Un Salone del Gusto vero e vitale

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L’immagine più incisiva del trascorso Salone del Gusto: la farcitura del pani ca’ meusa ad opera dello staff della palermitana Antica Focacceria San Francesco. Una manciata di bontà pura, delicata come solo sa essere la milza. Sfortunato chi non lo sa.

12 Responses to Un Salone del Gusto vero e vitale

  1. Gigio scrive:

    Che spiegazione dai che dai 200 presidi italiani dell’anno scorso si sia passati agli attuali 177…filetto baciato di Ponzone, salame mantovano, cinta senese ecc. davvero non meritano piú di essere tutelati??? Purtroppo anche quest’anno, nonostante i mille propositi, ho dovuto dare forfait…

  2. Splendido!!!!!
    Alcuni amici di Torino mi hanno raccontato la loro prima esperienza, proprio al salone del gusto, con il commovente “pani cà meusa”, uno dei simboli storici di Palermo…
    Succede sempre a chi non lo conosce!!! Prima si affronta con diffidenza e poi…….si fa sempre il bis!!..

  3. federico scrive:

    Sono diminuiti i presidi perchè ora esiste uma associazione, un disciplinare, controlli vari, ecc. e molti non hanno più voluto aderire.I furbetti forse esistevano anche li.

  4. andrea scrive:

    Un esempio dila gastronomia da “strada” il nostro Paese ne è pieno dal Piemonte alla mia Sicilia. I Gourmet Italiani dovrebbe tutelarla un pò di più.

  5. attilio scrive:

    A SUA ALTEZZA REALE, IL PRINCIPE CARLO D’INGHILTERRA— Altezza reale, nel Suo autorevole messaggio a Terra Madre, registrato a Palazzo St James, Londra, il 9 settembre 2008, ha espresso il Suo compiacimento per i contadini che stanno “facendo così tanto per sfidare le imponenti forze dell’agricoltura industrializzata e dell’omogeneizzazione del cibo”. Sono un produttore piemontese di mais che usa macchine innovative per arare, seminare e raccogliere: faccio parte delle “imponenti forze dell’ agricoltura industrializzata” oppure no? I miei amici allevatori che producono latte e carne in stalle modernamente attrezzate possono continuare a far parte della comunità degli agricoltori “buoni” oppure sono dei reprobi da cacciare? Attendo da Sua Altezza Reale una definizione più precisa su che cosa si debba intendere per agricoltura industrializzata. La Sua illuminata opinione potrebbe chiarirmi le idee.

    Nell’attesa mi permetto di farLe rispettosamente notare che le differenze tra le varie forme di agricoltura sono meno grandi di quanto Sua Altezza possa pensare. Negli ultimi anni si è assistito a un grande cambiamento, ad una presa di coscienza che orienta sempre più tutti gli agricoltori verso forme di coltivazione e di allevamento ecocompatibili.

    E’ giusto difendere le tipologie locali di fronte alla crescente omogeneizzazione delle moderne filiere di produzione, distribuzione e di economia di scala in campo alimentare. E’ importante sostenere i piccoli produttori, per dare voce e visibilità ai contadini, ai pescatori e agli allevatori del mondo, che sono la cassaforte di conoscenze, sensibilità, tradizioni di cui non si potrà fare a meno in un pianeta sostenibile e capace di futuro. Non sono solo folklore o fonte di curiosità, ma un patrimonio importante ed irrinunciabile (anche se poi, chiedendo ai consumatori di non comprare prodotti dall’estero, si danneggiano le economie dei paesi in via di sviluppo).

    Ma è altrettanto importante sapere che l’abbandono di tante varietà e la selezione di poche, altamente produttive, è stata la condizione per fornire una maggiore quantità di cibo a una popolazione crescente: un sacrificio della qualità a favore della quantità, come è avvenuto ad esempio con l’abbandono del mais “ottofile” per i più produttivi ibridi americani. Senza alcune scelte varietali ora non ci sarebbe cibo per tutti, neppure nella ricca Europa. Di fronte ad uno scenario globale che stima la presenza sul pianeta di 9,1 miliardi di persone nel 2050, il dovere dell’agricoltura è anche quello di produrre di più. Oltre tutto, l’efficienza tecnica e la produttività sono necessarie alle aziende agricole per realizzare reddito e restare sul mercato. Diversamente scomparirebbero.

