Bresaola, la comica finale
January 30th, 2008 | by Tommaso Farina |Ricevo ancora dal solerte Consorzio di Tutela:
Milanofiori, 30 gennaio 2008 - ASS.I.CA. - che rappresenta a livello confindustriale le imprese di trasformazione della carne – ha molto apprezzato la sensibilità del Ministro De Castro e la sua azione volta a scongiurare il forte ridimensionamento che la produzione in Italia di Bresaola potrebbe subire a seguito delle misure sanitarie di restrizione imposte dalla UE all’import di carne bovina dal Brasile.
I nostri produttori, infatti, per ottenere una bresaola di buona qualità, devono partire da una materia prima con determinate caratteristiche qualitative: soda ed elastica, di colore uniforme, non marezzata, di peso compreso tra 4,5 e 6 Kg e provenienti da bovini di età compresa tra i 2 e i 4 anni. Caratteristiche oggi in gran parte mancanti nella carne bovina italiana e comunitaria, (più adatta al consumo diretto che alla stagionatura) ma ben presenti in quella dell’America meridionale, soprattutto Brasile, dove gli animali vengono allevati al pascolo brado.
ASS.I.CA ritiene imprescindibile la sicurezza igienico sanitaria e la tracciabilità delle produzioni salumiere nazionali, ma è indubbio che una bresaola elaborata a partire da materia prima poco adatta, non sarebbe gradita ai nostri consumatori, con conseguente drastico calo del consumo.
La scarsa offerta di carne bovina brasiliana, potrebbe essere in parte superata corrispondendo ai produttori di quel Paese un prezzo significativamente più elevato (+30-50%) con ciò inducendoli ad ottemperare alle richieste della Commissione UE.
La difficoltà dei nostri produttori a scaricare sul prodotto finito i maggiori costi potrebbe essere superata con l’azzeramento -limitatamente alla materia prima destinata alla bresaola- dei pesanti dazi che la Unione Europea applica alla carne bovina importata. Dazi che, almeno per la bresaola, risultano oggi assolutamente ingiustificati perché vanno a gravare su una materia prima che la UE non produce, se non in quantità scarsamente significative.
I produttori di bresaola -17.000 tonnellate per un valore di 230 milioni di euro, di cui il 12% esportato- non possono più subire una così pesante penalizzazione.
Certo, ognuno ha il diritto alle sue sacrosante opinioni se ci mette la faccia, ma secondo me questa roba si commenta da sola.
Leggete pure la parte in grassetto, e piangete pure.
Anzi no, meglio ridere: è più definitivo.
Fortuna che non esistono solo questi imprescindibili interessi industriali, che saranno nobili e profittevoli per la Nazione, ma non rappresentano la totalità della produzione.
Ma probabilmente si pensa che i diritti debbano essere direttamente proporzionali al fatturato.
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Di Carlo Zaccaria il Jan 31, 2008
Incredibile! Ad una persona normale verrebbe quasi da pensare che gli allevatori italiani non sono in grado di produrre carne di qualità elevata indicata per produrre industrialmente bresaola da vendere poi a 28€ al kg.
La chiave di lettura di questo discorso sta a mio avviso ancora nella convenienza visto che gli industriali sono pronti ad investire sugli allevatori brasiliani.
Investire in Italia ormai è diventato secondario ed il nostro paese rischia il collasso. Per il resto, basta raccontare storielle.
Di Luca Ripellino il Jan 31, 2008
Infatti…. chissà quanti andranno ad investire acquistano terreni e tenute in Brasile, se davvero si allargherà il fronte di importazione da quel paese. Carlo, un pò la storia del tessile bielelse e della Cina.. Tempi cupi, purtroppo. Luca
Di gunther il Feb 26, 2008
quello che assica non dice è che il costo della carne in sudamerica è irrosorio, con il costi di trasporto non è nemmeno il 50% di quello in UE, questa lascia ai produttori di bresaola dei margini di guadagno incredibili e che non vogliono rinunciare
Di bruno catapano il Feb 26, 2008
Non è la prima volta che la UE ci sorprende con le sue prerogative incomprensibili; di certo non ha mai parlato degli effetti dell’ amilnitrito o peggio del nitrito di sodio che può produrre le nitrosammine cancerogene.
Mi permetto solo di sostenere una verità incontrovertibile: in Italia già si fatica a contenere le irresponsabilità di taluni mascalzoni che eludono ogni tipo di controllo sulle carni; mi domando come si possano controllare le filiere estere da qualsiasi parte arrivino e quali garanzie offrano i prodotti finiti.
Come chimico, la mia perplessità và addirittura oltre le penalizzazioni, i fatturati e gli interessi economici.
Se fossi un oncolologo ricercatore mi preoccuperei di eliminare le cause primarie che degenerano le difese immunitarie, più che di curarne gli effetti degenerativi, poichè non si muore tanto di cancro ma di complicazioni.
Questo è solo il mio punto di vista, ma quello che vedo nelle vigne, negli uliveti, nell’ortofrutticoltura e nelle aziende agroalimentari o casearie, mi fa rabbrividire.
Complimenti per il post, andrebbe serenamente e seriamente sviluppato.
Bruno Catapano