Il ritratto dell’enosnob. Ma che dico, l’enosnob non esiste…

Tempo fa, il duo Rizzari & Gentili ha tirato fuori dal cappello un post d’una genialità notevole: Cinesnob contro Enosnob. Un post d’una verità quasi drammatica se non fosse, in ultima analisi, divertentissima.
I cinefili snob sono sempre esistiti. Sono i collezionisti di sbadigli, gli alchimisti della noia, i cultori delle “metafore”. Sono quelli che stanno su fino a notte alta pur di godersi qualche invedibile bufala pellicolare di Wim Wenders (il primo nome che mi è venuto in mente, ma avrei potuto dire Tarkovsky o Antonioni, o anche molti altri più moderni), e credono di essere i soli ad essere degni di entrare in una sala.
Gli enosnob, fanno notare Gentili & Rizzari, sono più o meno la stessa categoria.
Aggiungo io qualche considerazione utile per individuarli. Anzitutto, di solito negano ferocemente di essere enosnob, anzi assicurano che gli enosnob non esistono e che sono un invenzione di quelli che hanno la colpa di avere gusti diversi dai loro. In secondo luogo, chiunque abbia gusti diversi dai loro è sempre qualcuno “che di vino ci capisce poco”. L’enosnob detesta la barrique (sempre e comunque, ma soprattutto se nuova), i vitigni internazionali, le guide dei vini (specialmente se americane), una scelta selezione di enologi. L’enosnob va in solluchero di fronte a botti di 200 anni e di svariati ettolitri, strabuzza gli occhi e tossicchia con sdegno se la macerazione sulle bucce dura meno di 67 giorni, cade in ginocchio davanti ai produttori che hanno minimo 89 anni sulla carta di identità (“rappresentano la tradizione”, “hanno fatto la storia”) e che credono di essere i soli a saper fare vino decente su tutto il globo terracqueo, beve solo vini da uve autoctone, e se sono biodinamici è pure meglio, e se le guide li maltrattano o li snobbano mejo me sento.

Gentili e Rizzari hanno stilato una sorta di breviario dell’enosnob:

È uno Chardonnay se è di Planeta
È un grande bianco se è il Meursault di Coche Dury

È un rosso “internazionale” se è il Barolo di Rivetti
È un rosso di culto se è il Barolo di Cappellano (meglio se da vigne di piede franco)

È un vino “prevedibile” se è un rosso umbro (o laziale, o pugliese, o siculo, o francese, o danese) di Riccardo Cotarella
È un rosso di culto se è vinificato da Giulio Gambelli

Ora, non scandalizzatevi se aggiungo il mio breviario dell’enosnobbese.

Se è il Redigaffi, ha un prezzo sproporzionato e gonfiato dal gusto americanizzante.
Se è il Brunello di Soldera, ha un prezzo giusto, che ripaga le cure in vigna e in cantina.

Se è un bianco qualsiasi, è un vino squilibrato e impreciso nei tratti organolettici.
Se è un bianco di Gravner, è un vino che segue la natura.

Se è Chardonnay, è un vino banale e internazionale.
Se è Timorasso, è un vino che rappresenta la rivincita del territorio.

Se in Valpolicella si fa il ripasso, è una pratica ruffiana che strizza l’occhio alla moda dei vini iperconcentrati.
Se in Langa si fa passare Dolcetto o Freisa sulle vinacce del nebbiolo, è una pratica di grande tradizione.

Se un buon vino è fatto col concentratore, è pur sempre un vino taroccato.
Se un vino discutibile è fatto nelle anfore, è pur sempre un “vino vero”.

Se si fa un Merlot nel Chianti, è un cedimento al gusto internazionale.
Se si fa un Sangiovese a Bolgheri, è il tentativo di aprire una breccia nella roccaforte delle uve straniere.

Se è il Sassicaia, è un vino sopravvalutato.
Se è il Magma, è un vino che meriterebbe più notorietà.

Inutile dire che questi per gli enosnob non sono pareri. Sono dogmi.
Sperando di avervi almeno in parte divertito, tanto vi dovevo.
Come hanno fatto i due degustatori dell’Espresso, vi invito a trovare altri comandamenti enosnobistici, e a scriverli qui.

5 Responses to Il ritratto dell’enosnob. Ma che dico, l’enosnob non esiste…

  1. giovanni gagliardi scrive:

    Sembra proprio l’identikit di Camillo Langone, e in piccolo è anche il mio. E’ vero, qualsiasi tendenza se estremizzata sfocia nel ridicolo e nella caricatura, però a mio parere nelle affermazioni (enosnob) del tuo post c’è tanto di vero (nel senso di giusto).

    Ad Majora

  2. Fabio Rizzari scrive:

    grazie per la citazione del “pezzullo” che ho scritto qualche settimana fa; ammesso che ti possa interessare ti segnalo che a breve metterò sul nostro blog un articolo monografico sull’enosnobismo (“psicopatologia dell’enosnob”) che ho scritto originariamente per la rivista di Alessandro Masnaghetti Enogea. Ciao

  3. Tommaso Farina scrive:

    Non aspetto altro. Me lo divorerò.

  4. Paola scrive:

    Mah… io sono sempre dell’idea che il buon vino resta il buon vino (Banale?!)
    Personalmente apprezzo Gravner, Damijan, Emidio Pepe.
    Come apprezzo peraltro vini più “ruffiani”.
    Mi piace la barrique, se usata con intelligenza.
    Mi piace il Sassicaia, anche se forse la sua fama lo rende economicamente poco avvicinabile.
    Mi piacciono anche i vini di Tommaso Bussola: evviva il ripasso!
    Io non cambierei lo Sperss di Gaja per farlo rientrare nella DOCG del Barolo…
    Oddio. Entro in un terreno minato?
    Insomma, w il buon vino.. indipendentemente dall’etichetta..

  5. Ferdinando scrive:

    Sono un enologo e mi piacciono i vini di Cotarella! Mi piace il Sassicaia e penso che i vini biodinamici siano una grante str…ta!

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