    Contestare l’agricoltura più produttiva chiamandola industriale ed accusarla di essere solamente distruttrice della realtà vivente è un errore. Tutte le forme di agricoltura hanno una funzione importante e tutte, in questi anni, sono impegnate a cambiare, a fornire prodotti di qualità, sani e sicuri, rispettando l’ambiente.

    Ogni azienda ha poi una vocazione specifica e produce per la fetta di mercato che le interessa di più. C’è chi produce per la vendita diretta, chi per la grande distribuzione, chi per il mercato nazionale e chi per l’esportazione, chi per una clientela scelta e danarosa, chi per il “popolo lavoratore”, ma tutte le forme di agricoltura sono necessarie ed insieme fanno sistema. Non si può rinunciare a nessuna di esse. Prodotti di nicchia e commodities non sono alternativi, ma complementari. Ogni agricoltore, ogni territorio fa poi le sue scelte e decide quale agricoltura praticare, sulla base della propria storia, delle proprie competenze e delle proprie convenienze.

    L’agricoltura piemontese ad esempio è caratterizzata da produzioni di qualità derivate da antiche tradizioni locali di scelta varietale, di trasformazione dei prodotti, di utilizzo enogastronomico, ma anche da rilevanti investimenti per le grandi produzioni vegetali e zootecniche. Apparentemente antitetici, questi due aspetti si integrano e si affiancano nella volontà di tutela e valorizzazione del territorio.

    Insistere, come Sua Altezza sta facendo, sulla divisione tra agricoltori buoni e cattivi serve solo ad indebolire il fronte degli agricoltori che in questo momento deve fare i conti con i costi di produzione in aumento, con i prezzi dei prodotti agricoli in picchiata, con i redditi in calo e con la crisi che produce una forte contrazione della domanda. La soluzione della crisi non è l’impossibile ritorno ad un’economia di sussistenza, ma una rinnovata politica agraria a livello europeo e, per quel che ci riguarda, a livello nazionale.

    Suo Devotissimo

    LODOVICO ACTIS PERINETTO, vice presidente regionale Cia Piemonte

  6. Liborio Butera scrive:

    Purtroppo a causa del successo che ha avuto u “pani ca meusa” al salone del gusto e della relitava folla di degustatori davanti allo stand, non sono riuscito a degustarlo, sic!

  7. marco scrive:

    dott farina ma che sei rimasto bloccato con la macchina al salone del gusto? ci hai abbandonato? Aggiornaci please

  8. marco scrive:

    tommaso sei rimasto bloccato con la macchina al salone del gusto? Mi sto preoccupando Aggiornaci please..Tank…

  9. Laura scrive:

    Ciao!
    Non ci conosciamo, sono Laura ed oltre ad avere e curare un blog di cucina ho creato da poco con alcune amiche un aggregatore di blog di cucina..un pò diverso dal solito.
    Invece di essere solo un elenco sterile, seppur utile, di blog appartenenti alla categoria, curiamo molte rubriche di approfondimento..anche se come ripeto siamo solo all’ inzio!
    Ci piacerebbe molto poterti intervistare e magari poter contare su una tua collaborazione anche saltuaria a questo progetto in cui crediamo molto.
    Comunque, come al solito, non mi smentisco mai..sono troppo precipitosa!
    prima vienici a trovare, leggici,e valuta se ti piace l’ idea e fammi sapere..

    Grazie comunque e complimenti per il sito..

    Laura

  10. Tommaso, ma che fine hai fatto? Ci mancano le tue pacciade latticine, norcine e di frattaglie… parola di toscano… af

  11. […] Focacceria di Palermo della quale aveva scritto anche il nostro amico Tommaso Farina (leggi). Ebbene la crisi economica di questi tempi non lo ha […]

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