, senza perdere la necessaria professionalità. E la cucina, come dicevo, si è disvelata nella sua semplice ghiottoneria. Visto il luogo, era inevitabile partire col carciofo alla giudìa, autentico monumento della gastronomia romana: carciofi di tipo mammola, gaudiosamente fritti e imponenti secondo l’antica ricetta. Ho scelto dunque un carciofo, e l’ho accompagnato a un’altra gloria capitolina, i filetti di baccalà. Nella foto sopra, potete vedere un piatto abbastanza simile a quello che ho preso io: la differenza è che lì fanno capolino pure i supplì di riso, che io invece non ho ordinato. Tornando a bomba, il carciofo era da manuale: giusta cottura, giusta croccantezza, giusta consistenza, giusta dose di sale. Pure i filetti sono stati splendidi nella loro leggerezza, ben lontana dalla lutulenza pachidermica che spesso si riscontra in questa preparazione. Mi viene da ridere al pensare che qualcuno ritenga la cucina kosher un regime alimentare caratterizzato unicamente da rinunce. Provate il carciofo e i filetti fritti, e ditemi un po’ se esprimono rinunciataria mestizia o non, piuttosto, un godurioso appagamento sensoriale. Ma chi non gradisse i fritti, avrebbe a disposizione un’ampia teoria di antipasti: il tegamotto con aliciotti e indivia; la concia di zucchine; l’assortimento di salumi kosher; il paté di fegato all’ebraica.
E questo è niente, perché si passa ai primi, le portate fondamentali della Città Eterna. Essendo il maiale bandito dai precetti religiosi dell’ebraismo, qui l’amatriciana (bucatini, vivaddio) viene ammannita senza guanciale, ma con un sugo di vitella. Io l’ho scelta, e ne ho apprezzato la carica gustativa non troppo inferiore alla ricetta originale, oltre all’estremo equilibrio del sugo. E se qualcuno volesse la carbonara? Qui c’è la versione “a modo nostro”, con zucchine romanesche e, di nuovo, dadini di vitella. Altri piatti? Le fettuccine al ragù di stracotto, o le mezzemaniche ai broccoli e salsicce di manzo kosher, o ancora i tonnarelli al baccalà, pomodorini e olive nere.
Non ancora sazio, mi butto sui secondi per provare le capacità dello chef a tutto campo, e opto senza il minimo indugio per la coratella d’abbacchio ai carciofi. Chi ha in uggia frattaglie e “quinto quarto” per ragioni pregiudiziali, si faccia convincere a provare la coratella ai carciofi: cambierà idea, se è capace di abbandonare il suo pregiudizio. Qui alla Taverna la fanno pure bene: che volete di più? Ma anche gli altri secondi sono sembrati interessanti: frittura di cervella e carciofi; ossobuco all’ebraica; lingua all’ebraica; baccalà “alla vecchia storia” (gratinato con pinoli, pomodori e passerine) abbacchio ajo e erbetta. Salto i dolci (come pure il vino) e mi alzo decisamente soddisfatto per la cena. Pago il conto: non più di 40 euro. Un prezzo onesto se si considera quello che si può rischiare di spendere nella zona e anche in certi locali di Trastevere (ne parlerò): la boa dei 60 euro da queste parti si doppia senza difficoltà. Per un pranzo senza vino, ipotizzate dunque una spesa di 45-50 euro, con tanta voglia di tornare. Non so come sia l’atmosfera del locale pieno. Ma se riuscite, andateci sul presto come ho fatto io.
Evviva il carciofo.
La Taverna del Ghetto
Via del Portico d’Ottavia, 8
Roma
Tel. 0668809771
Chiuso venerdì sera e sabato a pranzo
Etichette: carciofo alla giudia, cucina kosher, cucina romana, ristoranti a roma, taverna del ghetto


Di Stefano Caffarri il Jan 24, 2008
mi fa piacere. io ci andiedi nel 2006 ed anche io mi trovai bene. rileggo gli appunti e vedo i carciofi alla giudìa. evabè, siamo noiosamente d’accordo.
PS.: (sulle cose buone)
Di Gigio il Jan 24, 2008
Le crocchette della foto non sembrano un granché…io al Ghetto vado sul sicuro, alla grande, da Giggetto. Due appunti: ma con tutta quella roba in corpo come hai fatto a concentrarti per l’esame. Quel tanta voglia di tornarci mi ricorda qualcun altro, che di nome fa Edoardo…ma adesso che sei professionista te lo puoi permettere anche tu…:)
Di Tommaso Farina il Jan 24, 2008
Gigio, sei riuscito a commentare l’unica cosa che non ho mangiato, quindi non saprei che dirti sui supplì di riso… In ogni caso, secondo me sono i filetti di baccalà a figurare meglio “dal vivo” piuttosto che in quella foto, ove è evidente il protagonismo del carciofo.
Le quantità servite sono nella norma, e la preparazione dei piatti è leggera e curata: non avevo proprio “tanta roba in corpo”, e ho dormito alla stra-grande, alzandomi la mattina dopo con tutta la tranquillità. Eppoi, tre portate al ristorante una volta ogni tanto va benissimo mangiarle.
Non avevo comunque dubbi che ti piacesse Giggetto: vi chiamate allo stesso modo…
Di Lorenzo Cairoli il Jan 24, 2008
Piace anche al Cairoli che gli ha dedicato ‘due’ righe qui.
http://cairoli.simplicissimus.it/2007/07/il-signor-kasher-taverna-del-ghetto-roma.html
Di Tommaso Farina il Jan 24, 2008
Grazie Lorenzo, bellissimo il tuo reportage.
Di corrado il Jan 24, 2008
…che voglia di tornare a Roma…ci manco dal 2002…
Di Nico il Jan 7, 2009
@Gigio, ma sei sicuro di essere stato da “Giggetto al Portico d’Ottavia” recentemente?
Ormai e’ un acchiappa-turisti. Se sei sfortunato, ti possono capitare anche dei fritti freddi (non e’ che stanno a farli espressi per tutti i clienti)
@Tommaso “il cuggino di nico” sono io, anche “tenente Drogo” sul forum GR
buon anno a tutti